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lunedì 8 luglio 2024

Citazioni Cinematografiche n.571

 

E si chiedono perché noi nei nostri vent'anni ci rifiutiamo di lavorare ottanta ore a settimana in modo che così possiamo permetterci di comprare le loro BMW. Perché non siamo interessati alla contro-cultura che hanno inventato, come se non li avessimo visti barattare la loro rivoluzione per un paio di scarpe da corsa. Ma rimane la domanda, cosa faremo ora? Come possiamo riparare tutti i danni che abbiamo ereditato? La risposta è semplice... non lo so.

(Lelaina Pierce/Winona Ryder in “Giovani, carini e disoccupati”, di Ben Stiller - 1994)





lunedì 9 ottobre 2023

Citazioni Cinematografiche n.532

 

Noi vogliamo il pane, ma vogliamo anche le rose. Vogliamo tutte le cose belle, tutte le cose belle della vita.

(Sam/Adrien Brody in “Bread and Roses”, di Ken Loach - 2000)





lunedì 1 maggio 2023

Citazioni Cinematografiche n.509

 

Mimì: Sei compagna?
Fiore: Uh, bella! Certo! Però, insomma c'ho le mie idee. Prima ero Trotskista.
Mimì: Tro?
Fiore: Trotskista, sinistra della sinistra.
Mimì: Ah, ma non esiste la sinistra della sinistra. L'unica vera sinistra sono gli otto milioni di lavoratori del PCI!
Fiore: Salute! Uè, lo dici come se avessi il raffreddore. Scusame ma hai fatto un PCI che sembrava uno starnuto. Vabbe' comunque adesso non sono più niente. Sul momento non c'ho nessun partito. Sono in aspettativa. Cioè voglio dire: aspetto che succede qualcosa.

(Mimì/Giancarlo Giannini e Fiore/Mariangela Melato in “Mimì metallurgico ferito nell'onore”, di Lina Wertmüller - 1972)




domenica 1 maggio 2022

1° Maggio, per il lavoro e la giustizia sociale

 



I colori dei mestieri, di Gianni Rodari

Io so i colori dei mestieri:

sono bianchi i panettieri,

s’alzano prima degli uccelli

e han farina nei capelli;

sono neri gli spazzacamini,

di sette colori son gli imbianchini;

gli operai dell’officina

hanno una bella tuta azzurrina,

hanno le mani sporche di grasso:

i fannulloni vanno a spasso,

non si sporcano un dito

ma il loro mestiere non è pulito.





martedì 1 maggio 2018

1° Maggio - Per il Lavoro, per i Lavoratori


Per il lavoro, non per le mance; Per uno stipendio dignitoso, non per parole vuote; Per la dignità ed il rispetto, contro lo sfruttamento.

Per il lavoratori, per chi non ha un lavoro, per chi lo cerca, per chi non vuole perderlo, per chi ha diritto ad una regolare ed equa retribuzione.

Contro ogni forma di sfruttamento e contro le varie forme di fascismo; Per l'equità e la giustizia sociale!


sabato 22 luglio 2017

Del lavoro e della sua ricerca


Uno potrebbe anche stancarsi di andare in giro per uffici e sale riunioni a sostenere colloqui di lavoro. No, non intendo dire stancarsi di cercare lavoro. Purtroppo lavorare serve e quando manca il lavoro, soprattutto manca uno stipendio o quantomeno un’entrata fissa (anche modesta), ebbene bisogna comunque darsi da fare e cercare.
 Paolo Panelli“Il conte Tacchia” (Sergio Corbucci, 1982).
Intendo proprio non poterne più di incontrare selezionatori, responsabili del personale, direttori delle risorse umane, impiegati che hanno il compito di effettuare colloqui con aspiranti lavoratori, anche se magari qualche competenza per svolgere tale incarico non la possiedono nemmeno se regalatagli a natale o trovata in un sacchetto di patatine (ma poi ci sono ancora regali in quei sacchetti?).


