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lunedì 27 aprile 2026

Citazioni Cinematografiche n.665

 

Non dovrei bere, finisco col dire qualcosa di troppo intelligente.

(Julian Osborne/Fred Astaire in “L'ultima spiaggia”, di Stanley Kramer – 1959)






lunedì 30 giugno 2025

Citazioni Cinematografiche n.622

 

Un buon capitano deve saper usare il cervello non la frusta.

(Generale Tadamichi/Ken Watanabe in “Lettere da Iwo Jima”, di Clint Eastwood - 2006)





lunedì 29 aprile 2024

Citazioni Cinematografiche n.561

 

Rey: Non sei obbligato a farlo. Avverto il conflitto che è in te. Ti sta dilaniando. Ben, quando ci siamo toccati ho visto il tuo futuro. Era solo un'ombra, ma concreta e chiara. Tu non ti inginocchierai a Snoke. Ti convertirai. Ti aiuterò. L'ho visto.
Ben Solo/Kylo Ren: Ho visto qualcosa anch'io. Grazie a ciò che ho visto, so che quando arriverà il momento ti convertirai tu. Sarai dalla mia parte. Rey... ho visto i tuoi genitori.

(Rey/Daisy Ridley e Ben Solo/Kylo Ren/Adam Driver in “Star Wars: Gli ultimi Jedi”, di Rian Johnson - 2017)






lunedì 22 aprile 2024

Citazioni Cinematografiche n.560

 

Han Solo: Questa mappa non è completa, è solo un pezzo. Da quando Luke è scomparso non fanno che cercarlo.
Rey: Perché se n'è andato?
Han Solo: Addestrava una nuova generazione di Jedi. Un ragazzo, l'apprendista, gli si è rivoltato rovinando tutto. Luke si sentiva responsabile e si è allontanato dal mondo.
Finn: Sai che gli è successo?
Han Solo: Girano tante voci, storie... Per quelli che lo conoscono meglio, è andato alla ricerca del primo tempio dei Jedi.
Rey: I Jedi esistevano?
Han Solo: È quello che mi chiedevo anch'io un tempo, pensavo fosse un mucchio di superstizioni. Un potere magico che tiene insieme il bene e il male, il Lato Oscuro e la luce? La cosa assurda è... Che è vero. La Forza, i Jedi... Tutto. È tutto vero.


(Han Solo/Harrison Ford, Rey/Daisy Ridley e Finn/John Boyega in “Star Wars: Il risveglio della Forza”, di J. J. Abrams - 2015)





domenica 17 settembre 2023

Una guerra continua

 



La guerra non viene più dichiarata,
ma proseguita. L’inaudito
è divenuto quotidiano. L’eroe
resta lontano dai combattimenti. Il debole
è trasferito nelle zone del fuoco.
La divisa di oggi è la pazienza,
medaglia la misera stella
della speranza, appuntata sul cuore.
Viene conferita
quando non accade più nulla,
quando il fuoco tambureggiante ammutolisce,
quando il nemico è divenuto invisibile
e l’ombra d’eterno riarmo
ricopre il cielo.
Viene conferita
per diserzione dalle bandiere,
per il valore di fronte all’amico,
per il tradimento di segreti obbrobriosi
e l’inosservanza
di tutti gli ordini.

(Ingeborg Bachmann, da “Poesie”- Trad. Maria Teresa Mandalari)





lunedì 29 maggio 2023

Citazioni Cinematografiche n.513

 

Billy Covington: Scusami, quello è un Uzi?
Gene Ryack: Ehi, potrebbe essere un ottimo spot per la televisione! Non trovi? –Mi scusi tanto, quello è un Uzi? – Ma certo che lo è. Ehi, la legittima difesa non è roba da ridere, per questo quando voglio il meglio sul mercato io scelgo un Uzi, non accetto imitazioni.

