Woody Allen in “Crimini e Misfatti”, di Woody Allen - 1989 |
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| Harrison Ford in “Blade Runner”, di Ridley Scott - 1982 |
Danny Aiello in “La rosa purpurea del Cairo”, di Woody Allen - 1985 |
Emmanuelle Béart in “Pranzo di Natale”, di Danièle Thompson - 1999 |
Johnny Depp in “Edward mani di forbice”, di Tim Burton - 1990 |
Michelle Pfeiffer in “Paura d'amare”, di Garry Marshall - 1991 |
Cinquanta. Non mi fece alcun effetto toccare i trenta. Tutti avevano detto "Vedrai". Poi mi dicevano "È tragico toccare i quaranta". Ma si sbagliavano, io non ci detti il minimo peso. Poi dicevano che sarebbe stato un trauma quando si arriva ai cinquanta. Era vero... A dirti la verità, non credo di avere più ripreso il mio equilibrio da quando ne ho cinquanta.
(Marion Post/Gena Rowlands in “Un'altra donna”, di Woody Allen - 1988)
Il mio matrimonio, te l'ho detto, è morto da anni. Non lo so perché. Ah, sì che lo so, è la seconda legge della termodinamica: prima o poi tutto si muta in merda.
(Sally/Judy Davis in “Mariti e Mogli”, di Woody Allen - 1992)
Che straordinaria attrice era Gena Rowlands!
“Grazie”, direbbe il lettore di queste parole, “non hai proprio nulla di originale da scrivere?”. “Non se ne era accorto nessuno, secondo te?”, potrebbe, giustamente, rimproverarmi.
A questo punto, per chiedere, se non proprio la benevolenza quantomeno la pazienza del suddetto, deluso, lettore, aggiungo che quello era solo l'introduzione, magari un pretesto, per scrivere quanto segue. Nella speranza comunque che il lettore sia ancora tale, ovvero che non abbia nel frattempo abbandonato queste righe per dedicarsi a più stimolanti ed edificanti attività.
Ebbene qualche sera fa ho rivisto “Un'altra donna”, film del 1988 di Woody Allen. Quindi, per l'appunto, ho rivisto, perciò visto nuovamente, la grande prova recitativa ed interpretativa di Gena Rowlands. Prova goduta con occhi maggiormente sgombri e più adeguata disposizione d'animo, data da quella che qualche detrattore definirebbe “la vecchiaia”, ma che io, pietosamente, vorrei chiamare “maturità”, se non proprio “esperienza”.
La grandezza di Rowlands non è evidente solo da quest'opera, ovviamente, ma la mia, intensa, sensazione è che qui, diretta da un altro regista che non fosse John Cassavetes, sia riuscita a proporsi ed imporsi come il personaggio femminile meglio riuscito nella filmografia di Allen.
Entrambi newyorchesi, Allen e Cassavetes, il primo, differentemente dal secondo, spesso ha indagato “il femminile”, i pensieri e le emozioni delle sue protagoniste femminili attraverso il filtro di un altro protagonista maschile. In quest'opera, invece, con la protagonista femminile effettivamente al centro della sceneggiatura, si cerca di indagare “davvero” le sue emozioni e i suoi pensieri, senza filtrarli.
Un archetipo più europeo che nordamericano, meno abitante della “Grande Mela” e più vicino alla letteratura di lingua tedesca e nordeuropea. Non a caso la luce è curata da Sven Nykvist, lo stesso del maestro svedese Ingmar Bergman, tanto ammirato ed omaggiato da Allen.
“Un'altra donna” è notevole, riassumendo con colpevole sintesi, anche, oserei in buona parte, per il felice e raro incontro fra attrice e regista. Un incontro dove Allen riesce a contenere quello che era l'ammirevole e spesso coinvolgente istrionismo della Rowlands, cucendole addosso un ruolo da interpretare con abile e lodevole sottigliezza, dove i mezzi sguardi, le frasi sussurrate e le mezze espressioni fanno gran parte del “lavoro”, mentre l'attrice offre al regista spiragli positivi, quasi insoliti nella sua visione del femminile e dei rapporti umani.
Non è controllabile la vita, e non finisce in modo perfetto! Solo l'arte puoi controllare. L'arte e la masturbazione: due campi in cui sono un'indiscussa autorità.
(Sandy Bates/Woody Allen in “Stardust Memories”, di Woody Allen - 1980)
Nel guardare “Amore e Guerra” di Woody Allen, forse solo la prima volta ma anche ad una seconda visione, si corre il rischio di fermarsi alla vis comica, al lato ed aspetto divertente dell'opera. Intendiamoci in “Amore e Guerra” si ride parecchio, ci si diverte, ma è un po' un errore considerare l'opera un puro oggetto comico, spassoso, al quale ricorrere per il gusto di citarne le battute e da vedere quando si ha voglia di farsi quattro risate in compagnia (ma anche da soli!). Insomma è riduttivo relegare il film allo stesso piano, all'abito formale e costitutivo che presentano quelli immediatamente precedenti dell'autore newyorkese.
