Diego Abatantuono e Antonio Catanìa in Mediterraneo di Gabriele Salvatores, 1991. Premio Oscar per il miglior film straniero.
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sabato 8 settembre 2018
sabato 17 febbraio 2018
Ida - 2013
Ho visto
un film bellissimo!
“Ida”,
di Pawel Pawlikowski, che al di là del nome difficile da ricordare
per molti, ha fatto davvero un gran bel film. Tanto da meritarsi il
premio Oscar 2015 come miglior film straniero.
Mi è
piaciuto per la rigorosa, vibrante interpretazione delle due
sorprendenti protagoniste, una novizia che si appresta a prendere i
voti nel convento dove è cresciuta, e la zia che incontra per la
prima volta pochi giorni prima del grande passo.
Mi è
piaciuto per la splendida fotografia, un bianco e nero pieno e
sapido nella sua freddezza, che esplora tutti i toni di grigio
illustrando e raccontando due viaggi a loro modo iniziatici, due
modalità di fare i conti con il proprio io e la Storia.
Compostezza
e rigore formale, ma allo stesso tempo vitalità che si affida
alla musica, splendida quella originale composta per il film, ma
anche John Coltrane, Mozart e Adriano Celentano, nonché Fred
Buscaglione per lampi di luce e di vita.
Un percorso
nella Memoria, nella Storia, nella Polonia anni 50 e 60,
affidato ad una grande regia, che evita retorica e cadute nel
patetico o nel già visto grazie a splendide e irresistibili
inquadrature, dove primi piani e campi lunghi, particolari e immagini
a tutto schermo parlano allo spettatore la lingua, comprensibile a
tutti, del grande e puro cinema.
Inquadrature
perfette, bianco e nero di una purezza disarmante, immortale e narrativo, splendida
musica, dialoghi essenziali ed esaustivi, rigidità formale solo
apparente che cede opportunamente il passo ad una vibrante
cristallina narrazione. Quanto basta per definire “Ida” un film
imperdibile!
Polonia,
1962. La 18enne Anna, un orfana cresciuta in convento, ha deciso di
farsi suora. Tuttavia, poco prima di prendere i voti, scopre di avere
una zia ancora in vita, Wanda, la sorella di sua madre. Insieme a lei
la ragazza affronterà un viaggio alla scoperta di se stessa e del
proprio passato: scopre, infatti, di avere origine ebraiche e che il
suo vero nome è Ida; inoltre, sua zia è un ex pubblico ministero
comunista, responsabile di numerose condanne a morte nei confronti di
religiosi. Mentre Anna va alla ricerca della verità sulla sua
famiglia, Wanda deve confrontarsi con le decisioni prese ai tempi
della guerra e che ancora la perseguitano. (da
cinematografo.it)
All'interno del film viene suonato questo immortale e fantastico pezzo di John Coltrane. Un'ottima occasione per ascoltarlo!
sabato 21 ottobre 2017
La Narrazione e l'Arte di Raccontare: Kubo e la spada magica
Kubo e la spada magica (2016)
Una
gioia per gli occhi ed il cuore, immagini ed emozioni che si
susseguono senza sosta per esaltare l'arte della narrazione ed il
piacere di ascoltare ed ammirare una bella storia.
Se
vi dovesse capitare di stancarvi delle perfette e bellissime immagini
della Disney/Pixar fatevi un regalo e guardate Kubo
e la spada magica,
con le spigolose figure umane tipiche di casa Laika,
vera e propria garanzia in fatto di stop-motion.
Laika ci ha già regalato gioielli come Coraline
e Boxtrolls,
ogni cosa è
illuminata, ma
il film con protagonista il piccolo artista contastorie Kubo ha una
marcia in più, data propria dalla capacità del regista
premio oscar Travis Knight
di inserire una storia nella storia, con un divertente e coinvolgente
gioco metanarrativo che difficilmente può lasciare indifferenti.
Kubo
suona e racconta storie, facendo frutto degli insegnamenti della
madre e facendo fruttare i suoi molti talenti, primo fra tutti quello
di riuscire ad animare
fogli di carta,
che come eleganti origami danno forma e sostanza alle sue parole. Il
pubblico che incontra nel suo peregrinare e quello in sala o di
fronte allo schermo televisivo ne rimangono rapiti, ma una sfida
attende il piccolo cantastorie e qui inizia la narrazione dentro la
narrazione, con chiari debiti al teatro orientale e alla tradizione
dei narratori vagabondi, non ultimo il dato che Kubo è cieco da un
occhio, o meglio ha un occhio solo.