(Billy Covington/Robert Downey Jr. e Gene Ryack/Mel Gibson in “Air America”, di Roger Spottiwoode - 1990)




lunedì 20 marzo 2023

Citazioni Cinematografiche n.503

 

Sta prestando attenzione? Bene. Se non ascolta attentamente le sfuggiranno delle cose. Cose importanti. Non farò pause, non mi ripeterò e lei non mi dovrà interrompere. Lei crede di avere il controllo di quello che sta per accadere. Lo crede perché è seduto lì dov'è e io sono seduto qui dove sono. Ma si sbaglia. Sono io che ho il controllo perché io conosco cose che lei non conosce. Ora ho bisogno che lei si assuma un impegno: ascolterà con attenzione e non mi giudicherà se non quando avrò finito. Se non se la sente di rispettare questo impegno la prego di lasciare la stanza. Ma se sceglie di restare ricordi che lei che ha scelto di essere qui. La responsabilità di quello che accadrà da questo momento in avanti non è mia, ma è sua. Presti attenzione.

(Alan Turing/ Benedict Cumberbatch in “The Imitation Game”, di Morten Tyldum - 2014)





mercoledì 3 agosto 2022

In Spagna contro il fascismo, all'inizio di agosto

 



Il mondo è giusto che lo sappia. Deve vedere in un colpo d’occhio che da una parte c’è la guerra vecchia di secoli, i generali sbarcati dal Marocco con le feroci truppe mercenarie, dall’altra parte gente che desidera difendere quel che sta vivendo, e si desidera l’un l’altra.

A Barcellona, in quel principio d’agosto del 1936, stanno arrivando in tanti per unirsi al primo popolo d’Europa che non ha esitato ad armarsi contro il fascismo.”

(da “La ragazza con la Leica”, di Helena Janeczek)






lunedì 28 marzo 2022

Citazioni cinematografiche n.452

Be', io vi dico che non è come nei film e se io ci sono andato è perché non avevo scelta. Quando avevo la vostra età... io mi sono ritrovato davanti a un tizio che parlava da un palco e che raccontava un sacco di stronzate e io ci ho creduto, io andavo forte allora, ero capitano della squadra di baseball e volevo essere un eroe di guerra, io volevo andare a uccidere per il mio paese.

E ora sono qui per dirvi che ho ucciso per il mio paese o quello che era. E non ne sono affatto fiero. Perché non ci sono ragioni per farlo. Per sentire che una persona ti muore tra le mani o per vedere il tuo migliore amico falciato via. Io sono qui per dirvi che è una cosa vergognosa, ragazzi. Non c'è nessuna ragione per farlo. Ci sono un sacco di stronzate che ho fatto laggiù... e con quei ricordi dentro è difficile vivere. E non vorrei vedere giovani come voi che tornano a casa e devono portarsi dietro quello schifo per tutta la vita. Ecco qui, è tutto qui. Non è che mi sto compiangendo, adesso capisco molte più cose di quando sono partito. E vi dico solo una cosa. È una scelta, che si deve fare.

(Luke Martin/Jon Voight in “Tornando a casa”, di Hal Ashby – 1978)




martedì 25 gennaio 2022

lunedì 31 maggio 2021

Citazioni Cinematografiche n.409

Ho imparato una parola nuova, oggi: bomba atomica. 

(Jamie Graham/Christian Bale in "L'impero del sole", di Steven Spielberg - 1987)

