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giovedì 7 settembre 2017

Vedere una donna

Egon Schiele. Due donne che si abbracciano, 1915. Museum of Fine Arts, Budapest

“Vedere una donna: solo per un secondo, solo nel breve spazio di uno sguardo, per poi perderla di nuovo, da qualche parte, nell'oscurità di un corridoio, dietro una porta che non ho il diritto di aprire -
ma vedere una donna, e sentire nello stesso istante che anche lei mi ha vista, che i suoi occhi si fissano su dime, interrogativi, come se dovessimo incontrarci sulla soglia dell'ignoto, questa frontiera oscura e malinconica della coscienza...
sì, sentire in questo secondo che anche lei si arresta, quasi dolorosamente interrotta nel flusso dei suoi pensieri, come se i suoi nervi si contraessero, sfiorati dai miei.
Suono, il boy dell'ascensore chiude la porta dietro di me, tengo la testa bassa mentre l'ascensore si ferma nella hall: per un istante la cabina è invasa dal calore e dal rumore, alzo gli occhi, di fronte a me c'è una donna, indossa un cappotto bianco, il suo viso è abbronzato sotto una capigliatura scura, pettinata all'indietro con rudezza maschile, rimango colpita dalla forza, bella e luminosa, del suo sguardo, e ora ci incontriamo, per lo spazio di un secondo, e provo l'irresistibile impulso di avvicinarmi a lei, un impulso ancora più aspro e doloroso di seguire l'immenso ignoto che si desta in me come un desiderio ardente e un invito -
Abbasso gli occhi e arretro di un passo. L'ascensore si ferma. Il boy apre la porta, la donna sconosciuta mi passa accanto con un cenno del capo appena percepibile - ”

(da “Ogni cosa è da lei illuminata”, di Annemarie Schwarzenbach – trad. Tina D'Agostini)



giovedì 23 marzo 2017

Equivoci, travestimenti, costumi e dialoghi brillanti nel 1982

Tootsie e Victor-Victoria: due cult per il cinema del 1982

 

Il tema del doppio, della maschera e dello scambio di ruoli è fecondo di trovate e soluzioni comico-drammaturgiche fin dall'antichità.
Fra le commedie cinematografiche che preferisco e di cui consiglio assolutamente la visione, ce ne sono due accomunate oltre che dal genere, dalla tematica e dalla assoluta maestria dei registi, dall'anno di uscita: il 1982.

"Tootsie" di Sydney Pollack e "Victor-Victoria" di Blake Edwards.

In Tootsie Dustin Hoffman è Michael Dorsey, un talentuoso attore teatrale che si ritrova senza lavoro, nonostante l'impegno del suo agente (lo stesso Pollack che lo definisce un "fiero rompicoglioni"), a causa del suo caratteraccio e della proverbiale pignoleria che lo porta a litigare con registi ed autori. Stanco dei rifiuti, tenta il tutto per tutto: si traveste da donna e ottiene un importante ruolo in una seguitissima soap-opera, soffiandolo all’amica Sandy/Teri Garr (assolutamente godibile e coinvolgente la sua prova).

Ben presto il gioco gli sfugge di mano, perché la pacata e risoluta Dorothy Michaels (questo il nome del suo alter-ego femminile) piace proprio a tutti. A Julie/Jessica Lange (Oscar come Migliore attrice non protagonista) infermiera protagonista della soap opera e al suo anziano padre, al collega attempato dalla carriera in fase calante, alla stampa, al pubblico.

Tra battute folgoranti e irresistibili momenti comici, in cui spicca il fondamentale contributo di Bill Murray, il copione di Larry Gelbart e Don McGuire trova il suo ispirato interprete in un brillante e istrionico Dustin Hoffman che, come spesso ha fatto e farà anche negli anni successivi, riesce a far dimenticare il suo aspetto ordinario e con il suo talento cattura lo spettatore e gli fa amare Dorothy/Michael. 


Non è da meno Victor-Victoria, che inoltre ha qualche altra freccia da scagliare oltre al ritmo ed al sicuro divertimento.

