lunedì 11 dicembre 2017

Citazioni Cinematografiche n.229

Padre Francisco: Una libertà che elimina la vita non è libertà. Ramon Sampedro: E una vita che elimina la libertà? Neppure è vita!
(Padre Francisco/José María Pou e Ramon Sampedro/Javier Bardem in "Mare Dentro", di Alejandro Amenabar - 2004)



sabato 9 dicembre 2017

Sono qui e sono lì e sono ovunque. Sono a Forlì




FASCISTI A FORLI'



Sono qui e sono lì e sono ovunque. Sono a Forlì e agiscono a volto scoperto. Bisogna riconoscerli, prendere atto che ci sono sempre stati. Ora si sentono forti e sono usciti dalle tane. Coscienza Civile e Democratica per combattere questi individui, elementi della peggior specie. 

Via i fascisti dalle nostre strade, dalle nostre scuole, dai nostri luoghi di lavoro, di studio, di impegno e di lotta! Viva la Repubblica Italiana! 

L'elemento ancora più inquietante è che diversi esponenti politici di rilievo nazionale li cercano, ci dialogano e intendono coinvolgerli in qualcosa che assomiglia molto ad un possibile cartello elettorale. Berlusconi lo fa da sempre, Salvini sta rompendo un tabù interno alla Lega e la Meloni non si è mai veramente allontanata dai camerati.


giovedì 7 dicembre 2017

Le Storie #61 – Astromostri



Giunta al sesto anno di pubblicazioni, la collana "Le Storie" ha ben abituato i lettori con diversi albi di grande valore, a volte prevalentemente per i disegni, in alcune occasioni per la cura e l'abilità degli sceneggiatori che si sono succeduti nel presentare il loro lavoro. Spesso cura nelle tavole e ottimo soggetto e sceneggiatura si sono presentati insieme per la gioia degli occhi e lo stimolo delle menti. Il numero 61, "Astromostri", rientra a pieno titolo in questa casistica, grazie allo splendido lavoro di Maurizio Rosenzweig alle chine e disegni e di Antonio Serra per la scrittura.



"Astromostri" presenta dunque un felicissimo incontro tra il creatore di Nathan Never e un disegnatore straordinario come Maurizio Rosenzweig, negli ultimi mesi all'opera anche in casa Bonelli, all'interno del team creativo di Dampyr. Rosenzweig ha modo di sbizzarrirsi con splash pages singole e doppie, mai gratuite e sempre a dir poco spettacolari. Non solo i suoi "mostri" sono bellissimi e pieni di particolari, ma l'ambientazione è fascinosamente descritta, sospesa tra realtà ed allucinazione, resa in maniera egregia con diverse soluzioni e scelte autoriali. 


Serra è notoriamente innamorato della fantascienza e del Giappone e tale passione emerge e traspare da ogni tavola, ogni passaggio e da tutti i personaggi e vicende presentate. Non mi dilungo sulla trama ed i suoi snodi narrativi, efficace ed accattivante l'una quanto mai banali o gratuiti i secondi, nell'economia di una storia di meno di 100 tavole. L'autore sardo, forte di grande conoscenza ed esperienza, omaggia le sue passioni ed in particolare i film di mostri giapponesi anni 60, con una grande attenzione al contesto storico e sociale, che si incontra con il tentativo del protagonista di ritrovare il confine tra realtà e immaginazione, presentando così al lettore una delle peculiarità meglio riuscite dell'albo, quell'aspetto sognante un po' insolito per lo stesso Serra, non propriamente tipico di altre sue produzioni. 



Tokyo 1965. John è nato in America, ma - alla fine della Seconda Guerra Mondiale - ha scelto il Giappone come nuova patria. Lavora per il cinema e coltiva la sua passione per la fantascienza. Mostri, alieni, principesse marziane e dischi volanti... un mondo immaginario che, come scoprirà, può diventare reale da un momento all'altro! (da sergiobonelli.it)

lunedì 4 dicembre 2017

Citazioni Cinematografiche n.228

Stanotte ho fatto un sogno assurdo... una ragazza viene trasformata in un cigno... solo l'amore può spezzare l'incantesimo... ma il principe si invaghisce della ragazza sbagliata e lei si uccide. 
(Nina Sayers/Natalie Portman in "Il Cigno Nero", di Darren Aronofsky - 2010)



sabato 2 dicembre 2017

Selma - La strada per la Libertà (2014)

Un film nel segno dell'America di Obama, da vedere negli anni dell'America di Trump.