 



mercoledì 15 aprile 2020

Petra Chérie, di Attilio Micheluzzi



Il personaggio più noto e riuscito fra quelli creati da Attilio Micheluzzi è certamente Petra Chérie, la nobile ed affascinante Petra De Karlowitz, “bella, elegante…poliglotta, pilota esperta di aerei…una donna d’affari” . Il maestro istriano la creò nel 1977, decidendo di offrire una figura femminile che andasse decisamente controcorrente, ovvero “la mia risposta personale a un tipo femminile che andava allora di moda, sguaiato, violento, spesso poco pulito, innamorato dei “collettivi“ che credeva di realizzarsi solo dicendo “cazzo” ad ogni istante e ti sbatteva sulla faccia le dita unite a forma di vagina, “gestendo la propria sessualità” etc… etc. Insomma, una montagna di luoghi comuni codificati in modo talmente pesante da non poterla sopportare”.
Consapevole della sua indole conservatrice, al limite del reazionario, Micheluzzi riversò cura e profondo amore in un personaggio molto distante e differente dal suo carattere. Il lettore perciò si ritrova a scoprire, con dovizia di particolari e attente ricostruzioni storiche, l'amore di un autore verso un personaggio distante e antagonista del suo modo di pensare. Una donna audace, coraggiosa, temeraria, nobile ma vicina a principi ed ideali che stavano imponendosi in quegli anni, che contribuisce a tratteggiare il ritratto di un’epoca decisiva tra la fine della Belle Époque e i sanguinari eventi della Rivoluzione d’Ottobre.

Nel bel volume antologico edito qualche anno fa da Comma 22, tutte le storie in cui Petra Chérie fa la sua comparsa sono ambientate nel 1917, anno cruciale per la Storia e per il '900 in particolare.
Alla guida di un aereo dall’Istria in Montenegro e dall’Italia alla Francia, a bordo di un automobile dal Bosforo a Costantinopoli e dall’Austria all’Olanda, in sella ad un cammello in Siria, Petra ci coinvolgerà nei suoi mille viaggi spericolati tra gli orrori della guerra che sembra non avere mai fine e mai pietà. Maestro del bianco e nero e delle ombre, Micheluzzi ci offre una rappresentazione estremamente dettagliata degli spazi e dei caratteri, nonostante qualche staticità che al giorno d'oggi ci sembra eccessiva. Notevoli sono i fondali e gli interni, molto ricchi di particolari, così come le onomatopee che vengono usate con molta sapienza e si integrano perfettamente all’interno delle vignette, queste ultime tanto ben articolate e ben posizionate da offrire una narrazione scorrevole, sebbene, seguendo l'uso in auge più di 40 anni fa, in alcuni casi i balloon ora ci risultano un po’ eccessivi e prolissi. 
 
Questo non toglie magia e fascino alle tavole proposte, anzi forse quel tocco di “antico” ce le rende ancora più “care” e ci invoglia ad un tipo di lettura e di rapporto con la narrazione per e con le immagini che tendiamo a smarrire. Ovvero l'invito è a prendersela con maggiore calma, a utilizzare meditazione e lentezza nel leggere le storie di questo personaggio con le fattezze della diva del cinema muto Louise Brooks. Dedicarsi e dedicarle tempo, proprio quello che risulta quasi sospeso nelle pagine a lei dedicate. Un po' come se il tempo fosse un fattore non determinante, dal momento che l'autore stesso sembra procedere senza fretta, dosando ogni scena e parola. Vengono ben descritti i luoghi e gli ambienti, in una rappresentazione che probabilmente vuole sottolineare sensazioni, stati d'animo, azioni e attese, momenti concitati e passaggi di riflessione. In questo senso la nostra eroina e Micheluzzi stesso sospendono il tempo, lo rallentano per darci la possibilità di considerare, valutare e soppesare quanto leggiamo e osserviamo, non ultimo il lascito di abbandono, solitudine, desolazione e distruzione che un conflitto porta con sé.

