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lunedì 25 luglio 2022

Citazioni Cinematografiche n.469

Alice: Milioni di anni di evoluzione, vero? Vero? Mentre gli uomini si preoccupano di infilarlo dovunque possono, le donne devono solo pensare alla stabilità della famiglia, alla fedeltà coniugale e a chissà quali altre cazzate.

Bill: Un concetto troppo semplificato, Alice, ma di sicuro è qualcosa del genere.

Alice: Se invece voi uomini solo sapeste...

(Alice Harford/Nicole Kidman e William "Bill" Harford/Tom Cruise in “Eyes Wide Shut”, di Stanley Kubrick - 1999)




venerdì 11 gennaio 2019

Nicole Kidman per un Ritratto di Signora


 


Per molti di noi, ora, risulta normale considerare Nicole Kidman una delle più note attrici viventi, molto apprezzata per le sue interpretazioni e per la non comune capacità di spaziare fra generi e ruoli ricoperti. Non ci meraviglia ammirarla in un film d'azione oppure godere della sua bravura in un dramma in costume, ci sembra allo stesso tempo apprezzabile vederla in tutto il suo splendore da cinquantenne di cui vengono esaltate le virtù estetiche, così come siamo pronti a gustare la sua recitazione sotto un pesante trucco che, al contrario, la renda molto meno attraente.

Tutto questo dopo circa trent'anni di carriera cinematografica. Ma fino alla metà degli anni 90 la Kidman aveva recitato in una manciata di film, alcuni dei quali non propriamente memorabili, sebbene qualche applauso se lo fosse comunque meritato. Sembra perciò evidente come nel 1995 la regista neozelandese Jane Campion abbia avuto una felice quanto sorprendente intuizione nell'affidarle il ruolo da protagonista nel suo “Ritratto di Signora”.



Lo definirei bellissimo, nonostante qualche elemento irrisolto, perché la Campion non si limita ad un classico film in costume, bensì partendo da e rispettando molto il romanzo originale di Henry James giunge a proporre allo spettatore una splendida narrazione ed una intensa e complessa messa in scena, che trascende ogni residua rappresentazione femminista della storia per rendere giustizia ad una donna, ad “una di noi” come dichiarato all'inizio del film. Una messinscena che tocca la complessità sociale della tarda epoca vittoriana per veicolare il racconto e le immagini di una riflessione turbolenta ed in movimento di una esistenza e di una psicologia. Femminile poiché la protagonista è Isabel Archer, giovane americana in viaggio in Europa presso parenti inglesi, che per la sorpresa di tutti si trova a rifiutare più proposte di matrimonio in nome di un suo desiderio di esperienze e libertà. Ma anche maschile attraverso le figure del cugino malato di tubercolosi e dell'uomo, Gilbert Osmond, che poi lei sposerà, nonostante gli avvertimenti del primo. Nuovamente femminile, ma di una femminilità diversa con l'entrata in scena di madame Merle che insieme ad Osmond, con cui intrattiene un torbido sodalizio, costruisce una prigione di relazioni e finanche fisica attorno a Isabel. Lei che si trasforma in un’oscura signora imprigionata in una vita mondana che mai ha veramente desiderato, mentre il marito le costruisce intorno una gabbia gelida e sadica. 

 

Si giunge così a notare come Jane Campion dia vita ad un universo narrativo in cui il denaro, la proprietà, è il motore quasi esclusivo delle sue dinamiche, mentre persone e orizzonti esistenziali vanno incontro a una totale “cosificazione” (come forse avrebbe detto Sartre). La regista quindi parte dal rapporto fra “nuova” America e “vecchia” Europa, contrapposte fra vitalità e decadenza, velocità e stagnazione tecnica e morale (tema caro a James), per poi attraverso le magnifiche sorti della rivoluzione industriale, giungere alla nevrosi di Isabel Archer prigioniera di mobilie e fastose vesti. Ma ancor più schiacciante è il rapporto “cosificante” tra i vari personaggi, molti dei quali cercano di appropriarsi rapacemente dell’esistenza di qualcun altro.

Molteplici sono le scene ed innumerevoli i dettagli che evidenziano tutto ciò, senza che il ritmo e l'eleganza del film ne risultino compromessi, al punto che, come detto, la Campion va ben oltre il film in costume. Ad eccezione di qualche dialogo non del tutto azzeccato ed il rimanere in più di un'occasione in bilico fra onirismo e calligrafismo d'ambientazione, qui si viaggia in direzione di approfondimenti e riflessioni sulle psicologie, le perversioni, le malattie e le nevrosi di una classe e dei suoi caratteri. Un mondo che va perdendosi, sgretolandosi con le sue stesse mani e per mezzo delle sue stesse peculiarità che ritiene averne fatto la fortuna. Ad ulteriore prova della qualità dell'opera si nota come Ritratto di signora trovi non solo nella sceneggiatura e nel suo ampio respiro narrativo una qualità indubbia, ma che infine la direzione degli attori si sveli pienamente come la sua chiave di volta espressiva.

