martedì 6 agosto 2013

Il papa non vi giudica, depravati!


Passato il momento di euforia generale (poco giustificata a mio avviso), provo a presentare alcune personali riflessioni su quanto espresso da papa Francesco, anche conosciuto come Jorge Mario Bergoglio.

L’attuale papa è simpatico a tutti, buon per lui. Essere simpatici non è questione di poco conto, specie quando si è al vertice di un’istituzione che ha obiettivi universali. Ci sa obiettivamente fare, questo è certo, a livello di comunicazione e strategia di gestione della propria immagine e dei temi su cui proporsi.

Vuoi mettere porre al centro della discussione il tema della povertà, piuttosto che, ad esempio, la lotta al relativismo? Quale sagace e capace uomo di potere, che si rivolge a masse sterminate e ad un popolo, religiosamente parlando, tanto globalmente diffuso quanto eterogeneo, si impantanerebbe su una questione così delicata e foriera di implicazioni etico-sociali e filosofico-procedurali, al limite del metafisico?

Infatti il predecessore tanta simpatia non se l’è guadagnata! Orbene, tanto di cappello a chi ha saputo intercettare gli umori del momento e fare proprie, istanze e pulsioni così pressanti e sentite, anche da non cattolici. Certo, nel frattempo la Chiesa continua a essere un’organizzazione ricchissima e ben poco trasparente, con tanti elementi opachi, che mostra quotidiane reticenze ed evita una infinità di questioni effettivamente (per lei) difficilmente affrontabili, che gestisce denari a profusione senza essere tenuta a darne conto in qualche modo.

Mi si consiglia di essere più paziente e meno prevenuto, in fondo se Roma non si è costruita in un giorno, figuriamoci il Vaticano. E poi, anche se si è a capo del consiglio d’amministrazione (o è più calzante la figura dell’amministratore delegato?), non è che in pochi mesi si possano fare rivoluzioni. Ma comunque papa Francesco, con la sua voce “argentina” ed il bagaglio a mano raccoglie consensi e sostegno.
noto chi c'è fra i "visto da loro"... uno che ha cantato anche per Berlusconi, anche se non credo lo abbia visto

Un papa molto popolare non è un male, intendiamoci, tantomeno una novità; ce n’è stato uno per quasi 30 anni, e ci siamo resi conto che lo status di superstar internazionale non rende necessariamente più progressisti, anzi. 

Giovanni “santo subito” Paolo II ha animato tante adunate e concerti, intrattenuto ed unito centinaia di milioni di fedeli e non fedeli (che fastidio i “papa boys”!), incontrato anche rockstar, leader politici di quello che era “l’impero del male”, parlato con le genti ed i popoli, ma su contraccezione, divorzio o argomenti simili si è mostrato tanto monolitico e sordo alle istanze della gente comune (molti cattolici) che credo di non sbagliare a definirlo quantomeno “reazionario” (tralasciando la beatificazione/santificazione o anche solo il sostegno di personaggi biechi e schifosi). 

Avverto come nel mondo cattolico e fra i laici, persino tra i “maîtres à penser” nostrani, ci sia la speranza di un papa intraprendente, attivo, magari rivoluzionario, e cresce la voglia di rivoluzione in generale. Mi fa anche piacere che, in questi tempi cupi, molti laici diano credito a un nuovo pontefice, poiché sarei contento di un incontro, una “onesta convergenza” e collaborazione fra mondo laico e istituzione Chiesa. 

Che pure tra gli omosessuali ci siano apprezzamenti e segni di stima è comprensibile, ci sono molti cattolici fra loro (pur tralasciando chi indossa vesti talari), e non è che si debba essere tutti laici intransigenti. 

Ma poi cosa ha voluto dire con “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”.

In fondo, a mio parere, ha compiuto un esercizio retorico, “di stile”, su un concetto. Un esempio di furba comunicazione!
È riuscito a far passare una, comunque, condanna dell’omosessualità, per un sostegno ai gay! D’altra parte è un vescovo, un prete, uno che si è ricordato di essere un professionista della comunicazione. 

La domanda retorica “chi sono io per giudicare” meriterebbe una chiara risposta: sei il papa, il vicario di Cristo, “ciò che leghi resterà legato, ciò che sciogli resterà sciolto” (vangelo di Matteo, “da qualche parte verso la fine”), sei a capo del Vaticano, un’istituzione che ha come simbolo le chiavi del paradiso, per cui sta a te, nuovo Pietro, all’organizzazione che presiedi, indicare, su questa “valle di lacrime”, chi ci va e chi no in paradiso, e di conseguenza chi va all’inferno e chi no. 

E poiché un tuo predecessore ha fatto scrivere sul Catechismo che le relazioni omosessuali sono “gravi depravazioni” (2357), “la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati», sono contrari alla legge naturale, precludono all’atto sessuale il dono della vita, non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale, in nessun caso possono essere approvati”, chi deve giudicarli, se non tu papa Francesco, chi altri se non il vescovo di Roma Jorge Mario Bergoglio?

Mi viene fatto notare che, tecnicamente, il giudizio spetta ad un’autorità più alta, purtroppo non tangibile e al momento “assente” su questo piano di realtà, però il papa ne fa le veci ed è portavoce di una dottrina. 

La Chiesa, di fatto il papa, prevede che i gay cattolici, ovunque nel mondo, si dichiarino casti (Catechismo 2359: “Le persone omosessuali sono chiamate alla castità”). È così anche adesso, non è cambiato niente. Per cui papa Francesco dice di non giudicarli, ma per essere in linea con la Chiesa ed il suo Catechismo e la sua dottrina, i gay non devono esprimere la propria sessualità, non possono esercitarla (cosa ne pensa degli omosessuali che indossano paramenti sacri è ancora questione posticipata, ma ok, c’è tempo!). Mi sembra una limitazione molto, troppo, grande. Un individuo, per vivere completamente, necessita di esprimere sé stesso anche attraverso la sessualità, nei modi e tempi a lui più graditi e nel rispetto degli altri e perciò di sé. Non aggiungerei altro, se non che, per quanto Francesco sia un po’ simpatico anche a me, non mi lascerei andare così tanto da perdere quel tanto di senso critico e di sano relativismo che fin qui mi ha aiutato.


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