L'immaginazione
sopperisce alla menomazione, il coraggio e la volontà lo sostengono
nelle prove che lo attendono, l'amore e la purezza dei sentimenti lo
rendono vincitore sugli spiriti che lo inseguono.
Non
mancano il dolore e la tragicità
della morte
nella vicenda raccontata, ma la forza
del Mito e dell'Amicizia
prevalgono e l'eleganza degli scenari, la dolce e semplice poesia
delle immagini sostengono le parole e le musiche, per una summa di
visione e ascolto, consapevolezza di trovarsi di fronte a situazioni
dal sapore epico, godimento estetico e profondi sentimenti.
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lunedì 17 luglio 2017
Citazioni Cinematografiche n.208
Tess: Sai, potresti anche non piacermi!
Jack: Chi, io? Nah...
Il film è stato vincitore di un Oscar per la migliore canzone, "Let The River Run" cantata da Carly Simon.
Jack: Chi, io? Nah...
(Tess McGill/Melanie Griffith e Jack Trainer/Harrison Ford in "Una Donna in Carriera" di Mike Nichols - 1988)
Il film è stato vincitore di un Oscar per la migliore canzone, "Let The River Run" cantata da Carly Simon.
sabato 23 aprile 2016
Volver - 2006
È nota la potenza espressiva contenuta e
abilmente trasmessa in buona parte dei film di Pedro Almodóvar,
soprattutto quelli che cominciano ad avere qualche anno sulle spalle. Se da più
giovane era soprattutto quella che mi attirava e spingeva a vedere le sue opere
e a farmi uscire dalle sale cinematografiche quasi ubriaco di immagini e
parole, nel corso delle primavere che si sono succedute nella mia vita ho
imparato ad emozionarmi e ad apprezzare la delicatezza ed il tocco raffinato
che il regista spagnolo possiede nel raccontare, descrivere e rappresentare l’universo
femminile.
La sua vicinanza ed il suo “amore” per le donne è
evidente nei due film premiati con l’Oscar. Tutto su mia madre e Parla
con lei, rispettivamente onorati come miglior pellicola straniera e per la
miglior sceneggiatura originale, sono con tutta probabilità le pellicole che lo
hanno spinto a proporre al pubblico, nel 2006, il suo Volver.
“Le donne per me sono l’origine
della vita e anche di tutta la fiction possibile, perché ho vissuto tutta la
mia infanzia circondato da donne che raccontavano storie e cantavano. È questo
l’universo che ho voluto omaggiare in Volver”
Il film fu premiato a Cannes per la
miglior sceneggiatura, tanto delicata e semplice come pochi registi sono in grado
di fare, quando la tematica di vita, amore, morte, dolore e “resurrezione”
rischia di rendere pesante lo svolgersi di una trama.
Volver non è semplicemente una commedia, non è un
film drammatico di quelli che devono far scendere lacrime presto asciugate,
bensì una sorta di ibrido mélo, dove Almodóvar riesce, come è stato
solito fare, a mescolare generi differenti in maniera equilibrata e
armonica, ammiccando anche al noir.
I litigi, le bugie, i crimini del cuore ma non solo,
i tradimenti e gli affetti delle sue donne sono tanto reali nella loro
coinvolgente quotidianità, quanto immersi in una dimensione magica, quasi
surreale, dove convivono drammi privati, segreti, toccanti esempi di generosità
e solidarietà e fantasmi.
Volver, come tornare. Tornare alla vita in senso
assoluto, alla vita familiare e a quella dimensione rurale e domestica da cui
ci si era allontanati. Tornare all’amore e ad un senso profondo di essere
donne, più forti perché si è lottato contro un mondo troppo maschile, che non
ha trovato di meglio che prevaricare ed opprimere il femminile di una società e
di una realtà, verso cui si prova affetto ma anche paura.
Anche grazie alla recitazione di Carmen Maura
e di Penelope Cruz (quest’ultima probabilmente nella sua migliore
interpretazione), vengono messi da parte gli eccessi, le citazioni e i
“trucchi di regia” cui il cinema di Almodóvar precedentemente ci aveva
abituato. A farla da padrone, in senso stilistico, è anzi una certa elegante
sobrietà, la semplicità che si unisce alla sicurezza di un regista che
governa la materia ed il materiale, narrativo ed umano, che ha fra le mani.
