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sabato 16 agosto 2025

Vita dell'uomo

 



La vita dell'uomo d'oggi non è favorevole all'approfondimento. Essa rinunzia alla calma e alla contemplazione, è vita di inquietudine e di fretta, un gareggiare senza scopo e senza significato. Chi resta solo un attimo fermo, è già superato nell'attimo seguente. E con le urgenze della vita esteriore, si rincorrono anche impressioni, esperienze, sensazioni. Siamo sempre dietro alla novità, ci domina quanto è ultimamente accaduto, ed è dimenticato quel che lo precedeva, prima che si avesse il tempo di distinguerlo, non diciamo di comprenderlo. Viviamo da sensazione a sensazione. E si infiacchisce il nostro acume, si ottunde il nostro sentimento del valore, nella caccia al sensazionale.”

(Nicolai Hartmann, da Etica, trad. V. Filippone Thaulero)




mercoledì 25 settembre 2024

Carcere, castigo, dolore

 

La ronda dei carcerati (1890), Vincent Van Gogh - museo Puskin di Mosca


La critica spesso rivolta, nella prima metà del secolo XIX, al sistema carcerario (la prigione non è sufficientemente punitiva: i detenuti hanno meno freddo, meno fame, minori privazioni, nel complesso, di molti poveri e persino di molti operai) indica un postulato che non è mai stato chiaramente abbandonato: è giusto che un condannato soffra fisicamente più degli altri uomini. La pena ha difficoltà a dissociarsi da un supplemento di dolore fisico. Cosa sarebbe, un castigo incorporeo?”

(Michel Foucault, “Sorvegliare e Punire” - Einaudi)






lunedì 30 gennaio 2023

Citazioni Cinematografiche n.496


Rosencrantz: Tu credi che la morte possa essere una nave?

Guildenstern: No, no, no... la morte no: la morte non è. Cerca di capirmi, la morte è la negazione totale, il non essere. Non si può non essere su una nave.

Rosencrantz: A me è capitato spesso di non essere su una nave.

Guildenstern: No, è diverso, tu eri, ma non su una nave.

(Rosencrantz/Gary Oldman e Guildenstern/Tim Roth in “Rosencrantz e Guildenstern sono morti”, di Tom Stoppard - 1990)





venerdì 14 ottobre 2022

Incipit 94/100


Uno spettro si aggira per l'Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi.”

(Il Manifesto del Partito Comunista, di Karl Marx e Friedrich Engels – trad. Lucio Caracciolo)





mercoledì 28 settembre 2022

È un problema?



"Ricordo che nel 1976 il linguista Tullio De Mauro, di recente scomparso, aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale: il risultato fu circa 1600. Ripetuto il sondaggio vent'anni dopo, il risultato fu che i ginnasiali del 1996 conoscevano dalle 600 alle 700 parole. Oggi io penso che se la cavino con 300 parole, se non di meno. È un problema? Sì, è un grosso problema perché, come ben ha evidenzialo Heidegger, noi riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri ai quali non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono le condizioni per poter pensare."

(da "La parola ai giovani: dialogo con la generazione del nichilismo attivo", di Umberto Galimberti)





domenica 13 marzo 2022

Se questo non accade

 


Cos'è dunque la malinconia? È l'isterismo dello spirito. Giunge un momento nella vita dell'uomo in cui l'immediatezza diviene quasi matura e in cui lo spirito esige una forma superiore nella quale afferrare se stesso come spirito. Come spirito immediato l'uomo è una cosa sola con tutta la vita terrena, e lo spirito si vuol quasi raccoglier fuori da questa dispersione, e trasfigurarsi in se stesso: la personalità vuole diventare cosciente di sé nel suo eterno valore. Se questo non accade, se il movimento si ferma, e viene represso, subentra la malinconia.

(Søren Kierkegaard, in “Aut – Aut” - trad. K. Montanari Gulbrandsen e Remo Cantoni)






giovedì 4 marzo 2021

Sul Carnevale

Il carnevale, in opposizione alla festa ufficiale, era il trionfo di una sorta di liberazione temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente, l'abolizione provvisoria di tutti i rapporti gerarchici, dei privilegi, delle regole e dei tabù. Era l'autentica festa del tempo, del divenire, degli avvicendamenti e del rinnovamento. Si opponeva ad ogni perpetuazione, ad ogni carattere definitivo e ad ogni fine. Volgeva il suo sguardo all'avvenire incompiuto.


(Michail Bachtin, da“L'opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale”, Torino, Einaudi, 1979)


 

 

martedì 15 dicembre 2020

Ma quale essenza delle cose?

 


Bisognerebbe rinunciare a cercare l'essenza delle cose. È una brutta piega presa dalla nostra mente questo voler fissare in ogni occasione l'evanescente e scovarne la ragione durevole. Non c'è niente dietro a niente. Ma può esserci qualcosa in noi. È a questo che è necessario aggrapparsi.

Emil Cioran


 

 

sabato 5 dicembre 2020

Dipendenza

 


Ogni tipo di dipendenza è cattiva, non importa se il narcotico è l'alcool o la morfina o l'idealismo.