“Qual è la sua più grande qualità?”, “qual è il suo peggior difetto?”, “in cosa ritiene di essere competente”, “cosa, secondo lei, deve ancora imparare?”, e così via. Sono queste alcune delle domande che un candidato si sente molto spesso rivolgere, almeno nel primo colloquio, ma a volte anche nel secondo o terzo. Il tizio che, armato di buona volontà e sincera fiducia nelle proprie risorse, prova a rispondere, ritiene che sia doveroso passare attraverso tale fase per procedere verso l’auspicata assunzione. Così tutte le volte che gli viene fissato un incontro conoscitivo o di selezione.
Ho studiato psicologia del lavoro, ho sostenuto esami sulle metodologie e tecniche di intervista, somministrazione questionari, compilazione test e via dicendo, perciò non mi definirei un completo profano della materia. Quindi, almeno agli inizi della mia travagliata “carriera” lavorativa, avevo una certa idea di cosa aspettarmi e di come comportarmi durante un colloquio di lavoro.
No, no, non mi riferisco a quegli slogan idioti e a quelle formule da imbonitore di piazza che campeggiano su manuali fai da te, ma anche su testi di “autorevoli” guru della comunicazione e di maestri nel miglioramento delle performance manageriali. Lungi da me il voler screditare intere categorie professionali, poiché persone serie e competenti, persino oneste e corrette, esistono anche tra gli psicologi, tra i selezionatori professionali e i responsabili di risorse umane (nelle aziende dove è previsto il loro reale contributo e non dove esiste solo un nome o una targhetta da affiggere su una porta a rotazione).
Con il passare degli anni però, oltre a lavorare abbastanza anche con qualche soddisfazione, mi sono accorto di quanto spesso in verità a condurre tali momenti di conoscenza e selezione dei candidati, si trovino personaggi delle più svariate nature e forme, alcuni magari anche simpatici ma a volte, come dire, dei consapevoli idioti e consenzienti meri filtri (pazienza) o addirittura degli arroganti e indisponenti tizi che “si sono fatti da sé” e che fanno della propria esperienza l’unico metro e valore per poter condurre delle selezioni, siano esse individuali o di gruppo (qui si entra in diretto contatto con l’orrore!).



C’è ovviamente la concreta possibilità che abbia semplicemente avuto molta sfortuna, o che sia io ad essere un idiota oppure un arrogante, ma, per il buon prosieguo di questo scritto (e la parziale salvezza di quel poco di autostima rimastami), diamo per buona la prima eventualità. Ebbene non vado oltre su questo tema e mi limito ad esporre mie esperienze, senza per l’appunto fare “di tutta l’erba un fascio” (che di fasci purtroppo ce ne sono in giro fin troppi ancora!). Le Agenzie per il lavoro, nate di fatto “grazie” al pacchetto Treu, dovrebbero svolgere tutti i compiti per loro previsti anche nell’interesse del lavoratore, diciamo dell’aspirante tale, ma poi sono orientate verso quelli che sono i loro veri clienti, ovvero le aziende che gli commissionano il lavoro. Le conseguenze non sono così difficili da immaginare!
I Centri per l’Impiego rischiano di essere autoreferenziali o quantomeno di non riuscire ad offrire un concreto servizio ai cittadini, con la conseguenza di alimentare in questi frustrazione e sfiducia nell’Amministrazione.

Fabrizio Bentivoglio e Silvio Orlando, “La scuola” (Daniele Luchetti, 1995).