In conclusione merita di essere sottolineata la originale modalità, posta ad inizio volume e ad inizio della sua avventura editoriale, niente affatto comune a metà degli anni 70 in un fumetto con queste caratteristiche, con cui l’autore sceglie di presentarci il suo personaggio. Petra parla, a malincuore e solo in quanto obbligata dal suo creatore, in prima persona, posta di fronte direttamente al lettore, come in un’intervista che viene sostenuta dall’autore stesso. Una scena in qualche modo spiazzante, che ritroviamo anche in altre storie in cui Petra parla direttamente con il lettore, coinvolgendolo non solo come osservatore ma introducendolo come parte stessa del racconto.




sabato 8 febbraio 2020

1917 (2019) di Sam Mendes



Ho visto il film e, secondo il mio gusto e la mia idea di Cinema, sono rimasto un po' perplesso. A mio parere manca, o quantomeno è carente l'elemento narrativo nell'opera. Cosa alquanto bizzarra, se non paradossale dal momento che l'intero film è stato ispirato dai racconti del nonno del regista. 
Devo dire che la componente circolare è apprezzabile, con le inquadrature iniziale e finale che si specchiano l'una nell'altra, dove il giovane caporale protagonista è appoggiato ad un albero sullo sfondo di un prato. Ma appunto questa circolarità rischia di essere solo estetica se per le due ore circa che separano l'inquadratura iniziale da quella finale manca una vera narrazione

Lontano da molti suoi illustri predecessori, Mendes sembra andare incontro all'immaginario estetico ed allo scarso interesse verso la narrativa proprio di buona parte degli spettatori odierni, piuttosto che allo slancio creativo e alla complessità tipica di Kubrick (Orizzonti di Gloria) o Milestone (All'ovest niente di nuovo), oppure Weir (Gli anni spezzati) per dire. In questo lui è figlio del suo tempo, o ci si adegua, e la sua opera si avvicina alla retorica, più visiva che appunto narrativa, delle attuali grosse produzioni hollywoodiane e dei film Marvel, ben poco inclini alla profondità e al “difficile”, maggiormente interessati a semplificare, annacquare e rendere alla portata di tutti ogni vicenda. Scegliendo questo orientamento e strategia di analisi diviene perciò quasi consequenziale cogliere i pochi lati positivi, ma purtroppo anche i limiti, di un’opera ambiziosa, grandiosa per spesa e impiego di tecnica, ma anche non pienamente convincente come "1917".



Candidato e dato per vincente in diverse categorie degli Oscar (nonché pluripremiato ai BAFTA), concordo con il positivo giudizio sulla fotografia, mirabile e in alcuni momenti sublime ed emozionante, meno sulla regia, che a mente fredda sembra risolversi in poco più di abilità, maestria e ardimento tecnico piuttosto che in reale padronanza dell'opera nel suo complesso e complessità. Si potrebbe forse dire che i molti premi ricevuti e quelli possibili costituiscono più un limite che una possibilità, dal momento che si caricano le aspettative e, di fatto, se ne rimane delusi. A cavallo fra cinema classico e sguardo verso il futuro Mendes perde su entrambi i fronti. Non si nota slancio e gusto per lo "scomodo", si perde il senso di un cinema che coinvolga e conquisti e non si riesce a rilevare la voglia di aprirsi a nuovi orizzonti e metodiche spettacolari e narrative (il giocare con i concetti di spazio e tempo di Dunkirk ad esempio). Alla fine dei conti sembra di avere di fronte un "bignami" del war movie, con tutti i cliché estetici e logistici, dialogici e caratteriali già ampiamente visti e utilizzati. Il che di base non sarebbe poi sbagliato, poiché come si dice dopo Omero e Shakespeare non si inventa più nulla, ma si sceglie come rappresentare il già scritto e come scrivere il già rappresentato. Il problema è che i dettagli, elementi, caratteri e appunto i già citati cliché qui sono mal utilizzati, come per svolgere un compito e via, si semplifica tutto e troppo e si perde molto del potenziale gusto che avrebbe potuto esserci.