Blake Edwards fa leva su Julie Andrews e Robert Preston per aggiungere humor tagliente e raffinato, con un accurato approfondimento dei caratteri e la brillante gestione di tematiche gay, che Pollack ha solo vagamente sfiorato.
Anche qui un artista, una cantante, si trova senza lavoro e possibilità di sostentamento, perciò per una serie di equivoci e situazioni bizzarre, tanto quanto gli amici che frequenta, decide di cantare "come un uomo che finge di essere una donna".
Julie Andrews sembra aver ritrovato lo smalto dei bei tempi (guadagnandosi diversi riconoscimenti e una nomination agli Oscar) e, benchè non dotata dell’ambiguità di una Marlene Dietrich (sempiterna icona gay a cui è emblematicamente dedicata la prima inquadratura del film), in virtù di un sovrumano talento e a doti recitative non comuni, riesce ad esser credibile per tutta la durata del film nei panni di una donna che finge di essere un uomo che finge di essere una donna, forse perché non dotata di una femminilità prorompente e proprio per questo vagamente androgina (senza poi stare a ricordare le sue straordinarie doti canore che le permettono di valorizzare il già notevolissimo spartito di un ispirato Henry Mancini).
Robert Preston sbalza e ritrae un omosessuale pronto, spiritoso e dalla battuta caustica, senza tuttavia scadere nello stereotipo caricaturale della “checca acida”. Tutt’altro! Infonde al personaggio una profonda umanità e possiamo dire a ragione che ha lasciato a futura memoria un’interpretazione magistrale. James Garner, seppur accerchiato da cotanti “mostri”, non sfigura nel ruolo del gangster macho e machista che si sente vacillare la propria eterosessualità sotto i piedi, ma che soprattutto teme il giudizio altrui. Menzione d’onore alla spiritosa Lesley Ann Warren (che si aggiudicò una nomination agli Oscar), semplicemente perfetta: con il suo ruolo, la pupa del boss bionda e starnazzante, rinverdisce i fasti di un’altra mitica oca bionda entrata di diritto nella storia del cinema: Jean Hagen, alias Lina Lamont di  Cantando sotto la pioggia.
Va anche detto che il film, oltre a mostrare una confezione splendidamente accurata che ci riporta indietro con tanta nostalgia ai musical classici di Hollywood degli Anni ’30 col loro lusso e col loro allegro ottimismo, grazie ad una sceneggiatura (ispirata a un film tedesco del 1933, Viktor und Viktoria) di rara intelligenza ed arguzia a firma di Edwards stesso, senza monologhi o dialoghi piattamente didascalici e senza dover per forza rivolgersi ad un pubblico fatto solo di militanti dell’Arcigay, sa essere molto più persuasivo nel suo messaggio di tolleranza di mille ed inuitili (oltre che mediocri) Stonewall, Le fate ignoranti, La finestra di fronte e tanti tanti, forse troppi, altri film a tema.
Proprio perché il grande Blake non è un regista specializzato nel genere, bensì un uomo di grande ironia, sa perfettamente che con il sorriso, il riso e la risata grassa si riesce a convincere il pubblico (quindi, la gente comune) più che con 90 minuti di lamentose prediche da un pulpito. Ed Edwards va perfettamente a segno, ricorrendo ad una vicenda solo apparentemente farsesca o dai contorni vagamente boccacceschi, ma in realtà profondamente umana e niente affatto ipocrita o necessariamente compiacente nel tratteggiare il mondo gay.
Se poi il tutto è condito da canzoni magnifiche (che sanno essere di volta in volta ironiche, scatenate e a ritmo di jazz o romantiche), costumi di una perfezione esemplare, scenografie di raro buongusto e da frizzi e lazzi (affidati soprattutto alla macchietta dell’investigatore privato pasticcione e maldestro, legato a doppio filo con l’altro ispettore francese pasticcione e maldestro: Clouseau) , “con un poco di zucchero la pillola va giù” (tanto per citare una celeberrima canzone di sua moglie

Julie Andrews benchè non dotata dell’ambiguità di Marlene Dietrich (icona gay a cui è emblematicamente dedicata la prima inquadratura del film), in virtù di una splendida voce, di capacità attoriali e di gestione della scena non comuni, riesce ad esser credibile per tutta la durata del film nei panni di una donna che finge di essere un uomo che finge di essere una donna, forse anche perché non dotata di una femminilità prorompente e proprio per questo vagamente androgina.
Robert Preston senza scadere nello stereotipo caricaturale della “checca acida”, ritrae ed offre al pubblico la figura di un omosessuale pronto, spiritoso e dalla battuta caustica.  
Non sono da meno James Garner, gangster macho e machista, che sente vacillare la propria eterosessualità sotto i piedi, e Lesley Ann Warren (nomination agli Oscar), semplicemente perfetta nel ruolo della pupa del boss bionda e starnazzante. 
Il film presenta una sceneggiatura di rara intelligenza ed arguzia a firma di Edwards stesso, con monologhi e dialoghi brillanti e divertenti, preziosi anche quando si fanno più seri e sono portatori di un condivisibile messaggio di tolleranza, senza essere didascalici.
La vicenda è solo apparentemente farsesca o dai contorni vagamente boccacceschi, ma in realtà profondamente umana e niente affatto ipocrita o  compiacente nel tratteggiare il mondo gay.

