lunedì 22 luglio 2019

sabato 20 luglio 2019

Odessa #2






Con la lettura del numero 2, “Eroe a metà”, continua la scoperta della serie Bonelli “Odessa”. Si confermano le potenzialità e gli elementi positivi visti nell'albo d'esordio, con una maggiore profondità narrativa, ma anche qualche limite nelle modalità di racconto stesso, ovvero l'abbondanza del verbale a scapito delle immagini. Infatti, su quest'ultimo punto possiamo notare come nei momenti, nei passaggi in cui ci si allontana da questa impostazione e si opta per delle scene mute, la storia raggiunge efficaci livelli di pathos.
Passando agevolmente fra passato e presente, con la presentazione e risoluzione di due differenti indagini, la sceneggiatura ha la possibilità di approfondire la personalità e le problematiche del protagonista, Yakiv Yurakin, oltre che le caratteristiche del contesto in cui lui stesso ed i suoi compagni si muovono. Si attendono potenziali ed auspicabili sviluppi, nella speranza che siano, come in questo caso, ben supportati da un comparto grafico interessante e stimolante. 
 
Il disegnatore e colorista, Simone Ragazzoni, ci offre coinvolgenti ambientazioni che caratterizzano la serie e utilizza con intelligenza e sapiente distribuzione nelle tavole un certo dinamismo nelle scene d’azione. Insieme allo sceneggiatore Davide Rigamonti prosegue l’opera di costruzione di un contesto narrativo al momento promettente, ricco di spunti e di sfumature, con la piacevole sorpresa dell'inserimento di elementi realistici e drammatici su uno sfondo essenzialmente fantascientifico.

Essere un eroe è un fardello difficile da portare. Una condizione schiacciante che, a volte, fa emergere paure difficili da domare. Perché a farne le spese sono sempre le persone più care? A che cosa servono le domande quando sono destinate a rimanere senza risposta? Yakiv ha bisogno di tempo per restare solo; per pensare. E se non fosse altro che un eroe a metà? (da sergiobonelli.it)


martedì 16 luglio 2019

Scorreva un vento caldo




Scorreva un vento caldo sugli abeti
tenebrosi da secoli, e portava
da fondali africani un grido lungo
come un corno da caccia. Solo il tonfo
delle pigne ritmava il suo ruggito
lontano, quasi musica, e rasente
il disco della luna, rari uccelli
notturni sciabolati sul confine
d'ombra e di luce qui da te giungevano
a portare messaggi che ora il tempo
mi esalta e mi confonde. Fu una notte
di aspettazione, e lento San Lorenzo
si annunciava con pianti di comete,
gigli che si sfogliavano nel buio
senza mani a raccoglierli. Passavano
lungo il tratturo i cani dei pastori,
neri dentro la tenebra dei pini,
i cani, occhi provvidi del giorno
e ora anime perse, inquieti lemuri
dell'estate che scavano entro zone
precluse il loro grido di rivolta,
e da millenni lo affidano al canto
delle sorgenti in corsa verso il mare.


(Maria Luisa Spaziani) 


lunedì 15 luglio 2019

Citazioni Cinematografiche n.311

Nessuno: Se te ne vai anche tu qui chi ci rimane? Nessuno.
Jack: Smettere a volte è più difficile che cominciare.
 
Nessuno: Smettere è giusto, ma uno come te deve finire in bellezza.

(Nessuno/Terence Hill e Jack Beauregard/Henry Fonda in "Il mio nome è Nessuno", di Tonino Valerii - 1973)




 

sabato 13 luglio 2019

Internet, social network, ignoranza, intolleranza


Quando, poco più di 20 anni fa, anche per me ed altri a me vicini iniziò la rivoluzione del web, principalmente grazie alle sale attrezzate nei laboratori universitari, ingenuamente buona parte di noi credette (e cedette) all'illusione di un nuovo modo di conoscere, sapere, trasmettere e condividere. La promessa di una conoscenza più diffusa, più “libera”, qualunque cosa potesse significare, anche se per noi sembrava chiaro. Una possibilità di informarsi ed informare, di farsi un'idea, anche di studiare e farsi conoscere. Perché no, anche l'ideale di una controinformazione, che si opponesse ai canali tradizionali o anche solo dialogasse in modo “battagliero” con la cultura dominante. Il miraggio di una base, di una strada per diffondere nomi, fatti, dati, ragionamenti, riflessioni e spunti che divenissero sapere controegemonico.
Chissà se eravamo solamente ingenui oppure troppo accademici, a nostro modo nuovi illuministi che credevano che quello strumento, il web, avrebbe portato solo cose buone e positive, tanto da elevarci ed elevare tutto e tutti ad una inedita ed entusiasmante dimensione, di conoscenza e di condiviso progresso verso nuovi orizzonti culturali e sociali. All'inizio sembrava effettivamente così, o almeno pensavamo lo fosse, anche perché alle prese con i movimenti “no-new global”, le tesi universitarie, i confronti su Noam Chomsky, Naomi Klein e la voglia di progresso e di crescita sostenibile, di condivisione di file musicali, di video e testi al di fuori delle “gabbie” commerciali. Si potevano leggere ed ascoltare contributi di studiosi, scienziati, storici, scrittori, professori ed altre importanti personalità, anche solo per il gusto di poterne poi discutere insieme e litigare con cognizione di causa, soprattutto sapendo il più possibile di cosa si parlasse.