Martin Luther King Jr. non aveva ancora avuto un'opera cinematografica a lui dedicata. Malcolm X era stato omaggiato da Spike Lee con il controverso e discusso film del 1992, mentre il pastore di Atlanta, autentica icona della non violenza ha in pratica dovuto attendere fino al 2014, quando, sull'onda e nel segno dell'America Obamiana, la regista Ava DuVernay ha diretto e proposto al pubblico il suo “Selma – La Strada per la Libertà”.




 






I fatti sono quelli legati alla nota marcia, quando nel 1965 un gruppo di coraggiosi manifestanti, guidati appunto da Martin Luther King Jr., per tre volte tentò di portare a termine una marcia pacifica in Alabama, da Selma a Montgomery (capitale dello Stato), con l'obiettivo di rendere veramente attivo il diritto umano al voto per i negri, come ancora allora venivano indicati. Infatti nonostante sulla carta il diritto al voto fosse garantito dalla legge, la realtà, specie negli Stati del sud dell'Unione, era ben diversa, come ci viene drammaticamente mostrato nel film. Gli scontri scioccanti e la trionfante marcia finale portarono infine il Presidente Lyndon B. Johnson a firmare, il 6 agosto di quell'anno, lo storico Voting Rights Act.

Scongiurato con intelligenza il rischio di un'opera meramente agiografica, “Selma – La Strada per la Libertà”, si fa vedere ed apprezzare, oltre che per la ricostruzione di un clima politico-sociale, della cronaca di quei giorni e degli avvenimenti in sé, anche per la scelta di presentare il dottor King come un uomo, con le sue debolezze, i suoi timori ed incertezze, alla pari con le sue straordinarie qualità di oratore, guida di un movimento e nel ruolo di pastore protestante.



Allo stesso tempo, con onestà storica e narrativa, il movimento da lui condotto non viene mostrato come monolitico e omogeneo, bensì ne vengono mostrate le diverse anime, i vari volti che insieme a King hanno reso possibile la conquista e l'affermarsi di diritti civili, ai nostri occhi basilari ed imprescindibili per una democrazia veramente degna di tale nome, ma negli Stati Uniti degli anni 60 ancora tutti da conquistare e difendere, specie per le minoranze come gli afroamericani, termine che noi, ora, utilizziamo. Un film forse non propriamente collettivo, comunque non un “one man show”, che forse anche per questo risulta poco coinvolgente a livello emotivo, con una recitazione composta e corretta che limita i vari bravi e apprezzabili attori e li sacrifica in nome di uno stile registico e compositivo che punta alla sobria ricostruzione ed alla celebrazione di un periodo, autocelebrandosi appunto in quanto creato e proposto quasi interamente da neri.



Diversi i momenti melodrammatici, così come varie sono le scene “opportunamente furbe”, che vanno incontro allo spettatore per arruffianarsene il consenso, ma la regista DuVernay qua e là dimostra di saperci fare, in particolare nella ricostruzione dei fatti legati, emblematicamente, al ponte che conduce a Selma, teatro dei pestaggi più duri perpetrati dalle forze dell'ordine a danno dei manifestanti, massacrati senza ritegno.


Mi permetto di esprimere un nota di disappunto per la scelta, verso la conclusione del film, di presentare efficaci e coinvolgenti scene di repertorio, poiché a quel punto, fatalmente, data la già citata scelta registica e di recitazione, la realtà surclassa la ricostruzione e l'opera perde qualche punto in materia puramente cinematografica.