(Carl Gustav Jung)

 


giovedì 18 giugno 2020

Re, Principi e Federico il Grande


Noi Italiani non abbiamo una positiva, diretta esperienza di principi, probabilmente anzi abbiamo pessimi trascorsi in merito a monarchia. Indifendibili i Savoia, nel complesso mediocri ma colpevoli di pagine tra le più tristi del '900, con la vergogna del Fascismo e delle leggi razziali del 1938. Pessimi i Borbone e via dicendo, pressoché trascurabili i vari che hanno “amministrato”, per conto di monarchie ben più illustri, porzioni del territorio della Penisola.

Andando più indietro nella storia, nonché nella cultura, il pensiero va all'opera di Niccolò Macchiavelli “Il Principe”. In quella che era ancora “un'espressione geografica” Machiavelli descrive e racconta, in un qualcosa che contiene tratti di un trattato politico, di un manuale e di un vaudeville rinascimentale come, secondo la sua visione si sostanzierebbe la figura e la condotta di un regnante, di come si potesse conquistare e mantenere un “principato”. 
 
Al di là del famoso aforisma secondo cui “il fine giustifica i mezzi”, in realtà non contenuto dall'opera ma semplicistica sintesi che travia e forza alcuni passaggi dell'opera stessa, Machiavelli fu studiato e finanche preso a modello e fonte di ispirazione.
Ancora oggi si sente dire quanto sia “molto più sicuro essere temuti che amati”, infatti nel testo possiamo leggere “E gli uomini hanno men rispetto di offendere uno che si facci amare, che uno che si facci temere; perché l’amore è tenuto da un vincolo di obbligo, il quale, per essere gli uomini tristi, da ogni occasione di propria utilità è rotto; ma il timore è tenuto da una paura di pena, che non abbandona mai”.

Inoltre noto è il seguente passaggio: “Quanto sia laudabile in un Principe mantenere la fede, e vivere con integrità, e non con astuzia, ciascuno lo intende. Nondimeno si vede per esperienzia, ne' nostri tempi, quelli Principi aver fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà”.

Perché, come ci disse Emil Cioran “Machiavelli sa troppo bene che un Marco Aurelio è un fenomeno raro, anzi unico, che è un'eccezione di cui è inutile tenere conto. I Tiberio, i Nerone, i Caligola, ecco la materia della storia. Ogni principe degno di questo nome si avvicina più o meno a loro; ogni principe che conosca il proprio mestiere è un mostro dichiarato o attenuato e corretto. I suoi sudditi lo meritano. Per questo Machiavelli lo mette in guardia contro i pericoli della bontà. Uno Stato non si compone né di angeli, né di agnelli: è la giungla organizzata. Tale è l'idea, talora espressa, talora sottintesa, del Principe”.

Le case regnanti europee non dimenticarono la lezione. Chi più chi meno, tutte misero in pratica molto di quanto suggerito, mettendoci anche del proprio probabilmente. Con una luminosissima ed emozionante eccezione, incarnata in Federico II Hohenzollern Re di Prussia detto "il Grande”.
Egli scrisse: “Machiavelli ... è stato criticato soltanto da qualche moralista e malgrado loro e la sua morale perniciosa è stato considerato un maestro della politica fino ai giorni nostri. Voglio assumermi la difesa dell’umanità contro questo mostro che la minaccia, opporre la giustizia e la ragione al crimine e al sofisma: ho tentato di esprimere le mie riflessioni sul “Principe” capitolo per capitolo, affinché l’antidoto seguisse immediatamente il veleno […] La storia dovrebbe eternare solo i principi buoni […] I libri di storia sacrificherebbero molto alla verità, ma l’umanità ne trarrebbe vantaggio […] tutti sarebbero convinti che la vera politica dei re, fondata sulla giustizia, la prudenza e la bontà, è preferibile in tutti i sensi al sistema incoerente e orrendo che Machiavelli ha avuto la sfrontatezza di presentare al pubblico”.

Non furono vacue parole scritte, riflessioni vuote, ma trovarono corrispondenza non solo nel suo operato di regnante, ma anche nella sua condotta quotidiana, pubblica e privata. Se ricevette l'appellativo di “Grande”, grande lo fu certo per la varietà dei suoi talenti, a partire dalla strategia militare, campo a lui non congeniale inculcatogli con una durissima educazione dal non amato padre Federico Guglielmo, ma Federico fu soprattutto un illuminato governante, capace di essere di esempio al suo Paese e aperto alle più innovative visioni di una politica sana e saggia.

