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mercoledì 21 agosto 2019

Non trovo più il sonno



Notte — Possa tu riposare, mentre io ardo così nel pensiero di te e non trovo più il sonno, e sono felice. 
Sibilla Aleramo, Lettera a Dino Campana


sabato 6 dicembre 2014

Ti piace? Dipende, chi l'ha detto?

by Santiago Solìs
A volte provo una certa nostalgia per gli anni universitari.
Non tanto per le serate concluse a gare di rutti o quelle che si prolungavano fino all’alba nello sforzo di guadagnarsi almeno un bacio della bella di turno, bensì per le occasioni di confronto e discussione che, “magicamente”, nascevano da semplici frasi o banali e trascurabili eventi quotidiani.

Ad esempio, mi ricordo, una sera, il giorno dopo aver visto al cinema l’ultimo film di Stanley Kubrick, “Eyes Wide Shut”, mi “scappò” di dire che la musica finale era un valzer di Dmitrij Šostakovič. La reazione, peraltro non necessaria, non si fece attendere: “chi è ‘sto sciostakovic? Un altro dei tuoi russi del cazzo?”, “un comunista?”.

Ora, per completezza di informazione, il pezzo in questione era il valzer n.2 della Suite per Orchestra di Varietà (Jazz Suite n.2). Vi assicuro che da parte mia non vi era intenzione di esibire cultura musicale (comunque povera), tantomeno di mostrarmi capace di pronunciare nomi slavi, comunque questo generò una tanto inutile, quanto lunga, estenuante e a tratti fastidiosa, discussione sul valore di opere d’arte, letterarie o comunque dell’ingegno ed intelletto a prescindere dall’autore/creatore delle suddette.

Il buon Dmitrij Dmitrievič Šostakovič, del quale mentre scrivo ascolto la Sonata per viola e piano opera 147, era effettivamente nato russo e fu per tutta la vita un sostenitore degli ideali rivoluzionari dell’ottobre 1917. Molto semplicisticamente questo farebbe di lui un “comunista”, nonostante i molti problemi che ebbe con Stalin e le relative condanne subite. Ebbene questo, a parere del mio interlocutore di allora (che la Ragione ed il Buon Senso lo abbiano accolto tra le loro braccia), influenzerebbe in modo decisivo il giudizio sulla sua opera. Poiché un compositore sovietico, convinto dei fondamenti della rivoluzione bolscevica e, dopo la morte di Stalin, uno dei maggiori artisti e rappresentanti della Cultura e dell’Arte di quello che era “L’Impero del Male”, non poteva essere apprezzato e presentato come un buon modello.
A stigmatizzare tale cretinata basterebbe ben poco, ma comunque sottolineo come Šostakovič fu membro del Consiglio Internazionale dell’UNESCO, nota organizzazione comunista e sovversiva, con particolare delega alla Musica.
Dmitrij Dmitrievič Šostakovič
Quindi perché tutto ciò? In buona sostanza per evidenziare come sia ancora attuale il rischio che alcuni si facciano influenzare, ed influenzino a loro volta, nell’apprezzamento di composizioni, film, libri e altro, dalla posizione dell’autore in merito ad argomenti quali la politica, il suo eventuale sostegno ad ideali o temi, la legittima simpatia o antipatia per leader, capi di stato o religiosi ed affini.

Tanto per rimanere a Šostakovič, negli anni in cui Stalin ce l’aveva con lui il compositore veniva considerato, a prescindere dalle sue opere, come un “elemento positivo” da parte degli anticomunisti e degli occidentali. Cosa curiosa e francamente un po’ disturbata e disturbante.