Passo ora al vero obiettivo di queste righe. Ovvero sostenere come in questi anni, “di crisi” ci dicono, a pochi datori di lavoro, a poche aziende, nei fatti, interessa veramente svolgere un’accurata e seria selezione del personale, affidarsi a personale esperto e preparato nella procedura di ricerca e individuazione di candidati idonei a svolgere determinate mansioni. Forse le più serie sì, mi si avverte, me lo auguro, ma poi nel mio quotidiano io ho a che fare con aziende e datori di lavoro presenti sul territorio in cui vivo e lavoro, perciò su questo baso le mie riflessioni. Ora, con la scusa della “crisi”, c’è parecchia gente che cerca lavoro, perché lo ha perso, non l’ha ancora trovato, è stata costretta a cambiarlo, ad abbassare le proprie aspettative e così via, perciò i selezionatori, o presunti tali, si trovano fin troppi candidati di fronte. La conseguenza, nefasta, è che anche se non individuano soggetti idonei oggi, sicuramente, ritengono, lo potranno fare domani e la loro soglia di attenzione e di cura tende ad abbassarsi. Ancora peggiore è lo scenario in cui a condurre il colloquio di lavoro è il titolare stesso che, a torto o a ragione, ritiene di poter svolgere perfettamente tale compito, perché in fondo l’azienda è sua, sa bene lui cosa cerca o (attenzione!) cosa “gli serve”, è convinto di aver sufficiente esperienza per capire chi ha di fronte e via con le frasi ad effetto.

Il mantra “con questa  crisi” è buono per tutto: per far accettare stipendi bassi, contratti vergognosi, rinuncia a diritti, ridimensionamento delle aspettative, arretramenti dell’inquadramento e altre amenità del genere. Peccato che la crisi, però, in certi settori e per certe aziende, riguardi solo i dipendenti di più basso livello. I cosiddetti “quadri”, i dirigenti ed gli imprenditori datori di lavoro (ed elargitori di infimi stipendi) continuano, per esempio, ad acquistare auto di lusso, andare in vacanza in luoghi alla moda, scaricare spese sul conto della società, mantenere stili di vita “di un certo livello” e magari anche più di una ex-moglie.

La crisi per loro è un alleato! Orbene il livore ed il risentimento personale è più che evidente in queste righe e non ho certo intenzione di nasconderlo. Questo offusca e pregiudica la lucidità di cui ci sarebbe bisogno, ma non sto certo esponendo una tesi, perciò continuo su questo solco.

 Enzo Provenzano e Pietro Sermonti, “Smetto quando voglio” (Sydney Sibilia, 2014).

Può capitare di avere a che fare con personaggi che, in tempi propizi, hanno fondato una società, con lo statuto giuridico a loro più vantaggioso e secondo le possibilità che la legislazione ha loro regalato, che gli ha permesso di arricchirsi e crearsi una situazione di oggettivo privilegio. Il concetto dell’uomo di successo, artefice del proprio destino, è suggestivo ma anche foriero di sventure per chi se ne lascia abbagliare, ma soprattutto entra in crisi quando si scopre lo sporco sotto la superficie di splendore e fantastica riuscita di un “genio imprenditoriale”. Può capitare di avere a che fare con l’arroganza e la presunzione di chi, in modo furbo ed al limite della legalità, si è fatto un sacco di soldi cavalcando una qualche onda favorevole e poi rimanga convinto di essere un imprenditore capace e sagace, quando i fatti dimostrerebbero esclusivamente una grande fortuna arrivatagli grazie a competenza, capacità, merito ascrivibili ad altri, suoi collaboratori (quando va bene), suoi protettori (va un po’ peggio) o suoi corrotti e corruttibili sodali (come va male!).

Questi loschi personaggi, inoltre, nella loro protervia e disgustosa alta concezione di sé, non si vergognano di far ricadere le conseguenze di una qualche crisi sui loro dipendenti, su chi, magari seriamente, lavora per loro ed ha contribuito ad arricchirli e li mantiene nei loro agi. Sono capaci di dichiarare che i “tempi sono duri”, “bisogna stringere i denti” ed altre frasi di rito. Sono disposti a chiedere sacrifici e aiuti economici a chi vive di stipendi a tre cifre. Non temono di dichiarare di non avere denaro a portata di mano, la famosa “liquidità” delle imprese, riuscendo anche a farsi finanziare da qualche gruppo bancario, a sua volta salvato da interventi da parte di terzi (e non solo da parte dello Stato!). I dipendenti, i salariati, devono rinunciare a parte di stipendio, a intere mensilità per il bene dell’azienda, ma i titolari, i capaci imprenditori si guardano bene dal privarsi anche del minimo benefit, tenendosi stretti i propri privilegi e gli “stipendi” a cinque cifre.