Ho letto diversi paragoni con altri film (un po' l'ho appena fatto io), che non sempre fa bene compiere e qualche volta sono anche fuori luogo, ma quello che mi sembra più fuorviante è il volerci trovare una rappresentazione antimilitarista. Diversi film, anche di gran lunga migliori di questo, sono stati girati e offerti al pubblico con una evidente e ben rappresentata chiave “contro la guerra e ciò che rappresenta”, ma in questo caso mi sembra non ci sia. Dovremmo vedere il film per ciò che, in fondo, sembra essere più di tutto il resto, ovvero il racconto di un episodio personale e collettivo, nelle sue componenti e sfumature, una narrazione, una storia. A questo proposito “1917” ai miei occhi ed al mio gusto non convince totalmente. Forse non convince e basta.

lunedì 20 gennaio 2020

Citazioni Cinematografiche n.338

Ian Solo: Cosa? Come? Non hai mai sentito nominare il Millennium Falcon?
Obi-Wan Kenobi: Veramente no.
Ian Solo: È la nave che ha fatto la rotta di Kessel in meno di dodici parsec! Ho lasciato indietro le navi stellari dell'Impero! Non le navi mercantili, quelle è uno scherzo. Parlo delle più veloci navi da guerra imperiali! È abbastanza veloce per te, vecchio?

(Ian Solo/Harrison Ford e Obi-Wan Kenobi/Alec Guinness in "Guerre Stellari", di George Lucas - 1977) 





venerdì 27 dicembre 2019

Star Wars - Episodio IX L'Ascesa di Skywalker



L'episodio IX segna la conclusione della saga più famosa del Cinema, oltre che una di quelle che ha accompagnato il pubblico per un periodo temporale fra i più lunghi. Infatti dal 1977, con quel “Guerre Stellari” in seguito ribattezzato, con l'episodio IV “Una nuova speranza”, l'universo ed i personaggi creati da George Lucas hanno omaggiato ed allo stesso tempo saccheggiato miti, stili e stilemi, storie e mitologie, racconti e caratteri del Cinema, della Storia e delle varie produzioni delle fantasie e dell'intelletto umano.

Da sempre a cavallo fra fantasy e fantascienza, con una prevalenza del primo rispetto alla seconda, la saga di Star Wars ha attraversato più di quaranta anni delle nostre vite, ha accolto e perso pubblico, conquistato o salutato nuovi spettatori, insinuandosi fra le età ed i gusti, con il fondamentale aiuto di un marketing a volte pervasivo, quando non molesto o di cattivo gusto, ma di fatto ha creato un mito. Sebbene si voglia farlo giungere ad una conclusione ogni mito ha in sé la capacità (il destino?) di rigenerarsi e di riproporsi e secondo il mio parere Star Wars ora finisce per poi ricominciare. Non mi riferisco ad ipotetici episodi X o XI e così via, oppure ad ulteriori spin-off o serie TV (peraltro già in produzione), ma all'essenza stessa di un mito.



L'Ascesa di Skywalker” aveva dunque il difficile compito di “finire” ciò che era stato iniziato ed allo stesso tempo eternare lo spirito e la peculiarità dell'unica vera Saga cinematografica degna di questo nome fino a questo momento prodotta. Con imperfezioni e incertezze certo, con sbavature di trama e di sceneggiatura che si rendono quasi inevitabili, ma la missione è stata portata a termine. J.J. Abrams con mestiere e tanta furbizia ha ripreso il tutto ed è riuscito a prendere per mano il pubblico e condurlo fino ad una onesta e accettabile fine. Si può rimanere delusi, scontenti, sentirsi anche presi in giro, è diritto dello spettatore esprimersi come può e desideri fare, ma rimane il fatto che anche in questo film bastano le prime note della Colonna Sonora (la più conosciuta e riconoscibile ad ogni latitudine) e che le righe comincino a scorrere in diagonale perché ci si senta “a casa”. La narrazione, in ogni suo aspetto, anche qui giunge a livelli che difficilmente riescono ad essere raggiunti altrove, così come permane e pervade il senso di affidarsi ad un contesto fatto di pianeti e rotte spaziali, scontri, incontri, morti e rinascite, fughe e dialoghi che vivono di suoni, colori e contrasti fondamentali.