Già cominciavano a sorgerci dubbi e perplessità quando ci rendemmo conto che spesso il web era pieno e prodigo di altro, sotto forma di pubblicità varie, notizie inventate, inviti a partecipare a “catene di messaggi” e milioni di foto di gattini in bottiglia ed altre bestie. La cosa, almeno dal punto di vista di chi scrive, ha preso una tragica e grottesca deriva con la diffusione degli smartphone e la disponibilità dei vari social network.
In buona sostanza, allo stato attuale, Internet ed i social network, in modo tanto repentino quanto sospettosamente sfruttato, sono riusciti a sovvertire la nostra visione di allora. Hanno tolto gran parte della loro autorità a coloro che una volta erano considerati degni di essere letti ed ascoltati, tragicamente prendendo solo il lato più negativo di una possibile rivoluzione, ovvero gettare tutto quello che anche solo aveva parvenza di accademico, di elevato, di imposto dall'alto. Ora i cosiddetti esperti, anche e soprattutto quelli che lo sono veramente in virtù di studi, ricerche ed impegno culturale e di conoscenza, non vengono più ascoltati, anzi denigrati. Internet ed i social network hanno promosso e reso più visibili i non esperti, i colpevoli ignoranti potremmo dire, quelli che sfoggiano e si fanno onore del loro anti-intellettualismo, del loro essere vicini alla “gente comune”. Come se l'ignoranza e l'incompetenza fossero una virtù, persino un punto di forza, una privilegiata condizione socio-politica. Questa spietata critica della competenza, condita di “questo lo dice lei”, “ma dove sta scritto”, “non è necessario essere laureati per...” e così via, ha avuto conseguenze nel migliore dei casi ambigue, quando non drammatiche e pericolose, poiché ha aperto la via all'ignoranza e all'intolleranza. Ignoranza ed intolleranza di successo, considerando lo spazio ad esse dedicato, le ospitate in televisione, le foto sui giornali, nonché le dichiarazioni e comportamenti di certi ministri e sottosegretari attualmente in carica.
Insomma la critica della competenza ha innalzato a merito e vanto l'incompetenza, l'ignoranza e l'intolleranza, propagate e diffuse attraverso internet ed i social network, che si sono rivelati strumenti delicati e vengono usati in modo opposto dal fornire una base ed una possibilità per il sapere, il conoscere, la diffusione del metodo scientifico ed il progresso collettivo e condiviso.

mercoledì 10 luglio 2019

Giallo, Noir & Thriller/69


Titolo: Fiori sopra l'inferno
Autore: Ilaria Tuti
Editore: Longanesi - 2018

A volte mi capita di leggere libri contemporanei in cui i dialoghi risultano finti, al limite dell'artefatto e dell'innaturale, facendomi chiedere se esista veramente qualcuno che parli in quel modo, con una stupefacente ricerca di vocaboli ed una particolare cura nella scelta dei tempi e modi verbali. Sono d'accordo che la letteratura debba cercare, almeno un po', di salvaguardare l'educazione di una lingua e magari aiutare qualche lettore ad esprimersi in modo corretto, ma è mai possibile che tutti i personaggi di un romanzo riescano a dialogare tra loro come fossero usciti dall'Accademia della Crusca?

Nel caso di “Fiori sopra l'inferno” questo non accade, dal momento che i dialoghi sono molto vivi e reali, opportunamente dosati fra le pulsioni umane concrete, le enfasi e cadute proprie di persone comuni e la doverosa necessità di giungere alle “orecchie” di ogni lettore. Il discorso è diverso per quanto riguarda le descrizioni ambientali ed i passaggi di raccordo, dove invece ho notato un certo eccesso di enfasi, probabilmente voluta dall'autrice Ilaria Tuti proprio per evidenziare una comunque non disprezzabile distanza fra il parlato ed il raccontato/rappresentato.

