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domenica 30 gennaio 2022

Di cose che sono anche altre cose


Sapete cosa mi preoccupa davvero, è quando qualcuno vi dice che il suo telefonino è anche una macchina fotografica. Lo detesto. Cosa c'è di male ad avere qualcosa che è proprio quello che è, ed essere felici? Mi fa venire voglia di dir loro…“I miei occhiali da sole sono anche un triciclo.” Ma non lo faccio…

(Tom Waits)




domenica 9 maggio 2021

Cos'è per lei il Paradiso?

 


- Cos’è per lei il Paradiso?
- Mia moglie ed io nella stanza di un Motel 6 sulla Route 66 con un thermos di caffé, una chitarra economica, un mangiacassette preso ad un banco dei pegni e una macchina pronta a partire parcheggiata subito fuori dalla porta.

(Tom Waits)

 

lunedì 30 settembre 2019

Citazioni Cinematografiche n.322

Roberto: Do you like Walt Whitman? Yes, I like Walt Whitman very much. Leaves of Grass...
Zack: What?
Roberto: Nothing! I said "do you like Walt Whitman?"
Zack: Walt Whitman?
Roberto: Yes, I like Walt Whitman very much! Very good Leaves of Grass. Leaves of Grass... «Vision di pietà, di onta e afflizione, | orribil pensiero, un'anima in prigione.» Walt Whitman...
Zack: Walt Whitman!

(Roberto/Roberto Benigni e Zack/Tom Waits in "Daunbailò", di Jim Jarmusch - 1986) 



giovedì 18 ottobre 2018

Portami a casa

Tony Leung e Faye Wong in "Hong Kong Express" di Wong Kar-wai - 1994

Take me home, you silly boy
Put your arms around me
Take me home, you silly boy
All the world's not round without you



I'm so sorry that I broke your heart
Please don't leave my side
Take me home, you silly boy
Cause I'm still in love with you

sabato 11 novembre 2017

Ubriaco sulla Luna



"Drunk On The Moon"

Tight-slacked clad girls on the graveyard shift
'Neath the cement stroll
Catch the midnight drift
Cigar chewing charlie
In that newspaper nest
grifting hot horse tips
On who's running the best


And I'm blinded by the neon
Don't try and change my tune
'Cause I thought I heard a saxophone
I'm drunk on the moon

And the moon's a silver slipper
It's pouring champagne stars
Broadway's like a serpent
Pulling shiny top-down cars
Laramer is teeming
With that undulating beat
And some Bonneville is screaming
It's way wilder down the street



Hearts flutter and race
The moon's on the wane
Tarts mutter their dream hopes
The night will ordain
Come schemers and dancers
Cherry delight
As a Cleveland-bound Greyhound
And it cuts throught the night

And I've hawked all my yesterdays
Don't try and change my tune
'Cause I thought I heard a saxophone
I'm drunk on the moon 

giovedì 11 maggio 2017

Ricordo sere quiete



«E ricordo sere quiete
a tremare vicino a te»

(Tom Waits, “Martha”, da Closing Time, 1973)

Operator, number, please
It’s been so many years
Will she remember my old voice
While I fight the tears?
Hello, hello there, is this Martha?
This is old Tom Frost
And I am calling long distance
Don’t worry ’bout the cost
‘Cause it’s been forty years or more
Now Martha please recall
Meet me out for coffee
Where we’ll talk about it all

And those were the days of roses
Poetry and prose and Martha
All I had was you and all you had was me
There was no tomorrows
We’d packed away our sorrows
And we saved them for a rainy day

And I feel so much older now
And you’re much older too
How’s your husband?
And how’s your kids?
You know that I got married too?
Lucky that you found someone
To make you feel secure
‘Cause we were all so young and foolish
Now we are mature

And those were the days of roses
Poetry and prose and Martha
All I had was you and all you had was me
There was no tomorrows
We’d packed away our sorrows
And we saved them for a rainy day

And I was always so impulsive
I guess that I still am
And all that really mattered then
Was that I was a man
I guess that our being together
Was never meant to be
And Martha, Martha
I love you can’t you see?

