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lunedì 17 luglio 2023

Citazioni Cinematografiche n.520

 

Joe: Ecco la minestra.
Rico: Grazie.
Joe: È bollente, sta' attento.
Rico: Come è andata?
Joe: Mmh, l'ho fatta impazzire. Guarda, giuro che l'ho fatta impazzire.
Rico: Ah, sì?
Joe: Sì, sembrava una gatta in calore.
Rico: Grazie, ma...
Joe: Lascia perdere.
Rico: È buona... Senti, non t'arrabbia' adesso.
Joe: No, non mi arrabbio.
Rico: Io credo di non poter più camminare. So' cascato tante volte che... Io c'ho paura.
(Joe Buck/Jon Voight e Enrico “Rico” Rizzo in “Un uomo da marciapiede”, di John Schlesinger - 1969)




lunedì 11 settembre 2017

Citazioni Cinematografiche n.216

La mia ex-moglie dice che vuole bene a Billy, e io credo di sì. Ma non credo che questo sia il punto qui. Se ho ben capito, quello che più conta qui è solo il bene di nostro figlio, ciò che è meglio per lui. Mia moglie non faceva che dirmi: "Perché una donna non può avere le stesse ambizioni di un uomo?". Forse hai ragione. Forse sono riuscito a capire. Ma per lo stesso principio, vorrei sapere chi ha detto che una donna è un genitore migliore in virtù del suo sesso. Ho avuto tempo di pensarci. Ha a che fare con la costanza, con la pazienze, con l'ascoltarlo, o col fingere di ascoltarlo, se ti manca anche la forza di ascoltarlo. Ha a che fare con l'amore, come diceva lei... e io non so dov'è scritto il fatto che una donna ha... l'esclusiva, il monopolio, e che l'uomo difetta di certi sentimenti che ha la donna. Il bambino ha una casa con me. L'ho fatta meglio che potevo, non è perfetta, io non sono un genitore perfetto, e qualche volta non ho pazienza e... e mi dimentico che lui è un ragazzino... ma sono lì. Io mi alzo la mattina, facciamo colazione, lo accompagno a scuola, torno a casa la sera, mangiamo, parliamo, gli leggo... abbiamo costruito una vita insieme. E ci vogliamo bene. Se tutto ciò verrà distrutto, potrebbe essere irreparabile. Joanna, non glielo fare... non farglielo per la seconda volta. 
(Ted Kramer/Dustin Hoffman in "Kramer contro Kramer", di Robert Benton - 1979)




giovedì 3 dicembre 2015

5 Film per Steve McQueen


In questi giorni è in programmazione nei cinema italiani un film documentario su Steve McQueen.
Presento la mia personale cinquina di film dell’attore statunitense morto 35 anni fa e come mio solito aggiungo due film in veste di bonus.



La grande fuga (The Great Escape), di John Sturges (1963): ne ho già parlato a proposito dei film sulla SecondaGuerra Mondiale. Probabilmente il primo in cui ho fatto la conoscenza di Steve McQueen, prigioniero dei Tedeschi in un campo appositamente creato per “metteretutte le mele marce in un paniere”. Volto con un sorriso coinvolgente ed espressione beffarda, per un soldato deciso e determinato a fuggire, persino compiendo evoluzioni in moto. 
Scene Cult: lui che gioca con una palla da baseball in cella d’isolamento.

La prima volta


La seconda


La terza



Cincinnati Kid (The Cincinnati Kid), di Norman Jewison (1965): memorabile e da gustare il duetto fra Cincinnati Kid/Steve McQueen e Lancey Howard/Edward G. Robinson, per un melodramma attorno al tavolo da poker, con fine analisi psicologica e ottima resa dei caratteri, del contesto e degli ambienti. 
Scena cult: la scala reale di Robinson “in faccia” ad un annichilito McQueen.





Bullitt, di Peter Yates (1968): cinico e disincantato con uno stile ed una eleganza che pochi sono riusciti ad eguagliare, il tenente della squadra omicidi della polizia di San Francisco, interpretato dal nostro eroe entra a pieno diritto fra i miei personaggi preferiti. Un poliziesco sempre in movimento per questa Scena cult: un imperdibile e forse irripetibile reale inseguimento a bordo di una Ford Mustang.




Getaway, di Sam Peckinpah (1972): film d’azione in cui gli stessi miti proposti vengono bellamente presi di mira in un’opera di decostruzione tipica del regista. Elementi tipici del film noir e del tema dell’inseguimento incontrano una non disprezzabile indagine sulla psicologia dei caratteri. Da un romanzo di Jim Thompson, uno dei più bei personaggi interpretati dal buon Steve, ovvero il fuorilegge “Doc” McCoy. 
Scena cult: la sparatoria nell'hotel.




Papillon, di Franklin J. Schaffner (1973): nonostante tutto un film d’avventura, più che un documento sulla disumanità e forse inutilità di un carcere duro. Il film gode delle ottime interpretazioni dei protagonisti, Dustin Hoffman ed ovviamente Steve McQueen probabilmente nella sua prova artisticamente più convincente, della sceneggiatura drammatica tratta dall’omonimo romanzo e dell’ambientazione esotica. È sufficiente per farne una ottima visione. 
Scena cult: il finale, con l’abbraccio fra Papillon e Louis e la famosa “frase di saluto” agli aguzzini.


Bonus:

Quelli della San Pablo (The Sand Pebbles), di Robert Wise (1966): McQueen marinaio.
Tom Horn, di William Wiard (1980): penultimo suo film in un western che assomiglia molto ad una metafora della sua stessa vita.


lunedì 16 novembre 2015

Citazioni Cinematografiche n. 123

Susanna: Sei un egoista! Stai sfruttando Raymond, stai sfruttando me, chiunque ti serva!
Charlie: Sto sfruttando Raymond?! Raymond, ti sto sfruttando?! Ti sfrutto, Raymond?!
Raymond: Sì.
Charlie: Piantala! Sta rispondendo a una domanda che gli ho fatto mezz'ora prima!