Per cui: “qual è il suo maggior pregio?”, “la capacità di resistere alla tentazione di spaccarle la bocca!”; “qual è il suo peggior difetto?”, “essere disoccupato!”; “qual è la sua più grande aspirazione?”, “essere pagato per sparare cazzate come fa lei!”.

Oppure, tentando di non essere cacciato e magari ritrovarsi con un lavoro:
-         Il mio maggior pregio è riuscire ad essere cordiale anche con le teste di cazzo, come può notare in questo momento.
-         In merito ai difetti preferisco concentrarmi sulle mie qualità e sulle cose che so fare, per cui ritengo di non averne di così gravi da dovermi ridurre a fare il selezionatore di personale.
-         La mia più grande aspirazione è divenire immortale, e poi… morire. Le piace il Cinema di Truffaut? No? Mi dispiace, anzi no, meglio così, preferisco non avere nulla in comune con lei!

Riflettendoci, forse neanche così va bene. Pazienza!


“Santa Maradona” (Marco Ponti, 2001)
 

lunedì 17 luglio 2017

Citazioni Cinematografiche n.208

Tess: Sai, potresti anche non piacermi!  
Jack: Chi, io? Nah...
(Tess McGill/Melanie Griffith e Jack Trainer/Harrison Ford in "Una Donna in Carriera" di Mike Nichols - 1988) 



Il film è stato vincitore di un Oscar per la migliore canzone, "Let The River Run" cantata da Carly Simon.

 

lunedì 1 maggio 2017

1° MAGGIO 2017 - Il Lavoro al Cinema


Chicago, 11 novembre 1887. Quattro operai, quattro organizzatori sindacali e quattro anarchici vengono impiccati. Colpevoli di Primo Maggio. Giustiziati perché l'anno precedente, il primo giorno di maggio del 1886, avevano organizzato uno sciopero e una manifestazione, per chiedere che l'orario quotidiano del loro lavoro venisse limitato a otto ore.
La festa dei lavoratori ricorda in tutto il mondo il loro sacrificio, le tante altre stragi del lavoro che sono avvenute da allora e le lotte che hanno consentito al movimento internazionale dei lavoratori di conquistare diritti e libertà rimessi costantemente in discussione e mai scontati.

Questo lunedì 1° maggio 2017 la serie “Citazioni Cinematografiche” si concede una pausa, per lasciare spazio ad una riflessione interna al mondo del cinema.

Quello del lavoro, delle sue caratteristiche, dei suoi problemi ed evoluzioni è un mondo complesso, che il cinema ha saputo e continua a raccontare attraverso lo sguardo di registi che hanno dedicato il loro, di lavoro, a illuminarne i volti, gli aspetti belli e quelli drammatici, i lati gloriosi e quelli bui.

Di seguito 10 pellicole scelte per festeggiare il Primo Maggio:

Tempi Moderni (Charlie Chaplin - 1936)
Chaplin denuncia l’alienazione del lavoro in fabbrica nella sua ultima apparizione nelle vesti del Vagabondo: Charlot che avvita bulloni in accelerazione convulsa, Charlot a cavalcioni di giganteschi ingranaggi, alienato, disoccupato, sfruttato, anche innamorato e infine sulla strada verso un futuro incerto, ma non più solitario.

Tutta la vita davanti (Paolo Virzì - 2008)
Una commedia che suscita un sorriso amaro e un po’ fa arrabbiare: uno sguardo sul mondo del precariato, in particolare su quello dei call center.













