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Post su Film, Libri, Mostre, Esperienze di vita, Fumetti, Cartoni Animati e quello che mi piace ed anche che mi piace di meno.
La mia ex-moglie dice che vuole bene a Billy, e io credo di sì. Ma non
credo che questo sia il punto qui. Se ho ben capito, quello che più
conta qui è solo il bene di nostro figlio, ciò che è meglio per lui. Mia
moglie non faceva che dirmi: "Perché una donna non può avere le stesse
ambizioni di un uomo?". Forse hai ragione. Forse sono riuscito a capire.
Ma per lo stesso principio, vorrei sapere chi ha detto che una donna è
un genitore migliore in virtù del suo sesso. Ho avuto tempo di pensarci.
Ha a che fare con la costanza, con la pazienze, con l'ascoltarlo, o col
fingere di ascoltarlo, se ti manca anche la forza di ascoltarlo. Ha a
che fare con l'amore, come diceva lei... e io non so dov'è scritto il
fatto che una donna ha... l'esclusiva, il monopolio, e che l'uomo
difetta di certi sentimenti che ha la donna. Il bambino ha una casa con
me. L'ho fatta meglio che potevo, non è perfetta, io non sono un
genitore perfetto, e qualche volta non ho pazienza e... e mi dimentico
che lui è un ragazzino... ma sono lì. Io mi alzo la mattina, facciamo
colazione, lo accompagno a scuola, torno a casa la sera, mangiamo,
parliamo, gli leggo... abbiamo costruito una vita insieme. E ci vogliamo
bene. Se tutto ciò verrà distrutto, potrebbe essere irreparabile.
Joanna, non glielo fare... non farglielo per la seconda volta.
(Ted Kramer/Dustin Hoffman in "Kramer contro Kramer", di Robert Benton - 1979)
In questi giorni è in programmazione nei cinema
italiani un film documentario su Steve McQueen.
Presento la mia personale cinquina di film dell’attore
statunitense morto 35 anni fa e come mio solito aggiungo due film in veste di
bonus.
La
grande fuga(The Great
Escape), di
John Sturges (1963): ne ho già parlato a proposito dei film sulla SecondaGuerra Mondiale. Probabilmente il primo in cui ho fatto la conoscenza di Steve
McQueen, prigioniero dei Tedeschi in un campo appositamente creato per “metteretutte le mele marce in un paniere”. Volto con un sorriso coinvolgente ed
espressione beffarda, per un soldato deciso e determinato a fuggire, persino
compiendo evoluzioni in moto.
Scene Cult: lui che gioca con una palla da baseball in cella
d’isolamento.
La
prima volta
La
seconda
La
terza
Cincinnati
Kid(The Cincinnati Kid), di Norman Jewison (1965):
memorabile e da gustare il duetto fra Cincinnati Kid/Steve McQueen e Lancey
Howard/Edward G. Robinson, per un melodramma attorno al tavolo da poker, con
fine analisi psicologica e ottima resa dei caratteri, del contesto e degli
ambienti.
Scena
cult: la
scala reale di Robinson “in faccia” ad un annichilito McQueen.
Bullitt, di Peter Yates (1968):
cinico e disincantato con uno stile ed una eleganza che pochi sono riusciti ad
eguagliare, il tenente della squadra omicidi della polizia di San Francisco, interpretato
dal nostro eroe entra a pieno diritto fra i miei personaggi preferiti. Un
poliziesco sempre in movimento per questa Scena cult: un imperdibile e forse irripetibile reale
inseguimento a bordo di una Ford Mustang.
Getaway,
di Sam
Peckinpah (1972): film d’azione in cui gli stessi miti proposti vengono
bellamente presi di mira in un’opera di decostruzione tipica del regista.
Elementi tipici del film noir e del tema dell’inseguimento incontrano una non
disprezzabile indagine sulla psicologia dei caratteri. Da un romanzo di Jim
Thompson, uno dei più bei personaggi interpretati dal buon Steve, ovvero il
fuorilegge “Doc” McCoy.
Scena cult: la sparatoria nell'hotel.
Papillon, di Franklin J. Schaffner
(1973): nonostante tutto un film d’avventura, più che un documento sulla
disumanità e forse inutilità di un carcere duro. Il film gode delle ottime
interpretazioni dei protagonisti, Dustin Hoffman ed ovviamente Steve McQueen
probabilmente nella sua prova artisticamente più convincente, della
sceneggiatura drammatica tratta dall’omonimo romanzo e dell’ambientazione
esotica. È sufficiente per farne una ottima visione.
Scena cult: il finale, con l’abbraccio
fra Papillon e Louis e la famosa “frase di saluto” agli aguzzini.
Bonus:
Quelli
della San Pablo(The
Sand Pebbles),
di Robert Wise (1966): McQueen marinaio.
Tom Horn, di William Wiard (1980):
penultimo suo film in un western che assomiglia molto ad una metafora della sua
stessa vita.
