domenica 11 novembre 2012

Cinema di David Lean



 IL CINEMA DI DAVID LEAN

Ci sono film che mi attraggono e mi rapiscono sempre, sin da quando li vidi per la prima volta.
Tra questi ce ne sono alcuni che possiedono la particolarità di farmi abbandonare impegni, buoni propositi, incombenze o progetti, per riuscire a rivederne anche solo qualche scena, in qualsiasi momento della giornata o della settimana, ogni volta che, più o meno casualmente, mi ci imbatto all’interno della programmazione di un qualunque canale televisivo.
Non mi metto a compilarne una lista completa, in realtà l’ho più volte fatto nella mia mente, ma propongo invece una selezione di alcuni di questi film, tutti accomunati dal fatto di essere stati diretti da David Lean (con diversi premi, tra cui due Oscar alla regia):

Il ponte sul fiume Kwai (1957)
Lawrence d'Arabia (1962)
Il dottor Zivago (1966)
Passaggio in India (1984)
David Lean sul set di Lawrence d'Arabia
A pensarci meglio ci sono altri elementi comuni fra queste opere, non ultimi gli attori che vi hanno recitato, Alec Guinness è presente in tutti i quattro film ed Omar Sharif in due, oltre alle colonne sonore, composte da  Maurice Jarre per tre di questi vincendo puntualmente l’Oscar. I punti in comune sono anche altri, come le scelte registiche ed i “messaggi” proposti, comunque legati alla sensazione di rapimento a cui facevo riferimento.

Peter O'Toole/Lawrence


Al di là della rappresentazione del protagonista Thomas E. Lawrence, personaggio storicamente ed umanamente molto complesso e controverso e difficile da rappresentare, il grande successo di Lawrence d'Arabia si deve alla sua spettacolarità ed al fascino del deserto, che è forse il vero protagonista, mirabilmente reso da Lean, al continuo succedersi di immagini suggestive e scenari mozzafiato, con le musiche di Maurice Jarre a dare un respiro ancora più grandioso alle immagini e alle vicende. Il film riesce ancora oggi a catturarmi per le gesta epiche, la coraggiosa impresa dell'ufficiale inglese, per la sua sfida all'impossibile, per il conflitto fra la sua visione ideale del mondo e della guerra e l'inevitabile incombere delle ragioni di stato che vanificano i successi del protagonista e lo costringono a farsi da parte. Le scene nel e “del deserto”, con la profondità delle immagini e l'esotismo del paesaggio, ripreso orizzontalmente a campo lungo, una fantastica galleria di protagonisti, perfetti nei ruoli e molto espressivi nella caratterizzazione dei loro personaggi, riprese indimenticabili per bellezza ed intensità (Battaglia e Presa di Aqaba, Traversata del Deserto con frase finale “Niente è scritto” tra le altre) mi toccano il cuore e l’animo.


Alec Guinness in "Il Ponte sul fiume Kwai"
Simile, seppure meno equivoca ma comunque complessa, è la figura del colonnello inglese Nicholson (un Alec Guinness vincitore dell’Oscar) ne Il Ponte sul fiume Kwai, colossal di guerra, un po’ artificioso nella messa in scena e nettamente distinguibile da altri film bellici del genere. Il protagonista e le altre due figure che fungono da co-protagonisti, tra cui un accattivante William Holden, si mettono a disposizione di una storia che tratta l'assurdità della guerra in modo implicito, lasciando in disparte tutti gli stereotipi tipici dello war-movie (battaglie, azione, ecc.) e catalizzando l'attenzione sul confronto non più di buoni contro cattivi, ma su ciò che essi realmente rappresentano, come uomini, di fronte al cataclisma scaturito dalla guerra.
 Il rapporto tra carceriere e prigioniero è il nodo cruciale della pellicola. Il dualismo dei due ufficiali, in formazioni contrapposte ed entrambi ligi al dovere, analizza approfonditamente il rigorismo militare e ciò che da esso ne consegue, snodando, senza troppo clamore, tematiche pacifiste tramite l'analisi cruda dei protagonisti. È presente un’analisi attenta dei tre personaggi principali: il giapponese pronto al suicidio in caso di mancato successo, l'inglese ancorato ad un'imbarazzante situazione di superiorità e per questo pronto, nei fatti, a collaborare con il nemico, l'ufficiale americano che considera la guerra una semplice lotta per la sopravvivenza. Il Ponte sul fiume Kwai non ha nulla di patriottico e tratta la guerra in senso lato, ad eccezione delle modalità, forse un po’ arroganti, con il quale è presentato l'esercito nipponico, ma siamo pur sempre negli anni 50 ed il pubblico di riferimento probabilmente si aspettava ancora questo (il Giappone era il nemico nella seconda guerra mondiale insieme alla Germania nazista). Memorabili il motivo della vecchia marcia militare, con il famoso fischio che accompagna le sequenze dei prigionieri britannici nel campo di concentramento giapponese, e le scene che vedono protagonista il ponte, compresa quella in cui viene fatto saltare.
William Holden