Inoltre diversi dettagli della biografia di Federico, che fu Re dal 1740 alla morte nel 1786 appaiono di interesse politico, storico ma anche artistico e di costume.
Arte e cultura sono per Federico indispensabili ad un governo di successo: nota la sua amicizia con Voltaire, che visse a lungo suo ospite; noto l’ambiente raffinato e cosmopolita creato da Re Federico nella splendida reggia di Sans Souci, detta la Versailles di Berlino
 
In merito alla musica non fu un semplice appassionato o dilettante ma interprete virtuoso e musicista di talento.
Federico II compose molta musica di discreta qualità: Concerti, Sinfonie, Arie cantate e libretti d’opera, oltre a ben 121 Sonate per flauto e clavicembalo, da lui eseguite a corte con abilità e gusto in duo con l'amatissima sorella Guglielmina.
Di seguito esempi di sue composizioni.


martedì 9 giugno 2020

La banalità di una disobbedienza


La disobbedienza per essere civile dev'essere sincera, rispettosa, contenuta, mai provocante, deve basarsi su principi bene assimilati, non dev'essere capricciosa e soprattutto non deve nascondere rancore e odio.
(Mahatma Gandhi)


Nel corso di queste ultime settimane mi è capitato di leggere, sui social network ma anche su quotidiani ed altri contenitori di notizie on line, diversi interventi a tema “disobbedienza” oppure “obbedienza”.
In molti casi i vari post, articoli o commenti prendevano origine da frasi, aforismi o dichiarazioni di molti scrittori, poeti, leader politici o religiosi, figure carismatiche e personalità che a vario titolo hanno meritato, o quantomeno acquisito, notorietà.

Quindi vai di Thoreau, Brecht, Martin Luther King, Mandela, Gandhi, John Lennon, solo per ricordare i più scelti, fino a giungere all'Antigone di Sofocle.
L'elemento che mi turba è la consuetudine, ormai diffusa e infestante, di “utilizzare” frasi e pensieri di qualcuno in modo arbitrario, inoltre avulso da un contesto, drammaturgico-letterario o storico/sociale-politico che sia, per sostenere una propria posizione, una propria idea o anche solo un proprio capriccio. In questo modo si giunge a far un torto all'autore e alla personalità che si cita e il cui pensiero viene ricordato. Va da sé che una riga, un passo di un'opera letteraria o di un discorso tenuto da qualcuno, se estrapolato da un totale, da un ragionamento lungo e complesso, da una condizione specifica, può avvalorare una cosa così come il suo contrario. È necessario ricordare come ci sia ancora qualcuno che sostiene che l'omosessualità debba essere severamente punita dalle autorità civili e religiose basandosi su passi biblici?

Ebbene, le polemiche degli ultimi giorni sull'opportunità di continuare a mettere in atto pratiche atte a contenere la diffusione di un contagio, che si risolverebbero, a mio parere, in pochi comportamenti di buon senso e reciproco rispetto, non mi appassionano particolarmente. Pertanto tenderei ad evitare di discuterne, ma il fatto che qualcuno sia giunto ad utilizzare una frase di Hannah Arendt per giustificare la propria pubblica opposizione (la propria disobbedienza) ad indossare un pezzo di stoffa davanti alla propria bocca ed al proprio naso, allorquando si trovi a parlare ed agire in luoghi pubblici potenzialmente molto frequentati, mi ha messo di malumore e, onestamente, mi ha infastidito.
Ma come, direte voi, Mandela e Gandhi sì, ma Arendt no? Non è questione di simpatie, ma di senso della proporzione. Concetto invero offeso anche da parte di chi, implicitamente, si accomuna al primo presidente del Sudafrica post apartheid ed al padre dell'indipendenza dell'India per sostenere le proprie posizioni. Poiché questi uomini hanno sostenuto le proprie idee e si sono fatti voce della necessità di disobbedire a leggi e pratiche ingiuste, affrontando le conseguenze delle proprie azioni e delle proprie dichiarazioni (non sono sicuro che chi “prende in prestito” le loro parole sia altrettanto pronto a farlo). Perché, si può e si deve trasgredire alla legge che in coscienza si giudica ingiusta, ma occorre anche accettare la pena che essa prevede. 
Come sosteneva don Milani: “Chi paga di persona testimonia che vuole la legge migliore, cioè che ama la legge più degli altri.”

Dunque, tornando a Arendt, è stata utilizzata una sua frase pronunciata durante un’intervista, ovvero “Nessuno ha il diritto di obbedire”.
Presa così, criminalmente dal punto di vista dell'onestà e correttezza culturale e banalizzando il profondo e articolato pensiero di Arendt stessa, diviene uno slogan, un semplice inno e sintomo della pochezza intellettuale di quanti se ne appropriano.
Non mi è semplice esplicare le motivazioni che mi portano a soffrire per l'utilizzo improprio dei concetti di “obbedienza” e di conseguenza di “disobbedienza” in questi tempi balordi, da parte di sprovveduti in termini di conoscenza e rispetto del pensiero logico e speculativo. Così come illustrare i termini della frase in questione pone una difficoltà innegabile, anche perché è pressoché impossibile restituire la densità del ragionamento della politologa e filosofa tedesca fissando quell’unica frase.