Risorse umane (Laurent Cantet - 1999)
Il film intende far riflettere sulla pratica dei licenziamenti per razionalizzare la forza lavoro interne alle fabbriche. Un operaio francese riesce a fare frequentare, con profitto, l’università al proprio figlio. Il ragazzo viene mandato come stagista nella fabbrica dove lavora il padre.

Sciopero (Sergej Michajlovič Ėjzenštejn - 1925)
Provate ad organizzare uno sciopero “vero” di questi tempi, se ne vedrebbero e sentirebbero delle belle, o meglio delle brutte! Non poteva mancare quest’opera, che, nonostante la smaccata propaganda, presenta una magistrale tecnica espressiva ed eccezionali doti registiche. Nel 1912, anno di ambientazione del film, la Russia è ancora governata dallo zar. Un lavoratore viene ingiustamente accusato di aver rubato. Amareggiato si suicida, impiccandosi in fabbrica. Gli operai scioperano per protestare contro l’ingiustizia. Vanno avanti per giorni e quando arriva la polizia a cavallo ha inizio un massacro. Gli Yo-Yo Mundi anni fa musicarono l’opera.

La classe operaia va in paradiso (Elio Petri 1971)
Vincitore del Grand Prix per il miglior film al Festival di Cannes 1972, il film racconta la classe operaia, i ritmi lavorativi, il rapporto alienato degli operai con la macchina e i tempi di produzione e fa riflettere sul periodo degli anni 70 in Italia, con il movimento studentesco, ritratto troppo distante e “astratto” dai reali problemi degli operai, e i sindacati, considerati collusi con i padroni con cui concertano e decidono della vita degli operai stessi. Non manca una considerazione più “privata”, con l'alienazione dell'uomo-macchina che continua anche nella vita di tutti giorni, contaminando i rapporti personali.

We want sex (Nigel Cole - 2010)
Ispirato a fatti realmente accaduti, il film racconta lo sciopero del 1968 di 187 operaie alle macchine da cucire della Ford di Dagenham. Costrette a lavorare in condizioni precarie per molte ore e a discapito delle loro vite familiari, le donne, guidate da Rita O’Grady, protestarono contro la discriminazione sessuale e per la parità di retribuzione.

Smetto quando voglio (Sydney Sibilia - 2014)

Da pochi mesi uscito nelle sale il seguito, il film è una commedia dolce-amara, che grazie ad un’ottima sceneggiatura e ad un buon ritmo che non cede neanche un istante, racconta la mancanza di lavoro, la cecità di una classe di amministratori, il precariato, il vuoto d’identità di molti giovani italiani generato dal vuoto di impiego e dalla mancanza di prospettive.

 

 

 

Bread and Roses (Ken Loach 2000)

Il regista britannico Ken Loach ha posto tra i temi centrali dell’intera sua opera cinematografica diversi temi sociali, tra i quali non poteva mancare il Lavoro. “Bread and Roses” forse non è il  migliore da proporre, ma con tutta probabilità il più “godibile” anche per chi non fosse particolarmente avvezzo alla sua produzione. 

 

Il titolo è di per sé già un manifesto: si tratta dello slogan che contrassegnò la lotta degli operai tessili nel 1912. Essi reclamavano per sé non solo il pane quotidiano ma anche il diritto a poter godere della bellezza senza che quest’ultimo venisse annullato da una vita in cui contasse solo il lavoro.

 

 

 

 

 

 

 

 

Giorni e Nuvole (Silvio Soldini - 2007)

Una riflessione sull’incertezza del lavoro, l’ansia del futuro e le conseguenze sull’armonia e stabilità familiare. Lo sguardo acuto ed originale del regista permette allo spettatore di gustare un’opera ricca di connotazioni estetiche ed eleganze formali e di contenuto percependo allo stesso tempo la drammaticità di questioni vere ed esistenziali. Il precariato come perno di un sistema socio-economico, forza di un metodo di condurre le vite altrui da parte di chi si trova in una condizione di vantaggio senza possedere virtù o morale. Eccezionale anche la resa delle conseguenze di ciò sulla vita di coppia e sul rapporto con gli altri.