Al centro di tutto c'è un bel personaggio femminile, Teresa Battaglia, una profiler che tra le montagne del Friuli (molto riconoscibili i luoghi descritti per chi li ha frequentati) si trova a fronteggiare sia una serie di eventi drammatici legati ad un passato angosciante che le sue problematiche fisiche ed emotive, che rischiano di farla precipitare in una rischiosa condizione psicologica . Questo aspetto, seppur qui ben esposto e oggettivamente coinvolgente, personalmente comincia a venirmi un po' a noia. L'ennesimo commissario dal passato cupo e misterioso, che si porta addosso cicatrici e spigolosità di ogni tipo, burbero e brusco con chi lavora e così via. Tutto vero, ma il fatto che Teresa Battaglia sia una profiler ed una donna oltre i 50 dona una certa originalità al tutto, il resto lo fanno i dialoghi e l'amore per i luoghi e le psicologie dei personaggi. Un thriller che procede molto serrato per due terzi abbondanti delle pagine, poi rallenta e qualche passaggio è al limite del “telefonato”, del prevedibile, anche se capacità di scrittura e solidità dell'idea non vengono mai messe in discussione.

Il lettore, superate le legittime riserve legate alla tipologia di protagonista, una donna molto “vera” seppur su un solco già ampiamente sfruttato, si gode la vicenda e in qualche modo si appassiona sia alla sorte delle vittime che dei colpevoli che, quali testimoni così come agenti dei fatti, donano un certo brio al tutto. Si perdonano quindi alcune lentezze, si gusta il mix fra tensione, violenza, tematiche sociologiche ed azione, con il desiderio, alla fine, di saperne di più sui protagonisti e sull'ambiente.






lunedì 8 luglio 2019

Citazioni Cinematografiche n.310

Walter Keane: Devo farti una domanda. Come mai questi grandi occhi strani?
Margaret: Oh, vedi io penso che si vedano tante cose negli occhi. Gli occhi sono lo specchio dell'anima.
Walter Keane: Sì, ma tu li fai come fossero frittelle! Sono troppo sproporzionati.
Margaret: Sì, gli occhi sono il modo in cui esprimo le mie emozioni. Li ho sempre disegnati così. Da piccola un'operazione mi ha lasciata sorda per un periodo e così mi sono ritrovata a fissare con lo sguardo. Mi affidavo agli occhi della gente.

(Walter Keane/Christoph Waltz e Margaret/Amy Adams in "Big Eyes", di Tim Burton - 2014) 



domenica 7 luglio 2019

Take me out tonight


 
Take me out tonight
Where there's music and there's people
And they're young and alive
Driving in your car
I never never want to go home
Because I haven't got one
Anymore 
 
Take me out tonight
Because I want to see people and I
Want to see life
Driving in your car
Oh, please don't drop me home
Because it's not my home, it's their
Home, and I'm welcome no more 
 
...
 

venerdì 5 luglio 2019

Accusare, non accusare


Accusare gli altri delle nostre disgrazie è prova di umana ignoranza. Accusare noi stessi è cominciare a capire. Non accusare né gli altri né noi stessi, questa è la vera saggezza.
(Epittéto) 


martedì 2 luglio 2019

Autunno Tedesco, di Stig Dagerman - Iperborea

Titolo: Autunno Tedesco
Autore: Stig Dagerman
Traduttore: Massimo Ciaravolo
Editore: Iperborea - 2018


Un libro non semplice “Autunno Tedesco” di Stig Dagerman, edito da Iperborea.
Non semplice, a tratti addirittura difficile da leggere, per quanto dice e come lo dice, sebbene la scrittura sia brillante e curata, anche grazie alla efficace traduzione.

Durante l'autunno del 1946 il giovane giornalista svedese Dagerman viene inviato dal suo giornale a compiere un viaggio nella Germania uscita da circa un anno dal conflitto. Ne viene fuori una serie di appassionati reportage, qui raccolti, che vanno oltre la semplice visione di uno straniero in viaggio di lavoro, superano stereotipi e frasi di circostanza, abbandonano facili semplificazioni per proporre una riflessione etico-umanistica sul dolore, la sofferenza, la fame ed il desiderio di un popolo, anzi di una serie di individui di ogni età e condizione, di tornare a vivere.