Pertanto proviamo a individuare di che tipo di obbedienza si tratti quando diciamo che “nessuno ha il diritto” di metterla in pratica. Per il momento e limitatamente al caso in questione, credo che una parziale interpretazione trovi un punto di appoggio nella critica fatta da Arendt ai regimi totalitari e, in particolare, alla “cieca obbedienza” che drammaticamente essi impongono. In questo caso il diritto verrebbe meno quando le finalità complessive dei regimi totalitari calpestino il riconoscimento di un diritto “superiore”, coincidente con il valore assoluto della vita umana. Solo se viene leso tale valore, allora, cade anche il diritto di obbedire e risulta moralmente impellente, doveroso, passare senza indugi alla disobbedienza civile.

Tale interpretazione troverebbe appoggio, in qualche modo ispirazione, da una serie di passaggi dell'opera arendtiana “La Banalità del Male”. Qui appunto si trova, si troverebbe, una sua collocazione ermeneutica, nonché un senso alla e della citazione riportata. Per completezza la frase originale, resa più breve dall'operazione comunicativa di alcuni, suona così: “Secondo Kant, nessuno ha il diritto di obbedire”. Una frase, presa di peso da un contesto (un'intervista in questo caso specifico) e spostata in un altro con ben poche analogie, perde inevitabilmente riferimenti e collegamenti, rendendola alla stregua di quelle massime che da adolescenti si scriveva sui diari scolastici.
Innanzitutto perché viene chiamato in causa Kant? Kant era un filosofo, si è occupato anche di filosofia morale. La filosofia morale indaga questioni generali che suonano in modo simile alla citazione in questione. Per esempio: “Che cosa ho il diritto di fare?”. Allora proprio Kant diviene indispensabile a capire la frase “Nessuno ha il diritto di obbedire”.
Kant è indispensabile perché, durante il processo subito in Israele di cui Hanna Arendt ci parla nel già ricordato “La Banalità del Male”, era stato nominato da Adolf Eichmann, responsabile di aver organizzato il trasporto di milioni di ebrei (e non solo) nei campi di sterminio per la Soluzione Finale. Uno dei nazisti responsabili dello sterminio degli ebrei, un assassino disse, in breve: non è colpa mia se grazie al mio operato sono morti tanti ebrei, io ho solo obbedito agli ordini e l’obbedienza è una virtù morale, lo dice anche Kant.

A questo punto Hannah Arendt si pone la questione se Kant possa essere chiamato a giustificare la virtù dell’obbedienza, tanto da permettere che vengano arbitrariamente uccise moltissime persone, colpevoli solo di essere ritenute non meritevoli di vivere. Arendt, che ha studiato bene il pensiero di Kant, ci dice che non è possibile. Secondo il senso del pensiero di Kant, sostiene la filosofa, nessuno ha il diritto di obbedire. Ovvero, nessuno ha il diritto di giustificare il proprio operato criminale (e solo di questo si sta parlando, non di seguire alcune semplici indicazioni) dicendo che qualcuno, un leader, una figura di governo, un'autorità, gli ha dato il diritto di farlo.

Se hai obbedito a un ordine che ti imponeva di uccidere qualcuno, anche un individuo inerme per esempio, nessuno ti ha dato il diritto di farlo (si può ragionare se lo si è fatto per dovere, ma non è questo il momento ed il caso). Quell’omicidio lo compi solo tu, rendendotene pienamente responsabile. Quindi sarebbe il caso di lasciare in pace Kant e qualsiasi altra istanza “morale” esterna alla tua coscienza.
Risulta chiara la sproporzione di termini e di concetto fra quanto detto da Arendt ed il contesto a cui si riferiva ed il caso di rispettare alcune banali indicazioni di tutela comune? La politologa e filosofa si rifa a Kant, attualizza e dona nuova dignità al pensiero di Kant scempiato da Adolf Eichmann, per farci notare che il diritto nasce invece sempre da un atto autonomo, non dall’obbedienza a un ordine esterno, e perciò talvolta è persino giusto e “morale” ribellarsi alla legge, ovviamente non se questa legge mi impone di rispettare l'altro, contribuire al benessere e sicurezza comune o di pagare le tasse, ma di uccidere un bambino o di contribuire allo sterminio di un popolo. Certo, a meno che secondo qualcuno indossare una mascherina quando si va a fare la spesa o all'ufficio postale e chiedere che anche altri usino la stessa premura sia un comportamento da nazista.

La prima lezione che potremmo trarre dal libro [Il barone rampante] è che la disobbedienza acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui si ribella.
(Italo Calvino)


venerdì 17 aprile 2020

Caravan e la nostra quotidianità

Circa 10 anni fa una sera mi capitò di parlare con un ragazzo, allora mio collega di lavoro, di una serie a fumetti che stavo leggendo. Per la precisione era una “miniserie”, di quelle che da qualche anno prima la Sergio Bonelli aveva cominciato a portare in edicola.
Si trattava di “Caravan”, 12 numeri, la cui trama, a grandi linee, è stata così riassunta su Wikipedia: La tranquilla vita della cittadina di Nest Point, negli Stati Uniti, è turbata da uno strano fenomeno meteorologico che blocca temporaneamente tutti i dispositivi elettrici, elettronici e le automobili; interviene l'esercito che organizza l'evacuazione della città e fa partire un esodo di tutti i cittadini in una colonna d'auto, diretta verso una destinazione ignota. 
 