 

 

 

Full Monty (Peter Cattaneo - 1997)

Un film in grado di far ridere sulla disoccupazione. Ma non solo, ci sono anche l’umiliazione dell’ozio obbligato, la perdita del lavoro che si trasforma in perdita di identità e autostima e la presa di coscienza del proprio corpo. Il tutto è raccontato con intelligenza, leggerezza, rispetto e affetto.
 




venerdì 1 maggio 2015

1° Maggio - Lavoro e Giustizia Sociale



Per il lavoro, per i diritti, per la dignità!

Per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale!





martedì 28 ottobre 2014

Il posto fisso non esiste più


Renzi: “Il posto fisso non esiste più”.

Non mi sembra un cambiamento di cui essere lieti, gentile Presidente del Consiglio, oppure la sua era solo un’ovvietà da esibire, una “dichiarazione ad effetto” per alimentare un qualcosa che comincia ad assumere gli inquietanti segni di un culto della personalità, di cui credo non si abbia poi tanto bisogno?

Se il posto fisso è scomparso, non ritengo sia responsabilità delle lavoratrici e dei lavoratori che scioccamente vorrebbero lavorare e vivere dignitosamente, bensì credo sia perché non esistono più aziende, grandi, medie e piccole, che creino un prodotto capace di durare e rinnovarsi nel tempo, fare ricerca ed innovazione, offrire quel famoso “made in Italy” in grado di farsi apprezzare e richiedere nel mondo. Credo sia perché le grandi fabbriche sono “gestite” da multinazionali che non hanno il minimo interesse a creare una struttura sociale intorno alla fabbrica stessa, poiché fanno presto ad abbandonare capannoni e magazzini e trasferirsi in un altro continente. Vede, qualche decennio fa, nel nostro Paese, le grandi industrie offrivano ai lavoratori, oltre al lavoro, anche un beneficio nel dopolavoro. Costruivano o copartecipavano alla costruzione di asili, case, scuole, colonie estive (pensi che nella città in cui vivo ne esiste una ancora attiva, anche se magari non è l’esempio migliore). Non era necessario essere illuminati e lungimiranti come Adriano Olivetti, vede, persino la Fiat faceva, in un certo modo, la sua parte. Nella sua regione la Solvay, almeno fino agli anni 60, è un altro esempio che potrei farle. In buona sostanza, alcune grandi aziende, attraverso il loro operato, riflettendo non solo su fatturato, entrate-uscite annuali ed altre importanti questioni, si ponevano nella condizione di offrire opportunità anche a chi non ne poteva avere e allo stesso tempo creavano anche nuovi posti di lavoro indotto. Riesce ad immaginare oggi Vodafone, Telecom, Sky o McDonald’s mettere in atto comportamenti analoghi? Chi ci lavora ha contratti precari nella maggior parte dei casi, ma anche se avesse contratti a tempo indeterminato, pensa riuscirebbe a continuare a lavorare per più di pochi anni a certe condizioni e senza tutele? Perché è difficile riuscire a lavorare per una vita in un call center o in un fast food, oppure fare la commessa da Oviesse o Pittarello a 800 € al mese, perché è complicato fare l’assistente in un centro per anziani a €7.50 lordi all’ora, assunti da cooperative esterne, che per vincere l’appalto fanno a gara fra loro a chi fa risparmiare di più al committente, magari pubblico, senza curarsi di qualità del lavoro e delle condizioni di chi ci è impiegato. Perché gli istituti di credito, quando non falliscono in quanto gestiti da ladri e farabutti, ti finanziano un’attività praticamente solo se i soldi li hai già e quindi non ti servono prestiti, perché i gestori di fondi d’investimento spostano soldi che non esistono realmente finché non entrano nelle loro tasche. Perché il bilancio delle aziende si fa con le fluttuazioni delle azioni e non con il fatturato, spesso falsando i bilanci.

