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giovedì 12 gennaio 2023

Bere latte nei film #1

 

Alexander "Alex" DeLarge/Malcolm McDowell e i suoi Drughi in “Arancia Meccanica” di Stanley Kubrick - 1971


lunedì 1 agosto 2022

Citazioni Cinematografiche n.470

 

I gentiluomini possono parlare dell'era della cavalleria. Ma pensate ai contadini, ai ladri di bestiame, ai furfanti che essi comandavano... È con questi strumenti che i grandi guerrieri e i re hanno fatto il loro feroce lavoro nel mondo.

(Redmond Barry/Ryan O'Neal in “Barry Lindon”, di Stanley Kubrick - 1975)







lunedì 25 luglio 2022

Citazioni Cinematografiche n.469

Alice: Milioni di anni di evoluzione, vero? Vero? Mentre gli uomini si preoccupano di infilarlo dovunque possono, le donne devono solo pensare alla stabilità della famiglia, alla fedeltà coniugale e a chissà quali altre cazzate.

Bill: Un concetto troppo semplificato, Alice, ma di sicuro è qualcosa del genere.

Alice: Se invece voi uomini solo sapeste...

(Alice Harford/Nicole Kidman e William "Bill" Harford/Tom Cruise in “Eyes Wide Shut”, di Stanley Kubrick - 1999)




lunedì 3 aprile 2017

Citazioni Cinematografiche n.194

Stuart Ullman: In effetti, come lavoro non è pesante. L'unica cosa è che si può sentire un forte senso di isolamento durante l'inverno.
Jack Torrance: Be', se può farle piacere è quello che stavo cercando: un po' di isolamento. Perché... perché sono lì-lì per partorire un romanzo e quindi cinque mesi di pace sono proprio quello che ci vuole.
Stuart Ullman: Mh, sono contento, Jack. Mi preoccupavo perché per molte persone l'isolamento e la solitudine, a volte, possono rappresentare un problema.
Jack: Non per me
.

(Stuart Ullman/Barry Nelson e Jack Torrance/Jack Nicholson in "Shining", di Stanley Kubrick - 1980)




 

giovedì 8 ottobre 2015

Cinema anni 90


Negli anni 90 la mia personale biografia si è molto arricchita: sono passato dalle scuole medie alle superiori (peggiorando notevolmente il mio rapporto con lo studio), ho miseramente interrotto la mia comunque non promettente carriera di sportivo, sono andato in vacanza senza genitori o educatori vari, mi sono iscritto all'università in una cittadina marchigiana che si fa definire “ducale” e di conseguenza mi sono allontanato dalla famiglia. Durante quel decennio ho vissuto un sacco di esperienze, di cui ancora porto i segni sul fisico e nell'anima, ma ne sono uscito vivo, tutto sommato combinando meno disastri di quelli di cui mi sarei reso protagonista nei periodi successivi.

Piccole cose, forse, se paragonate a quanto accaduto in quegli anni nel mondo. In fondo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Guerra del Golfo, Nelson Mandela presidente, il repentino aumento del numero di stati europei, la nascita di Google, la nazionale italiana di calcio che abbandona ai rigori i propri sogni di gloria in tre mondiali consecutivi, sono senza dubbio eventi maggiormente degni di essere ricordati rispetto alle vicissitudini del sottoscritto.

Fra quanto ho potuto sperimentare un posto importante lo occupa la mia frequentazione di sale cinematografiche. Abbandonata in quegli anni, anche se con un pizzico di rammarico, la grande stanza che fungeva da cinema parrocchiale, quel ragazzo ancora imberbe che ero si è fatto ammaliare dal cinema ancora più di prima. Volete mettere quanta emozione nello scegliere il film da vedere e poter selezionare in quale cinema andare? All'inizio degli anni 90 c’erano ancora poche multisala e comunque non vicine a dove vivevo, perciò il gusto era controllare, su un quotidiano o affidandosi alle attualmente ormai vetuste locandine, quali film erano in programmazione, in quali sale e a che ora (rigorosamente proiezione unica dal martedì al venerdì, doppia il sabato sera e pomeridiana solo la domenica). A dire il vero non cambiò nulla per quasi tutto il decennio, almeno per quanto riguarda le mie personali abitudini, poiché, come accennato, spesi i miei anni universitari in una città che non poteva che accogliere piccoli cinema, limitando la mia frequentazione di sale più grandi e dotate di multiprogrammazione alle sporadiche visite ad amici che frequentavano atenei in più prestigiose e grandi città.