Un film obamiano, che forse risulterà maggiormente godibile (utile?) negli anni dell'America di Donald Trump, del revanscismo e dell'oltranzismo razzista di una parte non secondaria dei suoi sostenitori ed elettori.

giovedì 30 novembre 2017

Neve Nera (Martin Hodara - 2017)

Intrigato e stimolato dalla presenza nel cast di Ricardo Darín, ammirato ed elogiato per la sua interpretazione in “Il Segreto dei suoi Occhi”, mi sono avvicinato alla visione di “Neve Nera”, per la regia di Martin Hodara.
Purtroppo ho dovuto prendere atto che l'attore argentino non è propriamente il protagonista del film, cedendo molto, forse troppo spazio ad altri due personaggi, che di fatto sono i veri personaggi centrali, quantomeno per il numero di inquadrature e battute a loro assegnate.



Per amor di sintesi e semplicità di seguito presento ciò che ritengo essere gli elementi positivi e quelli meno positivi, se non addirittura negativi, del film.

Positivi: quasi tutta la prima parte del film sembra scritta apposta per stimolare lo spettatore e coinvolgerlo in una vicenda non del tutto originale ma comunque intrigante, anche grazie ad una ottima e nitida fotografia che presenta il contesto naturale e socio-familiare con maestria e ammirabile efficacia; i flashback si alternano ordinatamente e con buona scansione, aiutando chi guarda a ricomporre il puzzle degli avvenimenti e a seguire il percorso,di vita ed emozionale, passato ed in evoluzione dei caratteri; i silenzi più dei dialoghi raccontano e coinvolgono.

Meno Positivi: la seconda parte del film sembra meno efficace, con una scrittura ed una sceneggiatura un po' troppo semplice, quasi scolastica, offrendo la sensazione che si sia voluto “non osare” e rimanere sul “sicuro”, quasi un rassicurante “già visto” pur con maestria tecnica (piano sequenza efficace, buon uso del campo controcampo); il personaggio femminile centrale risulta a suo modo invadente e petulante, esagerando la sua pur, a livello di sceneggiatura, indovinata funzione, ed il fatto che l'attrice che lo interpreta sia nettamente la peggiore del cast non aiuta; soluzioni narrative e risvolti psicologici/psicanalitici troppo semplicistici e mal posizionati.



Rimane il fatto che un film solo in parte di genere avrebbe potuto offrire di più e di meglio. Personalmente ritengo che sia stato poco e non completamente utilizzato il contributo del già citato Ricardo Darín, anche se è comunque un piacere rivederlo, sebbene sia anche vero che fare un film puntando sopratutto sulla qualità degli attori e una buona, anche ottima tecnica, spesso non basta.

Il nucleo da tragedia greca c'è e avrebbe potuto rendere possibile un grande film, con almeno tre belle scene che da sole meriterebbero la visione, la Natura contribuisce alla grande alla scenografia, con montagne innevate, foschie che hanno il fascino del misterioso, nuvole come funeste messaggere, tempeste di neve e quel senso di selvaggia solitudine che ha sempre una certa presa sul pubblico, ma l'intreccio noir alla fine risulta artificioso e si rimane solo parzialmente soddisfatti.


A ben vedere avrebbe potuto essere un film sul silenzio, sui silenzi, su bugie che si raccontano e ci si racconta per riuscire a vivere, poteva essere un dramma familiare con terzo elemento aggiunto, una fotografia di interni fisico-emotivi con il contributo degli spazi aperti, una sottile e drammatica indagine sul male, invece si rimane a qualche passo da tutto questo, privilegiando la forma (ancorché non completamente perfetta) rispetto alla sostanza. Ma lo si capisce solo a visione terminata, per cui tutto sommato vale la pena.

Segnati dalla tragica morte del fratello minore durante una battuta di caccia, Marcos (Leonardo Sbaraglia), Salvador (Ricardo Darín) e Sabrina (Dolores Fonzi) da anni hanno preso le distanze l’uno dall’altro. Il primo si è rifatto una vita in Europa e aspetta un bambino dalla moglie Laura (Laia Costa), il secondo vive in quasi totale isolamento nella casa di famiglia sperduta nelle fredde foreste della Patagonia, mentre Sabrina è rinchiusa in un ospedale psichiatrico a causa della shock subito. Le loro storie sono destinate a intrecciarsi di nuovo alla morte del padre, quando Marcos tornerà nella terra natia per affrontare il problema dell’eredità paterna.

lunedì 27 novembre 2017

Citazioni Cinematografiche n.227

Ho combattuto in trincea nella seconda guerra mondiale... Perché dovrei aver paura a dormire in un campo di mais? 

