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giovedì 16 agosto 2018

Da "O Capitano! Mio Capitano!" alla disillusione - L'Attimo che non c'era


L'attore statunitense Ethan Hawke è indubbiamente molto noto per la lunga serie di film e personaggi interpretati, per il suo impegno come regista ed anche come scrittore (Minimum Fax ha pubblicato alcuni suoi libri). Per chi ha circa 40 anni il buon Hawke è stato innanzitutto e forse un po' è ancora, soprattutto, il timido e represso Todd Anderson de “L'Attimo Fuggente”.
Proprio il film di Peter Weir, quello del “Carpe Diem”, di “O Capitano! Mio Capitano”, di Walt Whitman e del fiume Congo che “scava con la testa”.


Era il 1989 quando il film uscì, pochi mesi prima che l'Occidente si convincesse di aver vinto e si illudesse di aver fatto sì che la Libertà prevalesse contro il “Male”. L'Occidente libero e democratico si apprestava a godersi la caduta del Muro (come se ce ne fosse solo uno!) e gli adolescenti di buona parte del mondo, persino in Italia, si entusiasmavano per le vicende di quel gruppo di studenti negli Stati Uniti degli anni 50. Gli USA ancora per qualche tempo si sarebbero sentiti innocenti e dalla parte della ragione e del giusto, prima che si cominciasse ad ucciderne i presidenti e si ponessero le basi per le battaglie sui diritti civili.

Chi frequenta la Welton Academy in quel periodo (solo maschi, ricordate la famosa scena della telefonata da parte di Dio?), per volere dei genitori entra in una istituzione formativa che prevede e perpetua una rigida separazione delle classi, con la pretesa, o la scusa, di preparare la futura classe dirigente. Una istituzione che prende, forma e restituisce uomini destinati a divenire, nel loro intimo essere, “carne da macello”.
Contro questo sembrava stagliarsi la figura del professor John Keating, un Robin Williams che a fatica teneva a bada la sua natura istrionica non sempre centrata ed opportuna nei vari film interpretati.

Ebbene io ed i miei coetanei e compagni di scuola non potemmo non innamorarci di questo film e dei suoi protagonisti. Cosa c'era di più esaltante di un professore che ti fa urlare in aula, giocare a pallone durante l'ora di letteratura declamando versi, ti invita a “sentire” la poesia, ti sprona a goderti i tuoi giorni “succhiando il midollo della vita”, sempre senza “strozzarti con l'osso”? Come si poteva non invidiare gli studenti Todd Anderson, Neil Perry, Knox Overstreet, Charlie “Nuwanda” Dalton, Steven Meeks, Gerard Pitts e detestare il traditore Richard Cameron? Un gruppo tanto fortunato da accogliere gli insegnamenti del professore di lettere Keating e, abbandonati, strappati i testi classici, si ritrova in una grotta per leggere poesie, suonare male il sassofono, fumare sigarette e parlare di sesso, il tutto senza preoccuparsi della morale e del decoro. Si vedeva, si voleva vedere in ciò più che un richiamo, un vero impulso, quasi un ancestrale istinto alla libertà da una repressione sociale ma anche intima, privata, perfino auto-imposta.



Ora, a distanza di quasi 30 anni, mi viene da pensare che prendemmo una grossa cantonata. “L'Attimo Fuggente” ci sembrava un film sulla e per la libertà, e per tanti anni ancora io stesso mi sono illuso che avrei potuto “cogliere l'attimo”, persino con i miei tanti ed enormi limiti. Pensavo che non mi sarei fatto stringere da norme, consuetudini, tradizioni e cliché, sociali, privati ed emotivi. Invece, penso ora, quello era un film sull'illusione. Acutamente e dolorosamente un'opera sull'illusione della libertà. Dopo tre decenni di vita e di esperienze, di film e di libri letti, di studi ed esami, giungo ad affermare che “L'Attimo Fuggente” era un avvertimento, una predizione. Forse qualcuno dei miei amici e amori di allora continua a ritenerlo un invito, una spinta per smuovere gli spettatori, gli adolescenti incerti ed inerti ed indicare una via. Probabilmente può esserlo, ma la via che viene proposta è quella del martirio, tanto tragico e doloroso quanto inevitabile. 

 

I fatti: Neil Perry mette fine ai suoi giorni sparandosi in testa con la pistola del padre, che gli vuole impedire di recitare. Nuwanda viene espulso per aver picchiato il traditore Cameron, che invece riceve un encomio poiché si è più o meno consapevolmente piegato alle volontà e “desiderata” istituzionali. Gli altri sono costretti all'abiura nei confronti dell'amato professore, scelto come unico e solo colpevole della tragedia prima ricordata. Ben poco è servito che le pagine del manuale di letteratura, scritto da un immaginario professore emerito di nome Jonathan Evans Pritchard, siano state strappate via, giacché il tutto si risolve in un gesto puramente estemporaneo, senza vere, auspicabili conseguenze a lungo termine. 

 

Martirio quindi anche del professor Keating, il difensore del pensiero libero, che viene in un attimo rimosso dall’incarico. Avranno anche imparato a pensare con la loro testa, alcuni (pochi) studenti di Welton, ma la Società è più potente. Sempre sarà più potente. Anche i membri della setta dei poeti estinti finiranno dietro una teca di vetro, immortalati in una fotografia polverosa e muta. Anche loro sussurreranno “carpe diem” ai prossimi iscritti alla Welton, più giovani ma che ugualmente saranno inquadrati dietro lavori che non vogliono svolgere e ruoli sociali che gli sono stati calzati addosso da quando sono nati. E anche loro resteranno in realtà inascoltati.