Diverse sono le scene che meritano di essere gustate
e godute, in un film dove la naturalezza di alcune inquadrature stupisce per
come si incontri con temi profondi, quasi ancestrali e fondanti sul tema della
vita e degli sconvolgimenti patiti dalla stessa.
Fin dalla prima sequenza si rimane affascinati e la
toccante colonna sonora fa il resto.
sabato 27 febbraio 2016
Big Five per gli Oscar
Viene
definita “Big Five” la cinquina che
comprende l’assegnazione ad un solo film dei cinque principali Premi Oscar®, ovvero Miglior film,
Miglior regia, Miglior attore, Migliore attrice e Miglior sceneggiatura (originale o non originale).
Fino
ad ora è successo solo in tre occasioni.
I
tre film che possono vantare di essersi aggiudicati il “Big Five” sono:
“Accadde una notte” (1934), di Frank Capra
Miglior
Film: Columbia
Pictures
Miglior
regia:
Frank Capra
Miglior
Attore protagonista:
Clark Gable
Migliore
Attrice:
Claudette Colbert
Miglior
Sceneggiatura (non originale): Robert Riskin
“Qualcuno volò sul
nido del cuculo” (1975), di Miloš Forman.
Miglior
Film: Michael
Douglas e Saul Zaentz
Miglior
regia: Miloš
Forman
Miglior
Attore: Jack
Nicholson
Migliore
Attrice:
Louise Fletcher
Miglior
Sceneggiatura (non originale): Lawrence Hauben e
Bo Goldman
“Il Silenzio degli
Innocenti” (1991), di Jonathan Demme
Miglior
Film: Edward
Saxon, Kennetth Utt e Ronald M. Bozman
Miglior
regia: Jonathan
Demme
Miglior
Attore:
Anthony Hopkins
Migliore
Attrice: Jodie
Foster
Miglior
Sceneggiatura (non originale): Ted Tally
I Premi Oscar®
sono stati assegnati nella cerimonia dell’anno successivo all'uscita dei film
nelle sale cinematografiche.
giovedì 19 novembre 2015
Il Segreto dei suoi Occhi (2015)
È in programmazione nei cinema italiani “Il Segreto dei
suoi Occhi”, dichiaratamente ispirato al film argentino, premio Oscar nel
2010 che portava lo stesso titolo, e di cui ho parlato in un post datato 12 gennaio 2013.
Considerando tuttora il film diretto da Juan José
Campanella uno dei migliori visti negli ultimi anni, ero effettivamente
curioso di scoprire cosa “gli americani” ne avessero fatto.
Il Segreto dei suoi Occhi, per la regia di Billy
Ray, è qualcosa di più di un remake, poiché la sceneggiatura, per quanto
speculare a quella del film originale, si risolve in una operazione di
riscrittura e riadattamento, con la visuale e per il gusto di uno spettatore
nordamericano, pur con qualche elemento tipico del cinema europeo, che spesso
risulta vicino a quello dei paesi latino americani “imparentati” con l’Europa.
Ebbene, tanto per arrivare al punto, nonostante non
sia operazione consigliabile valutare un film sulla base di un altro, ritengo
la versione 2015 meno convincente di quella del 2009.
Mentre l’originale viveva di ottime scelte registiche
e di resa drammaturgica e si faceva apprezzare totalmente sotto ogni aspetto,
anche per la cura dei dettagli e la caratterizzazione di tutti i personaggi,
dai protagonisti ai comprimari, quest’ultima versione funziona solo a momenti,
con qualche passaggio debole e poco convincente. Rimane un buon prodotto, ma
appunto si limita a questo. Accattivante e ammiccante quanto serve, il
passaggio dall'Argentina dei drammatici anni 70 agli USA post 11 settembre è
azzeccato ma offre magri risultati in barba all'idea.
Coinvolgente, ma non a
sufficienza, solo nella figura della madre Julia Roberts, in un ruolo
tanto lontano dai suoi soliti quanto reso in maniera professionale e misurata,
e meno in quella dell’ex agente Chiwetel
Ejiofor, non totalmente libero di esprimersi e un po’ frenato (autodisciplina?).