(Alvin Straight/Richard Farnsworth in "Una Storia Vera", di David Lynch - 1999)





sabato 25 novembre 2017

Giallo, Noir & Thriller/47

Titolo: Un Grande Gelo
Autore: Arnaldur Indriđason
Traduttore: Cosimini Silvia
Editore: Guanda – 2010

Cronologicamente precedente a “Un Caso Archiviato” di cui ho parlato qualche settimana fa, “Un Grande Gelo” è un ulteriore esempio della capacità di Arnaldur Indriđason di elaborare una trama profonda, partendo da idee, spunti non necessariamente del tutto originali, riuscendo ad ampliare la tematica, i vari temi proposti e di riproporli sotto la forma di vicende diverse, di trovare in piccole storie, anche solo all'apparenza distanti, o al limite parallele, agganci con la storia principale.

In “Un Grande Gelo”, l’idea centrale è una forte denuncia della discriminazione, il tema principale è l'intolleranza nei confronti del diverso, che può divenire violento razzismo, anacronistico e distorto attaccamento al sé, o a quello che ne rimane, che porta alla chiusura verso l'altro.
Quello che colpisce il lettore più duramente è come l'unica vittima sia un bambino, un delitto fra i più riprovevoli è il punto di partenza per un viaggio dentro ed attraverso quella che con una espressione spesso abusata, se non addirittura fraintesa, viene definita la “banalità del male”. Si fanno ipotesi e congetture, si battono diverse piste, che l'ormai conosciuto commissario Erlendur Sveinsson, protagonista della serie dei romanzi di indagine poliziesca di Arnaldur Indriðason, non trascura insieme a Sigurður Óli e a Elínborg. 

 

Quello che viene evidenziato è come in una nuova realtà sociale di forte immigrazione, in Islanda come negli altri paesi europei, affiori un forte razzismo nei confronti degli stranieri. Pertanto l'indagine non è esclusivamente su un delitto, di cui solo alla fine si scopre la sconcertante e per certi tratti insospettabile drammaticità, ma anche su una realtà sociale ed economica, con il pregio di non scadere nel banale o, peggio, nel didascalico.

Il gelo del titolo non è meramente quello climatico della lontana isola, ma anche quello che alberga nel cuore di chi legge, testimone di un clima sociale, di un dramma familiare e culturale, di un crimine che potrebbe avere molte motivazioni e che si scopre averne, materialmente, solo una, la più, apparentemente, banale. Questo può fare male e fa divenire questo romanzo un thriller non per i colpi di scena, la tensione dettata da un killer o da una serie di delitti, ma per lo scenario che presenta e che assomiglia così pericolosamente a quello delle nostre città, delle nostre scuole e luoghi di lavoro, per l'emarginazione e la povertà che viviamo, facendo nascere inquietudine per ciò che potremmo vivere nei prossimi anni.

 
In una Reykjavík avvolta nella coltre di un inverno che sembra il più freddo di sempre, l'agente Erlendur Sveinsson affronta un caso che lo costringe a confrontarsi con i fantasmi del passato. La morte di Elías, dieci anni, madre thailandese e padre islandese, accoltellato in mezzo alla neve in un giardino, lo tocca nel profondo. Non è solo l'ennesimo omicidio su cui investigare, è una vicenda che alimenta in lui l'angoscia per quel fratello perso da piccolo nel pieno di una bufera? Non c'è tempo, però, di abbandonarsi ai ricordi dolorosi: il burbero poliziotto e la sua squadra iniziano un delicato lavoro di indagine. Il fratellastro di Elías è scomparso: sarà implicato nella morte del piccolo o teme per la propria vita? (da guanda.it)

giovedì 23 novembre 2017

La Grande Guerra # 16

VERDUN e CAPORETTO


 
La Editoriale Cosmo ricorda la Prima Guerra Mondiale con due albi giunti in edicola a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro.
Verdun” è un prodotto francese uscito oltralpe in due parti fra il 2016 ed il 2017, che la casa editrice emiliana propone in un'unica uscita a colori, mentre “Le Nebbie di Caporetto” è una sua produzione, inserita nella collana “Un Eroe Una Battaglia” di cui costituisce la prima uscita all'interno degli albi della serie Cosmo Noir.