Poiché difficilmente si può considerare una vita degna di essere vissuta quella che costringe al freddo, all'oscurità, all'umidità di cantine e case distrutte. Una vita fatta di sacrifici e dolori, per qualche patata o solo le bucce di patate, quasi imposta come espiazione di una colpa collettiva. I tedeschi devono soffrire e pagare per quanto fatto durante il nazionalsocialismo e la guerra. Molti cronisti ed analisti abbracciano questa tesi, durante quel periodo. Dagerman va oltre. Il suo compito è visitare le città bombardate dagli alleati: Amburgo, Berlino, Hannover, Dusseldorf, Essen, Colonia, Francoforte, Heidelberg, Stoccarda, Monaco, Norimberga e Darmstad. Nel farlo non si risparmia e non risparmia al lettore pressoché nulla. Nell’immaginario collettivo è incredibile che qualcuno possa dire: “Si stava meglio quando c’era il nazismo”. Eppure, quando un cittadino qualunque è costretto a soffrire la fame, a non avere una casa, a non riuscire a mandare a scuola i figli, è davvero possibile stupirsi di fronte a questa affermazione? Dagerman con molta lucidità ribalta le convinzioni comuni dell’epoca. Il mondo non si divide in bianco e nero, e lo svedese riesce a dimostrarlo con una chiarezza disarmante, attraverso descrizioni e riflessioni chiare ed efficaci, che giungono come schiaffi sul viso del lettore, costretto a ragionare sul senso della Storia, sugli aspetti dell'umano e dei sentimenti. Chiari i riferimenti anche al Brecht de “L'opera da tre soldi”, in particolare sulla questione della fame e della pancia vuota, ma si procede ancora oltre, sempre di più ed implacabilmente, mettendo alle strette anche il lettore di questa prima parte di 21° secolo.

Inoltre in Autunno tedesco ci sono, implacabili, pagine dedicate alla farsa grottesca della denazificazione: solo a Stoccarda devono essere processate centoventimila persone.
“L’imputato ha sei testimoni pronti a sostenere la sua innocenza, testimoni che giurano di non averlo mai sentito esprimere opinioni naziste, testimoni che attestano di averlo visto ascoltare la radio straniera (tutti gli accusati l’hanno ascoltata) testimoni ebrei che l’hanno visto comportarsi umanamente con altri ebrei (tutti gli accusati hanno questo tipo di testimoni: costano circa duecento marchi l’uno)”.

L'ultima annotazione che propongo, ritenendola quantomai attuale, è sui valori su cui si fonda, o dovrebbe fondarsi, il nostro occidente, che, ricorda Dagerman,
“consistono nel rispetto della persona anche se questa persona si mostra indegna della nostra simpatia, e nella compassione, ovvero nella capacità di reagire di fronte al dolore, sia esso meritato o immeritato”.

 

Nel 1946 furono molti i cronisti che accorsero in Germania per raccontare quel che restava del Reich finalmente sconfitto, ma dal coro di voci si distinse quella di uno scrittore svedese di ventitré anni, intellettuale anarchico e narratore dotato di una sensibilità fuori dal comune, inviato dall’Expressen per realizzare una serie di reportage poi raccolti in un libro che è considerato ancora oggi una lezione di giornalismo letterario. (da iperborea.com)

lunedì 1 luglio 2019

Citazioni Cinematografiche n.309

Amerigo Vassepi: Come ti chiami, giovane?
Django Freeman: Django.
Amerigo Vassepi: Sai come si scrive?
Django Freeman: D-J-A-N-G-O. La D è muta.
Amerigo Vassepi: Lo so.

(Amerigo Vassepi/Franco Nero e Django Freeman/Jamie Foxx in "Django Unchained", di Quentin Tarantino - 2012) 




lunedì 24 giugno 2019

Citazioni Cinematografiche n.308

Mr. Fox: ...Chi sono io, Kylie?
Kylie: Come chi? In che senso?
Mr. Fox: Perché sono una volpe? Perché non un cavallo, uno scarabeo, un'aquila di mare? Voglio dire, da un punto di vista esistenziale, mi spiego? Chi sono io? E come può una volpe essere felice senza una... Scusa l'espressione... Una gallina fra i denti?
Kylie: ...Non capisco bene ma ha tutta l'aria di essere illegale.

(Mr. Fox e Kylie in "Fantastic Mr. Fox", di Wes Anderson - 2009)




 

lunedì 17 giugno 2019

Citazioni Cinematografiche n.307

Che cos'è un garzoncello? Un garzoncello è completamente invisibile, eppure sempre in vista. Un garzoncello ricorda ciò che le persone detestano. Un garzoncello anticipa le necessità del cliente prima ancora che le necessità diventino tali. Un garzoncello è sopratutto discreto all'eccesso, i nostri ospiti sanno che i loro segreti, anche quelli francamente disdicevoli, li porteremo con noi nella tomba. Perciò tieni la bocca chiusa. 
(M. Gustave/Ralph Fiennes in "Grand Budapest Hotel", di Wes Anderson - 2014)





martedì 11 giugno 2019