Il posto fisso non esiste più, ce ne siamo accorti da tempo. Se ne sono accorti anche i sindacati, anche se spesso dimostrano il contrario. Non esiste più neanche per i pochi che hanno un contratto a tempo indeterminato, considerando che loschi individui travestiti da imprenditori di fatto riescono a fare quello che gli pare, a volte anche con il tacito assenso di rappresentanti delle Istituzioni. Forse il posto fisso non esiste più perché qualcuno ha pensato di rendere tutti uguali togliendo i diritti a chi ne aveva anziché darne a chi non ne aveva.

Fra quei qualcuno dimostra, con le sue dichiarazioni, gli slogan anglosassoni, i selfies ed i gelati in maniche di camicia, di esserci anche lei. Lei e i suoi predecessori che avete corrotto il sistema facendo credere che il sistema fosse corrotto perché avevamo troppi diritti.

Il posto fisso non esisterà più, insieme alla dignità del lavoro.




giovedì 1 maggio 2014

1° Maggio - Festa dei Lavoratori, Festa del Lavoro


Dignità e Lavoro, Rispetto e Giustizia Sociale.
Questo chiediamo, questo cerchiamo. Per il futuro nostro e dei nostri figli.

Andiamo oltre il giorno di festa e l'ormai logoro concerto a Roma.
Riaffermiamo il nostro diritto a lavorare ed essere adeguatamente pagati. Non contro qualcuno o qualcosa, anche se i nemici dei lavoratori sono tanti e ben riconoscibili, ma per noi, i nostri figli, le nostre vite di uomini e donne che hanno il dovere, il diritto di ricercare la propria realizzazione e la propria felicità, anche attraverso il lavoro, il nostro quotidiano impegno, fisico e mentale, con il corretto utilizzo delle nostre intelligenze e delle nostre forze.
Chiediamo la semplificazione delle attuali formule contrattuali, più di 40, che mortificano la dignità e il valore di chi desidera e vuole lavorare.
Sono state create per facilitare l'ingresso nel mondo del lavoro, ma vengono utilizzate per facilitare sfruttamento e licenziamenti!
 
Ci ascoltino i politici, si sveglino i sindacati!
Smascheriamo l'ingiustizia e l'arroganza di chi si definisce imprenditore e datore di lavoro, mentre le uniche cose che elargisce sono miseri stipendi, inadeguati per vivere dignitosamente, e bugie a ripetizione per i lavoratori.
I sindacati si accorgano di come è cambiato il mondo del lavoro. Una giungla in cui non ci sono diritti ma solo il dovere di stare zitti e ingoiare qualsiasi contratto, qualsiasi trattamento, anche il più mortificante.
Gli amministratori pubblici siano seri e pronti ad opporsi a speculazioni e frodi. Siano difensori veri dei lavoratori e dei cittadini, denunciando i furfanti e farabutti che si inseriscono nel territorio, con l'unico scopo di arricchirsi sulla fatica di chi lavora onestamente e si vede ripagato con contratti che tutto prevedono, tranne il rispetto ed il diritto di essere pagati dignitosamente.
Imprese, Aziende, Cooperative che ti fanno aprire partita IVA e poi ti fanno lavorare 40 ore alla settimana, nello stesso luogo e con orario fisso!
Imprese, Aziende, Cooperative che assumono solo con contratti a progetto, li rinnovano periodicamente e dopo i 29 anni di età ti scaricano.

Imprese, Aziende, Cooperative che non ti riconoscono malattia o infortunio e licenziano o ti fanno dimettere quando non sei più "conveniente".

Chiediamo un serio Piano per l'Occupazione, in Italia, nelle nostre Regioni, contro l'arroganza e la protervia di mafiosi, ladri, farabutti, faccendieri e loschi individui che avvelenano le nostre vite.

