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mercoledì 8 aprile 2026

lunedì 3 novembre 2025

Citazioni Cinematografiche n.640

 

Hemingway: Gli scrittori... sono competitivi.
Gil: Io non potrei mai essere competitivo con lei.
Hemingway: Tu ti annulli troppo, non è da uomo. Se sei uno scrittore, definisciti il miglior scrittore, ma non lo sei finché ci sono io. A meno che non ti metti i guantoni e chiariamo la cosa.

(Hemingway/Corey Stoll e Gil/Owen Wilson in “Midnight in Paris”, di Woody Allen - 2011)






mercoledì 19 marzo 2025

Si mangia #1

 

Harrison Ford in “Blade Runner”, di Ridley Scott - 1982


Danny Aiello in “La rosa purpurea del Cairo”, di Woody Allen - 1985


Emmanuelle Béart in “Pranzo di Natale”, di Danièle Thompson - 1999


Johnny Depp in “Edward mani di forbice”, di Tim Burton - 1990


Michelle Pfeiffer in “Paura d'amare”, di Garry Marshall - 1991



lunedì 10 febbraio 2025

Citazioni Cinematografiche n.602

 

Cinquanta. Non mi fece alcun effetto toccare i trenta. Tutti avevano detto "Vedrai". Poi mi dicevano "È tragico toccare i quaranta". Ma si sbagliavano, io non ci detti il minimo peso. Poi dicevano che sarebbe stato un trauma quando si arriva ai cinquanta. Era vero... A dirti la verità, non credo di avere più ripreso il mio equilibrio da quando ne ho cinquanta.

(Marion Post/Gena Rowlands in “Un'altra donna”, di Woody Allen - 1988)







lunedì 3 febbraio 2025

Citazioni Cinematografiche n.601

 

Il mio matrimonio, te l'ho detto, è morto da anni. Non lo so perché. Ah, sì che lo so, è la seconda legge della termodinamica: prima o poi tutto si muta in merda.

(Sally/Judy Davis in “Mariti e Mogli”, di Woody Allen - 1992)




mercoledì 29 gennaio 2025

Gena Rowlands: un'altra donna

 


Che straordinaria attrice era Gena Rowlands!

Grazie”, direbbe il lettore di queste parole, “non hai proprio nulla di originale da scrivere?”. “Non se ne era accorto nessuno, secondo te?”, potrebbe, giustamente, rimproverarmi.

A questo punto, per chiedere, se non proprio la benevolenza quantomeno la pazienza del suddetto, deluso, lettore, aggiungo che quello era solo l'introduzione, magari un pretesto, per scrivere quanto segue. Nella speranza comunque che il lettore sia ancora tale, ovvero che non abbia nel frattempo abbandonato queste righe per dedicarsi a più stimolanti ed edificanti attività.


Ebbene qualche sera fa ho rivisto “Un'altra donna”, film del 1988 di Woody Allen. Quindi, per l'appunto, ho rivisto, perciò visto nuovamente, la grande prova recitativa ed interpretativa di Gena Rowlands. Prova goduta con occhi maggiormente sgombri e più adeguata disposizione d'animo, data da quella che qualche detrattore definirebbe “la vecchiaia”, ma che io, pietosamente, vorrei chiamare “maturità”, se non proprio “esperienza”.


La grandezza di Rowlands non è evidente solo da quest'opera, ovviamente, ma la mia, intensa, sensazione è che qui, diretta da un altro regista che non fosse John Cassavetes, sia riuscita a proporsi ed imporsi come il personaggio femminile meglio riuscito nella filmografia di Allen.

Entrambi newyorchesi, Allen e Cassavetes, il primo, differentemente dal secondo, spesso ha indagato “il femminile”, i pensieri e le emozioni delle sue protagoniste femminili attraverso il filtro di un altro protagonista maschile. In quest'opera, invece, con la protagonista femminile effettivamente al centro della sceneggiatura, si cerca di indagare “davvero” le sue emozioni e i suoi pensieri, senza filtrarli.

Un archetipo più europeo che nordamericano, meno abitante della “Grande Mela” e più vicino alla letteratura di lingua tedesca e nordeuropea. Non a caso la luce è curata da Sven Nykvist, lo stesso del maestro svedese Ingmar Bergman, tanto ammirato ed omaggiato da Allen.


Un'altra donna” è notevole, riassumendo con colpevole sintesi, anche, oserei in buona parte, per il felice e raro incontro fra attrice e regista. Un incontro dove Allen riesce a contenere quello che era l'ammirevole e spesso coinvolgente istrionismo della Rowlands, cucendole addosso un ruolo da interpretare con abile e lodevole sottigliezza, dove i mezzi sguardi, le frasi sussurrate e le mezze espressioni fanno gran parte del “lavoro”, mentre l'attrice offre al regista spiragli positivi, quasi insoliti nella sua visione del femminile e dei rapporti umani.


venerdì 18 ottobre 2024

lunedì 16 settembre 2024

Citazioni Cinematografiche n.581

 

Non è controllabile la vita, e non finisce in modo perfetto! Solo l'arte puoi controllare. L'arte e la masturbazione: due campi in cui sono un'indiscussa autorità.