Con durezza ed un po' di rammarico scrivo che il bel film che ci ha fatto sognare di vita, libertà, speranza e amore per noi stessi e gli altri risulta in realtà un film di sconfitta, di tristezza, di uomini morti e di repressione. È un film che dopo aver fieramente sorretto e profuso la speranza, giunge ad annientarla. La speranza che non può esistere in una società che si considera già libera e democratica, e se ne fa vanto in ogni luogo ed in occasione. 
 

Onore. Disciplina. Tradizione. Eccellenza. Queste le quattro parole che connotano la Welton Academy. Queste le quattro parole che si fanno vuote nel momento stesso in cui vengono pronunciate. Onore. Disciplina. Tradizione. Eccellenza. Eppure molti adolescenti di quegli anni, ancora senza social network e telefonino, scrivendo sul diario le frasi del film, i versi di Walt Whitman, nel mio caso anche indossandoli stampati su una maglietta, si sono a loro volta illusi di poter essere padroni della propria vita, liberi di fare ed essere ciò che sentivano dentro di loro, liberi anche di vivere i “vuoti” della propria anima per prenderne consapevolezza, senza fretta o imposizioni. Magari liberi ed in grado, se avessero voluto, di prendere parte a una rivoluzione o a qualcosa di simile, di poter offrire le proprie energie ed il proprio entusiasmo per far migliorare tutti quanti, essere veramente liberi e democratici, di poter essere parte della società in modo paritario, senza venirne schiacciati. 

 

Ma alla fine Todd Anderson sale su quel banco, e con lui la macchina da presa, e con lui tutti gli spettatori, come ultimo commiato. Un ultimo, disperato e velleitario gesto di ribellione che segna la fine della setta dei poeti estinti. Li estingue una volta per tutte. Quel “grazie, ragazzi” è il dolcissimo e perduto saluto di un uomo sconfitto a una generazione che come lui sarà sconfitta, se non accetterà i dogmi, le regole e le imposizioni di chi decide, pone e dispone. Di chi agisce liberandosi e schiacciando i diversi, i non inquadrati, chi denuncia l'assurdità, l'iniquità e l'ingiustizia di uno stile e di una visione.

In un college molto tradizionale nel New England degli anni Cinquanta, capita un professore simpatico e anticonformista, che esorta i ragazzi ad affrontare lo studio e la vita seguendo le proprie idee e non quelle dei nonni. Uno degli studenti, entrato in conflitto con i genitori, si suiciderà. La responsabilità viene rifilata al prof. Lui sarà cacciato, ma i suoi allievi non lo dimenticheranno. (da mymovies.it)

giovedì 12 aprile 2018

U2, una questione di copertine



Le copertine dei 33 giri, i dischi in vinile, hanno una lunga storia di arte ed espressività, in particolare quelle risalenti agli anni 60 e 70. Vere opere d'arte spesso firmate da illustratori e disegnatori di fama mondiale o che di lì a poco lo sarebbero divenuti. Negli anni 80, modificandosi la cultura e l'immaginario, cambiando gli stili musicali ed i look di gruppi e cantanti, si virò verso le foto, spesso patinate, che sovente campeggiavano sulle copertine dei dischi maggiormente venduti.

Agli inizi della mia non particolarmente originale adolescenza avevo preso l'abitudine di frequentare un paio di negozi di musica ed altri articoli vari, dove erano presenti sia dischi in vinile che cd, ancora spesso troppo costosi per le mie tasche, perciò mi accontentavo di “sfogliare” file e colonne di dischi e cd.
Non era raro che rimanessi colpito, incuriosito, a volte persino affascinato dalle foto e dalle immagini presenti su questi, dispiacendomi molto di non poter leggere e ammirare liberamente il contenuto dei booklet interni. 



Una volta mi capitò sotto mano “Boy” degli U2, album del 1980. La copertina ospitava un bambino, il volto spaurito ed il petto nudo, che incrociava le mani sulla nuca. Al di là dell'impatto delle canzoni, che un generoso addetto alla vendita mi fece ascoltare in tre distinte occasioni all'interno del negozio, quella copertina mi colpì molto. Il viso del bambino, che ancora non sapevo chi fosse, sembrava così immediato e chiaro come buona parte delle tracce del cd, tanto da rimanere nella mia mente strettamente legato a brani come “I Will Follow” o “A Day Without Me”, “The Electric Co.” o “An Cath Dubh/Into the Heart”.

Qualche settimana dopo, in un altro negozio, sotto la lettera “U”, dopo Ultravox e Ute Lemper (chiaramente ancora troppo per me allora), ritrovo ancora gli U2. L'album questa volta è “WAR” del 1983, quello di “Sunday Bloody Sunday” per intenderci.
Il bambino sulla copertina mi sembra proprio lui! Cavolo sì, è proprio lui! Ma l'effetto è diverso, fa quasi impressione. A valutare dalla data indicata sono passati appena tre anni fra i due scatti, eppure il suo volto è molto diverso. Dalla tenerezza si passa ad una cupezza definita, non più dolcezza e tenerezza infantile, ma uno sguardo triste ed allo stesso tempo risoluto. Le mani dietro la nuca se nel primo caso sembravano richiamare una spensieratezza da gioco fra amici, ora appaiono come quelle di un ragazzo pronto a confrontarsi con gli adulti, senza concedere sconti di alcun genere o condiscendenze di sorta.

Con il tempo avrei capito che, in fondo, poteva risultare una metafora della musica del gruppo irlandese. Ancora energia da vendere, corse verso il mondo affamate di vita e di stimoli, ma anche un sottile tormento e la fatica di vivere una realtà, privata e pubblica, a tratti insostenibile e che inquieta e fa arrabbiare allo stesso tempo.

martedì 11 novembre 2014

Al suo posto cosa avresti fatto?



Mi chiedono:
-         “tu difenderesti i Rom, che sono ladri e sporchi?”,
-         “è questa la Sinistra che vuoi?”,
-         “se tu fossi stato al posto di Salvini cosa avresti fatto?”.