Entrambi i film hanno dalla loro anche la musica, con belle canzoni ed una colonna sonora da ascoltare.




Julie Andrews sembra aver ritrovato lo smalto dei bei tempi (guadagnandosi diversi riconoscimenti e una nomination agli Oscar) e, benchè non dotata dell’ambiguità di una Marlene Dietrich (sempiterna icona gay a cui è emblematicamente dedicata la prima inquadratura del film), in virtù di un sovrumano talento e a doti recitative non comuni, riesce ad esser credibile per tutta la durata del film nei panni di una donna che finge di essere un uomo che finge di essere una donna, forse perché non dotata di una femminilità prorompente e proprio per questo vagamente androgina (senza poi stare a ricordare le sue straordinarie doti canore che le permettono di valorizzare il già notevolissimo spartito di un ispirato Henry Mancini).
Robert Preston sbalza e ritrae un omosessuale pronto, spiritoso e dalla battuta caustica, senza tuttavia scadere nello stereotipo caricaturale della “checca acida”. Tutt’altro! Infonde al personaggio una profonda umanità e possiamo dire a ragione che ha lasciato a futura memoria un’interpretazione magistrale. James Garner, seppur accerchiato da cotanti “mostri”, non sfigura nel ruolo del gangster macho e machista che si sente vacillare la propria eterosessualità sotto i piedi, ma che soprattutto teme il giudizio altrui. Menzione d’onore alla spiritosa Lesley Ann Warren (che si aggiudicò una nomination agli Oscar), semplicemente perfetta: con il suo ruolo, la pupa del boss bionda e starnazzante, rinverdisce i fasti di un’altra mitica oca bionda entrata di diritto nella storia del cinema: Jean Hagen, alias Lina Lamont di  Cantando sotto la pioggia.
Va anche detto che il film, oltre a mostrare una confezione splendidamente accurata che ci riporta indietro con tanta nostalgia ai musical classici di Hollywood degli Anni ’30 col loro lusso e col loro allegro ottimismo, grazie ad una sceneggiatura (ispirata a un film tedesco del 1933, Viktor und Viktoria) di rara intelligenza ed arguzia a firma di Edwards stesso, senza monologhi o dialoghi piattamente didascalici e senza dover per forza rivolgersi ad un pubblico fatto solo di militanti dell’Arcigay, sa essere molto più persuasivo nel suo messaggio di tolleranza di mille ed inuitili (oltre che mediocri) Stonewall, Le fate ignoranti, La finestra di fronte e tanti tanti, forse troppi, altri film a tema.
Proprio perché il grande Blake non è un regista specializzato nel genere, bensì un uomo di grande ironia, sa perfettamente che con il sorriso, il riso e la risata grassa si riesce a convincere il pubblico (quindi, la gente comune) più che con 90 minuti di lamentose prediche da un pulpito. Ed Edwards va perfettamente a segno, ricorrendo ad una vicenda solo apparentemente farsesca o dai contorni vagamente boccacceschi, ma in realtà profondamente umana e niente affatto ipocrita o necessariamente compiacente nel tratteggiare il mondo gay.
Se poi il tutto è condito da canzoni magnifiche (che sanno essere di volta in volta ironiche, scatenate e a ritmo di jazz o romantiche), costumi di una perfezione esemplare, scenografie di raro buongusto e da frizzi e lazzi (affidati soprattutto alla macchietta dell’investigatore privato pasticcione e maldestro, legato a doppio filo con l’altro ispettore francese pasticcione e maldestro: Clouseau) , “con un poco di zucchero la pillola va giù” (tanto per citare una celeberrima canzone di sua moglie