(Sandy Bates/Woody Allen in “Stardust Memories”, di Woody Allen - 1980)






venerdì 30 agosto 2024

lunedì 22 gennaio 2024

Citazioni Cinematografiche n.547

 

Stanley Crawford: Quello che non mi uccide mi rende più forte. L'ha detto un grande uomo.
Zia Vanessa: Oh, non sarà quello di Dio è morto...
Stanley Crawford: Proprio lui.
Zia Vanessa: Comunque sia secondo me si sbagliava: quello che non ci uccide il più delle volte ci frega.
(Stanley Crawford/Colin Firth e Zia Vanessa/Eileen Atkins in “Magic in the Moonlight”, di Woody Allen - 2014)





giovedì 16 febbraio 2023

sabato 12 novembre 2022

Qualcosa su "Amore e Guerra"

 

Nel guardare “Amore e Guerra” di Woody Allen, forse solo la prima volta ma anche ad una seconda visione, si corre il rischio di fermarsi alla vis comica, al lato ed aspetto divertente dell'opera. Intendiamoci in “Amore e Guerra” si ride parecchio, ci si diverte, ma è un po' un errore considerare l'opera un puro oggetto comico, spassoso, al quale ricorrere per il gusto di citarne le battute e da vedere quando si ha voglia di farsi quattro risate in compagnia (ma anche da soli!). Insomma è riduttivo relegare il film allo stesso piano, all'abito formale e costitutivo che presentano quelli immediatamente precedenti dell'autore newyorkese.

Woody Allen si confronta apertamente per la prima volta in questo film con due riferimenti culturali che avranno un forte impatto sulla sua poetica espressiva, sviluppandosi anche nei decenni a seguire.


Il primo, evidente fin dall’ambientazione geografica e ottocentesca, è la letteratura russa, ovvero le opere di Lev Nikolàevič Tolstòj e Fëdor Michajlovič Dostoevskij. Per quanto riguarda Dostoevskij in particolare, l'autore di “Delitto e Castigo” sarà alla base delle riflessioni portanti sia di “Crimini e misfatti” che di “Match Point”. A questo aggiungiamo quanto si può ascoltare in “Io e Annie”, nelle lezioni universitarie, oltre a un sorprendente e brillante dialogo di “Mariti e mogli”, dove Allen e Juliette Lewis così affermano: Tolstoj... Tolstoj è un pasto... Turgenev io direi che è un favoloso dessert, così lo caratterizzerei... E Dostoevskij? Ah sì, Dostoevskij è un pasto completo con contorno di vitamina e germe di grano.


Il secondo è il cinema di Ingmar Bergman, che ispirerà alcuni dei ritratti più dichiaratamente psicologici di Allen, come “Interiors”, che riprende chiaramente “Sussurri e grida”, oppure “Una commedia sexy in una notte di mezza estate” che ammicca e gioca con “Sorrisi di una notte d’estate”, per giungera a “Hannah e le sue sorelle” che si accorge e quasi distrattamente si ricorda di “Fanny e Alexander”.

Visto in quest’ottica “Amore e Guerra” assume quindi un valore ed un ruolo centrale e (ri)fondativo all’interno della filmografia alleniana, valido ed emozionante punto di svolta per un passaggio che dal cinema comico, con tratti e costrutti parodistici e da stand up comedy, dei primi anni evolve in una direzione autobiografica, che due anni più tardi genererà “Io e Annie”.

Il film con Diane Keaton sarà poi di fatto il primo tassello di un vero e proprio canone espressivo, che il regista conserverà per tutto il suo percorso artistico, non solo con lui stesso protagonista delle proprie opere ma anche quando non lo sarà.





lunedì 4 aprile 2022

Citazioni Cinematografiche n.453

Hobie: Hai l'impressione che non comunichiamo più?

Susan: Certo che comunichiamo! Possiamo non parlarne?

(Hobie/Will Ferrell e Susan/Amanda Peet in “Melinda e Melinda”, di Woody Allen - 2004)




lunedì 21 giugno 2021

Citazioni Cinematografiche n.412

Sonja: Boris, guarda questa foglia. Non è perfetta? E questa? Guarda. Sì, sono convinta che questo è il migliore dei mondi possibili. 