Il senso di epico resiste e sebbene il compito di giungere a mettere a posto trama e trame, elementi narrativi e interrogativi decennali, miriadi di personaggi e di caratteri potesse schiacciare e appiattire il tutto, il risultato c'è e si fa accettare. Una terza trilogia che si chiude in crescendo, ritrovando (in buona parte) quell'equilibrio che è alla base della saga e del mito fin da quando tutto fu fatto iniziare. Si ha la sensazione di ritrovare vecchi amici e di rivivere atmosfere e situazioni, ma il senso di deja-vu non è limitante, dal momento che i caratteri principali giungono alla loro maturazione per loro vie e anche se gli escamotage narrativi a volte appaiono frettolosi e fin troppo “allegri”, in barba ad una complessità che una parte di pubblico agogna, tutto rientra nello spirito della saga.

Si obietta che per due ore e venti il ritmo è fin troppo veloce e che si è voluto mettere troppa carne al fuoco, osservazione che condivido, ma aggiungo che questo è il prezzo da pagare per arrivare, ora, ad una fine, che è definitiva in merito a quanto lasciato in sospeso due anni fa, fino all'episodio VIII (che aveva smarrito molto e messo sul piatto altro). Il prezzo da pagare per consolidare e sancire l'eternare del mito a cui si faceva riferimento.

Perché non siamo di fronte ad un singolo film, bensì a 13-14 produzioni, fra trilogie, spin-off, serie TV e speciali vari. Per cui si può scegliere se valutare ogni film a sé stante, come opera unica, oppure all'interno di un contesto, una galassia narrativa ed estetica. Inevitabilmente, a seconda di quale opzione si sceglie, i giudizi si modificano e possono ribaltarsi. Nello specifico, per quanto concerne “L'Ascesa di Skywalker”, come film unico può coinvolgere in modo limitato oppure farsi gustare per il cromatismo appagante e la sontuosa messa in scena, d'altro canto quale parte di un magnifico ed immaginifico tutto giunge a sollazzare e colmare occhi, cuore e anima o lasciare perplessi come fosse la parte 2 del “Ritorno dello Jedi”.

Personalmente ho sempre apprezzato l'incontro fra tragedia greca e commedia, fra fantasy e western, fra oriente ed occidente, fra sacro e buffonesco che ha fatto sì che un ibrido si ponesse come elemento originale e fondamentale di un Cinema che a volte si ripiega su sé stesso e non riesce a creare e ricreare. Star Wars è la frontiera di John Ford, le battaglie corpo a corpo dei film di cappa e spada, il senso dell'onore e del rispetto dei samurai di Kurosawa, i duetti di varie coppie comiche, lo slancio e i sentimenti di una love story, il fantasy ed il fantastico, la luce e l'oscurità, il singolo ed il collettivo che si sublimano vicendevolmente, eroi e masse ed altro ancora.

Anche nell'episodio IX rileviamo questo. Assistiamo a ciò che fin dall'inizio, fosse quello del 1977 o della “Minaccia Fantasma”, è un affare di famiglia e di destino, uno scontro fra concetti e caratteri, fra visioni e ideologie all'interno di un confronto fra padri e figli, naturali o acquisiti che siano. Per cui alcune sorprese e rivelazioni non sono realmente tali, ma tasselli di una circolarità e di una specularità che è parte fondante del racconto e della cultura, che dal particolare si fa universale. Così come universali sono i fardelli da portare, i destini da compiere o da comprendere, le sfide da affrontare ed i gesti di cui si accettano le conseguenze, nell'incontro Passato/Presente/Futuro, Jedi/Sith/Cavalieri Ren, luce/oscurità e sintesi delle stesse. 