Julie Andrews sembra aver ritrovato lo smalto dei bei tempi (guadagnandosi diversi riconoscimenti e una nomination agli Oscar) e, benchè non dotata dell’ambiguità di una Marlene Dietrich (sempiterna icona gay a cui è emblematicamente dedicata la prima inquadratura del film), in virtù di un sovrumano talento e a doti recitative non comuni, riesce ad esser credibile per tutta la durata del film nei panni di una donna che finge di essere un uomo che finge di essere una donna, forse perché non dotata di una femminilità prorompente e proprio per questo vagamente androgina (senza poi stare a ricordare le sue straordinarie doti canore che le permettono di valorizzare il già notevolissimo spartito di un ispirato Henry Mancini).
Robert Preston sbalza e ritrae un omosessuale pronto, spiritoso e dalla battuta caustica, senza tuttavia scadere nello stereotipo caricaturale della “checca acida”. Tutt’altro! Infonde al personaggio una profonda umanità e possiamo dire a ragione che ha lasciato a futura memoria un’interpretazione magistrale. James Garner, seppur accerchiato da cotanti “mostri”, non sfigura nel ruolo del gangster macho e machista che si sente vacillare la propria eterosessualità sotto i piedi, ma che soprattutto teme il giudizio altrui. Menzione d’onore alla spiritosa Lesley Ann Warren (che si aggiudicò una nomination agli Oscar), semplicemente perfetta: con il suo ruolo, la pupa del boss bionda e starnazzante, rinverdisce i fasti di un’altra mitica oca bionda entrata di diritto nella storia del cinema: Jean Hagen, alias Lina Lamont di  Cantando sotto la pioggia.
Va anche detto che il film, oltre a mostrare una confezione splendidamente accurata che ci riporta indietro con tanta nostalgia ai musical classici di Hollywood degli Anni ’30 col loro lusso e col loro allegro ottimismo, grazie ad una sceneggiatura (ispirata a un film tedesco del 1933, Viktor und Viktoria) di rara intelligenza ed arguzia a firma di Edwards stesso, senza monologhi o dialoghi piattamente didascalici e senza dover per forza rivolgersi ad un pubblico fatto solo di militanti dell’Arcigay, sa essere molto più persuasivo nel suo messaggio di tolleranza di mille ed inuitili (oltre che mediocri) Stonewall, Le fate ignoranti, La finestra di fronte e tanti tanti, forse troppi, altri film a tema.
Proprio perché il grande Blake non è un regista specializzato nel genere, bensì un uomo di grande ironia, sa perfettamente che con il sorriso, il riso e la risata grassa si riesce a convincere il pubblico (quindi, la gente comune) più che con 90 minuti di lamentose prediche da un pulpito. Ed Edwards va perfettamente a segno, ricorrendo ad una vicenda solo apparentemente farsesca o dai contorni vagamente boccacceschi, ma in realtà profondamente umana e niente affatto ipocrita o necessariamente compiacente nel tratteggiare il mondo gay.
Se poi il tutto è condito da canzoni magnifiche (che sanno essere di volta in volta ironiche, scatenate e a ritmo di jazz o romantiche), costumi di una perfezione esemplare, scenografie di raro buongusto e da frizzi e lazzi (affidati soprattutto alla macchietta dell’investigatore privato pasticcione e maldestro, legato a doppio filo con l’altro ispettore francese pasticcione e maldestro: Clouseau) , “con un poco di zucchero la pillola va giù” (tanto per citare una celeberrima canzone di sua moglie