Festa per il Lavoro, per i Lavoratori, per i Diritti e la Giustizia Sociale!


giovedì 3 aprile 2014

Per il momento non piango



Un amico, all'interno di un post su Facebook, si rallegra per l’assistenza sanitaria ed esprime commozione nel vedere piangere una cittadina americana, probabilmente statunitense, che ora potrà goderne anche nel suo Paese, grazie alla riforma voluta dal presidente Obama.

Io vedo, nel nostro Paese (anche nella Provincia in cui vivo!), uomini piangere perché dopo anni di precariato perdono definitivamente il lavoro e non riescono a trovarne un altro poiché “ormai troppo vecchi”;
vedo donne dover rinunciare a crearsi una famiglia e fare figli perché in caso contrario nessuno le assumerebbe;
vedo ragazzi e ragazze piangere perché, costretti ad aprire partita IVA per poi lavorare 40 ore alla settimana per la stessa azienda per anni, si vedono negare qualsiasi rinnovo poiché il datore di lavoro decide di assumere solo persone sotto i 29 anni facendogli un contratto di apprendistato;
vedo uomini e donne piangere perché pur avendo studiato ed essendosi formati non vengono assunti dal momento che alle aziende conviene assumere persone “da formare” e quindi da manipolare a piacimento;
vedo ragazzi e ragazze che non vengono assunti “perché non sufficientemente formati”;
vedo uomini e donne che non piangono ma che si sentono morire dentro perché inoccupati, sottoccupati, disoccupati e perciò non in grado di provvedere alle necessità dei figli;
vedo ragazzi e ragazze che non piangono ma non riescono a vedere un futuro per sé, perché politiche economiche e sociali miopi e scellerate non prevedono un futuro per loro;
vedo uomini che non possono andare in malattia perché il loro contratto non lo prevede;
vedo donne che vengono assunte con contratti che tutto prevedono fuorché il diritto di essere adeguatamente e regolarmente retribuite;
vedo bambini e anziani che a causa di scelte in tema di servizi, salute e sanità, non possono essere assistiti e curati in modo serio e professionale;
vedo bravi professionisti della cura, dell’assistenza e dell’educazione che perdono il lavoro perché i Servizi Sociali Territoriali tagliano in modo criminale i fondi destinati al “sociale”;
vedo sedicenti imprenditori che fanno arrivare pullman di lavoratori dall’Est Europa per sottopagarli e sfruttarli;
vedo aumentare il divario fra chi ha e chi non ha;
vedo diminuire i diritti e le garanzie per chi vuole studiare, formarsi, lavorare e vivere nelle nostre città;
vedo uomini, donne, ragazzi, ragazze, bambini, anziani che cercano di mantenere la propria dignità nonostante le Amministrazioni Locali siano miopi, arroganti, autoreferenziali e palesemente incapaci di gestire una realtà che fatalmente è più complessa di quella vista da uffici e sedi di partito;
vedo uomini, donne, ragazzi e ragazze che non possono godere serenamente ed in modo completo della sanità pubblica, per tipologia di contratto, stato di disoccupazione, reddito complessivo lordo e norme e regolamenti in tema di diritto del lavoro;
vedo categorie professionali iperprotette e garantite mentre altre sottovalutate e considerate “accessorie” o “non centrali”;
vedo dirigenti dei servizi egoisti e ignoranti che pensano solo ai propri benefit, dimenticando la cittadinanza;
vedo politici che disconoscono le proprie promesse ed il proprio elettorato;
vedo amministratori locali incapaci di interpretare la realtà sociale;
vedo questo e molto altro;
in tema di lavoro e di occupazione si è colpevolmente fatto un grande balzo indietro, sotto il profilo dei diritti e delle possibilità, scenari simili cominciano a profilarsi per la Sanità.
Per il momento non piango, ma comincio a sentirmi male!