Insomma gli anni 90 sono stati per me molto intriganti ed “attivi”. Il cinema non lo è stato da meno, anzi ha aggiunto sapore a quanto vivevo. Penso di poter dire che in quegli anni abbia saputo rinnovarsi, sperimentare ed esprimere la sua potenzialità, riuscendo a rappresentare un periodo e le sue peculiarità storiche e sociali, regalando una serie di film che è corretto definire “cult”.

Film di cui i nati fra i 70 e gli 80 citano ancora le battute a memoria, di cui hanno preso a modello acconciature, abiti o gesti, con i più temerari che ci si basavano sopra tesi di laurea o possibili futuri lavorativi, e che ancora rimpiangono quando scorrono sullo smartphone i titoli ora in programmazione. 

Non posso ricordarli tutti, tantomeno posso aver visto la totalità di quelli usciti nel periodo (vi erano comunque anche parecchie schifezze), quindi ne propongo due per anno, (vale quello di produzione) dal 1990 al 1999, con particolare riguardo al gusto personale e a questioni autobiografiche.

Si parte!

1990
Quei Bravi Ragazzi (Goodfellas) di Martin Scorsese
La Stazione di Sergio Rubini 

1991
Il Silenzio degli Innocenti (The Silence of the Lambs) di Jonathan Demme
Lanterne Rosse di di Zhāng Yìmóu

1992
Malcolm X di Spike Lee
La Moglie del Soldato (The Crying Game) di Neil Jordan

1993
Tre Colori - Film Rosso/Blu/Bianco (trilogia) di Krzysztof Kieslowski
Lezioni di Piano (The Piano) di Jane Campion

1994
Pulp Fiction di Quentin Tarantino
Hong Kong Express di Wong Kar-wai

1995
I Soliti Sospetti (The Usual Suspects) di Bryan Singer
Seven di David Fincher

1996
Trainspotting di Danny Boyle
Il Paziente Inglese (The English Patient) di Anthony Minghella

1997
La Vita è Bella di Roberto Benigni
Febbre a 90° (Fever Pitch) di David Evans

1998
Il Grande Lebowski (The Big Lebowski) di Joel e Ethan Coen
Hana–Bi - Fiori di Fuoco di Takeshi Kitano

1999
Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick
Tutto su mia Madre (Todo sobre mi madre) di Pedro Almodóvar



























lunedì 7 settembre 2015

Citazioni Cinematografiche n. 113

Generale Turgidson: Professore, eh... lei ha parlato di un rapporto di dieci femmine per ogni maschio, ma questo comporterebbe forse l'abbandono definitivo delle cosiddette relazioni sessuali monogame, intendo dire per quanto riguarda gli uomini?
Dottor Stranamore: Disgraziatamente, sì. Questo però è un sacrificio al quale dovremmo rassegnarci per il bene del genere umano. E aggiungo subito che, siccome i maschi dovranno sottoporsi a questo eccezionale sforzo, a vantaggio dell'umanità, le femmine dovranno essere scelte tenendo presente le loro doti fisiche che dovranno essere stimolanti sessualmente.
Ambasciatore sovietico: Io riconosco che c'è qualcosa di buono in questa idea, professore!
Dottor Stranamore: Grazie, eccellenza.


(Generale Turgidson/George C. Scott, Dottor Stranamore/Peter Sellers e Ambasciatore Sovietico/Peter Bull in “Il Dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba”, di Stanley Kubrick - 1964)





sabato 6 settembre 2014

La Grande Guerra # 4


Ritorno a “parlare” della Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra, nell’anno del centenario del suo inizio. Era infatti il 28 luglio 2014 quando l’Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia ed iniziò ad invaderne i territori. Cinque giorni prima c’era stato l’ultimatum posto alla stessa Serbia, in seguito all’assassinio dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e della moglie Sofia, a Sarajevo, da parte dello studente serbo Gavrilo Princip.


Il cinema, fin dai suoi albori, si interessa alla Grande Guerra. Già nel 1918, appena i cannoni hanno smesso di tuonare, Abel Gance, con “J’accuse”, e Charlie Chaplin con il suo “Charlot Soldato”. Diverse sensibilità e diverse prospettive per illustrare e riflettere sull’”inutile strage”, come la definì papa Benedetto XV.