(Susanna/Valeria Golino, Charlie/Tom Cruise e Raymond/Dustin Hoffman in “Rain Man – L’Uomo della Pioggia”, di Barry Levinson - 1988)



lunedì 3 novembre 2014

Citazioni Cinematografiche n. 69


“Ma per Dio, Signora Robinson, voi mi avete fatto entrare in casa vostra. Mi avete dato da bere. Avete messo su un disco, ora state cominciando a rendermi parte della vostra vita privata e mi dite che vostro marito torna tardi... Signora Robinson voi state cercando di sedurmi, non è così?”

(Benjamin “Ben” Braddock/Dustin Hoffman in “Il Laureato”, di Mike Nichols - 1967)
 

 

lunedì 28 gennaio 2013

Fiume Sand Creek ed il Mito della Frontiera

“Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
…”

Ho ascoltato Fiume Sand Creek, la canzone di Fabrizio De Andrè, per la prima volta all’età di 15 anni, da un vinile che, barando e con un po’ di malizia, avevo regalato a mio padre. La forza del brano, allora e ancora adesso, mi si impone soprattutto grazie alla scelta di presentare un evento drammatico attraverso gli occhi e le parole di un bambino ed il suo rapporto con il nonno.

Istintivamente le immagini che le parole, il testo, mi suggerivano e facevano scorrere nella mia mente, erano quelle prese a prestito da “Il Piccolo Grande Uomo” (1970), il film di Arthur Penn con protagonista Dustin Hoffman. Più precisamente la scena in cui, durante la stagione invernale, Custer e il suo Settimo Cavalleggeri attaccano di sorpresa l'accampamento indiano dove si è rifugiato il Piccolo Grande Uomo, che assiste, per l’ennesima volta, a un eccidio compiuto dall’esercito, che, al suono di una marcia militare, stermina la sua tribù e durante il quale sua moglie è trucidata insieme ad altre donne e bambini.


Dustin Hoffman e Chief Dan George
Avevo visto quel film, ancora poco più che bambino, durante il pomeriggio di una pigra domenica invernale, rimanendone affascinato e allo stesso tempo inquietato, poiché è un Western statunitense decisamente singolare, molto lontano da tanti altri che già conoscevo, se non altro per come sono rappresentati gli Indiani, i Nativi, e la loro cultura, per il comportamento e l’immagine che di sé danno i “bianchi” e l’esercito in giacca blu. Con l’età adulta è venuta la consapevolezza che quest’opera si era distinta, all’epoca, per l'impostazione che tende a rivalutare la popolazione dei pellerossa, attraverso un sunto filosofico a doppio registro, disegnato in una forma di condanna storica partecipativa all'annientamento totale del mito della frontiera.

Il mondo civile del West, da cui è poi scaturito il patrimonio di valori degli USA, è infatti spogliato di retorica, messo a nudo, in una parola smitizzato. Esso è presentato come un ambiente dominato dalla brama di guadagno e da valori fittizi e disumanizzanti (tra cui anche la religione puritana anglosassone), dove la violenza regna sovrana e non vi è rispetto verso gli avversari, selvaggi da annientare per poter espandersi nei loro territori. Ci viene presentato il militarismo esasperato e spietato, finalizzato allo sfruttamento delle risorse di altri popoli, che avrebbe caratterizzato fin dalle origini gli Stati Uniti, dove la violenza, che pervade i rapporti interpersonali, è celebrata come mezzo per risolvere ogni problema sociale, ma in realtà è priva di ogni funzione catartica ed anche insensata.

 Solo molti anni dopo ho scoperto che, in realtà, sempre nel 1970, il massacro a cui si riferiva De Andrè, e Massimo Bubola con lui, quello di Sand Creek per l’appunto, era stato proposto e presentato in un altro film, Soldato Blu”, diretto da Ralph Nelson.

Qui le scene relative sono violentissime nella cruenta rappresentazione del massacro e di altri fatti simili presenti per tutta la durata del film. È un Western di stampo politico: genocidio di stato raccontato ad incastro attraverso il parere congiunto dei protagonisti, non filo-indiano come potrebbe sembrare, allusivo al contemporaneo conflitto in Vietnam, metaforico, non manicheo ma che utilizza le immagini, decisamente impressionanti e “forti”, come prova della crudeltà alla base dello scontro tra gli uomini, come simboli della sopraffazione del forte sul debole (i due ruoli vengono ricoperti sia dai selvaggi indiani che dai civili bianchi).

Data la crudezza con cui vengono rappresentate le azioni dei militari, Soldato Blu rende meglio la realtà e con maggiore aderenza e fedeltà i fatti narrati in Fiume Sand Creek (fatti realmente accaduti, nel caso ci fosse bisogno di chiarirlo), ma io tuttora rimango legato a quei sentimenti di pre-adolescente e alle immagini di Dustin Hoffman e Chief Dan George (Cotenna di Bisonte) che fuggono. 

L’episodio non è lo stesso (“Il Piccolo Grande Uomo” mostra la battaglia di Little Big Horn, dove morì il generale Custer) ma le note e le parole di quella canzone mi hanno donato l’opportunità di conoscere ed apprezzare un film e scoprire ed imparare se non una lezione, quantomeno un po’ di Storia, ritengo libera da retoriche e stereotipi.


Candice Bergen e Peter Strauss in "Soldato Blu"
Chief Dan George
Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola autori di "Fiume Sand Creek"