È sul tavolo,
accanto ai fiori.
La fisso
a lungo.
Riconosco la calligrafia.
Ma la leggerò
a mezzanotte,
quando i treni
diretti a nord
faranno
tremare le finestre di casa.
(Susana Cabuchi da “Patio solitario” - 1986)
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“La posta giaceva sul tavolo della prima colazione. Una notevole pila di lettere, perché avendo Leonida da poco festeggiato il suo cinquantesimo compleanno, arrivavano ancora ogni giorno gli auguri dei ritardatari. Leonida si chiamava proprio Leonida. Per quel nome opprimente non meno che eroico poteva dir grazie a suo padre, che a parte eredità, da povero insegnante di ginnasio qual era, non gli aveva lasciato altro che un'intera collezione di classici greci e latini, nonché dieci annate dei “Tűbinger altphilologische Studien”. Per fortuna il troppo solenne Leonida si lasciava facilmente trasformare nel più agile e semplice Leo. Così lo chiamavano i suoi amici, e Amelie lo aveva sempre e soltanto chiamato Leon. Lo fece anche adesso, mentre con la sua voce scura accentuava la seconda sillaba di León in un acuto strascicato e melodioso.”
(Una scrittura femminile azzurro pallido, di Franz Werfel – trad. Renata Colorni)
“Sarebbe stata una notte come tutte le altre, se non l'avessero incisa due avvenimenti importanti.”
(Nella Casa della Gioia, di Franz Werfel – trad. Cristina Baseggio)