Ebbene la questione può essere delicata e foriera di interpretazioni e problematiche non da poco. Io, da qualche tempo, in modo probabilmente un po’ sbrigativo, sostengo che chi è sufficientemente dotato di intelligenza, educazione, buon gusto e onestà intellettuale (ma anche onestà e correttezza in senso assoluto, giacché di un evasore non mi fido mai), è in grado di riconoscere un’opera di valore e meritevole di attenzione e apprezzamento, o viceversa una schifezza, a prescindere da chi ne sia l’autore. D’altra parte fin troppo danno è stato fatto boicottando od esaltando film, libri, opere teatrali e musicali in base alla “posizione” del loro creatore. Mi ricordo che, sempre durante la mia gioventù, spesso mi imbattevo in individui che, aderenti ad una particolare organizzazione politico-religiosa oppure a partiti e “chiese” varie, invitavano a vedere, leggere o ascoltare una cosa oppure un’altra principalmente perché l’autore, o anche solo l’esecutore, era “uno di loro”, “uno dei nostri”.

Una schifezza è tale e lo rimane anche se è fatta da mio cugino, a cui magari voglio tanto bene e mi invita a vedere la juve a casa sua.
Una cosa bella la dovrei riconoscere ed apprezzare, anche se l’autrice è ciellina e il suo sponsor è quel detestabile soggetto della mia prof di chimica del liceo.
Un film od un libro mi possono piacere o non piacere indipendentemente dal fatto che il regista o l’autore sia un farabutto, oppure un esempio di moralità e correttezza.

Io non credo di poter essere considerato un estimatore del nazionalsocialismo, tantomeno di Adolf Hitler (per quanto, come già esposto, l’individuo sia un efficace argomento per “animare” una serata), però non posso non rimanere estasiato di fronte al film-documentario Olympia ed ammirare il lavoro di Leni Riefenstahl, che lo girò, dedicato alle Olimpiadi estive del 1936. La Riefenstahl era amica di Hitler, in pratica contribuì in maniera efficace ed evidente all’esaltazione degli ideali e suggestioni naziste, ma la sua opera è ancora oggi mirabile. Infatti se in Olympia i protagonisti sono gli atleti (tra cui Jesse Owens), un posto rilievo la regista lo riserva, abilmente, a Hitler in tribuna. Si creava un parallelo tra il vigore dei giovani sportivi ed il capo di un popolo che sulla retorica della potenza aveva impostato la sua politica. Grande tecnica: teleobiettivi e ralenti sono usati senza parsimonia, il controluce esalta momenti e dettagli significativi, si sceglie la luce artificiale per destare emozioni e così via, senza dimenticare il mirabile montaggio e l’uso, enfatico, delle musiche. Olympia allo stesso tempo rispetta ed altera la realtà, offrendo dello sport un ritratto avvincente che segna l’inizio di un filone. Infatti tutte le Olimpiadi successive saranno filmate ed il cinema, secondo modi sempre più sofisticati, mostrerà immagini che non potranno non essere debitrici del film di Leni Riefenstahl.
Leni Riefenstahl

Spero che l’esempio sia sufficientemente esplicativo. In pratica non mi va giù che, ancora oggi, qualcuno valuti come sintomo di qualche prurito antisemita ascoltare Wagner, ritenga sconveniente, oppure motivo di simpatia “a priori”, leggere e godere della lingua usata in “Viaggio al termine della notte”, appassionarsi delle opere di Ezra Pound o di Maksim Gor'kij. Ritengo che valore di un’opera e suo autore possano essere distinti. Al riguardo chiamo in causa nientemeno che il premio Nobel Luigi Pirandello, che aderì e mai ruppe con il Partito Nazionale Fascista ed il Fascismo, senza che nelle sue opere ci fosse qualcosa di fascista. Per cui possiamo tranquillamente ascoltare il già ampiamente ricordato Šostakovič, senza per questo rischiare di sentirci bolscevichi, guardare il comunque brutto “Alba Rossa” anche se non siamo filo-americani e nostalgici della Guerra Fredda, leggere Borges anche se andava a cena con Videla e Pinochet, evitare i film di Bellocchio persino se ci definiamo di sinistra e altro ancora.