Quindi, un po' grossolanamente, possiamo dire che per ovviare ad una situazione di pericolo, le cui cause erano in gran parte sconosciute o comunque non rese note, il fumetto, già dal primo numero ci dice come nel giro di poche ore si sia potuto trasferire un intero centro abitato, mettendolo su strada e facendolo viaggiare per settimane senza spiegargli il perché. I cittadini, quindi, di fronte ad una non meglio precisata minaccia, vengono costretti ad una soluzione estrema, dai contorni poco chiari e che comporta tutta una serie di limitazioni alla propria libertà e di stravolgimenti alla propria esistenza quotidiana. La serie, nel corso di un anno di uscite mensili, attraverso una trama orizzontale ed una verticale, ha proposto alcune soluzioni narrative con diversi pregi ed altrettanti difetti, che hanno fatto le fortune ed i limiti di quello che, ideato come esperimento narrativo e di uscita editoriale, ha esposto un possibile esperimento sociologico e di controllo sociale.

All'epoca a molti dei lettori quanto veniva raccontato, mese dopo mese, assumeva contorni distopici, da puro romanzo di fantasociologia o di fantascienza cupa, tanto poteva sembrare assurdo che un governo decidesse tali azioni. Insomma sembrava impossibile, o troppo lontano nel tempo e geograficamente improponibile che in Italia ed in Europa ci si potesse trovare in una condizione di temporanea limitazione dei propri movimenti, della propria libertà e finanche dei propri diritti (lavoro, retribuzione, studio, ecc. tanto per chiarire quelli secondo me maggiormente significativi al momento).


Ora, con le dovute differenze e con fondamentali distinguo, quanto raccontato ci risulta meno improponibile. Non notate una certa somiglianza con ciò che stiamo vivendo da poco meno di due mesi? Nel nostro Paese, a vari gradi e con ordini di grandezza diversi a livello locale, si sta vivendo un’emergenza sanitaria che ha portato a ordinanze governative atte a contenere la diffusione di un virus particolarmente difficile da contrastare.
Per quanto i due contesti non siano identici, dal momento che in Caravan la minaccia è ignota ed il mistero fin troppo fitto mentre nella nostra realtà è individuabile, l'esercizio di confronto (un ipotetico parallelo?) è accettabile in virtù del fatto che l’invisibilità propria di un agente patogeno, come la sua relativa novità per molti di noi in termini di diffusione e portata, lo rende ancora in larga parte “sconosciuto”, tanto da avvicinarlo, a livello concettuale, all’oscuro fenomeno atmosferico a cui si fa riferimento nel fumetto.

Quindi Caravan, dieci anni prima, ci diceva che una emergenza, sanitaria in questi mesi, ma anche di altro genere, potrebbe, può portare a decisioni, a provvedimenti impensabili in altri momenti. Una condizione straordinaria, ovvero al di fuori dell'ordinario, giustifica, forse rende inevitabili situazioni che stravolgano le nostre giornate, le nostre vite, il nostro quotidiano. Non mi riferisco alla passeggiata domenicale, all'aperitivo in centro, al giro in bici ed altre cose che ora a molti sembrano imprescindibili, ma alla nostra visione di individui in rapporto alla collettività, al senso civico che spesso smarriamo o dimostriamo di non possedere, alla fallace idea di libertà che proclamiamo con i nostri comportamenti ed i nostri commenti.

I più accorti potrebbero legittimamente dirmi che ancora prima di un fumetto, ci sarebbero la Filosofia, la Storia, il pensiero della Scienza, il Diritto ed altro ancora a informarci e avvertirci sul rapporto fra Bene Comune e Individuo, fra Potere e Democrazia, fra Pensiero e Azione, fra Ipotesi e Realtà, il concetto di Libertà in una democrazia compiuta e così via, ma, ammesso che molti di quelli che sento parlare o leggo inviare commenti siano poi in grado di leggerlo, una discreta serie a fumetti è ancora più abbordabile di importanti e validi libri e dissertazioni.

venerdì 5 luglio 2019

Accusare, non accusare


Accusare gli altri delle nostre disgrazie è prova di umana ignoranza. Accusare noi stessi è cominciare a capire. Non accusare né gli altri né noi stessi, questa è la vera saggezza.
(Epittéto) 


mercoledì 16 gennaio 2019

Quando è il momento?



Certi momenti ci vengono strappati via, altri ci vengono sottratti furtivamente e altri ci sfuggono senza che ce ne accorgiamo. Tuttavia, la perdita più vergognosa è quella che avviene per nostra negligenza. 
(Lucio Anneo Seneca)


martedì 4 settembre 2018

Marx: Economia e Politica


Quanti abbiano avuto la pazienza, il tempo, una corretta predisposizione alla lettura ed all'interpretazione, nonché una certa dose di “onestà” critico-storiografica, sono consapevoli che Karl Marx e Friedrich Engels abbiano affermato, nei loro scritti, la necessità che l'Economia fosse predominante rispetto alla Politica.
Fu una loro geniale intuizione, probabilmente la maggiore scoperta da loro operata. Il primato dell'Economia rispetto alla Politica.
Messa così sembra un gran favore, un inconsapevole assist ai capitalisti, ai padroni, alle multinazionali.
Non è proprio così, Economia e Politica avrebbero dovuto dialogare (il materialismo dialettico non è solo questo ovviamente), ma vi prego di farmi scrivere ancora qualcosa su Marx, Engels e quelle che si sono dichiarate incarnazioni politiche e pratiche del loro pensiero, per poi tornare al punto di cui sopra.