Boris: Bé, è certo il più costoso.
Sonja: Non è incredibile la natura?
Boris: Per me la natura è, sai… Non lo so… i ragni, e le cimici, e il pesce grosso che mangia il piccolo e le piante che mangiano altre piante, animali che man… È un enorme ristorante, così la vedo.
Sonja: Sì, però se Dio l’ha creata deve essere bella anche se il suo piano non c’è chiaro per il momento.
Boris: Sonja, e se Dio non esistesse?
Sonja: Boris Dimitrovic, stai scherzando?!?
Boris: E se fossimo solo un branco di gente assurda che corre intorno senza nesso o ragione?
Sonja: Ma se non esiste Dio la vita non avrebbe alcun significato. Perché dovremmo continuare a vivere? Perché allora non suicidarsi?
Boris: Beh, non facciamo gli isterici. Potrei sbagliare. Io oggi mi uccido e domani Lui concede un’intervista.
Sonja: Boris, ti dimostro com’è assurda la tua posizione. D’accordo, diciamo che Dio non c’è e ogni uomo è libero di fare tutto ciò che vuole. Beh, e allora chi ti impedisce di ammazzare qualcuno?
Boris: L’omicidio è immorale!
Sonja: L’immoralità è soggettiva.
Boris: Sì, ma la soggettività è oggettiva.
Sonja: Non negli schemi percettivi razionali.
Boris: La percezione è irrazionale, implica imminenza.
Sonja: Ma il giudizio di ogni sistema o relazione prioritaria dei fenomeni esiste in ogni contraddizione razionale, metafisica, o almeno epistemologica, per concetti astratti come esistere o essere, o accadere nella cosa stessa o della cosa stessa.
Boris: Sì, questo è vero, anche io lo dico sempre.

(Sonja/Diane Keaton e Boris/Woody Allen in "Amore e Guerra", di Woody Allen - 1975)



 


martedì 10 dicembre 2019

Un giorno di pioggia a New York (2019)


Vado al cinema a vedere un film di Woody Allen un po' con lo stato d'animo di quando si fa a far visita ad un vecchio parente, uno zio per esempio, sapendo già cosa cosa ci dirà, cosa ci mostrerà e anticipando le sue frasi ed i suoi “tic.” Si va dal vecchio zio perché ci si è affezionati, perché ci fa piacere ed in fondo è ancora divertente, con le sue raccomandazioni sempre uguali fin da quando eri un bambino, le sue barzellette che hai sentito decine di volte e così via. La situazione è simile con Woody Allen, che avendo ottanta anni effettivamente si avvicina molto ad essere quel vecchio parente a cui fai visita tutti gli anni. Così qualche giorno fa ho visto “Un giorno di pioggia a New York”, ultima fatica cinematografica del regista, che torna nel suo ambiente ideale, New Yok per l'appunto, Manhattan in particolare.
Già dai titoli di testa mi sono sentito a mio agio e ben disposto, con il font sempre uguale da più di quarant'anni, così come quando entri in casa del parente di cui sopra e riconosci l'odore dei mobili e dei suoi abiti.

Ma l'entusiasmo che ancora alberga in me dopo la visione del film vi assicuro non è dovuto a semplice affetto o condiscendenza, benevolenza nei confronti di qualcuno in virtù di quanto bene ci ha fatto in passato nonostante ora non sia più così brillante, ma è motivato dal fatto che “Un giorno di pioggia a New York” è un bel film, totalmente e genuinamente “alleniano”, piacevole da vedere, gustoso da ascoltare e con una serie di spunti di riflessione da impegnarci diverse serate.



Quella che ad una prima occhiata, dopo una manciata di minuti, sembra essere una teen comedy basata su vecchi personaggi rinfrescati e poco altro, si rivela scena dopo scena come una perfetta rappresentazione di una idea di cinema, di una visione sulla natura ed il ruolo dell'intellettuale ed una riflessione sulla morale e la libertà di pensiero ed azione.
L'elemento giovanile, appena post adolescenziale, dona sapore e brio ad una trama per sua natura esile (il tutto si risolve in frenetiche 24 ore) grazie alla scelta di giovani attori ed alla vivacità dei dialoghi. Ci si inebria della carica dei protagonisti e della serie di rimandi e citazioni artistiche, letterarie e cinematografiche, con i due fidanzati (Elle Fanning e Timothée Chalamet) che pur costretti nei “tipi” di Allen sanno raggiungere il pubblico, mentre maggiore libertà sembra aver avuto Selena Gomez, con il suo personaggio che appare come più vicino alla realtà, meno imbrigliato nella proiezione che il buon Woody attua sugli altri.

Le propaggini del regista sono note e ben conosciute in pressoché tutti i suoi film, questo non fa eccezione, dal momento che abbiamo a che fare con parlata accelerata, nevrosi, somatizzazioni varie, distribuite con furbizia ed un pizzico di malizia, ma ovviamente c'è di più e ci si ritrova contenti e soddisfatti della visione. Fosse anche solo per il monologo confessione della madre del giovane protagonista, intellettuale adolescente attratto dai bassifondi, frequentatore del “demi-monde”, che si vede e si sente sbattere in faccia una verità che supera ogni concetto di morale, colpa, merito, castigo o contrappasso. Così Woody Allen sembra dirsi consapevole di quanto il suo cinema sia ormai “vecchio”, inadeguato a competere con altre produzioni, incapace di attirare i nuovi giovani spettatori, ma che accetta serenamente tutto ciò, come se non gli interessasse, preferendo coltivare il sogno di poter essere ancora quello zio a cui fai visita una volta all'anno e che riconosci dall'odore, dalla luce che c'è in casa sua e dalla musica che ascolta.