Andiamo con ordine:
-         Sono solito ragionare sui fatti e valutare gli individui, non interi gruppi sociali o entità composte da soggetti riunibili in base a criteri etnici, linguistici e/o religiosi o sulla base della frequenza con cui si prendono cura della propria igiene personale, per esempio conosco interisti molto simpatici, quindi sto attento poiché avercela con qualcuno per la religione che professa o la lingua che parla, in passato ha portato a qualche esagerazione.
-         Non credo sia poi così importante dichiarare quale Sinistra vorrei, dal momento che, se mi va, posso votare o non votare una lista o raggruppamento di liste, esercitando, legittimamente, un mio diritto-dovere e così fare una scelta che rispecchi, in toto o in parte, la mia visione politico-sociale; inoltre se uno è un pirla o un delinquente, tale rimane a prescindere se è consigliere comunale PD, SEL, PDCI, o qualunque altra sigla anche solo vagamente collocabile in quell’area contrapponibile alla Destra.

Ma soprattutto,

-         Non intendo produrmi in un esercizio di relativismo e riflessione su un delicato e scivoloso campo composto di ipotesi, tesi, antitesi e antinomie epistemologiche, poiché mettermi al posto di Matteo Salvini lo richiederebbe e, vi assicuro, io dubito fortemente di potermi trovare in una situazione anche solo lontanamente paragonabile a quella in cui si è trovato il segretario della Lega, per il semplice fatto che non sono solito trascorrere le mie giornate diffondendo odio razzista a capo di un movimento politico che fa della xenofobia la sua bandiera. Quindi no, esercito un signorile ancorché deprecabile distacco e giudicando esclusivamente i fatti, non mi metto al posto di Matteo Salvini, perché non empatizzo, tantomeno simpatizzo, con un razzista.

sabato 14 giugno 2014

Su sentiero di montagna


Avevano camminato per due ore, almeno, quando P., vincendo la sua reticenza, facendo violenza alla sua abitudine, si rivolse a lei, diretto, senza formule di cortesia, buone per prendere tempo e chiudere, così, gli spazi ad impulsi da mortificare, fermare in tempo.
In bocca il sapore della liquirizia che aveva finito di succhiare pochi minuti prima. Se l’era furtivamente ficcata in bocca per farsi coraggio, per trovare dentro di sé un po’ di fiducia. Tutta la spinta che gli veniva da quel dolore, intimo, alla sommità dello stomaco, sopra la cinghia dello zaino, che aveva stretto forte, il più possibile, quasi a provocarsi una fatica maggiore, con cui impegnare il corpo e la mente, in modo da pensare il meno possibile al suo viso. Al suo viso ed alla sua presenza, la sua figura, qualche passo dietro di lui, in leggera pendenza.

Il volto di G. era rosso di impegno e concentrazione, ma sempre dannatamente impossibile da fissare senza sentirsi turbato, compromesso, costretto a sentirsi trasportato in un altro luogo, doloroso e  appagante allo stesso tempo.

“Era, voglio dire, è da mesi che desideravo venire qui con te”. 
Le parole gli erano uscite goffe, leggermente inciampate, ma le avevano comunque fatto crescere un sorriso. Uno di quei sorrisi che le brillavano gli occhi, come da tempo ormai P. aveva imparato a riconoscere e che temeva di non poter più rivedere.

“Mi piace camminare presto al mattino” gli disse, prendendo appena un po’ di fiato. “mi piace l’odore del bosco umido, ed è bello che tu sia con me”.

Le parole di lei gli avevano fatto saltare il cuore in petto, mozzato le parole che stava per pronunciare approfittando dello slancio. Non riuscì a dire più nulla fino al rifugio, con i pensieri che si accavallavano, uno dietro l’altro. Parole e sensazioni che si rincorrevano e gli facevano andare più veloci i piedi, gli rendevano insaziabili le gambe. Le sue gambe che ora si muovevano febbrili, incapaci di quiete e bisognose di raggiungere le pietre, i cespugli lì davanti, momentanee mete, parziali traguardi di una personale impresa.

G. ora faticava a tenere il suo passo ma, comprendeva, non c’era scortesia nella fretta, nella animosità di P. Era fatto così, inquieto nel suo intimo, e la camminata svelta ne era il segno più evidente. Ma andava bene, a lei non dava fastidio, le piaceva quella sua modalità di vivere i sentimenti, da solo e rivolto, quasi avviluppato, su di sé.

Nel suo cuore aveva scelto e i sorrisi che gli donava lo testimoniavano.

martedì 7 gennaio 2014

Propositi per il nuovo anno

Bene, dopo la Befana posso finalmente confessare quali sono i miei propositi per il nuovo anno.
Mangiare più sano, bere meno alcolici e fare tanto sport...
Avrei voluto aggiungere "Scrivere meno cazzate", ma ormai è tardi!


domenica 5 gennaio 2014

Saldi, ressa in mutande

Tanto per essere chiari.
Per farmi andare in mutande all'apertura dei saldi dovrebbero scontare la grappa Nardini e la vodka Moskovskaya a 5 euro... 
E farmele bere prima!



sabato 4 gennaio 2014

Conosci Italo?


Conversazione telefonica.



Lei: ciao ciccio!

Io: ciao! Come va?

Lei: bene. Tu?

Io: me la cavo. Tutto ok!

Lei: i bimbi?

Io: tutto regolare. A posto!

Lei: bene, sono contenta. Senti, io arrivo a Bologna alle 15:36 con Italo.

Io: ok, bene… ma chi è Italo?

Lei:



Calvino? Svevo? Cucci?



martedì 31 dicembre 2013

I Peggiori del 2013


I Peggiori del 2013

Molti, in modo anche elegante e molto accattivante, verso la fine dell’anno presentano una lista dei Migliori.