Anche abbandonando il parallelo tra i film, mi trovo a
denotare qualche limite di troppo in alcune scelte registiche, che avrebbero
potuto donare maggiore tensione emotiva e narrativa, rendendo un buon thriller
quello che non è un semplice film d’azione, ma che non utilizza al meglio
spunti narrativi e idee di sceneggiatura che avrebbero meritato maggior
fortuna.
Accennato a due dei tre protagonisti, passo a Nicole
Kidman, veramente convincente solo in due scene, comunque troppo brevi per
poter valorizzare l’intero film, sebbene siano passaggi chiave della vicenda
raccontata.
All'epoca avevo assegnato 8+ al fim di Campanella,
produttore esecutivo della versione di questi giorni, ora mi limito ad un 6,5,
considerando che il materiale umano, drammaturgico e tecnico sono di
prim'ordine, ma il risultato è inferiore alle attese.
martedì 11 marzo 2014
Leonardo Di Caprio non ha vinto l'Oscar
Non che sia una questione così importante o essenziale per
dare un senso a questi tempi, che sembra che un senso non l’abbiano, ma ora
tento di delineare quelle che, a mio parere, sono le due principali ragioni che
hanno “impedito” a Leonardo Di Caprio di ricevere quest’anno il premio
Oscar come miglior attore protagonista.
Al netto di altre motivazioni e questioni, legate al
business hollywoodiano e ai vari “giochi” in cui sono impegnate le Major
cinematografiche e “poteri forti” vari, sono dell’opinione che il buon Leo
Di Caprio nell’ultima cerimonia non avesse poi tante speranze di ricevere (finalmente?)
l’Oscar per la sua interpretazione in “The Wolf of Wall Street” di
Martin Scorsese.
Hollywood tende ad emozionarsi, farsi empaticamente colpire e
coinvolgere da attori e attrici che mortificano sé stessi, ingrassano o
dimagriscono in modo evidente e clamoroso, che si “imbruttiscono” per meglio
interpretare il proprio ruolo, si “nascondono” dietro un pesante lavoro di
trucco e mistificazione del proprio fisico, edulcorano e “ingabbiano” la
recitazione. Nel corso degli anni si ha l’esempio di Robert De Niro in “Toro
Scatenato” (sempre Martin Scorsese), oppure di Dustin Hoffman
in “Rain Man”, più recentemente abbiamo assistito alla premiazione di Christian
Bale, ex pugile tossicomane e problematico in “The Fighter”, e di Charlize
Theron per la sua interpretazione in “Monster”. L’elenco potrebbe
continuare, con nomi più o meno eccellenti, ma il concetto è che spesso viene
premiato l’attore o l’attrice che supera i propri limiti fisici, “si
tratta male” e stravolge la propria immagine, sia in senso estetico che
interpretativo e di ruolo (ruoli scomodi, ai margini, pericolosamente
borderline e così via.)
Quest’anno, sfortunatamente per Leonardo Di
Caprio, in gara c’era Matthew McConaughey per quanto messo in campo
in “Dallas Buyers Club”. Da molti considerato uno degli uomini più belli
del mondo, l’attore statunitense è praticamente irriconoscibile, causa un
evidente e massiccio dimagrimento, un “imbruttimento” notevole e il ruolo,
abbastanza scomodo, di un texano omofobo che contrae l’AIDS ed inizia un
proprio personale percorso di “malato” e di uomo. McConaughey ha vinto
l’Oscar.
Seconda ragione, secondo me, legata più direttamente al tipo
di film in cui l’attore in corsa per l’Oscar recita, è da far risalire a come
viene presentata la vicenda in “The Wolf of Wall Street”.
Il film di Martin Scorsese racconta,
illustra, mostra, ma non esprime giudizi, non presenta una “morale”, non
impartisce una lezione o lancia ammonimenti o avvertimenti. È una storia, che
viene proposta per quello che è. Scorsese prende le distanze, per quanto serve,
dagli avvenimenti e li presenta al pubblico, senza esprimere una propria
opinione.