And those were the days of roses
Poetry and prose and Martha
All I had was you and all you had was me
There was no tomorrows
We’d packed away our sorrows
And we saved them for a rainy day

And I remember quiet evenings
Trembling close to you.
Gli Amanti II - Egon Schiele

venerdì 25 dicembre 2015

Natale



Auggie: Allora, come va il lavoro, maestro?
Paul: Bene! Giusto un paio di giorni fa mi è arrivata una telefonata dal New York Times. Mi hanno chiesto di scrivere una storia di Natale. Intendono pubblicarla il giorno di Natale.
Auggie: È la tua occasione, amico! Quello che ti ci voleva!
Paul: Sì, magnifico. Solo che devo tirar fuori qualcosa in quattro giorni, e non ho un'idea. Tu non conosci qualche storia di Natale?
Auggie: Storie di Natale? Certo! Ne so a tonnellate.
Paul: Ah! Ce n'hai una buona?
Auggie: Una buona? Come no! Vuoi scherzare? Facciamo così: pagami il pranzo e ti regalo la più bella storia di Natale che tu abbia mai sentito, che ne dici? E ti garantisco che è vera ogni parola.

Paul: Allora. Sei pronto?
Auggie: Pronto. Quando vuoi.
Paul: Sono tutt'orecchie.
Auggie: Mi ricordo quella volta che mi hai chiesto come ho iniziato a fare le foto. Beh, questa è la storia della mia prima macchina fotografica. Veramente, prima e unica. Mi segui fin qui?
Paul: Parola per parola.
Auggie: Dunque. Ecco come sono andate le cose. Okay. Era l'estate del ‘76, all'epoca del mio primo lavoro per Vinnie, l'estate del Bicentenario. Una mattina al negozio un ragazzo cominciò a rubare delle cose. Stava giù, alla scansia dei tascabili, e si infilava le riviste porno sotto la maglietta. Non l'ho visto sùbito, c'era gente intorno al bancone, ma come me ne sono accorto, ho iniziato a strillare. Lui è scappato come un coniglio, shhh! E quando sono uscito fuori dal bancone, aveva già le chiappe sulla Settima Strada. L'ho rincorso per circa un isolato, poi ho lasciato stare. Gli era caduta qualcosa mentre scappava. E… dato che non me la sentivo più di correre, l'ho raccolta, per vedere cosa fosse. Era il suo portafogli. Non c'erano soldi dentro, ma c'era la sua patente, e altre tre o quattro fotografie. Avrei potuto farlo arrestare, certo, c'era nome e indirizzo sulla patente, ma sai, mi dispiaceva. Era solo un teppistello. E una volta viste quelle foto nel portafogli, non ce l'ho più fatta ad essere veramente arrabbiato con lui. Roger Goodwin. Si chiamava così. In una di quelle foto, mi ricordo, stava in braccio alla madre. In un'altra aveva un trofeo in mano, della scuola, e rideva, felice, come se avesse vinto alla lotteria. Proprio non me la sentivo. Un povero ragazzo di Brooklin. Non era una cosa grave. Tanto chi se ne importa di un paio di giornaletti porno? E così, mi sono tenuto il portafogli. Ehm… ogni volta che sentivo il bisogno di riportarglielo, io rimandavo, e non l'ho mai fatto. Finché arriva Natale, e io non ho niente da fare. Vinnie voleva invitarmi, ma la madre si era ammalata, e lui e la moglie erano corsi a Miami, all'ultimo minuto. Quindi me ne stavo a casa mia, quella mattina. Mi sentivo un po’ solo. Quando l'occhio va sul portafogli di Roger Goodwin. Mi sono detto: “che diavolo, perché non faccio qualcosa di buono? Mi infilo il cappotto e gli riporto il portafogli”. Abitava dalle parti di Boerum Hill, nelle case popolari. Mi ricordo che faceva un freddo cane, quel giorno. Mi sono perso molte volte prima di trovarlo. Le case sono tutte uguali, laggiù. Giri nello stesso punto e credi di stare da un'altra parte. Comunque, alla fine arrivo al palazzo che cercavo, alla casa che cercavo, e suono il campanello. Non succede niente. Penso che non ci sia nessuno. Suono di nuovo, per esserne sicuro. Ormai sto per andarmene; aspetto un altro po’, e sento trafficare dietro la porta. E una voce di vecchia chiede: “Chi è?”