Ebbene, partendo da Lenin (immagino non ci sia bisogno di presentarlo), si è assistito e si è vissuta l'autonomizzazione della Politica rispetto all'Economia, operata essenzialmente dai comunisti/socialisti, forse per troppa fretta, forse per una non del tutto corretta interpretazione degli scritti marxiani. La Politica considerata autonoma e superiore all'Economia. Pertanto i comunisti/socialisti, definitesi marxisti, rinunciarono a servirsi di quella che probabilmente fu la più geniale scoperta di Marx.
Quello che nei loro scritti il buon Marx ed il suo sodale Engels prefiguravano, sognavano, era un Eden laico, punto di arrivo del massimo livello di sviluppo economico possibile del capitalismo. Il prodotto di una società ricca, economicamente progredita e stabile, che nel comunismo avrebbe dovuto trovare il mezzo per diventarlo ancora di più, dove il benessere e l'agiatezza sarebbero stati a portata di tutti. Una società egualitaria, giusta, ma anche opulenta, dato che Marx mai auspicò l'eguaglianza nella povertà e nell'indigenza, tanto meno teorizzava una società repressiva, violenta o liberticida. Ruolo centrale aveva ed avrebbe dovuto avere l'Economia, in un contesto più giusto ed equo. Ovvero “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni”.
Come si arrivò, invece, nella storia del '900, a società e stati comunisti ove i concetti vennero ribaltati e traditi, è appassionante materia, almeno, ma non solo, storiografica.

Dalla Rivoluzione d'Ottobre con il movimento comunista, nello specifico seguendo il pensiero marxista-leninista, l'Economia fu messa in secondo piano rispetto alla Politica. Si potrebbe dire che in Lenin prevalse l'ambizione di essere un costruttore di Storia, giungendo così a forzare i tempi di un percorso invece lungo, con un parto prematuro, quindi la costruzione del Socialismo in un Paese economicamente e socialmente arretrato, come lo era la Russia zarista. Medesimo errore fu poi commesso da altri, ragione per cui fu legittimo e lo è tuttora, considerare Lenin traditore del pensiero marxiano ed engelsiano, in quanto affidò alla Politica anche i compiti che sarebbero toccati all'Economia. Una sorta di comunismo “asiatico”, che tragicamente aprì la strada a Stalin ed ai suoi epigoni.
Marx ed Engels mai avrebbero voluto la supremazia della Politica rispetto all'Economia, ma neanche che quest'ultima fosse totalmente libera e priva del supporto e dell'opera di verifica da parte della prima. Come detto la Rivoluzione Russa fu il trionfo della Politica sull'Economia, tutta la successiva costruzione del comunismo fu colpevolmente fondata sulla prima che si appropriò dei compiti specifici della seconda, nella aberrante forma della dittatura. Tale costruzione andò incontro alla disfatta, con il movimento comunista mondiale che cercava l'egemonia essenzialmente attraverso la forza, mentre i paesi capitalistici la ottennero sul terreno dell'economia. Vi dice qualcosa il “Piano Marshall”? Gli Stati Uniti se ne servirono per consolidare (alcuni dicono creare) il loro predominio, operando con maggiore forza e convinzione in Europa, arrivando a vincere il confronto planetario con l'Unione Sovietica grazie alla loro superiorità economica, costringendo lo storico avversario ad abdicare (non sconfiggendolo, sia chiaro). Insomma riuscivano a produrre maggiore ricchezza, al di là di come e dove fosse distribuita.
I cari Marx ed Engels, un secolo prima, avevano già capito il problema. Per poter rappresentare una fondamentale (definitiva?) tappa nel cammino dell'umanità sulla strada del progresso, era necessario che il modello di produzione “comunistico” si rivelasse in grado di produrre più benessere rispetto a quello capitalistico.
Quindi non condizioni di vita uguali ma misere, bensì “ricchezza” collettiva, risultato della fatica dell'uomo e base di ogni progresso sociale ed economico, grazie alla quale l'uomo stesso sarebbe divenuto veramente libero.