Il cinema si ispira ai romanzi (“Addio alle armi” fra i primi), ai memoriali, alle biografie, ai fatti di cronaca. Di rado però i film ambientati durante la Grande Guerra si risolvono in cinematografia di genere. Piuttosto, i vari scenari, marini e terrestri, la trincea in particolare, divengono simbolo della guerra, del dolore e della barbarie, che affiora, nel XX secolo, alla fine della Belle èpoque, proprio dove meno ci si aspetterebbe di vederla in tali proporzioni.

Provo ora a sviluppare, in modo essenziale e inevitabilmente parziale, un percorso in dieci film per una cineteca, di base, sulla Grande Guerra, ampliando quanto esposto in un altro post.

1. Charlot Soldato (USA 1918), di Charlie Chaplin. Una tragedia che si risolve in riso amaro, con il tommie Charlot che la affronta con fucile, munizioni, ma anche caffettiera, grattugia e trappola per topi.
2.  All’ovest niente di nuovo (USA 1930), di Lewis Mileston. Un film alla pari con il romanzo di Remarque, pubblicato l’anno prima. Gioventù, ideali, illusioni e disillusioni, morte e solitudine per guardare alla Grande Guerra con lo spirito della Repubblica di Weimar.
3. La Grande Illusione (Francia 1937), di Jean Renoir. Il regista francese, con tocco elegante ed efficace, ci presenta amicizia, valore, rispetto ed un certo fair play della guerra, con personaggi intensi che esaltano i sentimenti più nobili dell’animo umano.
4.  Il Sergente York (USA 1941), di Howard Haws. Ispirato alla vera storia di Alvin York, quacchero pacifista, che diventa un eroe di guerra. La Grande Guerra alla americana. Farà scuola, a suo modo, ma in seguito se ne trarranno in gran parte solo gli elementi più immediati e banali.
5.  Orizzonti di Gloria (USA 1957), di Stanley Kubrick. Il mio preferito sulla Prima Guerra Mondiale. Probabilmente il migliore, con un chiaro messaggio antimilitarista presentato in modo intenso, efficace ed originale in ogni aspetto, di trama, soggetto, sceneggiatura ed immagini. Censurato, proibito in Francia fino al 1975.
6. La Grande Guerra (Italia-Francia 1959), di Mario Monicelli. Il migliore fra i film italiani sulla guerra. Commedia amara, che alterna grottesco, risate, crudezza e realtà, che si chiude con la fucilazione dei due protagonisti, i codardi imboscati, gli indimenticabili giullari, Vittorio Gassman ed Alberto Sordi.
7.  Lawrence d’Arabia (Gran Bretagna 1962), di David Lean. Non si va a fondo sulle ombre e le ambiguità del protagonista, ma è un ottimo film sulla Grande Guerra in quella parte di mondo. Inoltre un cast d’eccezione per una costruzione scenico-drammaturgica d’alto livello.
8.  Uomini Contro (Italia 1971), di Francesco Rosi. Quando non si fa travolgere dalla vena politica e polemica, il regista italiano riesce a tradurre il bello e complesso romanzo di Emilio Lussu su cui si basa (Un anno sull’altopiano). Tentativo a volte non riuscito, ma utile come documentazione ed alcune scene informano ed istruiscono più di un trattato.
9.  Gli Anni Spezzati (USA 1981), di Peter Weir. Coinvolgente, commovente e commosso. Più che un omaggio del regista australiano all’opera ed al sacrificio dell’ANZAC, i Corpi dell’Esercito Australiano e Neozelandese.
10. La Vita e nient’altro (Francia 1989), di Bertrand Tavernier. Lucido, intenso, di una potenza morale tale da saldare in conti con la censura a Kubrick. Le emozioni vengono tenute a bada per esaltarne il messaggio di dolore e profonda umanità.









martedì 1 luglio 2014

Il Grande Potere del Chninkel – Editoriale Cosmo



Una saga fantasy tra le più riuscite che mi sia capitato di leggere. Il Grande Potere del Chninkel è un omaggio ed allo stesso tempo una rivisitazione dei fondamenti della tradizione giudaico-cristiana.

I vangeli e suggestioni biblico-cosmologiche si incontrano con i caratteri della letteratura fantasy, la sceneggiatura ed i testi di Jean Van Hamme non concedono tregua al lettore, che viene catturato dagli eventi e dalle avventure di J'on, un misero Chninkel, ovvero un essere di razza inferiore, anche lui come i suoi simili utilizzato come schiavo dalle razze dominanti al soldo degli immortali. Bassi, esili e caratterizzati da grossi nasi ed orecchie e, soprattutto, da grandissimi occhi neri, i Chninkel ricordano per certi versi gli hobbits, personaggi classici del genere fantasy. 