Julie Andrews sembra aver ritrovato lo smalto dei bei tempi (guadagnandosi diversi riconoscimenti e una nomination agli Oscar) e, benchè non dotata dell’ambiguità di una Marlene Dietrich (sempiterna icona gay a cui è emblematicamente dedicata la prima inquadratura del film), in virtù di un sovrumano talento e a doti recitative non comuni, riesce ad esser credibile per tutta la durata del film nei panni di una donna che finge di essere un uomo che finge di essere una donna, forse perché non dotata di una femminilità prorompente e proprio per questo vagamente androgina (senza poi stare a ricordare le sue straordinarie doti canore che le permettono di valorizzare il già notevolissimo spartito di un ispirato Henry Mancini).
Robert Preston sbalza e ritrae un omosessuale pronto, spiritoso e dalla battuta caustica, senza tuttavia scadere nello stereotipo caricaturale della “checca acida”. Tutt’altro! Infonde al personaggio una profonda umanità e possiamo dire a ragione che ha lasciato a futura memoria un’interpretazione magistrale. James Garner, seppur accerchiato da cotanti “mostri”, non sfigura nel ruolo del gangster macho e machista che si sente vacillare la propria eterosessualità sotto i piedi, ma che soprattutto teme il giudizio altrui. Menzione d’onore alla spiritosa Lesley Ann Warren (che si aggiudicò una nomination agli Oscar), semplicemente perfetta: con il suo ruolo, la pupa del boss bionda e starnazzante, rinverdisce i fasti di un’altra mitica oca bionda entrata di diritto nella storia del cinema: Jean Hagen, alias Lina Lamont di  Cantando sotto la pioggia.
Va anche detto che il film, oltre a mostrare una confezione splendidamente accurata che ci riporta indietro con tanta nostalgia ai musical classici di Hollywood degli Anni ’30 col loro lusso e col loro allegro ottimismo, grazie ad una sceneggiatura (ispirata a un film tedesco del 1933, Viktor und Viktoria) di rara intelligenza ed arguzia a firma di Edwards stesso, senza monologhi o dialoghi piattamente didascalici e senza dover per forza rivolgersi ad un pubblico fatto solo di militanti dell’Arcigay, sa essere molto più persuasivo nel suo messaggio di tolleranza di mille ed inuitili (oltre che mediocri) Stonewall, Le fate ignoranti, La finestra di fronte e tanti tanti, forse troppi, altri film a tema.
Proprio perché il grande Blake non è un regista specializzato nel genere, bensì un uomo di grande ironia, sa perfettamente che con il sorriso, il riso e la risata grassa si riesce a convincere il pubblico (quindi, la gente comune) più che con 90 minuti di lamentose prediche da un pulpito. Ed Edwards va perfettamente a segno, ricorrendo ad una vicenda solo apparentemente farsesca o dai contorni vagamente boccacceschi, ma in realtà profondamente umana e niente affatto ipocrita o necessariamente compiacente nel tratteggiare il mondo gay.
Se poi il tutto è condito da canzoni magnifiche (che sanno essere di volta in volta ironiche, scatenate e a ritmo di jazz o romantiche), costumi di una perfezione esemplare, scenografie di raro buongusto e da frizzi e lazzi (affidati soprattutto alla macchietta dell’investigatore privato pasticcione e maldestro, legato a doppio filo con l’altro ispettore francese pasticcione e maldestro: Clouseau) , “con un poco di zucchero la pillola va giù” (tanto per citare una celeberrima canzone di sua moglie
 

venerdì 27 settembre 2013

Dove c’è Barilla c’è casa. Ma non per i gay



Dove c’è Barilla c’è casa. Ma non per i gay


«Non metterei in una nostra pubblicità una famiglia gay perché noi siamo per la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri».

Guido Barilla a La zanzara, su Radio24, 25 settembre 2013


Incuriosito dalla polemica e dalle discussioni che si sono generate mi sono informato sulla questione Barilla. Ovvero le dichiarazioni  radiofoniche di Guido Barilla, di cui ho riportato l’estratto più significativo.

Personalmente ritengo che sia sacrosanto, ovvio, che un’azienda possa scegliere come e con quali testimonial o simboli pubblicizzare i propri prodotti. Fossero anche spot con gattini sperduti sotto la pioggia, una bambina asiatica che mangia spaghetti e (forse) si integra con una famiglia italiana, un noto calciatore brasiliano od un sexy attore spagnolo che parla con una gallina e così via. 


Va bene anche una improbabile colazione in mezzo ad un campo di grano o in mulino di alto design con il sole splendente, alto e a picco anche se è solo mattina presto.  Accetto (con qualche riserva) anche una famiglia di quattro persone con la madre perfettamente truccata e con la messa in piega, il padre rasato di fresco e vestito di tutto punto che sorride amabile ai figli (maschio e femmina) pettinati, puliti, biondi, senza brufoli o apparecchio ai denti che ridono felici all’idea di andare a scuola e via di fantasia.


È questione di marketing, di pubblicità, di promozione di un marchio, di un brand, di un prodotto, anche di una idea di consumatore. Probabilmente alla Barilla studiano bene le pubblicità e sanno come muoversi, a chi rivolgersi, quali sono i consumatori a cui vogliono arrivare e che magari si aspettano tali messaggi. Tutto bene, ok, se si vende si va avanti, l’azienda lavora e crea lavoro e siamo felici che un marchio italiano faccia fortuna anche all’estero.

