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Post su Film, Libri, Mostre, Esperienze di vita, Fumetti, Cartoni Animati e quello che mi piace ed anche che mi piace di meno.
Sì,
vivo in un castello, Tony. Da solo! E i ricchi bianchi mi pagano per
suonare il piano solo per sentirsi colti. Ma una volta sceso dal
palco, torno ad essere un negro come tutti gli altri per loro. Perché
questa è la loro cultura. La mia gente mi evita, facendomi
sprofondare nella solitudine perché io non gli somiglio! E se non
sono abbastanza nero e non sono abbastanza bianco, e non sono
abbastanza uomo, dimmelo tu Tony, cosa sono?!
(Don
Shirley/Mahershala Ali in “Green Book”, di Peter Farrelly –
2018)
Tom
Stall diventa un eroe dopo aver sventato una rapina nel suo diner
uccidendo due criminali per legittima difesa. La sua vita viene
stravolta dal circo mediatico che lo spinge sotto l’occhio di
tutti, anche di due malavitosi capitanati dallo sfregiato Carl
Fogarty. Questi è convinto che Tom sia in realtà Joey, un uomo dal
passato criminale. Fogarty inizia a insidiare la moglie e i figli di
Tom, che dovrà proteggere la sua famiglia dalla sua stessa, reale
identità.
David Cronenberg è tuttora noto per le mutazioni
che i personaggi dei suoi film subiscono o vivono sui loro corpi. In
varie occasioni le storie da lui create e realizzate sul grande
schermo hanno visto protagonisti che cambiavano radicalmente nel
fisico, o che sullo stesso fisico basavano le proprie vicissitudini o
avventure. “La Mosca”,“Crash” e
“Videodrome” sono
solo alcuni titoli esempio, ma l'intera carriera del regista canadese
è un'esplorazione delle mutazioni del corpo e della carne.
Cronenberg nella sua carriera ha saputo studiare le devianze e le
ossessioni di ogni genere, dirigendo film tanto belli quanto
(talvolta) ripugnanti,
per metterci di fronte alla mutazione, al cambiamento, alla
transizione dell'essere umano nel e sul proprio corpo, sulla carne.
In “A
History of Violence”, invece, la
metamorfosi, il cambiamento non è primariamente carnale, centrata
sul corpo, sebbene esso stesso e la carne ne siano coinvolti, questa
volta attraverso modalità più “classiche”. Il protagonista Tom
Stall, un Viggo Mortensen
in gran forma che anche grazie a questo film si liberò delle scorie
da eroe tolkieniano, vive un cambiamento che è di personalità,
attraverso gesti, parole e atteggiamenti. Da mite padre di famiglia a
killer freddo e lucido, allenato e abituato alla violenza. Per cui
una metamorfosi “intra” che è figlia di un'altra precedente che
lo spettatore non ha visto e che è portato ad immaginare, attraverso
quanto osserva sullo schermo. Un cambiamento che di fatto è un
ritorno ad un qualcosa che si era abbandonato, ma che si conclude con
un altro tentativo di ritorno a ciò che si era creato. Una velleità
che però è solo illusione, poiché tutto il suo mondo privato ne è
rimasto segnato e radicalmente mutato.
Quindi “A
History of Violence” può essere
definita la storia di un uomo e della sua metamorfosi (come
detto, tema caro all’autore) che avviene
tutta, senza trucchi o effetti speciali, davanti agli occhi dello
spettatore. Avviene di fronte ed all'interno
della sua famiglia, qui vista come fondamentale cardine della società
e della rispettabilità della stessa oltre che del singolo, con la
violenza che è innanzitutto quella di mettere a nudo un uomo di
fronte ai suoi affetti, ai suoi figli, a ciò che ha costruito.
C'è molto di mito fondativo americano
in questo approccio. Mito che allo stesso tempo viene omaggiato e
desacralizzato, con bugie, urla, inganni, sesso consumato sui gradini
e, appunto, violenza. All'inizio sembra violenza giustificata e
giustificabile, poiché esercitata nei confronti di chi insidia e
attacca l'armonia individuale e comunitaria, poi viene mostrata come
insita nell'uomo. Violenza che viene mostrata come trasmissibile ai
propri figli. Tom che poi è Joey l'ha probabilmente
imparata/ricevuta da un padre/fratello ed a sua volta la trasmette ai
componenti della sua famiglia. La narrazione è colma di tensione e
lo spettatore vive il dubbio su quanto sta osservando. Cronenberg
incentiva l’esibizione della metamorfosi a
vista del personaggio, quasi fosse qualcosa
che non ha una reale profondità, psicanalitica, edipica, remota, ma
qualcosa che avviene tutta nel presente, sull’epidermide e sul
volto mutevole (Viggo Mortensen di fatto passa
dall’essere Tom a Joey anche nella stessa scena)
del protagonista, così come su quelli della moglie e del figlio
maggiore.