I migliori film visti o usciti, i migliori libri letti o pubblicati e così via, passando per canzoni, posti visitati, spettacoli o concerti. È un modo simpatico di fare un consuntivo, di esprimere le proprie preferenze e parlare di sé attraverso esperienze e gusti personali.

Vorrei partecipare anch’io a questo “gioco”, ma un po’ per pigrizia ed un po’ per il gusto di fare una cosa più personale e magari “diversa”, presento una brevissima lista dei miei Peggiori del 2013.

Ovvero il peggior film che ho visto quest’anno, il fumetto (singolo albo) che reputo il peggiore letto ed il libro più brutto che ho avuto tra le mani in quest’anno che volge ormai al termine (la frase più brutta e scontata che potevo scrivere!).

Peggior Film: Beyond Borders – Amore senza confini, di Martin Campbell (2003)


Trama da cinematografo.it: Una giovane e brillante donna appartente alla borghesia benestante di Londra, conosce, per caso, un'organizzazione umanitaria impegnata in prima linea in tutto il mondo. Sconvolta per essere stata catapultata, all'improvviso, dal mondo ovattato della Londra-bene a scenari disastrosi, finisce per innamorarsi del medico-avventuriero che le ha aperto gli occhi.

Film brutto sotto ogni aspetto. Personaggi che non risultano credibili, con due attori (Clive Owen e Angelina Jolie) in pessima forma, che si barcamenano in una storia d’amore stucchevole che in più passaggi risulta ridicola quando non patetica. Regia pessima e sceneggiatura ridicola. Guardato in TV, insieme a chi mi sopporta ogni giorno, casualmente approfittando del fatto che i nostri impegnativi figli si erano addormentati presto e senza capricci.

Peggior Fumetto: Sulla Pelle – Dylan Dog n.326


Trama da sergiobonellieditore.it: I disegni possono uccidere? È questo l’enigma col quale Dylan è alle prese quando a Londra si verificano una serie di omicidi compiuti da ragazzi i cui corpi sono completamente coperti da tatuaggi tribali. Per risolvere il caso, l’Indagatore dell’Incubo deve risalire all’inquietante figura del polinesiano Tehamaru e fare luce sul suo oscuro passato.

Ho ricominciato ad acquistare e leggere Dylan Dog da pochi mesi, soprattutto grazie al “nuovo corso” annunciato dalla casa editrice milanese e che vede coinvolto Roberto Recchioni. Questo albo non mi è piaciuto per niente! Troppi “spiegoni” che annoiano e peggiorano la lettura di una storia con una sceneggiatura per nulla convincente, logorroica e basata su un soggetto debole e poco stimolante. Inoltre i disegni non aiutano e sono troppo distanti dallo stile della scrittura, portando ad un risultato che scontenta su tutta la linea.

Peggior Libro: Batista, di Nicola Di Camillo, Foschi Editore (2006)


Trama da foschieditore.com: Batista racconta di un viaggio in macchina verso il sud della Spagna. Di quattro amici che dopo i primi esami universitari partono insieme alla volta di Cadice e dell'età adulta. Qualcuno parte senza sapere che fare del proprio futuro, qualcun altro ha il futuro già scritto in un figlio che sta per arrivare. E c'è chi il futuro lo troverà tra corride e donne che ballano il flamenco. Sarà sulla spiaggia di Cadice che il viaggio si concluderà, in una grande festa catartica dove, tra daiquiri, bloody mary, sbronze e scazzottate, qualcuno troverà finalmente la sua grande Onda...

Acquistato pressoché per caso, insieme ad altri della stessa casa editrice, in occasione di una “promozione” estiva. Il tema ed il soggetto di un romanzo “on the road” non è propriamente originale, ma comunque può essere ben sviluppato e risultare intrigante e coinvolgente. A dire il vero le prime pagine sono accattivanti e, con astuzia, ammiccano al lettore sia giovane che più maturo, che può ritrovare alcune tracce delle proprie esperienze personali. Poi, però e forse inevitabilmente, l’autore si intestardisce su passaggi stucchevoli e ripetitivi, che con il fine di coinvolgere giungono però ad irritare ed infastidire, tra richiami a Baricco e velleità alla Bukowski. Diverse pagine mi sono risultate vuote e poco convincenti, fra sbornie, feste, amori fugaci e al limite dell’idiozia. I passaggi scritti poco bene e con scarsa vena di solito non mi risultano sempre fastidiosi, ma in questo caso l’autore si compiace troppo di se stesso e delle vicende che racconta, tentando di fare arte quando semplice ed onesto “mestiere” sarebbe stato sufficiente e gradevole. Insomma ci crede troppo e finisce tutto “in vacca”, come nel romanzo, che ha l’ulteriore ed imperdonabile colpa di voler anche concludersi con una sorta di riflessione morale o qualcosa di simile.

martedì 17 dicembre 2013

Parole, Parole, Parole e ancora parole... ma quando stai zitto?



“Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto.” 

(Lezioni Americane – Italo Calvino)



sabato 14 dicembre 2013

A cosa rinuncerei


A cosa sarei disposto a rinunciare?

Non so, ma per lo sguardo di Rupert Everett, l’elegante dritto di Roger Federer e la voce di Leonard Cohen mi giocherei parecchio!






giovedì 12 dicembre 2013

Qualcosa sui "forconi"




Negli ultimi giorni sono stato un pizzico più attento alla cronaca italiana e perciò ho letto ed ascoltato qualcosa sulle recenti dimostrazioni ed iniziative di disturbo messe in atto da alcuni italiani. Se ho capito bene non amano essere definiti “Movimento dei Forconi”, alcuni fanno riferimento ad un “Comitato 9 Dicembre” e quindi già fin dal nome del gruppo o dei gruppi attivi c’è incertezza e difficoltà nel presentare un’analisi.