Ora, per non farla troppo lunga, tuttora si rischia di dover pagare l'errore, commesso anche da parte dei partiti comunisti occidentali, che hanno dimostrato di aver letto e vissuto Marx attraverso l'interpretazione leninista, pur con qualche opportuno aggiustamento e in virtù delle vicende storiche vissute. Va da sé che il Piano Marshall era essenziale per ricostruire un'economia ed un Paese, giacché come marxianamente se ne rese conto Palmiro Togliatti in Italia, per risollevare il Paese era necessario evitare la catastrofe di una bancarotta di Stato, che forse avrebbe portato ad una non proprio auspicabile rivoluzione, pericolosa da gestire e quasi sicuramente destinata a fallire e portare ulteriori lutti e sciagure. In Italia quindi, ma il resto dell'Europa occidentale non se ne differenziò troppo, opportunamente i partiti marxisti scelsero di spingere per una politica di lavoro, quindi di creazione di ricchezza, evitando una strategia di sussidi. Allo stesso tempo, però, a sinistra si è continuato a credere nella possibilità della Politica di riuscire ad esercitare ugualmente l'egemonia sull'Economia, lasciata in toto all'iniziativa capitalistica. Ovvero i partiti e le organizzazioni di sinistra, un tempo comuniste-socialiste, giacché non giunsero ad instaurare la nota “dittatura del proletariato” tanto meno si trovarono ad operare in Stati assolutistici e tirannici, bensì compiute democrazie rappresentative, riversarono forze, energie e risorse intellettuali nella sfera politica ed in quello culturale come creazione e diffusione di cultura, lasciando che gli strumenti della “creazione di ricchezza” rimanessero nella mani dei capitalisti. Capitalisti che, per definizione, puntano e pensano solo alla creazione di capitale, prevalentemente per sé stessi, solo per sé, fregandosene di eventuali regole che non siano a loro esclusivo e totale vantaggio. Quando il Capitale ha dialogato con la Politica lo ha fatto per corromperla a proprio vantaggio, con il Partito Socialista craxiano fulgido esempio di tale manifestazione.

Esiste un capitalismo responsabile? Un capitalismo illuminato? No, solo Adriano Olivetti e chi a lui ha guardato, ha potuto ipotizzare e realizzare il concetto che il profitto aziendale debba essere reinvestito a beneficio della comunità. Le multinazionali, il privato imprenditore ed altri elementi del genere non lo hanno fatto, non lo fanno e mai lo faranno.
La Sinistra, la Politica sociale in generale sta sempre più perdendo il confronto. Avendo creduto nel primato della Politica sull'Economia, illudendosi che la prima potesse disgiungersi dalla seconda, lasciata totalmente in mano al Capitale, ha favorito la vittoria di quest'ultimo. Il Capitalismo, l'economia che esso incarna, aberrazione stessa del più sano concetto di Economia quale sistema di interazioni per soddisfare i bisogni individuali e collettivi, nel rispetto degli elementi che tale sistema vanno a comporre, è nemico della collettività.
La Politica ora dovrebbe riguadagnare terreno, nell'ottica di reale interazione con l'Economia, non per annullarne il primato, poiché in un sistema globalizzato tale prospettiva è irrealizzabile, ma bensì per contenerne e indirizzarne le energie e le inevitabili derive.
A livello di singoli stati ciò è difficile, ma in un'ottica di politica europea è francamente non solo auspicabile, ma imprescindibile, giacché Marx stesso ebbe a scrivere che “tutta la storia dell'industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a un livello di profonda degradazione”.


martedì 14 agosto 2018

Per coloro che sono desti



"Unico e comune è il mondo per coloro che sono desti, mentre nel sonno ciascuno si rinchiude in un mondo suo proprio e particolare".
(Eraclito)

 

venerdì 10 agosto 2018

I risultati dell'antipolitica


Roberto Benigni, “Tu mi turbi” (1983).


"La pena che i buoni devono scontare per l'indifferenza alla cosa pubblica è quella di essere governati da uomini malvagi".
(Socrate)




 

martedì 17 luglio 2018

Vaccini, Libertà, Democrazia e Pensiero Liberale

The only freedom which deserves the name, is that of pursuing our own good in our own way, so long ad we do not attempt to deprive others of theirs, or impede their efforts to obtain it.
(John Stuart Mill - “On Liberty”)

L'unica libertà che merita questo nome è quella di perseguire a modo nostro il nostro bene, sempre che non cerchiamo di privare gli altri del loro, o di intralciare i loro sforzi per raggiungerlo.
(trad. Enrico Mistretta - “La Libertà” edizione BUR 2009)


Nel corso degli ultimi giorni mi è capitato di imbattermi in una serie di messaggi e post che trattano l'originale, quanto bizzarro tema della libertà in tema di vaccinazioni in età evolutiva, ovvero la discussione in merito alla possibilità di sottrarsi all'obbligo da parte dei genitori di far vaccinare i propri figli.
I NO/FREE/ALTER VAX, o come diavolo desiderano proporsi certi individui, utilizzando un legittimo strumento presente nel nostro Paese, si sono organizzati per raccogliere firme atte a presentare e far approvare una legge che sospenda l'obbligo vaccinale per i minori. Insomma, dopo aver proferito bugie e sciocchezze e diffuso falsità, dopo aver negato la scienza, la logica, il buon senso, aver abbandonato ogni etica del vivere comune, aver riempito di insulti e minacce l'ex ministro Lorenzin e chiunque appoggiasse e sostenesse l'importanza del suo noto decreto (oltre che personaggi pubblici che si schierassero a difesa della funzione delle vaccinazioni di massa), ora si muovono con ulteriori modalità.
L'iniziativa va registrata sotto questo nome/slogan: “LIBERTà DI SCELTA – PROPOSTA DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE – SOSPENSIONE DELL'OBBLIGO VACCINALE PER L'ETà EVOLUTIVA”.

