venerdì 10 gennaio 2014

Philomena


TramaIrlanda, 1952. L'adolescente Philomena viene mandata in convento per essere 'riportata sulla retta via', poiché è rimasta incinta. Ancora molto piccolo, il bambino viene dato in adozione a una benestante famiglia americana. Da allora, Philomena non si è data pace e ha speso cinquanta anni in inutili ricerche. Grazie all'incontro con il giornalista Martin Sixsmith, incuriosito dalla sua storia, la donna si imbarcherà in un'avventura che la porterà in America dove scoprirà la straordinaria storia di suo figlio...

Negli anni passati il Cinema britannico riusciva a parlare del contemporaneo, di sè e delle vicende che si svolgevano nel paese della regina Elisabetta II pressoché esclusivamente attraverso le opere di Ken Loach e Michael Winterbottom, ma anche di Mike Leigh.

Tale capacità di rappresentazione e autorappresentazione ultimamente è da imputare a Stephen Frears, prima con “The Queen” e poi con “Philomena”, in questi giorni nelle sale, dopo la partecipazione al Festival di Venezia, dove purtroppo hanno preferito premiare un documentario piuttosto che questo straordinario, intenso ed emozionante film.

“Philomena” presenta una immensa Judi Dench, attrice sorprendente per autorevolezza, intensità, tempi recitativi e mimici perfetti, affiancata da un altrettanto bravo Steve Coogan, comico tv (come a confermare che dietro ogni “buffone” c’è un talento drammatico che aspetta solo di esprimersi).

La sceneggiatura dello stesso Coogan e di Jeff Pope è calibrata alla perfezione, alternando momenti drammatici e commoventi a brevi e riusciti momenti “leggeri”, dove i tratti comici lasciano prendere fiato quel tanto che basta per poter seguire la storia, vera e vissuta, di una donna irlandese e del profondo amore che prova per un figlio crudelmente portatole via ancora bambino e che lei, ormai anziana, cerca di ritrovare al di là dell’oceano, in quegli Stati Uniti meta della diaspora degli “uomini e donne dell’isola smeraldo”.

I due protagonisti (la Dench e Coogan) funzionano insieme alla perfezione, presentando allo spettatore due caratteri tanto lontani tra loro, tanto differenti da riuscire abilmente a mescolare humour e pathos, ironia e commozione, speranza e dolore. 

Questo anche grazie alla regia attenta, astutamente classica e quasi invisibile, perciò maledettamente efficace, di Stephen Frears, in ottima forma e in grado di evitare qualsiasi concessione alla “Tv del dolore” ed ai sentimentalismi da accatto. Il regista, messo da parte il sarcasmo, i toni taglienti e  la “cattiveria” di precedenti lavori (i consigliati “Rischiose abitudini” o “Tamara Drewe” ad esempio), ci dona un film quasi ovattato, aderente alla realtà ma rispettoso dei protagonisti e dello spettatore, che viene accolto con garbo e tatto in una vicenda privata, esposta con maestria e senso del limite, in grado di riflettere e far riflettere, emozionare e farsi portatore non solo di una storia, ma anche di tratti umani tanto vicini a noi da far quasi male.

Le lacrime fanno capolino, le emozioni non mancano e sono di quelle che lasciano il segno e si fanno ricordare.



Stephen Frears


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