Questo, alla fine, è risultato un limite. Hollywood
conosce i vizi e le aberrazioni, le vuole vedere e mostrare, desidera
che vengano presentate le peggiori qualità del genere umano, spinge affinché
gli uomini e le donne vengano esposti nei loro limiti e si mostrino mentre
commettono ogni tipo di nefandezza. Ma, allo stesso tempo, Hollywood esige che
venga presentata anche la redenzione, oppure il giusto castigo
per chi ha commesso peccati e si è macchiato di gravi colpe, al limite che
venga emessa, dal regista e nella sceneggiatura, una chiara condanna del
“cattivo” e delle azioni da lui compiute. Un po’ di puritanesimo
cinematografico insomma.
Oliver Stone l’aveva capito, quando nel 1987 girò “Wall
Street”, con Gekko/Michael Douglas, che infatti vinse l’Oscar per
questa interpretazione. Anche perché è evidente per tutto il film che Gekko è
il “cattivo”, colpevole, tra le altre cose, di traviare e ingannare il giovane Bud/Charlie
Sheen.
In “The Wolf of Wall Street” non vi è alcuna
condanna, neppure un po’ di biasimo nei confronti del personaggio messo in
scena da Leonardo Di Caprio. Credo che questo abbia influito, perciò anche
quest’anno niente Oscar per il pur bravo e coinvolgente attore di Los
Angeles.
mercoledì 22 maggio 2013
Departures. Una splendida casualità
Departures: smarrirsi e poi ritrovarsi tra la morte e la vita.
Ieri sera, casualmente e grazie all'intuito di chi ho al mio fianco, ho visto in televisione un film straordinario: Departures del regista giapponese Yojiro Takita.
Scrivo
straordinario per sensibilità, profondità, regia raffinata e recitazione
intensa, contenuta e sempre efficace. Una vera e propria occasione per
riconciliarsi con il cinema che sa
essere d’autore, ricercato ma non noioso o inutilmente estetizzante.
Praticamente
ogni scena ed ogni dialogo sono efficaci e pressoché perfetti, sia dal punto di
vista visivo che di contenuto. Eleganza
e raffinatezza al servizio di una
emozionante storia, con al centro la morte,
il rispetto per essa e la celebrazione, nell’ordinario e nel quotidiano, della vita, delle sue gioie e dei suoi
dolori.
Trama: Daigo Kobayashi è un
giovane violoncellista costretto a tornare nella sua città natale dopo lo
scioglimento dell'orchestra di cui faceva parte. Per mantenere se stesso e sua
moglie, Daigo accetta un impiego come cerimoniere funebre, ovvero colui che
compie il rito di lavaggio, vestizione e posizionamento nella bara dei morti
per accompagnarli nel trapasso. La sua nuova occupazione non è ben accetta tra
parenti e amici, soprattutto da sua moglie, ma il costante contatto con la
morte e con coloro che hanno subito la perdita di uno dei propri cari, aiuterà
invece Daigo a comprendere quali siano i più importanti legami e valori nella
vita (da cinematografo.it)
Mi
sono emozionato durante la visione di più scene,
impreziosite da una fotografia
talmente rispettosa dei protagonisti, dei loro volti e sentimenti da sembrare
assente. La colonna sonora ha
esaltato i paesaggi fisici e dell’anima, le musiche accompagnano con grazia lo spettatore ed il protagonista
attraverso un percorso di scoperta di se stessi e dei significati più intimi
delle nostre esistenze. Tutto ciò rende
questo film un autentico gioiello.
Departures, film del 2008, ha vinto una lunga serie di
meritatissimi premi, tra cui l’Oscar al
miglior film straniero, “battendo” nel 2009 opere come “Valzer con Bashir”
e “La Classe”.
Regista e attori
sono riusciti a trattare al meglio un tema che è ancora un tabù, ovvero la morte, presentato con grande rispetto e
calore, senza cadere nel melenso o rendere un’immagine esotica di un paese, il Giappone, e di una cultura, quella giapponese, ancora molto lontani da
noi. Personaggi delineati molto bene
e con garbo. Morte presentata, attraverso l’incontro ed il contrasto tra moderno e tradizionale, tra piccoli paesi di provincia e grande città, per
farci riflettere sulla vita e sull’amore, quello che doniamo e quello
che riceviamo. Non mancano “concessioni”
(poche) al gusto occidentale, ma sono “furbizie”
che, a mio giudizio, rendono ancora più valido un film, poiché si nota
quanto si eviti l’autoreferenzialità e l’elitarismo, tipico di alcuni circuiti.