 

lunedì 7 ottobre 2019

Citazioni Cinematografiche n.323

Tobias Beckett: Hai fatto una mossa molto furba. Per una volta. Ti avrei ucciso io. Volevo davvero imparare a suonare... bene il valachord.  
Han Solo: Lo so.
(Tobias Beckett/Woody Harrelson e Han Solo/Alden Ehrenreich in "Solo: A Star Wars Story", di Ron Howard - 2018) 


venerdì 8 febbraio 2019

Mister No Revolution


La Sergio Bonelli Editore si sta dando molto da fare per rinnovare e diversificare la sua offerta, persino le serie storiche sono oggetto di un ripensamento e di qualche “aggiustamento”, sia dal punto di vista tecnico-grafico che di contenuti e proposizione di temi e storie.

Non si sottraggono a questa operazione anche i western, da Tex fino alle nuove collane brevi, come anche i “personaggi totem”. Tra questi vorrei spendere qualche parola su Mister No. Non è cosa comune, tanto meno da prendere alla leggera mettere mano alla creatura figlia del grande Sergio, che lo ha creato e curato fino alla fine della serie e della sua vita terrena. Ma la casa editrice milanese, con coraggio ma anche estrema professionalità e cura, da qualche mese ci sta proponendo una versione alternativa di Jerry Drake, alias Mister No.

Non un “semplice” reboot, ma qualcosa di molto vicino ad un “what if” che solo idealmente richiama quelli di casa Marvel. Quindi nella recente miniserie della collana Audace, che appunto si prefigge di reinventare il personaggio, uno dei primi antieroi del fumetto popolare italiano, la domanda da cui tutto origina è: cosa sarebbe successo se Jerry Drake fosse nato 25 anni dopo rispetto alla sua biografia ufficiale?

Mister No Revolution, come si chiama la serie, è per ora giunta al terzo numero, per cui ancora parecchio ci rimane da leggere e gustare, ma giunti a circa la metà della sua vita editoriale è lecito comporre qualche riflessione. Gli albi viaggiano su due linee temporali parallele, quasi due fronti di battaglia, nei primi due guerra in Vietnam ed i mesi newyorkesi precedenti alla partenza di Jerry, nel terzo il ritorno del protagonista e i suoi anni adolescenziali, in fuga da una famiglia violenta e disfunzionale (come la definiremmo oggi).
Quindi questo Mister No quanto assomiglia a quello delle storie della serie classica? La domanda è suggestiva ed intrigante, ma probabilmente solo per vecchi lettori e qualche giovane con passioni filologiche e di interpretazione. Quello che invece mi piace sottolineare è come in questa serie il (molto) buono della storia bonelliana si incontri con le novità, di scrittura e di tratto e colorazione dei nuovi autori e disegnatori, che si accompagnano a quelli maggiormente esperti.


Il gioco di rimandi e contrapposizioni fra reduce della Seconda Guerra Mondiale (serie classica) e reduce della Guerra in Vietnam (attuale mini serie) mi piace, per quanto risulti essere in gran parte solo nella testa del lettore, poiché quello che attrae è per lo più il modo di raccontarne la vita e le gesta, senza risparmiare crudezze e scene forti, con un linguaggio ed una rappresentazione anche grafica che ne marca lo stile e giunge forte a chi legge.



Affascinante è perciò la scrittura come anche il comparto visivo, con disegnatori e coloristi di grande talento e persino coraggio. Da segnalare le citazioni visive (musicali e letterarie soprattutto), utili sia per contestualizzare e creare un clima, così che il lettore possa “vivere al meglio” l'ambiente ed uno spirito, che per veicolare la narrazione ed il vissuto dei protagonisti, senza necessariamente affidarsi al testo scritto. Sottolineato quanto sia di grande qualità la parte grafica, a partire dalle splendide copertine, ritengo non sia fuori luogo definire Mister No Revolution uno degli attuali migliori prodotti della Bonelli, una proposta editoriale da non perdere e che possiede le carte giuste per farsi apprezzare anche da lettori esigenti e magari un po' prevenuti nei confronti della casa editrice meneghina.