Sembra che non ci sia una connotazione precisa, in senso di partito o movimento politico-sociale distinto o distinguibile, anche se da più parti si fa notare una certa prevalenza di elementi che si riferiscono a formazioni di destra, estrema destra e destra popolare (non mi soffermo su quest’ultima definizione per mancanza di voglia e improvviso appello alla pietà…).

Comunque questi signori ce l’hanno un po’ con tutto e tutti, non sono certo i primi, anzi ci sono addirittura deputati e senatori che si sono fatti eleggere (meglio, nominare) strillando su ogni cosa gli passasse davanti e appellandosi ad una insaziabile voglia di distruggere e “mandare tutti a casa”, pertanto il gioco non è del tutto nuovo.

Ciò che è nuovo, almeno per quanto riguarda i concetti base di una protesta o rivendicazione e che differenzia questi tizi dai mai sufficientemente deprecati parlamentari 5 stelle, poiché a loro facevo esplicito riferimento nel precedente paragrafo, è la modalità di gestire la “protesta”.
 
Fin da quando frequentavo, con scarso risultato, le scuole superiori, ho capito e mi hanno mostrato come sia necessario “preparare una manifestazione”, ordinare idee e necessità, definire un programma evidenziandone i punti salienti e le priorità e soprattutto chiarire cosa si sta chiedendo, per cosa si protesta, quali sono i risultati a cui si vuole o si vorrebbe arrivare e quali sono i portavoce o, in alcuni encomiabili o deprecabili casi, chi siano i leader o gli ispiratori di un movimento e per conto di chi stiano parlando. Successivamente vengono gli slogan, le canzoni, gli striscioni e tutto il fondamentale e necessario folklore che arricchisce e corrobora un movimento di protesta, un comitato, una dimostrazione, un corteo o qualsiasi altra iniziativa a cui si desideri dedicarsi.

In questo caso, quello della protesta dei “forconi” (mi adeguo alla terminologia più semplice), invece, non si capisce bene cosa si chieda, chi lo sta chiedendo e a nome di chi. Le ragioni, i motivi della protesta e ciò che viene chiesto alla classe politica, alla Politica e alle amministrazioni ed istituzioni non è affatto chiaro. C’è di sicuro un generico “basta!” applicato praticamente a tutto: ai politici, a tutti i politici, viene chiesto di lasciare i loro incarichi, al Governo di dimettersi, alle Amministrazioni ed Enti locali di non pagare più consiglieri e assessori, a Equitalia di non effettuare più riscossioni e allo Stato in generale di non tassare più la popolazione. Probabilmente trascuro qualcosa, ma il nocciolo mi sembra riassumibile così.

Poi, di fatto, non c’è chiarezza su chi siano gli interlocutori a cui questi dimostranti si rivolgono. Ora, sulla base della mia esperienza, so che si tratti di una ancorché generica o specifica protesta, è necessario che si identifichi e sia chiaro con chi si vuole parlare, trattare o anche solo a quale indirizzo inviamo messaggi e rivendicazioni. Si parli delle condizioni abitative di una parte della popolazione, di questioni private o di interesse pubblico, di una Riforma della Scuola (raggiunta “l’età della ragione”, dal ministro Falcucci in poi, tutte quelle proposte hanno generato manifestazioni e proteste) o dei lavori condominiali da effettuare, chi protesta sa e fa capire quale sia il proprio interlocutore.

In questi giorni manca un interlocutore unico e per questo motivo le Istituzioni faticano a organizzare la loro risposta alle proteste e quelli come me rimangono dubbiosi e perplessi. Avercela con tutti è come non rivolgersi a nessuno, dire “devono andare tutti a casa” è una sciocchezza in termini di gestione delle proprie rivendicazioni. Certi toni possono pagare in termini mediatici o di appoggio temporaneo, ma se si ha uno straccio di programma in mano, o nella mente, prima o poi bisogna presentarlo e rivolgersi ad un interlocutore che venga riconosciuto e legittimato come tale. A scuola era il Preside, a cui rivolgere appelli o presentare richieste, nell’ambito lavorativo è il capoufficio o il datore di lavoro, in famiglia sono i genitori o la moglie e così via.

Questi tizi, ho ascoltato, detestano tutti, parlamentari e amministratori locali, secondo loro delegittimati perché pensano solo agli affari loro (sai che novità dire una cosa del genere), industriali e gruppi bancari, Enti ed Istituzioni e così via. Poi quando si chiede loro cosa effettivamente vogliano partono con frasi ad effetto tipo “se ne devono andare”, “siamo stanchi”, “siamo stufi”, “siamo cittadini italiani”. Solo loro sono cittadini italiani? Lo sono anch’io e cosa mi rispondono quando chiedo loro cosa esattamente stiano rivendicando e come io possa eventualmente sostenerli e perciò, secondo i loro ragionamenti, sostenere me stesso? Mi dicono di scendere dalla macchina, uscire di casa e unirmi a loro, dargli una mano. Per fare cosa? “Riprendiamoci l’Italia!” mi dicono.

A parte il fatto che questa esortazione, in diverse sfumature e fogge, è utilizzata fin dal Risorgimento e ha lasciato tracce persino in partiti e movimenti politici dei più svariati colori e ispirazioni, rispondermi così equivale a non dire niente. Che cosa vuol dire riprendersi l’Italia? Farne roba nostra? A scapito o beneficio di qualcuno? Abbandonare la vita politica, perché sono tutti ladri? O cos’altro?