Luigi Pirandello
Ovviamente detesto quelli che, in virtù di un’appartenenza o di una affiliazione a qualche “club”, politico, religioso o sportivo che sia attribuiscono meriti e valore a qualche autore o artista. Ancora peggiore è la mia opinione su scrittori, giornalisti, cantanti che “giocano” sul conquistare credito e visibilità grazie ad apposite dichiarazioni e prese di posizione su temi, tematiche, accadimenti e opinioni/punti di vista su questioni politico-sociali.


venerdì 31 gennaio 2014

Miracoli personali


E dal momento che l’uomo non è in grado di rimanere privo di miracoli, egli si crea da sé miracoli nuovi e si inginocchia dinanzi al miracolo del ciarlatano, alla magia della fattucchiera, pur rimanendo cento volte ribelle, eretico e miscredente.

(Fëdor Dostoevskij – I Fratelli Karamazov)

venerdì 24 gennaio 2014

Silenzio # 2



“Il silenzio è l'araldo più perfetto della gioia: sarei ben poco felice se fossi capace di dire quanto”.

William Shakespeare, Molto rumore per nulla.




sabato 27 luglio 2013

Didascalis, oltre lounge e chill out


Confesso che quando sento termini come lounge e chillout mi prudono le mani, ovvero scatta in me un certo nervosismo e fastidio. Questo perché, ormai, complice un certo imbarbarimento dei costumi e la dilagante stupidità delle genti che frequenta bar e ristoranti, la musica lounge ed il chillout, persi la loro dignità, vengono di fatto associati ad aperitivi e happy hour.

Smarrita la funzione di accompagnamento delle visioni di film, o di stimolo di sensazioni e momenti di convivialità soft, capita che queste sonorità mi stimolino soltanto la visione di giovani (e meno giovani) uomini e donne che si ingozzano di pizzette, piatti di pasta fredda, insalata di riso (orrore gastronomico!!), olive e capperi ingollando bicchieri ricolmi di beveroni dai colori tanto variegati quanto improbabili. Questi fenomeni da baraccone, che si credono dei veri divi e delle fighe da competizione, si aggirano per street bar e luoghi di ritrovo alla moda pavoneggiandosi con il nuovo I-Phone o sfoggiando pettinature e incarnati da circo Barnum, con in mano bicchieri di varie fogge e rimpinzandosi delle peggio schifezze presenti sui banconi.

Ora il mio biasimo non è rivolto alla corsa alle vivande, poiché, considerando quanto ti chiedono per uno spritz od un negroni, mangiare come se non ci fosse un domani è quantomeno condivisibile, bensì mi colpisce il fatto che i gestori di questi covi di banditi dispensatori di bevande si impegnino anche a scegliere e selezionare la “musica di sottofondo”, come se agli avventori fregasse veramente qualcosa e ci fosse qualcuno, fra i pagliacci che bevono compulsivamente qualunque intruglio dal nome evocativo, veramente in grado di apprezzare i brani e le musiche proposte.

Recentemente, vinta una certa personale reticenza, ho avuto l’occasione di ascoltare in Rete i brani che compongono l’album “Enjoy My Wrong Shoes“, ad opera del progetto Didascalis. Mi era stato proposto come un’opera chill-out e come tale mi sono apprestato ad ascoltare i 13 brani che lo compongono. Sembrava dovesse risolversi tutto in un omaggio ai Depeche Mode (in simpatica coincidenza con il tour italiano) ed in una serie di cover, più o meno riuscite, di famosi brani della band inglese.


Ma la sorpresa era dietro l’angolo! Dimentichiamo il chill-out da struscio del venerdì. Le versioni proposte sono accattivanti e gradevoli all’ascolto, anche ripetuto e senza l’intervento di alcool o altre sostanze. Viene creato un interessante intreccio di sonorità, che stimolano una sensazione di piacevolezza.