![]() |
| il protagonista con il "principale" Sasaki/Yamazaki Tsutomu |
sabato 27 aprile 2013
Il Cinema di Sidney Lumet
Spazi chiusi, individuo, famiglia e
società: le crisi individuali e le relazioni nel cinema di Sidney Lumet.
Sidney Lumet è stato un regista che ha diretto più di 40 film, con uno stile personale che è
stato definito un “non stile”, talmente era difficile da individuare, ma
diretto e facile da sentire. Lui stesso definiva un buon stile non tanto quello
che si vede, ma quello che si percepisce.
Ci
sono elementi comuni nei suoi film, temi e modelli che ritornano in più
opere e che in alcune vengono ripetuti, spesso con originalità di direzione e
capacità di tirare fuori il meglio dagli interpreti (non a caso molti degli
attori da lui diretti hanno ricevuto, a ragione, svariati premi e
riconoscimenti).
Gli spazi chiusi. Sia uno spazio fisico, oppure uno spazio metaforico, o
entrambi nello stesso momento, in alcuni film viene proposta ed accentuata
attraverso studiate soluzioni stilistiche, una prospettiva claustrofobica delle
vicende narrate e degli ambienti in cui si svolgono. È così in “La parola ai giurati” (1957), quasi
interamente girato su un solo set, la stanza in cui si riunisce la giuria, dove
si passa da inquadrature distanti, d’insieme, a primi e primissimi piani ed
inquadrature molto ravvicinate. La stessa cosa accade ne “L’Uomo del banco dei pegni” (1964) ed in “Quel pomeriggio di un giorno
da cani” (1975), dove
pressoché l’intera vicenda si svolge all’interno della banca dove viene tentata
la rapina, o in “Assassinio
sull'Orient Express” (1974), sviluppato in un vagone del
noto treno. Nuovamente Lumet tornerà
in un’aula di tribunale prima con “Il
Verdetto” (1982) e poi con “Prova ad incastrarmi”
(2006). Lo spazio, per l’appunto con una componente claustrofobica, è
metaforico nel non eccelso, ma ben diretto, “Un’estranea fra noi” (1992), dramma poliziesco ambientato in una
comunità ebraica ortodossa chassidica, nel coinvolgente “Vivere in fuga” (1988), dove un’intera famiglia è costretta a
stravolgere periodicamente la propria vita per sfuggire all’arresto, e
nell’eccelso “Quinto Potere” (1976),
in cui vita reale e finzione, televisione e spazi di vita si mescolano.
![]() |
| "La parola ai giurati" |
Crisi dei protagonisti. Il tema del personaggio in crisi è presente in più
opere, particolarmente riuscito è nei film in cui il protagonista acquisisce lo
status di eroe solo nel momento in
cui accetta di fare i conti con questa crisi. Il realismo sociale, che il
regista svilupperà soprattutto nelle pellicole in cui protagonista sarà la
città di New York, è preceduto da
una sorta di realismo morale, dove la distinzione tra bene e male, buoni e
cattivi spesso è labile. Si pensi al giurato Henry Fonda, tanto più umano ed “eroico” in quanto non è totalmente
convinto dell’innocenza dell’imputato ma è comunque deciso a concedergli il
beneficio di un “ragionevole dubbio”, oppure al Rod Steiger de “L’Uomo del
banco dei pegni”, vittima dell’orrore nazista che, incapace di elaborare il
senso di colpa per essere sopravvissuto alla sua famiglia, diventa un carnefice
emozionale, rinchiudendosi tra le sbarre del suo esercizio (altro spazio
chiuso) ed escludendone il mondo esterno. Sarà solo il sacrificio del suo
garzone Jesus, alla fine del film, a rompere la sua corazza, facendogli
scoprire il dolore, e in definitiva costringendolo a fare i conti con se
stesso. Protagonisti in crisi ci sono anche in “Serpico” (1973), “Quinto
Potere” e nell’ultimo film diretto da Lumet, “Onora il padre e la madre” (2007), dove attraverso un uso sapiente
del flashback viene proposta la vicenda di due fratelli, traditi e traditori e
colpevoli di una tragica mediocrità.