I titoli richiamano due episodi chiave della Grande Guerra, in sostanza nomi emblematici di una serie di battaglie e scontri, momenti storici fondamentali e fondanti per due nazioni, sul fronte occidentale per la Francia, sul fronte alpino per l'Italia. I due albi sono accomunati anche dalla tragicità contabile in fatto di uomini coinvolti e di morti sul campo di battaglia.


La Battaglia di Verdun, una delle più violente e sanguinose battaglie di tutto il conflitto, ebbe inizio il 21 febbraio 1916 e terminò il 19 dicembre dello stesso anno, vedendo contrapposti l'esercito tedesco, guidato dal capo di stato maggiore, generale Erich von Falkenhayn, e l'esercito francese, guidato dal comandante supremo Joseph Joffre, sostituito al termine del 1916 con il generale Robert Georges Nivelle. Verdun costituì un punto di svolta cruciale della guerra in quanto segnò il momento in cui il peso principale delle operazioni nel fronte occidentale passò dalla Francia all'Impero Britannico, fece di fatto svanire le ancora concrete possibilità della Germania di vincere la guerra e si ritiene essere uno degli eventi che contribuì all'entrata in guerra degli Stati Uniti d'America nel conflitto. 

 
La Battaglia di Caporetto, anche detta dodicesima battaglia dell'Isonzo cominciò alle ore 2:00 del 24 ottobre 1917, rappresentando la più grave disfatta nella storia dell'esercito italiano, tanto che, a torto o a ragione, ancora oggi il termine Caporetto viene utilizzato come sinonimo di sconfitta disastrosa. Con la crisi della Russia zarista dovuta alla rivoluzione, Austria-Ungheria e Germania poterono trasferire consistenti truppe dal fronte orientale a quelli occidentale e italiano. Forti di questi rinforzi, gli austro-ungarici, con l'apporto di reparti d'élite tedeschi, sfondarono le linee tenute dalle truppe italiane che, impreparate a una guerra difensiva e duramente provate dalle precedenti undici battaglie dell'Isonzo, non ressero all'urto e dovettero ritirarsi fino al fiume Piave. La sconfitta portò alla sostituzione del generale Luigi Cadorna con Armando Diaz. Le unità italiane nei mesi successivi, complici i problemi di approvvigionamento e trasporto degli Imperi Centrali, si riorganizzarono abbastanza velocemente e fermarono le truppe austro-ungariche e tedesche nella successiva prima battaglia del Piave, riuscendo a difendere a oltranza la nuova linea difensiva su cui aveva fatto ripiegare Cadorna.




Il dato che ad un secolo di distanza escano albi a fumetti dedicati a sciagurate battaglie stimola una riflessione su come, ancora oggi, ci si ponga di fronte ai due eventi raccontati. “Verdun” sceglie di ricostruire, con precisione, attenzione ai dettagli e rigore unito a serietà narrativa, gli errori dell'alto comando francese, rappresentato impietosamente ma con onestà storico-culturale, compresi nomi e cognomi, contrapposto al valore ed all'umanità dei soldati e dei loro diretti superiori. Non mancano i dettagli e qualche frecciata, dura ancorché storicamente fondata, in riferimento all'esercito tedesco del Kaiser Guglielmo II.


Le Nebbie di Caporetto” percorre un'altra via. Pur non mancando precisione nella ricostruzione dei fatti e del contesto in cui si svolsero, sceneggiatura e disegni mettono in primo piano un'esperienza totalmente “inventata”, con protagonisti di fantasia, seppur molto simili ai soldati che combatterono realmente all'interno del Regio Esercito Italiano su quel fronte. Si pone l'accento sull'eroismo degli anonimi, eroi quasi per caso, un po' ricordando Alberto Sordi e Vittorio Gassman del film di Mario Monicelli “La Grande Guerra”.