Grazie anche
alla grande prova del già citato Mortensen, di Ed Harris, di William Hurt e di una sorprendente Maria Bello nel ruolo della moglie del
protagonista, questo film risulta di gran lunga uno dei migliori di
Cronenberg. Drammatico e monolitico nella sua classicità, a cavallo
fra western e noir, con caratteri e stilemi narrativo-rappresentativi
di entrambi i generi, “A History of Violence” ci racconta anche
di una mitologia nordamericana che viene trattata in modo audace e
raffinato, con gli archetipi del focolare domestico, della libertà
individuale, del viaggio, della difesa della proprietà privata e dei
propri valori. Magistralmente proposti attualizzandoli con un occhio
rivolto al classico. Ma qui non c'è eroismo,
solo la fredda, abbagliante drammatizzazione del sogno/incubo
nordamericano, con parecchia violenza, anche dove non si vede carne o
sangue.
Qualche
giorno fa un neo collega desideroso di cinema mi ha chiesto un titolo
quale consiglio per una sua prossima serata.
Probabilmente
complice la giovane età del ragazzo ho suggerito senza pressoché
alcuna esitazione “La Promessa dell'Assassino”, di David
Cronenberg.
Limitandomi
al regista canadese se avessi atteso qualche secondo in più forse
avrei potuto indirizzare il mio interlocutore verso altri titoli, ma
credo invece che la repentina risposta sia stata suggerita dalla
immediatezza della trama e delle scene del film con protagonista
Viggo Mortensen.
Sintetizzando,
lo si potrebbe definire un gangster movie con più di un
elemento noir, che dai due generi prende l'essenziale, come
essenziale è la messa in scena, compatta ed efficace, dotata di
scene coinvolgenti, immagini potenti e dirette, che tengono
alta la tensione per tutta la durata del film.
I puristi ci
troveranno qualche innegabile difetto, gli estimatori di Cronenberg
con qualche capello bianco in più del sottoscritto considereranno
“La Promessa dell'Assassino” maggiormente “convenzionale”
rispetto a precedenti opere, ma credo che non potranno negare una
certa continuità di stile e di visione del regista de “La Mosca”
e “eXistenZ ”.
Con la sola
parziale eccezione di Naomi Watts che in qualche passaggio non
convince del tutto, gli interpreti sono molto bravi, su tutti il già
citato Viggo Mortensen, calato in un personaggio straordinario, a cui
dona intensità e accattivante ambiguità. Non ci sono lezioni
morali o tesi da proporre, ma lucida analisi, violenza e dolore resi
con grande maestria, dialoghi e sceneggiatura da mozzare il fiato,
come se ad una vicenda dal sapore di grande narrativa russa si fosse
tolta ogni azione pedagogica o suggerimento etico.
Londra.
Nikolai Luzhin è uno degli uomini di fiducia del clan russo
capeggiato da Semyon, proprietario di un elegante ristorante
transiberiano che, dietro la sua impeccabile facciata, nasconde una
natura fredda e brutale. Un giorno, Nikolai si imbatte in Anna
Khitrova, una giovane ostetrica, anche lei di origine russa,
sconvolta per la morte di una ragazza da lei assistita durante il
parto. Nonostante venga fortemente scoraggiata dai suoi parenti, Anna
vorrebbe rintracciare la famiglia di origine della defunta per
affidare loro il neonato. Nikolai si offre di aiutarla, ma la sua
iniziativa provocherà drammatici avvenimenti e creerà in lui
sentimenti contrastanti.
Joey: Richie, io sono qui per fare pace....dimmi che devo
fare per mettere le cose a posto. Richie: Una cosa la potresti fare, credo......potresti morire, Joey.
(Joey Cusack/Tom Stall/Viggo
Mortensen e Richie Cusack/William Hurt in “A History of Violence, di David
Cronenberg - 2005)