![]() |
| Rod Steiger ne "L'Uomo del banco dei pegni" |
Indagine sociale e sulle relazioni
tra i personaggi. “L’Uomo del banco dei pegni” propone una trama
delle relazioni, all’interno di una New York marginale, commentata dalla musica
di Quincy Jones, che si basa su una
struttura di stampo famigliare: Sol Nazerman si configura al contempo come
figura paterna (per Jesus il garzone) e filiale (per l’anziano Mendel), fulcro
dunque di due rapporti ugualmente problematici. Tradito nel primo caso e
traditore nel secondo, anticipa una serie di caratteri che verranno, seppure
calati in contesti diversi e dotati di maschere differenti, in altre opere,
come in “Onora il padre e la madre”. Una situazione non troppo
dissimile è presente in “Serpico”,
in cui, con equilibrio tra analisi sociologica ed azione, la pellicola utilizza
la denuncia del potere istituzionale (la polizia) per ampliare il discorso relazionale: l’integerrimo
protagonista è la cartina di tornasole che mette in rilievo il tradimento
operato da tutte le componenti famigliari, dall’impotenza del “padre” (il capo
della polizia) alla corruzione dei “fratelli” (i colleghi del distretto). Tutti
o quasi gli elementi fin qui citati si trovano riassunti in “Quel pomeriggio di un giorno da cani”. Alienato come e
più di Serpico, e al pari di questo coinvolto in un rapporto/scontro con una
figura autoritario/paterna (il detective Moretti di Charles Durning), Sonny
Wortzik è il personaggio con cui “viene abilmente scavalcata la linea che
separa la farsa dalla tragedia”. Lumet, con “Prova ad
incastarmi”, si spingerà anche oltre, conferendo tratti quasi
da eroe a tutto tondo al personaggio di un mafioso, convinto di incarnare un
modello umano e sociale positivo proprio perché pone al di sopra di tutto il
valore di quella famiglia che, altrove, i personaggi lumetiani tradiscono o
dalla quale vengono traditi (e qui ritorna “Onora il padre e la madre”).
Questi
elementi sono presenti anche in altri film, riusciti come nell’intreccio
propriamente familiare di “Vivere in
fuga”, e meno riusciti come in
“Gloria” (1999) o “Sono affari di famiglia” (1989).
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| "Onora il Padre e la Madre" |
Rimane
la bravura del regista nella direzione degli attori e nel gestire al meglio
anche qualcosa che, in mani meno abili e guidate da minore lucidità, poteva
risolversi solo in drammi in spazi chiusi. Lumet invece ci ha spesso proposto con
bravura e grande considerazione dello spettatore, la tensione tra protagonista/interno e società/esterno, che riassume e
condensa la sua arte.
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Sidney Lumet
sabato 12 gennaio 2013
Il Segreto dei suoi occhi (2009)
Sceneggiatura solida, buone sequenze, temi diversi e vari che convivono in maniera straordinaria senza rubarsi spazio, ma anzi esaltandosi l’un l’altro, per un film che non è (solo) un thriller, ma anche un coinvolgente melodramma, che utilizza la storia recente dell’Argentina della dittatura per presentarci una bellissima e dolorosissima vicenda e personaggi veramente ben delineati e credibili.
Gli attori protagonisti sono di una bravura rara ed a tratti imbarazzante, in particolare la coppia composta dall’agente investigativo Benjamín Espósito/Ricardo Darín e il giudice Irene Menéndez Hastings/Soledad Villamil, senza dimenticare Sandoval/Guillermo Francella, singolare collega di Espósito.
Film dalle caratteristiche di opere d’altri tempi, riflessivo e meditato quanto basta per affrancarsi dal rischio di “già visto” e “vecchio”, basti pensare che Espósito decide di ricostruire la storia dell’indagine da lui condotta attraverso un libro, giustificando così un sapiente uso del flashback. Con “Il Segreto dei suoi occhi” (oscar miglio film straniero) l’argentino Juan José Campanella presenta una regia di buon livello, semplice ed efficace, quasi classica con il mito dell’investigatore solitario, ma comunque capace di offrire soluzioni più che godibili e di volare alto quando serve (strabiliante piano sequenza allo stadio e scena in ascensore). La dimensione emotiva non viene mai meno, viene anzi coltivata e curata con intelligenza, anche attraverso ottimi dialoghi ed inquadrature che sottolineano degnamente i momenti più intimi e convincenti.
Voto: 8+
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Ricardo Darín e Guillermo Francella |
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| Soledad Villamil |
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