Spesso, nel caso di omaggi e cover, si oscilla fra buona tecnica, che tenta di imitare l’originale, e velleitari tentativi di “riscrivere” le canzoni. Nel primo caso, se tutto va bene, si viene intrattenuti e si gode nel sentire brani conosciuti e riproposti con “mestiere” e con onestà, nella seconda possibilità sovente ci si infastidisce ed il malumore ci rovina la serata.
L’album “Enjoy My Wrong Shoes“ invece tenta una terza via: le canzoni si vestono di un taglio completamente nuovo, reso personale da chi esegue i brani, con suoni accattivanti che si mescolano per donarsi all’ascolto. Impossibile dimenticare gli originali, per carità, ma abbandonando fondamentalismi e ricerca di purezza a tutti i costi, l’ascolto ne guadagna e ci si sorprende, positivamente, di gran parte delle scelte.

Chi scrive non è propriamente un fan dei Depeche Mode, ma conosce pressoché tutti i brani della track list (tra cui è compreso un interessante inedito originale a firma Didascalis), questo principalmente a causa di una adolescenza e gioventù onnivora ed un po’ disperata. 

Enjoy The Silence” e “Walking In My Shoes“, per rimanere fra i cavalli di battaglia, ad esempio vengono reinventati, se non stravolti, per divenire “altro” dalla loro versione originale, in modo gradevole, che ripaga dell’ascolto. In particolare il secondo brano viene presentato in due versioni: quella a me più gradita è la traccia 12 (la più lunga) dove accordi e sonorità sono talmente lontani dalla versione “classica” da guadagnarsi vita autonoma.

Persino in brani più “semplici” la voce e gli strumentisti fanno alla grande il loro lavoro: mi riferisco a It’s No Good, che beneficia di un arricchimento e di un lavoro di rielaborazione che esalta quello che, nei fatti, è un pezzo tanto amato quanto “povero”.


I pezzi che più ho apprezzato sono quelli in cui la voce di Davide Marani (questo il nome che si cela dietro Didascalis) è accompagnata da tromba, contrabbasso o sassofono, passando da suggestioni jazz a elementi swing che solleticano la fantasia. Mi ha convinto meno la seconda voce, femminile.

L’omaggio, dichiarato, è completo e si risolve in un atto d’amore, quasi come fosse un obbligo di riconoscenza da parte di chi ammette di essere cresciuto, tanto come uomo che come artista, attraverso la musica dei Depeche Mode. Ma lo fa non ricalcando, bensì rielaborando una eredità e facendola vivere di una nuova vita, con rispetto ma anche con la libertà e la consapevolezza di chi sa coniugare tecnica e sentimento


Insomma Enjoy My Wrong Shoes“, quarto album a firma Didascalis, ammorbidisce o sottolinea i brani originali, esaltandone alcuni pregi o, di contro, abbandonando la versione dei Depeche Mode per farli divenire nuova creazione con nuove firme. Estetismi sonori qua è la rischiano di appesantire l’ascolto, ma non è obbligatorio ascoltare i brani in un’unica sequenza, anzi il mio consiglio è di scomporre la track list a proprio costume ed uso.

Questo basterà per fare di me un appassionato di suoni soft, tra elettronica e richiami a bossa nova e jazzy music? Non credo, ma sarebbe un peccato se questi brani finissero per fare solo da sottofondo ad eccessi etilici di strappone ipertruccate, playboy in tono minore, ragazzine con ego ingiustificabile o figli di papà maniaci di palestra e centri abbronzatura!

Enjoy My Wrong Shoes“: prodotto, arrangiato, suonato, cantato e concepito da Davide Marani.

Collaborano: Valentino Bianchi sax soprano; Francesca ‘Frensy’ Castorri vocals e backing vocals; Gionata Costa violoncello; Andrea ‘Andy G’ Guerrini trumpet, muted trumpet e brass section; Mauro Mosciatti chitarra elettrica.