Non c’è chiarezza nei messaggi e nelle richieste. Forse sono troppe perché si cerca di allargare il cerchio e sperare in un sostegno più ampio possibile e magari “trasversale”. Oppure l’obiettivo è attirare attenzione, creare clamore, fare casino e poi puntare a qualcosa di più specifico e circoscrivibile e perciò meglio individuabile. Oppure è semplice situazionismo, ed ammetto che in questo caso un sorriso mi nascerebbe.

Approfitto quindi dell’occasione per dire che se si vuole qualcosa, se si ha una necessità, un’esigenza e si punta ad un obiettivo è necessario chiarirsi le idee e parlare. Mediare, intessere rapporti con qualcuno in modo serio e rispettoso delle regole democratiche e civili, “uscire dalla tenda”, come alla fine anche Achille fece, e accettare le regole del gioco. Forconi, bastoni, fucili o chissà cos’altro lasciamoli stare, protestiamo e manifestiamo pure, magari ci fa bene, usiamo slogan e striscioni, ma rivolgiamoci ad un interlocutore e parliamo una lingua che possa essere capita e analizzata, per comprendere noi stessi e far comprendere cosa desideriamo e quale cambiamento auspichiamo.

“Dateci tutto in mano a noi”, “Ridateci la dignità”, “Riprendiamoci l’Italia” equivale a dire “quando avremo il 51% governeremo da soli e faremo quello che è giusto fare”. Mi sembra chiaro a chi mi sto riferendo.




domenica 24 novembre 2013

Tutto mi era chiaro


Ci sono momenti in cui un uomo deve prendere in mano la propria vita, essere artefice del proprio destino, rendersi protagonista e tracciare con coraggio il proprio percorso.

Qualche sera fa ero seduto sul divano accanto alla donna che diligentemente si prodiga per riempire le mie giornate ed allontanare da me anche solo l’ombra di una vita noiosa e sempre uguale a se stessa. Erano ormai passate le undici, i bimbi dormivano da poco più di un’ora e stavamo parlando un po’. Per la precisione era lei a parlare, pressoché ininterrottamente, da ormai una buona mezz’ora, ma non è questo il punto. Fatto sta che si condivideva la serata, la televisione, accesa più per noncuranza che per reale interesse, trasmetteva un talk-show a tema politico, neanche uno dei peggiori, ma non lo stavo seguendo. Non avrei comunque potuto, poiché tutta la mia attenzione, necessariamente, doveva essere rivolta a quello che lei mi stava dicendo.

Si parlava della possibilità di acquistare una nuova lavatrice, più che altro della necessità di effettuare tale spesa, di dove andare a cercarla, quale catena di rivendita elettrodomestici facesse l’offerta più interessante. Si cercava di approntare la strategia migliore per gestire la “messa a letto” dei giovani eredi, sempre impegnativi quanto deliziosi. Lo sforzo, dopo un po’, era altresì rivolto a ricordare tutte le prossime scadenze, in tema di incontri con insegnanti, commercialisti, medici, nonni, datori di lavoro ed altre figure di varia e variegata natura e rilevanza.

È stato in quel momento che mi è stato tutto chiaro. Nessun dubbio, nessuna incertezza. Non vi era più nulla che potesse farmi tentennare, che rallentasse il mio pensiero, il cuore era colmo di entusiasmo e forza di volontà. Ogni nebbia era stata dissipata dalla mia mente.
Sapevo esattamente cosa fare. Precisamente, senza alcuna insicurezza avevo chiaro il mio obiettivo e cosa avrei dovuto mettere in atto per raggiungerlo.

È stato così che, con slancio e la sicurezza di chi sa che sta per fare la cosa giusta, l’unica che si possa fare, mi sono alzato dal divano e con negli occhi una forza nuova, mai conosciuta prima, mi sono preparato un panino con la nutella!
 

sabato 19 ottobre 2013

martedì 8 ottobre 2013

Gravity


A proposito di Gravity


Tra Fantascienza, Fisica, Fantasy e altro ancora (senza necessariamente che inizi per F).

In molti sono andati o andranno al cinema, prossimamente, a vedere il nuovo film con protagonisti George Clooney e Sandra Bullock.

Questo film, a quanto ho capito, sta animando dibattito e confronto fra “semplici” spettatori e quanti, entrando nelle sale, possono vantare una laurea, o quantomeno studi superiori, in fisica, astrofisica, scienze simili e parallele.

Il punto centrale sembra essere o, meglio, giostrare tra il “fare le pulci” a tutti gli errori (mi dicono marchiani) presenti nel film, in merito alle leggi fisiche e a quanto accade o accadrebbe nello spazio (orbita, velocità, assenza o presenza del suono, gravità per l’appunto e altro ancora) e il “godersi un film”, come in genere si tende a fare quando si spende una cifra non indifferente per sedersi su una poltrona e farsi investire da immagini e musiche.

Tra gli spettatori capita, è inevitabile, che ci possano essere esperti delle materie e tematiche sopra menzionate, nerd puntigliosi, svagati teen ager, ma anche invasati studenti universitari oppure coppie, amici, single o famiglie che vanno al cinema esercitando la comune e a volte salvifica “sospensione dell’incredulità” (sebbene a volte capiti che confini pericolosamente con la presa per il culo, vedi l’ultimo Batman di Nolan).


Insomma, non prendo diretta posizione, poiché non ho ancora visto “Gravity” e temo che non riuscirò a farlo, causa una intensa ed impegnativa vita familiare, ma mi soffermo su una riflessione ricorrendo alle immortali parole di Michele Apicella/Nanni Moretti in “Sogni d’Oro” (1981):

“Tutti si sentono in diritto, in dovere di parlare di cinema. Tutti parlate di cinema, tutti parlate di cinema, tutti! Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia, io? Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco! Parlo mai di epigrafia greca? Parlo mai di elettronica? Parlo mai delle dighe, dei ponti, delle autostrade? Io non parlo di cardiologia! Io non parlo di radiologia! Non parlo delle cose che non conosco!”


mercoledì 4 settembre 2013

Quando dico le bugie


“Sei ancora più carino quando dici le bugie”
Oppure “non riesci proprio a dire le bugie, ma mi piaci tanto!”
O, che ne so, “ma lo sai che sei proprio adorabile quando cerchi di dire una bugia?”