Ma qui siamo oltre Tolkien, ci si avventura in altri luoghi e diversi sono i temi affrontati, seri e drammatici, senza però abbandonare qualche momento “leggero” ed un certo gusto per l’ironia, quando non per il propriamente grottesco. I riferimenti alla figura di Gesù (ascesa terrena, gloria, disgrazia, sacrificio e morte) ed altri personaggi e situazioni anche del “Vecchio Testamento”, ma non solo, sono evidenti e riportano un messaggio mai banale o scontato, inoltre i “prestiti” dalla fantascienza, cinema e letteratura di genere (Kubrick e Clarke fra tutti), non risultano affatto banali e alla fine della lettura si scoprono in tutto il loro valore e funzione.

Verrebbe quasi da dire che i temi e le ambientazioni fantasy risultano quasi un pretesto, utili per presentare una story-line, un romanzo che ha tutte le caratteristiche per appassionare ed entusiasmare un lettore alla ricerca di “sostanza” e “concretezza”, bramoso, per così dire, di avere tra le mani un’opera soddisfacente ed intrigante, in grado di smarcarsi dai generi e conquistarsi un suo posto nel mondo della letteratura per immagini.


I disegni sono tanto belli da richiedere di essere ammirati più e più volte, poiché anche le tavole più grottesche ben si inseriscono in un universo a metà strada fra il fiabesco e la fantascienza (i rimandi ad entrambi i generi sono ben evidenti e meditati), con una galleria di personaggi che si presentano fra mille peripezie, con scene di battaglia, scontri all’arma bianca, fughe, inseguimenti, approfondimenti religiosi, divagazioni erotiche e momenti di riflessione e studio. Probabilmente Grzegorz Rosinski è qui al suo meglio e dona alla sceneggiatura di Jean Van Hamme un certo valore aggiunto, calibrando toni e tratto a seconda se desideri accentuare o smorzare i toni drammatici o quelli più semplicemente narrativi dei testi.

Diversi anni fa la Alessandro Editore aveva proposto l’intera saga in eleganti cartonati a colori. Ora la Editoriale Cosmo ha fatto arrivare in edicola un unico albo, in bianco e nero, nel comodo formato bonellide, per cui potrebbe essere l’occasione per gustare questo gioiello di narrazione e di grafica mollemente adagiati su un lettino al mare o su un prato estivo, facendosi rapire dalla conclusione che, con un colpo di teatro, prosegue la narrazione facendo diventare il finale dell'opera un nuovo inizio, come solo i grandi maestri della letteratura sanno fare.

lunedì 30 giugno 2014

Citazioni Cinematografiche n. 51


“Se voi signorine finirete questo corso e se sopravviverete all'addestramento... sarete un'arma! Sarete dispensatori di morte, pregherete per combattere! Ma fino a quel giorno siete uno sputo, la più bassa forma di vita che ci sia nel globo! Non siete neanche fottuti esseri umani, sarete solo pezzi informi di materia organica anfibia comunemente detta "merda"! Dato che sono un duro non mi aspetto di piacervi, ma più mi odierete, più imparerete. Io sono un duro, però sono giusto: qui non si fanno distinzioni razziali, qui si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o messicani! Qui vige l'eguaglianza: non conta un cazzo nessuno! I miei ordini sono di scremare tutti quelli che non hanno le palle necessarie per servire nel mio beneamato corpo! Capito bene, luridissimi vermi?!”



(Sergente maggiore Hartman/R. Lee Ermey in “Full Metal Jacket”, di Stanley Kubrick - 1987 )

martedì 21 gennaio 2014

Eventualità


E se mio figlio dialogasse con il suo indice?
Se mia figlia finisse per flirtare con un quarantenne?
Oppure il figlio dell’inquilino del piano di sotto fosse a capo di una banda di delinquenti?
Come la prenderei se mia moglie avesse fantasie spinte su uno sconosciuto?
Potrebbe succedere che il mio computer cominci a darmi torto e rompermi i maroni su ogni cosa che faccio?
Vi immaginate il mio istruttore di nuoto che mi urla contro e mi umilia di fronte a tutti?

Comincio a temere che la serie di film di Kubrick in onda in TV mi stia facendo male!