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martedì 10 ottobre 2023

I Ponti #3



Sul ponte

Soli un uomo e una donna
sopra un ponte dell'assonnata azzurra Senna -
sul desertico senso della folla,
sulle luci chimeriche.
In qualche dove si cambiano governi,
qualcuno pronuncia discorsi saggi.
Questo da lì appare appena,
come Senna, 
                    fluttuante e vaga.
Così senza parole stanno,
                                         senza baci
sotto la trasparente volta fino all'alba,
come in confezione-cellophane
a tutta la terra
                       dono della terra!
Per noi il cielo non voglia
                                           né profitto
                                                             né tetto,
né una vita comoda acquiescente.
Voglia
           che in ogni dove,
sempre noi restiamo sul ponte.
Ponte
          impresso nel cielo in eterno,
ponte
          dall'essenza sempre santa,
ponte
          teso al di sopra del tempo,
al di sopra
                  d'ogni vanità e menzogna.

(Evgenij Evtušenko - trad. Evelina Pascucci)




martedì 3 ottobre 2023

I Ponti #2

 



Se la costruzione del ponte è la più sublime delle ingegnerie, il suo abbattimento è la più impressionante delle distruzioni. Un ponte che cade è come una bestia che si piega sulle ginocchia dopo il colpo alla cervice. Manda un segnale cosmico, spezza qualcosa nell’universo.”

(Paolo Rumiz, “E' Oriente”)





martedì 26 settembre 2023

Ponti #1

 


Di tutto ciò che l’uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e più prezioso per me dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre costruiti sensatamente nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di tutte le altre costruzioni, mai asserviti al segreto o al malvagio.

I grandi ponti di pietra, grigi ed erosi dal vento e dalle piogge, spesso sgretolati nei loro angoli acuminati, testimoni delle epoche passate, in cui si viveva, si pensava e si costruiva in modo differente: nelle loro giunture e nelle loro invisibili fessure cresce l’erba sottile e gli uccelli fanno il nido.

I sottili ponti di ferro, tesi come filo da una sponda all’altra, che vibrano ed echeggiano con ogni treno che li percorre, come se aspettassero ancora la loro forma e perfezione finale. La bellezza delle loro linee si svelerà del tutto solo agli occhi dei nostri nipoti.

I ponti di legno all’entrata delle cittadine bosniache le cui travi traballano e risuonano sotto gli zoccoli dei cavalli, come le lamine di uno xilofono. E infine, quei minuscoli ponti sulle montagne, spesso solo un unico grande tronco ovale, massimo due, inchiodati uno accanto all’altro, gettati sopra qualche ruscello montano che senza di loro sarebbe invalicabile. Due volte all’anno il torrente impetuoso ingrossandosi li trascina via e i contadini, con l’ostinazione cieca delle formiche, tagliano e segano e ne rimettono nuovi. Per questo, vicino ai ruscelli di montagna, nelle anse fra le pietre dilavate, spesso si vedono questi "ponti" precedenti: stanno lì abbandonati a marcire insieme all’altra legna arrivata per caso. Ma questi tronchi di alberi lavorati, condannati a bruciare o a marcire, si differenziano comunque dal resto e ricordano sempre l’obiettivo per il quale sono serviti.

Diventano tutti uno solo e tutti degni della nostra attenzione, perché indicano il posto in cui l’uomo ha incontrato l’ostacolo e non si è arrestato, lo ha superato e scavalcato come meglio ha potuto, secondo le sue concezioni, il suo gusto e le condizioni circostanti.

Quando penso ai ponti, mi vengono in mente non quelli che ho traversato più spesso, ma quelli su cui mi sono soffermato più a lungo, che hanno attirato la mia attenzione e fatto spiccare il volo alla mia fantasia.

I ponti di Sarajevo, prima di tutto. Sul fiume Milijacka, il cui letto è una sorta di sua spina dorsale, rappresentano vertebre di pietra. Li vedo e li posso contare uno a uno. Conosco le loro arcate, ricordo i loro parapetti. Fra di loro ce n’è anche uno che porta il nome fatale di un ragazzo, un ponte minuscolo ma eterno che sembra ritiratosi in se stesso, una piccola e accogliente fortezza che non conosce né resa né tradimento.

Poi i ponti visti nei viaggi, di notte, dai finestrini dei treni, sottili e bianchi come fantasmi. I ponti di pietra in Spagna, ricoperti dall’edera e come impensieriti della propria immagine riflessa nell’acqua scura. I ponti di legno in Svizzera, ricoperti da un tetto che li difende dalle abbondanti nevicate, assomigliano a lunghi silos e sono ornati all’interno da immagini di santi o di avvenimenti miracolosi come fossero cappelle. I ponti fantastici della Turchia, poggiati lì per caso, custoditi e protetti dal destino. I ponti di Roma, dell’Italia meridionale, fatti di pietra candida, da cui Il tempo ha preso tutto quello che ha potuto e accanto ai quali da cent’anni ne vengono costruiti di nuovi, ma che restano come sentinelle ossificate.

Così, ovunque nel mondo, in qualsiasi posto il mio pensiero vada e si arresti, trova fedeli e operosi ponti, come eterno e mai soddisfatto desiderio dell’uomo di collegare, pacificare e unire insieme tutto ciò che appare davanti al nostro spirito, ai nostri occhi, ai nostri piedi, perché non ci siano divisioni, contrasti, distacchi…

Così anche nei sogni e nel libero gioco della fantasia, ascoltando la musica più bella e più amara che abbia mai sentito, mi appare all’improvviso davanti il ponte di pietra tagliato a metà, mentre le parti spezzate dell’arco interrotto dolorosamente si protendono l’una verso l’altra e con un ultimo sforzo fanno vedere l’unica linea possibile dell’arcata scomparsa. È la fedeltà e l’estrema ostinazione della bellezza, che permette accanto a sé un unica possibilità: la non esistenza.

E infine, tutto ciò che questa nostra vita esprime - pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri - tutto tende verso l’altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso. Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare: il disordine, la morte o l’assurdo. Poiché tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e al cui confronto tutti i ponti di questa terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. Mentre la nostra speranza è su quell’altra sponda.

(I ponti, da “Racconti di Bosnia” di Ivo Andrić – trad. Dunja Badnjević Orazi e Manuela Orazi Bašić)





mercoledì 13 ottobre 2021

Un ponte

 

Se ti disponi ad attraversare,
se stai per percorrere la misteriosa lunghezza del ponte,
pensa alle acque del fiume che scorre,
pensa alle acque come al tuo stesso sangue,
pensa ad esse, che scorrono incessanti
sotto le pietre prigioniere dell'arco,
senza pensare quale fu il loro inizio
né a quale fine scivolano in fretta.

Se vuoi passare all'altra sponda,
prima impregnati del posto che lasci,
senti dentro di te
il pugno di terra che calpestano le tue scarpe,
contempla il boschetto che ti ha prestato la sua ombra
e forse non tornerai più a guardare.

Quando attraversi con decisione il ponte,
strada della riva che verrà,
sospetta dei tuoi passi,
i tuoi passi che mentre avanzi senti
con il suono di passi che si allontanano.

E quando calpesti l'altra sponda,
fallo come se fosse un terreno sacro;
il posto che ti accoglie con tutti i tuoi ricordi,
con tutte le miserabili ombre
che credevi di aver abbandonato dall'altra parte.

(José Verón Gormaz, da Istruzioni per attraversare un ponte, 1983)