Cose così, magari anche meno.
Invece io mi devo sentir dire: “ma non sparare cazzate, lo so benissimo che non è vero!”.

La mia vita ha bisogno di un altro sceneggiatore! 


domenica 25 agosto 2013

Prima


Prima di non aver più bisogno di puntare la sveglia per andare al lavoro;
Prima di perdersi nel reparto pappe e pannolini al supermercato;
Prima che il pavimento della cucina dopo ogni pasto apparisse come un quadro di Pollock;
Prima che dormire fino alle 8 la domenica mattina sembrasse una conquista;
Prima di pensare con terrore ad un pomeriggio di pioggia;
Prima di sudare dentro una sala parto insieme a lei che urla e manda accidenti a te e all’ostetrica;
Prima che bisognasse evitare di tirare lo sciacquone dopo le 22;
Prima che vedere un film in TV, per intero, diventasse un’impresa degna di essere narrata ad amici e parenti;
Prima di fare due lavatrici al giorno;
Prima che per una breve passeggiata bisognasse caricarsi come muli;
Prima di riuscire a distinguere tra sei tipi di latte in polvere;
Prima di augurare le peggio disgrazie a chi sbatte il portone d’ingresso;
Prima che ci si scambiasse occhiatacce ad ogni starnuto o colpo di tosse;
Prima che sulle sue labbra fiorissero parolacce come margherite a primavera;
Prima che lei ti vietasse di pronunciare qualsiasi parolaccia (che loro le imparano!);
Prima di fissare con odio chi ti porta in casa giocattoli sonori;
Prima di maledire i progettisti dei seggiolini auto;
Prima che passare una giornata fuori casa comportasse caricare l’auto come se si traslocasse;
Prima di passare intere notti passeggiando avanti e indietro;
Prima di interrogarsi sull’applicazione ai Barbapapà dei concetti di massa e volume;
Prima di mandare a quel paese la tata Lucia;
Prima di odiare lo yogurt alla fragola (che quello ai frutti di bosco ti ha sempre fatto schifo!);
Prima di non riuscire a vedere una partita per intero, fosse anche la finale di Champions;
Prima di pensare che se i preti fanno un gran parlare di miracolo della vita perché non li fanno loro i figli;
Prima di commuoversi per un sorriso od una faccia buffa;
Prima di guardare con sufficienza chi elargisce consigli sulla nanna;
Prima di evitare di ascoltare chi ti racconta la propria esperienza di genitore;
Prima di scoprirsi violentemente intollerante ai luoghi comuni ed alle frasi fatte sui bambini ed il cibo;
Prima di raccontare fino alla nausea I Tre Porcellini e Il Brutto Anatroccolo;
Prima di detestare le supermamme che “non so come faccio a trovare il tempo”;
Prima di mangiare avanzi una sera sì e l’altra pure;

Prima di tutto questo,
che senso aveva la mia vita?





martedì 20 agosto 2013

Eva dorme... ed io non mi sento tanto bene


Tempo fa ho letto “Eva dorme”, di Francesca Melandri, edizione Oscar Mondadori.

È, di fatto, un romanzo sull’Alto Adige. Con il “pretesto” di raccontare una commovente e coinvolgente storia d’amore, si passano in rassegna le tormentate vicende dell’Alto Adige, dalla Prima Guerra Mondiale fino agli anni settanta.

Francesca Melandri, con quest’opera, ha scritto un libro composto da due libri in uno: uno è una storia d’amore e sentimenti familiari che riguardano la protagonista, Gerda, e la sua bambina Eva. L’altro è una accurata e avvincente ricostruzione delle vicende che hanno riguardato l’integrazione dell’Alto Adige in Italia, e che fanno da sfondo alla storia di Gerda, con la figura di Silvius Maniago sopra tutte.

Le parti migliori del romanzo sono quelle propriamente di “ricostruzione” della storia di questa terra, poiché l’autrice, mettendo a frutto la sua lunga esperienza come sceneggiatrice televisiva e la sua biografia, ci propone capitoli interi talmente accattivanti e ben presentati da far vivere al lettore episodi storici e momenti di “vita vera”. Il racconto in queste parti è un libro di storia, un romanzo e un’inchiesta giornalistica, insieme, che non stanca e tiene incollato il lettore alle pagine.


Di contro, la parte “contemporanea” del romanzo è meno accattivante, un po’ stereotipata e a tratti stucchevole. Il lungo viaggio che la protagonista Eva, ormai adulta, compie dall’Alto Adige alla Calabria, pur presentando alcune interessanti riflessioni e spunti di interesse, soffre proprio della figura di Eva stessa.

Io mi chiedo perché mai, all’interno di un romanzo comunque gradevole e degno di nota, non banale e anzi stimolante, debba per forza essere presente una figura femminile come quella di Eva.

Eva, divenuta donna, è una libera professionista, che si “guadagna il pane” organizzando feste e ricevimenti, buffet ed eventi per ricchi, ditte, aziende e altri soggetti la cui esistenza è a dir poco a me fastidiosa. È insomma una versione nobile di un misto fra una PR ed una Event Planner, così presa da soddisfare i desideri ed i capricci di gente che, nel migliore dei casi, non sa cosa vuole ma solo ciò che non vuole, non si intende di nulla ma pretende di essere considerata “sofisticata” ed “esperta intenditrice” di qualcosa (vino, cibo, dessert, superalcolici, arte, filatelia, numismatica o chissà che diavolo altro vada per la maggiore in un certo momento).