Viene invocata la libertà di scelta. Solo che, tralasciando il tema sotto il profilo scientifico, che dovrebbe essere inoppugnabile per chiunque sia dotato di pollice opponibile e un minimo di sale in zucca, i fautori di tale campagna danno evidente prova di confondere dei principi morali che devono invece essere tenuti distinti.

L'idea ed il concetto di libertà, tanto caro ai NO VAX, quindi a chi non vuole che i propri figli e magari anche quelli degli altri si vaccinino (poiché in fondo questo vogliono, al di là di infantili giochi e improbabili truffe linguistiche) viene da lontano, è alla base di una tradizione liberale che affonda le proprie radici specialmente nella storia e nella realtà inglese.
 

A questo proposito ci viene in aiuto John Stuart Mill, con il suo saggio “On Liberty/ La Libertà”.
Tra le varie condivisibili riflessioni e proposte contenute nel saggio sottolineo come il principio base si cui Mill fonda la struttura filosofica del suo lavoro e del suo pensiero si possa riassumere nell'idea che l'umanità è giustificata, con modalità individuali o collettive, ad interferire con la libertà d'azione di chiunque solo al fine di proteggersi. Ovvero: “Il solo scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità civilizzata contro la sua volontà è per evitare un danno ad altri”. (“The only purpose for which power can be rightfully exercised over any member of a civilized community, against his will, is to prevent harm to others”.).

Nel 1859, anno di pubblicazione del suo saggio, Mill proponeva come principio chiave il fatto che i governi dovessero lasciare i propri cittadini liberi di esprimere qualunque opinione, anche se sbagliata, a patto però che non danneggiasse la libertà, la proprietà, o la vita degli altri. Quindi, secondo Mill, i no vax sono liberi di esprimere le proprie idee (per quanto fondate su un atteggiamento non scientifico e potenzialmente dannose per la collettività) ma non sono affatto liberi di scegliere se vaccinare i propri figli o no. Questo perché non vaccinare i figli comporta conseguenze che violano il principio di Mill.
Il principio è questo: il solo e unico fine che autorizzi l'umanità, individualmente o collettivamente, a interferire con la libertà di azione di uno o qualunque dei suoi membri, è quello di proteggere se stessa. […] Perché si giustifichi una cosa del genere (ovvero costringere o impedire una condotta), la condotta che gli si vorrebbe impedire deve essere considerata tale da provocare del male a qualcun altro. Nella condotta di chiunque, l'unico aspetto soggetto alla competenza della società è quel tanto che riguarda gli altri.”.

In sintesi:
  • i genitori che non vaccinano i figli mettono di fatto a repentaglio la salute dei minori che, pur essendo considerati, per via dell’età, incapaci di intendere e di volere su queste faccende, restano individui che il Governo, lo Stato, la collettività ha il dovere di proteggere.
  • per essere efficace nel debellare le malattie, l’intervento vaccinale deve essere rivolto al maggior numero possibile di coloro che possono essere soggetti alle patologie in questione. Altrimenti un virus, come quello del morbillo ad esempio, continuerà a sopravvivere passando da un ospite all’altro, ponendo quindi un problema di salute pubblica, ovvero mettendo in pericolo la salute di tutti.
Tutto questo, ci dice sempre Mill, perché “un uomo può causare del male agli altri non solo con le sue azioni ma anche per omissione, e in entrambi i casi gli altri possono giustamente chiedergli conto del danno”.


Pertanto, oltre al fatto che nel saggio citato John Stuart Mill ci mette in guardia anche riguardo alla “tirannia della maggioranza”, e qui evidenzio il riferimento al finto egualitarismo ed al populismo d'accatto del M5S che abbraccia la “impari muscolarità” di Salvini e del suo partito in perenne campagna elettorale, bisogna accettare che esprimere un’opinione, per quanto sbagliata, dire delle sciocchezze, persino appoggiare una causa assurda e pericolosa, è un diritto di tutti. Ma salvaguardare la salute di tutti, ed in particolare dei più deboli, è un obbligo dello Stato. Persino se a governare siano improvvisati buffoni, oscurantisti destrorsi, bugiardi seriali o caricature di se stessi. Perché non si tradisce l'essenza di uno Stato veramente democratico e liberale. Almeno spero!

giovedì 7 giugno 2018

L'inizio, in quanto ciò che vi è di più grande



L'inizio è ancora. Non è alle nostre spalle, ma ci sta di fronte. L'inizio, in quanto è ciò che vi è di più grande, precede tutto ciò che è sul punto di accadere

(Martin Heidegger)




giovedì 5 aprile 2018

Destino?


Non preoccuparti del futuro, ma cerca di diventare chiaro e fermo nello spirito, perché la tua felicità non dipende dal tuo destino, ma da come riesci ad affrontarlo”

(Georg Wilhelm Friedrich Hegel)