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Post su Film, Libri, Mostre, Esperienze di vita, Fumetti, Cartoni Animati e quello che mi piace ed anche che mi piace di meno.
Ian
Donnelly: Sai, stavo leggendo una cosa su questa idea che se ti
immergi totalmente in una lingua straniera di fatto puoi
riprogrammare il cervello.
Louise
Banks: Sì, è l'ipotesi di Sapir-Whorf, la teoria secondo cui...
è la teoria secondo cui la lingua che parli determina il tuo modo di
pensare e anche...
Ian
Donnelly: Sì, incide su come vedi tutto. Era... per curiosità,
stai sognando nella loro lingua?
Louise
Banks: ...Forse ho fatto qualche sogno, ma non... non credo per
questo di non essere idonea a svolgere questo compito.
Ana Stelline: I Replicanti vivono vite dure, creati per fare
quello che noi preferiamo non fare. Non posso aiutarli con il futuro, ma
posso darvi dei bei ricordi a cui ripensare, per cui sorridere.
K: È bello.
Ana Stelline: È più che bello. Sembra autentico. E se hai dei ricordi autentici allora puoi avere vere reazioni umane. Non pensa anche lei?
(Ana Stelline/Carla Juri e Agente K./Ryan Gosling in "Blade Runner 2049", di Denis Villeneuve - 2017)
Qualche ora
la casa completamente libera, sono da solo e cosa faccio? Guardo un
film! Un film di fantascienza! Guardo “Arrival” di Denis
Villeneuve.
Andiamo
subito al sodo e scrivo che mi è piaciuto, nonostante sia un film di
fantascienza filosofica, poiché dopo il per me detestabile,
nonché troppo lungo, Interstellar dell'ancora più detestabile
Nolan, il sottogenere mi crea qualche disagio.
Arrival
invece è un film equilibrato e ben recitato, dove la
sceneggiatura è solida nella sua apparente semplicità, senza
concedere sentimentalismi di sorta e soprattutto presenta temi
filosofici e speculativi senza ammorbare lo spettatore che si può
godere le belle immagini, con una mirabile fotografia, seguendo il
dipanarsi di ipotesi e tesi. La differenza con l'altra opera citata è
evidente, anche perché Amy Adams è veramente al meglio, o
quasi, ben affiancata dal veterano Forest Whitaker e dal bravo
Jeremy Renner.
Uno dei
punti forti del film di Villeneuve è l'essere riuscito a offrire
qualcosa di veramente personale e infondere nuova forza ad un genere
che rischia di ripiegare su se stesso film dopo film. Invece
la fantascienza proposta in questo caso pur ancorandosi molto al
classico, ovvero uno sbarco alieno sulla terra, riesce ad essere
declinata con convincente originalità e, partendo dalla dialettica
tra linguaggio e scienza, la narrazione risulta arricchita di
intuizioni filosofiche e sociologiche, senza mai perdere di vista un
valido intrattenimento, né risparmiandosi attualità ed
aggiornamenti più che validi sulla scienza stessa, sul cinema e
sulle sue modalità artistiche ed espressive.
Anche nei
momenti in cui ci si avvicina al baratro dell'involuzione espositiva
e si prospetta lo spettro delle immagini autocelebrative, nonché
dell'estetismo fine a se stesso, il regista decide di fermarsi un
attimo prima. Così i riferimenti alle emozioni umane, alla
maternità, alla riflessione dell'uomo e della scienza sono eleganti
ed al medesimo tempo sostanziali e “pieni”, godibili all'interno
di un prodotto che coniuga intrattenimento e
divulgazione (senza che quest'ultimo
aspetto venga messo in primo piano oltre che utilizzato per onanismi
autoriali). Ritmo
e tensione narrativa vengono mantenuti per tutto il film, senza uno
sterile filosofeggiare che manderebbe all'aria il tutto, lasciando
soddisfatti solo i maniaci dell'inspiegabile e dell'astratto. Invece
lo spettatore si diverte e si emoziona, si gode quanto viene
raccontato e viene accompagnato verso una “semplice” soluzione
dell'enigma, degli enigmi privati e collettivi, non consolatoria ma
profonda nella sua vitalità, in equilibrio tra scienza e fantasia,
realtà e finzione.