Eva non è sposata, non desidera legami, è indipendente (qualunque cosa voglia dire), ha un amante da diverso tempo, ovvero un uomo sposato che la raggiunge in ogni dove, in base ai loro impegni e a come riesce a “liberarsi” del suo matrimonio. Viaggi intercontinentali, alberghi e residenze di lusso sono l’habitat “naturale” di Eva, le cui “preoccupazioni” maggiori sono smaltire il jet lag, affrontare nuovi corteggiatori, soddisfare i capricci ed i desideri dei danarosi clienti, spendere le esorbitanti cifre che le vengono corrisposte per il suo lavoro (sempre “naturalmente” eseguito con grande soddisfazione sua e dei committenti) ed incontrare l’amante.

Eva è “ovviamente” bellissima, alta, con un fisico da modella, colta, sempre ben vestita e truccata, con gusto e secondo la moda “alta” del momento.


Ma perché in molti romanzi e sceneggiature proposteci negli ultimi anni, le figure femminili protagoniste devono essere così stereotipate? Perché devono essere così “scontate”e “prevedibili”, al limite dell’omologazione e della pedissequa riproposizione? Mi risulta fastidioso e irritante ritrovarmi di fronte una figura come questa, talmente simile a decine di altre, da rischiare, seriamente, di perdere qualsiasi connotazione e ruolo. Una figura come questa, come quella di Eva, simpatica neanche quando dorme (come recita il titolo), mi rende sgradevole la lettura e la trovo anche un po’ offensiva nei confronti di molte donne, vere, che risultano interessanti e stimolanti anche senza assomigliare per nulla a questa artefatta figura femminile, “libera”, ovviamente realizzata, soddisfatta di sé e fintamente in grado di bastare a se stessa (definizione cara a molte giovani donne!).

Allora a questo punto autori e sceneggiatori farebbero meglio a faticare di meno, impegnarsi poco nella creazione e presentazione di nuovi personaggi e caratteri, poiché basterebbe, semplicemente, prendere una qualsiasi protagonista di “Sex and the City” (sono ben quattro!) e posizionarla nel proprio romanzo o sceneggiatura, anche senza cambiarle nome, così l’effetto “riconoscibilità” sarebbe più facilmente perseguibile!


Ho incontrato molte figure femminili nei romanzi che ho letto, positive o negative, esempi di virtù o di dissolutezza e vizio, donne semplici oppure eroine fuori dal comune, capaci di andare oltre le proprie personali vicende per impersonare un ideale oppure esempio di vita “ordinaria” e perciò vicine a chi legge, indipendentemente da epoche e mode. Quando chi scrive intercetta “l’umano” che c’è in ognuno di noi, riesce a rappresentare pulsioni e sentimenti, emozioni e psiche di chi, quotidianamente, vive e soffre, gioisce e ama, ci parla e si avvicina a noi e noi ai loro personaggi, anche se le parole sulla carta sono state pensate ed ordinate decine o centinaia di anni prima.

Pertanto questo romanzo è occasione, per me, di esprimere, oltre ad un evidente fastidio, anche il dispiacere di assistere ad una omologazione di caratteri e personaggi, femminili in questo caso (ma anche la figura dell’amante è abbastanza avvilente), che, a mio parere, risultano, dopo un po’, poco interessanti e noiose e che rischiano di perdere sapore e appeal, contrariamente alle intenzioni degli autori. Mai come in questo caso diverrebbe segno di originalità “inventare” e proporre un personaggio femminile il più lontano possibile da certi caratteri e schemi, perciò originale e capace di “sorprendere” il lettore.

Un lettore, e spettatore televisivo, come me, ne ha le scatole piene di “Samantha, Carrie, Miranda e Charlotte” (giusto per fare un esempio), personaggi che hanno avuto una loro dimensione, originalità e motivazione a metà degli anni 90, ma che ormai hanno fatto il loro tempo e che, sappiatelo, hanno comunque avuto una loro evoluzione nel corso degli anni e delle “stagioni” proposte. Certi caratteri sono ormai la caricatura di se stessi, talmente stucchevoli e deprimenti da rovinare anche il buono che ci potrebbe essere in un romanzo od una sceneggiatura. Ormai che anche ministri della Repubblica hanno uno spessore ed una rettitudine etica e morale da personaggi di serie televisive di dubbio valore, presentare personaggi femminili come quello di Eva allontana lettori e ne offende le capacità critiche e di analisi. Abbiamo bisogno non tanto di “spessore” o “impegno”, come si diceva un tempo, bensì di qualcosa che ci stimoli e ci faccia piacere incontrare e ricordare con un pizzico di nostalgia e di gusto, che ci renda anche orgogliosi di aver fatto incrociare il nostro cammino con figure di donne che ci soddisfino e ci accompagnino nei nostri giorni.


Io avverto dolore e fastidio quasi fisico quando incontro colleghe e altre donne che invece sembrano l’ennesima brutta copia di personaggi come Eva. Non posso fare a meno di chiedermi se sia la letteratura a rappresentare una realtà ed una condizione, oppure ormai la “barbarie” e lo scadimento etico e morale sia talmente radicato che le serie televisive e prodotti analoghi hanno “gioco facile” ad influenzare usi e costumi e a “dettare la linea” nelle nostre misere vite. Cosa è accaduto fino ad ora? Ci sono possibilità di invertire la rotta? Il timore è che anche chi ricopre posizioni tali da poter intervenire sia ormai nella melma ed anzi abbia contribuito a crearla, pensando di trarne vantaggio (e saremmo di fronte a individui con almeno un po’ di spessore), oppure semplicemente ritenendo che la realtà migliore sia questa, con gli opportuni spazi per esibizionismi e meschinità da happy hour.