Woody Allen si confronta apertamente per la prima volta in questo film con due riferimenti culturali che avranno un forte impatto sulla sua poetica espressiva, sviluppandosi anche nei decenni a seguire.
Il primo, evidente fin dall’ambientazione geografica e ottocentesca, è la letteratura russa, ovvero le opere di Lev Nikolàevič Tolstòj e Fëdor Michajlovič Dostoevskij. Per quanto riguarda Dostoevskij in particolare, l'autore di “Delitto e Castigo” sarà alla base delle riflessioni portanti sia di “Crimini e misfatti” che di “Match Point”. A questo aggiungiamo quanto si può ascoltare in “Io e Annie”, nelle lezioni universitarie, oltre a un sorprendente e brillante dialogo di “Mariti e mogli”, dove Allen e Juliette Lewis così affermano: Tolstoj... Tolstoj è un pasto... Turgenev io direi che è un favoloso dessert, così lo caratterizzerei... E Dostoevskij? Ah sì, Dostoevskij è un pasto completo con contorno di vitamina e germe di grano.
Il secondo è il cinema di Ingmar Bergman, che ispirerà alcuni dei ritratti più dichiaratamente psicologici di Allen, come “Interiors”, che riprende chiaramente “Sussurri e grida”, oppure “Una commedia sexy in una notte di mezza estate” che ammicca e gioca con “Sorrisi di una notte d’estate”, per giungera a “Hannah e le sue sorelle” che si accorge e quasi distrattamente si ricorda di “Fanny e Alexander”.
Visto in quest’ottica “Amore e Guerra” assume quindi un valore ed un ruolo centrale e (ri)fondativo all’interno della filmografia alleniana, valido ed emozionante punto di svolta per un passaggio che dal cinema comico, con tratti e costrutti parodistici e da stand up comedy, dei primi anni evolve in una direzione autobiografica, che due anni più tardi genererà “Io e Annie”.
Il film con Diane Keaton sarà poi di fatto il primo tassello di un vero e proprio canone espressivo, che il regista conserverà per tutto il suo percorso artistico, non solo con lui stesso protagonista delle proprie opere ma anche quando non lo sarà.
Hobie: Hai l'impressione che non comunichiamo più?
Susan: Certo che comunichiamo! Possiamo non parlarne?
(Hobie/Will Ferrell e Susan/Amanda Peet in “Melinda e Melinda”, di Woody Allen - 2004)
Sonja: Boris, guarda questa foglia. Non è perfetta? E questa? Guarda. Sì, sono convinta che questo è il migliore dei mondi possibili.
Boris:
Bé, è certo il più costoso.
Sonja: Non è incredibile la
natura?
Boris: Per me la natura è, sai… Non lo so… i
ragni, e le cimici, e il pesce grosso che mangia il piccolo e le
piante che mangiano altre piante, animali che man… È un enorme
ristorante, così la vedo.
Sonja: Sì, però se Dio l’ha
creata deve essere bella anche se il suo piano non c’è chiaro per
il momento.
Boris: Sonja, e se Dio non esistesse?
Sonja:
Boris Dimitrovic, stai scherzando?!?
Boris: E se fossimo
solo un branco di gente assurda che corre intorno senza nesso o
ragione?
Sonja: Ma se non esiste Dio la vita non avrebbe
alcun significato. Perché dovremmo continuare a vivere? Perché
allora non suicidarsi?
Boris: Beh, non facciamo gli
isterici. Potrei sbagliare. Io oggi mi uccido e domani Lui concede
un’intervista.
Sonja: Boris, ti dimostro com’è assurda
la tua posizione. D’accordo, diciamo che Dio non c’è e ogni uomo
è libero di fare tutto ciò che vuole. Beh, e allora chi ti
impedisce di ammazzare qualcuno?
Boris: L’omicidio è
immorale!
Sonja: L’immoralità è soggettiva.
Boris:
Sì, ma la soggettività è oggettiva.
Sonja: Non negli
schemi percettivi razionali.
Boris: La percezione è
irrazionale, implica imminenza.
Sonja: Ma il giudizio di
ogni sistema o relazione prioritaria dei fenomeni esiste in ogni
contraddizione razionale, metafisica, o almeno epistemologica, per
concetti astratti come esistere o essere, o accadere nella cosa
stessa o della cosa stessa.
Boris: Sì, questo è vero,
anche io lo dico sempre.
(Sonja/Diane Keaton e Boris/Woody Allen in "Amore e Guerra", di Woody Allen - 1975)