“Ma per Dio, Signora Robinson, voi mi avete fatto entrare
in casa vostra. Mi avete dato da bere. Avete messo su un disco, ora state
cominciando a rendermi parte della vostra vita privata e mi dite che vostro
marito torna tardi... Signora Robinson voi state cercando di sedurmi, non è
così?”
(Benjamin “Ben” Braddock/Dustin Hoffman in “Il Laureato”, di Mike Nichols - 1967)
“Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
…”
Ho ascoltato Fiume
Sand Creek, la canzone di Fabrizio
De Andrè, per la prima volta all’età di 15 anni, da un vinile che, barando
e con un po’ di malizia, avevo regalato a mio padre. La forza del brano, allora
e ancora adesso, mi si impone soprattutto grazie alla scelta di presentare un
evento drammatico attraverso gli occhi e le parole di un bambino ed il suo
rapporto con il nonno.
Istintivamente le immagini che le parole, il testo,
mi suggerivano e facevano scorrere nella mia mente, erano quelle prese a
prestito da “IlPiccolo Grande
Uomo” (1970), il film di Arthur Penn
con protagonista Dustin Hoffman. Più
precisamente la scena in cui,durante
la stagione invernale, Custer e il suo Settimo Cavalleggeri attaccano di
sorpresa l'accampamento indiano dove si è rifugiato il Piccolo Grande Uomo, che
assiste, per l’ennesima volta, a un eccidio compiuto dall’esercito, che, al
suono di una marcia militare, stermina la sua tribù e durante il quale sua
moglie è trucidata insieme ad altre donne e bambini.
Dustin Hoffman e Chief Dan George
Avevo visto quel film, ancora poco più che bambino,
durante il pomeriggio di una pigra domenica invernale, rimanendone affascinato
e allo stesso tempo inquietato, poiché è un Western statunitense
decisamente singolare, molto lontano da tanti altri che già conoscevo, se non
altro per come sono rappresentati gli Indiani, i Nativi, e la loro
cultura, per il comportamento e l’immagine che di sé danno i “bianchi” e l’esercito
in giacca blu. Con l’età adulta è venuta la consapevolezza che quest’opera
si era distinta, all’epoca, per l'impostazione che tende a rivalutare la
popolazione dei pellerossa, attraverso un sunto filosofico a doppio
registro, disegnato in una forma di condanna storica partecipativa
all'annientamento totale del mito della frontiera.
Il mondo civile del West, da cui è poi scaturito il
patrimonio di valori degli USA, è infatti spogliato di retorica, messo a
nudo, in una parola smitizzato. Esso è presentato come un ambiente dominato
dalla brama di guadagno e da valori fittizi e disumanizzanti (tra cui
anche la religione puritana anglosassone), dove la violenza regna sovrana e non
vi è rispetto verso gli avversari, selvaggi da annientare per poter espandersi
nei loro territori. Ci viene presentato il militarismo esasperato e
spietato, finalizzato allo sfruttamento delle risorse di altri popoli, che
avrebbe caratterizzato fin dalle origini gli Stati Uniti, dove la
violenza, che pervade i rapporti interpersonali, è celebrata come mezzo per
risolvere ogni problema sociale, ma in realtà è priva di ogni funzione
catartica ed anche insensata.
Solo molti anni dopo ho scoperto che, in realtà,
sempre nel 1970, il massacro a cui si riferiva De Andrè, e Massimo Bubola
con lui, quello di Sand Creek per
l’appunto, era stato proposto e presentato in un altro film, “Soldato Blu”, diretto da Ralph Nelson.
Qui le scene relative sono violentissime nella
cruenta rappresentazione del massacro e di altri fatti simili presenti
per tutta la durata del film. È un Western di stampo politico: genocidio
di stato raccontato ad incastro attraverso il parere congiunto dei
protagonisti, non filo-indiano come potrebbe sembrare, allusivo al
contemporaneo conflitto in Vietnam, metaforico, non manicheo ma che
utilizza le immagini, decisamente impressionanti e “forti”, come prova della
crudeltà alla base dello scontro tra gli uomini, come simboli della sopraffazione
del forte sul debole (i due ruoli vengono ricoperti sia dai selvaggi
indiani che dai civili bianchi).
Data la crudezza con cui vengono rappresentate le
azioni dei militari, Soldato Blu
rende meglio la realtà e con maggiore aderenza e fedeltà i fatti narrati in Fiume Sand Creek (fatti realmente
accaduti, nel caso ci fosse bisogno di chiarirlo), ma io tuttora rimango legato
a quei sentimenti di pre-adolescente e alle immagini di Dustin Hoffman e Chief Dan
George (Cotenna di Bisonte) che fuggono.
L’episodio non è lo
stesso (“IlPiccolo Grande Uomo” mostra la battaglia di Little
Big Horn, dove morì il generale Custer) ma le note e le parole di
quella canzone mi hanno donato l’opportunità di conoscere ed apprezzare un film
e scoprire ed imparare se non una lezione, quantomeno un po’ di Storia,
ritengo libera da retoriche e stereotipi.
Candice Bergen e Peter Strauss in "Soldato Blu"
Chief Dan George
Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola autori di "Fiume Sand Creek"