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lunedì 24 ottobre 2022

Citazioni Cinematografiche n.482

Io volevo insegnarle che cos'è la parola, altrimenti l'obbedienza non ha significato. Obbedire senza capire è un'altra forma di cecità.

(Annie Sullivan/Anne Bancroft in “Anna dei miracoli”, di Arthur Penn - 1962)






lunedì 16 novembre 2015

Citazioni Cinematografiche n. 123

Susanna: Sei un egoista! Stai sfruttando Raymond, stai sfruttando me, chiunque ti serva!
Charlie: Sto sfruttando Raymond?! Raymond, ti sto sfruttando?! Ti sfrutto, Raymond?!
Raymond: Sì.
Charlie: Piantala! Sta rispondendo a una domanda che gli ho fatto mezz'ora prima!

(Susanna/Valeria Golino, Charlie/Tom Cruise e Raymond/Dustin Hoffman in “Rain Man – L’Uomo della Pioggia”, di Barry Levinson - 1988)



martedì 17 febbraio 2015

Mommy (2014)

Cogliendo al volo una serata “libera” e sostenuto dall’entusiasmo della paziente donna che, incautamente, anni fa ha deciso di starmi accanto, ho visto “Mommy” al cinema!

Si può fare un onesto e notevole film d’autore senza che il pubblico se ne renda conto? È possibile rappresentare la realtà, senza filtri, ma allo stesso tempo offrire agli spettatori un melodramma che faccia incontrare gusto europeo e stilemi hollywoodiani? Si può esibire talento, permettendosi anche qualche eccesso di ego?
“Mommy”, del canadese Xavier Dolan, risponde sì a tutte le domande.


Film intenso, denso, che non lascia spazio allo spettatore, lo obbliga all’emozione di vivere quello che gli stessi straordinari interpreti vivono. Asciutto ed immediato come raramente accade, vagamente rassicurante (appena qualche istante) quando è necessario concedere una breve tregua a chi è seduto in platea. Chi invece non può permettersi pause sono i tre protagonisti, considerata l’insistenza con cui Dolan gli rimane appiccicato, con l’inquadratura che si stringe sui visi e le loro intense espressioni. Il formato 1:1, a cui si fa presto l’abitudine dopo le prime scene, lascia spazio, in precisi passaggi, ad un emozionante “panoramico”, per distinguere ed esaltare la distinzione dei momenti e dei vissuti di questi antieroi destinati a cadere e tentare di risorgere, ciclicamente. Una modalità da cinema muto, forse necessaria, che esalta la recitazione della madre, Anne Dorval, del problematico e seccante figlio, Antoine-Olivier Pilon e della familiarmente sensuale Suzanne Clément, ultima componente di un trio tanto improbabile quanto “vero” e aderente ad una condizione narrata e rappresentata con rigore e rispetto.
Anne Dorval
Forse solo Ken Loach e gli inizi di Jane Campion hanno potuto arrivare a tanto, ma quello che qui risulta veramente meritevole di attenzione è la cura nella costruzione della sceneggiatura, tanto efficace e difficile da rendere, da risultare, di contro, l’unica e la più facile da presentare. Un compito arduo che il giovane canadese Dolan assolve con grande merito, poiché la realtà è la cosa più difficile da filmare e far “vivere” gli attori, quasi come se non recitassero, la sfida più grande.



il regista Xavier Dolan


“Un'esuberante giovane vedova, madre di un ragazzo, si vede costretta a prendere in custodia a tempo pieno suo figlio, un turbolento quindicenne affetto dalla sindrome da deficit di attenzione. Mentre i due cercano di far quadrare i conti, scontrandosi e discutendo, Kyla, l'originale, nuova ragazza del quartiere, offre loro il suo aiuto. Assieme, troveranno un nuovo equilibrio, e tornerà la speranza.” (da cinematografo.it)

sabato 15 febbraio 2014

Di fronte ad un corpo nero


Nel corso della vita fin qui vissuta, in ambito lavorativo, privato e anche solo per scelta o casualità, mi sono spesso trovato di fronte e ho intrecciato rapporti con la disabilità ed il disagio.

Ho vissuto e probabilmente continuerò a sperimentare emozioni e relazioni, di vario genere, facendo i conti con parti di me, della mia personalità e del mio carattere.

Sono nate riflessioni, considerazioni e studi specifici, ho letto e sperimentato diverse cose riguardo alla disabilità, alla diversità, alle problematiche ed alle energie messe in campo da parte di persone, uomini, donne, ragazzi e bambini che vivono ogni giorno “l’essere disabile”, il “vivere accanto ad un disabile”.

Recentemente, durante la lettura di “Katarina e il pericolo della neve”, di Renato Di Lorenzo, edito da Foschi Editore, ho letto questo passaggio, che mi sembra significativo e preciso, nella sua semplicità, e che riesce a rappresentare molto bene una parte non secondaria, a volte trascurata, della disabilità vissuta e dell’incontro con una persona disabile.

“Avevo l’impressione che Maj, a causa di quel suo difetto fisico, fosse stata educata a essere inflessibile, a non dimenticare mai, a non perdonare. Ma non le avevano insegnato a combattere, a non rilassarsi, a no darsi per vinta. Maj non era una macchina da competizione. Era un corpo nero, quello che ci aveva spiegato l’insegnante di fisica: una cavità che assorbe e trattiene ogni raggio di luce senza mai restituirlo, perché il raggio di luce comincia a sbattere contro le pareti senza più trovare il foro d’uscita, e ogni volta che sbatte contro una parete questa ne assorbe un po’, finché non è tutto consumato e non ne rimane nulla”.