. E io dico: “Sto cercando Roger Goodwin”. “Sei tu, Roger?”, mi dice. E dà quindici mandate per aprire la porta. Avrà avuto almeno 80 anni, se non addirittura 90! E la prima cosa che noto di lei è che è cieca. “Lo sapevo che saresti venuto, Roger”, dice. “Lo sapevo che non avresti dimenticato nonna Ethel a Natale”. E poi apre le braccia, e mi si avvicina per abbracciarmi. Non ho tempo per riflettere, capisci? Devo dire qualcosa in fretta. E prima che realizzo ciò che sta accadendo, le parole mi escono dalla bocca. “Proprio così, nonna Ethel”, dissi, “sono tornato a trovarti per Natale”. Non mi chiedere perché l'ho detto. Non ne ho la minima idea. Mi è uscito così. D'improvviso la signora comincia ad abbracciarmi, davanti alla porta, e anch'io l'abbraccio. Era come se tutti e due avessimo deciso di giocare questo gioco senza doverne stabilire le regole. Sapeva benissimo che non ero il nipote. Era vecchia e debole, ma non così andata da non saper distinguere un perfetto sconosciuto ad uno di famiglia. Fu felice di fare come se fosse vero. E dato che non avevo di meglio da fare, fui contento di assecondarla. Insomma, entrammo in casa e passammo la giornata insieme, e quando mi chiedeva quello che facevo, io le mentivo. Le raccontai che avevo trovato lavoro in una tabaccheria, le dissi che stavo per sposarmi, inventai centinaia di storie, e lei faceva finta di credere a ogni cosa. “Ma bene, Roger”, diceva, muovendo il capo e sorridendo, “ho sempre saputo che ti sarebbe andata bene”. Mah. Dopo un po’, cominciai ad avere fame, e siccome in casa non c'era niente da mangiare, andai a cercare un negozio lì vicino, e tornai su carico di roba. Pollo arrosto, zuppa di verdure, patate bollite, insomma un mucchio di roba. Nonna Ethel aveva un paio di bottiglie nascoste in camera da letto, eh, eh, eh! E così fra tutti e due riuscimmo a mettere su una discreta cena di Natale. Eravamo tutti e due un po’ brilli, mi ricordo, e dopo pranzo andammo a metterci di là, nel soggiorno, dove si stava seduti più comodi. Dovevo fare pipì, così a un certo punto ho chiesto scusa e sono andato al bagno, in fondo al corridoio. E qui la cosa prende un'altra piega. Era già stato stravagante giocare al nipote di nonna Ethel, ma quello che feci poi fu decisamente folle, e non me lo sono mai perdonato da allora. Entro nel bagno, e accatastate contro il muro vicino alla doccia, vedo una pila di sei o sette macchine fotografiche, del tutto nuove. Macchinette trentacinque millimetri, ancora nella scatola. Non avevo mai scattato una foto in vita mia, e tantomeno avevo mai rubato. Ma come vidi quella pila di macchinette abbandonate nel bagno, decisi che ne volevo una tutta per me. Una come quelle. E senza pensarci un istante, ne prendo una, me la metto sotto il braccio, apro la porta del bagno e torno nel soggiorno. Non ci ho messo più di tre minuti, ma nel frattempo nonna Ethel si era addormentata. Troppo Chianti, immagino. Andai in cucina, a lavare i piatti, e in mezzo a quel fracasso lei dormiva come una bambina. Non c'era motivo di disturbarla, quindi decisi di andarmene. Non potei lasciarle neanche un biglietto di saluto, dato che era cieca. Me ne andai e basta. Misi il portafogli del nipote sul tavolo. Ripresi la macchinetta e lasciai l'appartamento. Fine della storia.
Paul: L'hai più rivista?  Sei mai tornato a trovarla?
Auggie: Una volta, tre o quattro mesi dopo. Io stavo malissimo per il furto della macchinetta, non l'avevo neanche usata. Finalmente decisi di riportarla, ma nonna Ethel lì non c'era più. Qualcun altro viveva in quell'appartamento, e non sapeva dove fosse finita.
Paul: Probabilmente era morta.
Auggie: Sì, probabilmente.
Paul: Il che vuol dire che ha passato il suo ultimo Natale con te.
Auggie: Forse sì. Non ci avevo mai pensato.
Paul: È stata una buona azione, Auggie. Hai fatto una bella cosa per lei.
Auggie: Le ho mentito, le ho rubato un oggetto, e tu la chiami una buona azione?
Paul: Beh, l'hai fatta felice. La macchinetta era sicuramente… rubata, non l'hai tolta al… al proprietario.
Auggie: Qualsiasi cosa nel nome dell'arte, eh?
Paul: No, non è proprio così. In fondo ne hai fatto un buon uso.
Auggie: E tu ora hai la tua storia di Natale, no?
Paul: Sì, immagino di sì. Il raccontare è un vero talento, Auggie. Per fare una bella storia devi sapere quali bottoni spingere. Tu sei al pari dei maestri.
Auggie: Che vuoi dire?
Paul: Voglio dire che è una bella storia.
Auggie: Cazzo, se non confidi i tuoi segreti agli amici, allora che amico sei?
Paul: Giusto. Non varrebbe la pena di vivere altrimenti, no? “Il racconto di Natale di Auggie Wren”, scritto da Paul Benjamin.

(da “Smoke”, di Wayne Wang e Paul Auster - 1995)

Musica: Innocent When You Dream di Tom Waits.