Allora dove sta l’inghippo? Dov’è che il meccanismo crea un inciampo e perché le dichiarazioni del Barilla urtano anche me, che, tra le altre cose, so poco di pubblicità, guardo con parsimonia la televisione (senza farne motivo di orgoglio) e mangio relativamente poca pasta e pressoché per niente merendine o fette biscottate (del sexy attore di cui sopra)?

Lasciamo da parte, almeno per ora, il fatto che all’interno della Barilla potrebbero lavorare, e quindi contribuire alla fortuna dell’azienda, uomini e donne omosessuali, parenti ed amici di omosessuali, persone “sensibili” ai temi dei diritti civili, poiché se il Guido Barilla ritiene opportuno non tenerne conto sono affari suoi (“in casa degli altri” si sa… “questa è casa mia e qui comando io” e vai di luoghi comuni). Sorvoliamo sul fatto che l’illustre imprenditore, di fatto, rischia anche di arrecarsi un danno, di minare (magari solo in parte) le sorti dell’azienda, perché è molto probabile, quantomeno possibile, che nelle famiglie felici e tradizionali delle campagne Barilla si riconoscessero perfino alcuni appartenenti a famiglie gay: il sistema di valori e principi, la legittima aspirazione alla serenità, alla condivisione, la ricerca di un’intimità affettiva familiare, anche solo il desiderio di bere un caffèlatte e ingozzarsi (sorridenti ed in armonia) di biscotti e merendine, e tante altre belle cose non cambiano in base all’orientamento/identità sessuale (omofobi e intolleranti vari se ne facciano una ragione). D’altronde, è evidente, quelle delle pubblicità sono famiglie proiettive, non ritratti puntuali, precisi dell’attuale società italiana, che è andata molto cambiando dai tempi in cui un piccolo mugnaio bianco sfornava deliziosi tegolini per la sua bella Clementina.


Allora è il “noi siamo per la famiglia tradizionale” che mi crea imbarazzo.
È un’opinione legittima, per carità. Ma è un’opinione personale del proprietario, espressa con un atteggiamento greve e con poca grazia, anzi brutalmente, poiché non credo che fosse legittimato a parlare a nome di tutti i dipendenti della Barilla, tantomeno incaricato di esporre un marchio accanto ad opinioni strettamente personali.

Allora, noi chi?

Non c’è scelta di mercato o strategia aziendale, bensì mera posizione ideologica. Espressa, con scarsa lungimiranza, identificandola con il marchio che porta il nome del padrone di una importante azienda italiana. Il Barilla compie una scelta, da cui nasce un principio che non è inclusivo, ma è esclusivo. Allora non più “dove c’è Barilla c’è casa” o “c’è amore”, bensì, per bocca del suo sventurato padrone, questa azienda, nei pensieri di molti, “tifa” esclusivamente “per la famiglia tradizionale”, cosa che esclude e potrebbe anche dare fastidio a chi non ne fa parte.


Ma, a pensarci bene, anche questo potrebbe starci, in questi cupi e difficili tempi, dove omofobia ed intolleranza ce ne fanno vedere e vivere di ogni colore, dove il ritenere che la questione omosessuale sia un tema di civiltà che riguarda tutti, non solo gay ed il mondo LGBT, automaticamente ti fa entrare nella categoria “frocio e amico dei froci”, fine sillogismo tipico della destra nostrana.

No, quello che veramente mi fa uscire di testa è il passaggio “Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri”!

Caro Barilla, Cara Barilla,
come le “scelte” e la “vita” delle persone omosessuali possono infastidirvi?
Perché le loro “scelte”, anche quella di non consumare la vostra pasta, devono essere descritte come potenzialmente fastidiose rispetto alla “norma” eterosessuale?

Vi rendete conto che questo alimenta, tra le altre cose, quell’atteggiamento per cui una minoranza, per vivere in pace o esser degna di essere parte della società civile, deve rimanere ai margini, “tenere un basso profilo”, persino dimostrare di avere una moralità maggiore rispetto al popolo dei “normali”? Vi accorgete che le frasi pronunciate durante una trasmissione radiofonica e diffuse in lungo ed in largo, sostengono l’idea che ai gay sia “permesso” vivere in Italia ma senza eguale dignità giuridica?

Certo, poi se non ci piace, possiamo sempre cambiar paese, pardon, marca di pasta.