Per decenni Caporetto è stata vista come una “morte della Patria”, quasi come l'8 settembre 1943, con la destra, fascista quella di allora come quella attuale, a disegnare e propagandare l'immagine di un esercito italiano, composto da popolani divenuti fanti e artiglieri, traditore dei principi e dei valori nazionali, traditore degli ufficiali che li comandava, come Cadorna ripeteva ad oltranza. Verdun, viceversa, fin da subito fu considerata in Francia un simbolo “positivo” della nazione, esempio di come pur da errori tragici, da immani tragedie, si possa cogliere occasione di unità nazionale e unione nel ricordo.


Negli ultimi anni si sta guadagnando spazio, nel nostro Paese, una differente considerazione su Caporetto. L'idea è che quella che fu, oggettivamente, una pesante sconfitta militare, si pose come un nuovo inizio, l'opportunità di una reale svolta, in termini non solo strategico-militari, ma anche sotto il profilo di una fondazione e creazione di un popolo, quello italiano, che a distanza di più di 50 anni dalla proclamazione del Regno d'Italia, ancora non era tale, diviso e distante al suo interno. La fermata dell'invasore sul Piave, che magari non mormorò, come nella patriottica canzone, ma si pose come linea estrema e non oltrepassabile, i ragazzi del '99, la riorganizzazione dell'esercito secondo una visione al medesimo tempo più umana e maggiormente moderna, un senso di unione e di fratellanza che non era ancora stato raggiunto ed altro ancora sono legati a Caporetto.

Notazione personale: fra i miei ricordi più belli ci sono la visita al Museo ed al Sacrario Militare di Kobarid, attuale nome di Caporetto in Slovenia, ed una serie di passeggiate ed escursioni sulle Alpi Giulie, fra resti di trincee, fortificazioni e testimonianze degli scontri avvenuti su quei monti. 

 

lunedì 20 novembre 2017

Citazioni Cinematografiche n.226

Randy, questo tuo atteggiamento, la recita del "mando a fare in culo il mondo", forse funzionerà con la tua mamma, e magari con i poliziotti del posto che ti conoscono abbastanza da sapere che sei troppo stupido per uccidere qualcuno senza lasciare un paio di testimoni e una confessione firmata anche, ma non attacca con me. Perché vedi, io so delle cose, capisci? Io so che picchiavi la tua ragazza. E so che lei si vedeva con qualcun altro. Qualcuno con cui forse si è incontrata Venerdì sera dopo averti piantato in asso in quel bar. Allora ci vuoi dire chi potrebbe essere quella persona? O sei veramente così stupido da voler restare l'ultima persona che ha visto Kay Connell viva? 
(Will Dormer/Al Pacino in "Insomnia", di Christopher Nolan - 2002)





sabato 18 novembre 2017

Dampyr Speciale n.13 - La Terra delle Aquile

La serie Dampyr è nota per la capacità di trattare temi contemporanei e Storia, facendoli incontrare attraverso fatti odierni che si intrecciano con leggende, narrazioni antiche, fatti reali, precisi riferimenti, mitologia o fantasiose ricostruzioni da parte di popoli e popolazioni.

Lo Speciale n.13 “La Terra delle Aquile” ne è un ottimo esempio, con in più il punto di forza di svolgersi in un territorio fertile di vicende e leggende, oltre che molto vicino alla terra d'origine di Harlan Draka. Zona affascinante l'est Europa, ancora di più i Balcani, nel caso specifico l'Albania, che il lettore scopre o riscopre sia ai giorni nostri che nel corso del XV° secolo, quando era terreno di scontro fra i suoi abitanti e l'esercito ottomano.



Ulteriore personale stimolo all'acquisto dell'albo è l'immagine di copertina, che omaggia, grazie al lavoro di Enea Riboldi, la principale opera per cui è conosciuto Caspar David Friedrich, ovvero Il Viandante sul Mare di Nebbia.
Chi gentilmente segue questo blog, è al corrente che già in un'altra occasione ho parlato del pittore tedesco, per cui non si stupirà a leggere come il riferimento artistico risulti, ai miei occhi, una marcia in più.