La Campion dà vita a personaggi vibranti e appassionanti, con una menzione speciale per l’indimenticabile madame Merle di Barbara Hershey, un ruolo fantastico al servizio di un’enorme prova attoriale. E al contempo l’autrice sceglie di conservare l’ampia portata narrativa del romanzo ottocentesco, seguendo le vicende nel loro dipanarsi su molti anni, con conseguenti evoluzioni e involuzioni nei molti personaggi.
A questo punto si torna da dove si era partiti con queste righe, ovvero a Nicole Kidman, tanto efficace e sorprendente, allora in quanto felicissima sorpresa, al giorno d'oggi come gusto della prova attoriale, che riesce a rappresentare l'evoluzione (involuzione?) del suo personaggio.
Isabel, che dopo il matrimonio approda alle tetre vesti di lutto per il figlio e alla fisicità di una statua inerte in vita, una vera e propria musealizzazione durante noiosi ricevimenti mondani. In mezzo a tale ricchezza espressiva la Kidman raccoglieva una delle sue prime occasioni per mettersi in mostra come attrice a tutto tondo, uscendone più che bene. Forse avrebbe raccolto ancora più consensi e se ne ricorderebbe meglio la prova se più di lei non avessero colpito le recitazioni dei cosiddetti comprimari, dal sofferto Ralph di Martin Donovan alla già ricordata Barbara Hershey, mentre John Malkovich risulta fin troppo prevedibile, rifacendo se stesso ne “Le Relazioni Pericolose” sebbene lo faccia ineccepibilmente bene.


lunedì 27 febbraio 2017

Citazioni Cinematografiche n.189

Chiunque perda una persona desidera vendetta su qualcuno, su Dio se non riesce a trovare nessun altro. Ma in Africa i Matobo e i Ku credono che l'unico modo di estinguere il dolore è salvare una vita. Se qualcuno viene ucciso un anno di lutto finisce con un rituale chiamato "la prova dell'uomo che affoga". Per tutta la notte c'è una festa accanto a un fiume; all'alba l'assassino viene messo su una barca, portato fino al largo e gettato fuori, è legato così non può nuotare. La famiglia del morto deve fare una scelta: può lasciarlo affogare o raggiungerlo a nuoto e salvarlo. I Ku credono che se la famiglia lascia che l'uomo affoghi avrà giustizia ma passerà il resto della vita nel lutto. Ma se salva l'uomo, se ammette che la vita non è sempre giusta.... proprio quel gesto porterà via il dolore. La vendetta è una pigra forma di sofferenza. 

(Silvia Broome/Nicole Kidman in "The Interpreter", di Sydney Pollack - 2005)





giovedì 19 novembre 2015

Il Segreto dei suoi Occhi (2015)


È in programmazione nei cinema italiani “Il Segreto dei suoi Occhi”, dichiaratamente ispirato al film argentino, premio Oscar nel 2010 che portava lo stesso titolo, e di cui ho parlato in un post datato 12 gennaio 2013.

Considerando tuttora il film diretto da Juan José Campanella uno dei migliori visti negli ultimi anni, ero effettivamente curioso di scoprire cosa “gli americani” ne avessero fatto.

Il Segreto dei suoi Occhi, per la regia di Billy Ray, è qualcosa di più di un remake, poiché la sceneggiatura, per quanto speculare a quella del film originale, si risolve in una operazione di riscrittura e riadattamento, con la visuale e per il gusto di uno spettatore nordamericano, pur con qualche elemento tipico del cinema europeo, che spesso risulta vicino a quello dei paesi latino americani “imparentati” con l’Europa.

Ebbene, tanto per arrivare al punto, nonostante non sia operazione consigliabile valutare un film sulla base di un altro, ritengo la versione 2015 meno convincente di quella del 2009.

Mentre l’originale viveva di ottime scelte registiche e di resa drammaturgica e si faceva apprezzare totalmente sotto ogni aspetto, anche per la cura dei dettagli e la caratterizzazione di tutti i personaggi, dai protagonisti ai comprimari, quest’ultima versione funziona solo a momenti, con qualche passaggio debole e poco convincente. Rimane un buon prodotto, ma appunto si limita a questo. Accattivante e ammiccante quanto serve, il passaggio dall'Argentina dei drammatici anni 70 agli USA post 11 settembre è azzeccato ma offre magri risultati in barba all'idea. 

Coinvolgente, ma non a sufficienza, solo nella figura della madre Julia Roberts, in un ruolo tanto lontano dai suoi soliti quanto reso in maniera professionale e misurata, e meno in quella dell’ex agente Chiwetel Ejiofor, non totalmente libero di esprimersi e un po’ frenato (autodisciplina?).

Anche abbandonando il parallelo tra i film, mi trovo a denotare qualche limite di troppo in alcune scelte registiche, che avrebbero potuto donare maggiore tensione emotiva e narrativa, rendendo un buon thriller quello che non è un semplice film d’azione, ma che non utilizza al meglio spunti narrativi e idee di sceneggiatura che avrebbero meritato maggior fortuna.

Accennato a due dei tre protagonisti, passo a Nicole Kidman, veramente convincente solo in due scene, comunque troppo brevi per poter valorizzare l’intero film, sebbene siano passaggi chiave della vicenda raccontata.

All'epoca avevo assegnato 8+ al fim di Campanella, produttore esecutivo della versione di questi giorni, ora mi limito ad un 6,5, considerando che il materiale umano, drammaturgico e tecnico sono di prim'ordine, ma il risultato è inferiore alle attese.