Il dottor Zivago prende spunto dall’omonimo romanzo di Boris Pasternak che, all’epoca, aveva appena finito di far piangere milioni di persone nel mondo e, grazie ad una sagace e “furba” sceneggiatura, ci presenta e ci fa digerire quello che rischia, ancora oggi e forse più di ieri, di risolversi in un polpettone carico d'intellettualismo di maniera e troppo lungo, forse a sproposito, con eccessive indulgenze a livello intimistico, tali da poter pregiudicare l’opera complessiva. Il super cast, la stupenda fotografia e l’ottima ambientazione salvano il più possibile il film, che ha la pecca di presentare il travaglio di un'epoca (la rivoluzione d'Ottobre) in una forma da melodramma, dove dominano le figure forti, femminili comprese. Molto bravi gli interpreti Omar Sharif, Julie Christie, Geraldine Chaplin, Alec Guiness, Rod Steiger, Ralph Richardson, Siobhan McKenna e successo personale di Omar Sharif, grazie all’aspetto perfettamente calzante alla figura di Zivago. Ogni volta che lo incrocio, nel periodo natalizio accade pressoché ogni anno da quando ho 12 anni, non posso fare a meno di aspettare le scene di carica sui dimostranti, quelle in cui Zivago abbandona Mosca e quelle in cui viene catturato dai partigiani rossi ed arruolato a forza come medico. Solo alcune fra le varie dove i colori e le magistrali scelte a livello di fotografia riescono ad emozionarmi e stupirmi.

Judy Davis
Passaggio in India, ispirato all'omonimo romanzo dello scrittore inglese E.M. Forster, è un film affascinante, intriso di una calibrata cadenza romantica, raffigurativo quanto basta nel riesumare un mondo dissolto (colonialismo inglese in India) e nell'esprimere due culture diverse, forse, conciliabili. Unica pecca il fatto di apparire statico in alcuni passaggi e la eccessiva lunghezza (2 ore e 36 minuti di durata), dato che condivide con gran parte dei lavori di Lean. Due Oscar e otto nomination, apparato tecnico di prim'ordine e attori pressoché perfetti, anche se l'interpretazione di Alec Guinness del filosofo indiano ha tratti quasi “da macchietta” (in alcuni passaggi mi fa pensare al Peter Sellers di Hollywood Party). È presente una critica del colonialismo imperialistico inglese, rappresentativa la figura e la vicenda del personaggio principale, il dottor Aziz. La sensazione di fine di un'epoca, sia storica che personale, rappresentata dal giovane medico, è tangibile e suggestiva, su tutto il film aleggia il clima magico dell'India misteriosa e sensuale che sovrasta e disorienta il sensibile sentimento femminile inglese delle due protagoniste: la giovane e la vecchia signora che ne sono quasi fisicamente travolte. Da vedere e rivedere la scena in cui una eccezionalmente intensa Judy Davis si imbatte, nei suoi tentativi di conoscere e capire l’India, in antichi bassorilievi erotici ed in un branco di scimmie, che, idealmente, si collega ad uno dei temi principali del film e alla vicenda delle grotte e successiva accusa di Aziz per stupro. Probabilmente il tema dominante del film non è solo la diversità sociale e culturale tra gli inglesi colonizzatori e gli indiani colonizzati, che vivono separati ognuno nel proprio mondo, chiusi in se stessi, ma anche i sentimenti e le reazioni dei singoli di fronte a ciò che non è totalmente conoscibile e comprensibile, di fronte a ciò che è indeterminato, che non è possibile catalogare in maniera definitiva, ovvero l’India ma anche l’Impero Britannico, sia per gli Indiani che per i loro Colonizzatori. Oltre alla già citata Judy Davis e agli altri protagonisti (Oscar per Peggy Ashcroft), mi emozionano ogni volta la robusta ed efficace sceneggiatura, il coinvolgente e a tratti estraniante montaggio e le scelte in merito alle location, i luoghi ripresi, i costumi e la colonna sonora. La scena, veramente degna di essere gustata, del processo sembra voler mettere in risalto, quasi come notazione personale del regista, un aspetto positivo del colonialismo inglese: il fatto cioè che la primitiva India ha comunque avuto in dono il civile sistema legislativo inglese. Il giudice è infatti un indiano che è comunque, sia pure in un'atmosfera ridicola all'interno e all'esterno del tribunale, rispettato come depositario della legge britannica persino dai razzisti inglesi.


Judy Davis, Peggy Ashcroft


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