Come detto, la Terra delle Aquile è un incrocio tra vicende storiche realmente accadute, mitologia e fantasy-horror. Le vicende reali di Giorgio Castriota Skanderbeg, eroe e patriota albanese che nel XV° secolo bloccò l’avanzata degli Ottomani dall’Albania verso l’Europa, vengono sovrapposte a quelle del Maestro della Notte Vrana.
Vrana si contrappone a Horvat, intenzionato ad impossessarsi di quella porzione di territorio balcanico, ponte tra Oriente e Occidente e snodo importante tra l’Europa ed altri Paesi, in cui Vrana vive da sempre.
In questa contesa verrà coinvolto anche Harlan, che dunque insieme ai suoi compagni Tesla e Kurjak si ritroverà nel mezzo di uno scontro tra Maestri della Notte all’interno del quale risulterà, suo malgrado, ago della bilancia.


Lo speciale di Dampyr numero 13 sfrutta una sovrapposizione di linee temporali, quella del quindicesimo secolo durante l’invasione ottomana in Albania, e quella dei nostri giorni, per creare una storia che ha molti dettagli e, grazie al maggior numero di pagine rispetto agli albi della serie regolare, con un ritmo narrativo scorrevole e coinvolgente, anche per chi legge le avventure del nostro eroe solo occasionalmente.


Non mancano le scene d'azione ed il movimento, duelli action-fantasy e scenari gotico-horror, grazie al soggetto e sceneggiatura di Claudio Falco, con testi che rendono al meglio una trama mistery di una storia vecchia di seicento anni, che si sovrappone alla linea temporale attuale, rivelando poco per volta quell’oscuro passato che sarà la base per risolvere la trama ambientata nel presente.

In Albania, dalle nebbie dei campi di battaglia passati, riaffiora il cruento scontro tra due maestri della notte. Che parte ha avuto Giorgio Castriota Skanderbeg, l'eroe e patriota albanese che nel XV secolo bloccò l'avanzata dei turchi? E che parte avrà Harlan Draka, il Dampyr? (da sergiobonelli.it)


giovedì 16 novembre 2017

Nella casa (François Ozon - 2012)



François Ozon è un regista che mi attira e spesso coinvolge attraverso i suoi film.
Sono consapevole che sia una questione di preferenze, non solo in fatto di cinematografia, perciò non mi meraviglia che alcuni, ad esempio la mia compagna di vita, invece non apprezzino particolarmente Ozon, soprattutto per una sua certa propensione a mettere in scena elementi morbosi, che effettivamente tendono a far apparire morbosa buona parte della sua opera.
Nella Casa” non fa eccezione, sia per l'effetto avuto su di me che per la componente morbosa, non propriamente esposta ma presente. Lo vidi al cinema con soddisfazione e mi piace in questa sede sottolinearne la brillantezza con cui celebra la forza del raccontare, il potere delle storie e della scrittura.



Lo psicoanalista James Hillman sosteneva la necessità, per un efficace svelamento e sviluppo del talento e delle capacità di un giovane, della presenza di un mentore, la cui guida deve fungere da guidato riconoscimento. Il regista francese, in questo film, partendo da tale spunto, esplora il potere conturbante della scrittura, che da mezzo di riconoscimento di se stessi e degli altri, può sfociare nella manipolazione identitaria attraverso la propria e l’altrui falsificazione. 
 
L'espediente che veicola l'intera vicenda è, invero, non propriamente originalissimo, ossia il rapporto privilegiato tra uno studente meritevole, le cui doti non sono state ancora svelate e adeguatamente conosciute, e un professore di lettere atipico quanto basta. L'uno mentore dell'altro, nel rispetto dell'anagrafe e dei ruoli.
La vicenda si sviluppa con classe e vira dalla commedia, a tratti vivace, a elementi e spunti thriller, composti di seduzioni, allusioni, tentativi di rivoluzione di ruoli e posizioni, con drammatici esiti. A tal fine centrale è la figura femminile, moglie, madre, frustrata come da abusato copione, ma essenziale per le interpretazioni, dei caratteri e degli attori maschili. Un triangolo che tende al quadrilatero, per rimanere triangolo e svolgersi su rapporti binari, risolti o solo accennati.

Nella casa” è, fra le altre cose, una lucidissima intellettualizzazione sull’ambiguità della scrittura, con le solidissime basi di una sceneggiatura dotta, ma non stucchevole o lontana dal grande pubblico, poiché anche lo spettatore meno avvezzo a certi giochi di rappresentazione e di messa in scena, può sentir vibrare le corde di una intelligente suspense.