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sabato 8 settembre 2018

8 Settembre



"C’è stato l’8 settembre!"
"E che c’entra, tutti gli anni c’è l’8 settembre. Anche il 9 e il 10"
Diego Abatantuono e Antonio Catanìa in Mediterraneo di Gabriele Salvatores, 1991. Premio Oscar per il miglior film straniero.


sabato 17 febbraio 2018

Ida - 2013


Ho visto un film bellissimo!
Ida”, di Pawel Pawlikowski, che al di là del nome difficile da ricordare per molti, ha fatto davvero un gran bel film. Tanto da meritarsi il premio Oscar 2015 come miglior film straniero.



Mi è piaciuto per la rigorosa, vibrante interpretazione delle due sorprendenti protagoniste, una novizia che si appresta a prendere i voti nel convento dove è cresciuta, e la zia che incontra per la prima volta pochi giorni prima del grande passo.
Mi è piaciuto per la splendida fotografia, un bianco e nero pieno e sapido nella sua freddezza, che esplora tutti i toni di grigio illustrando e raccontando due viaggi a loro modo iniziatici, due modalità di fare i conti con il proprio io e la Storia.
Compostezza e rigore formale, ma allo stesso tempo vitalità che si affida alla musica, splendida quella originale composta per il film, ma anche John Coltrane, Mozart e Adriano Celentano, nonché Fred Buscaglione per lampi di luce e di vita.


Un percorso nella Memoria, nella Storia, nella Polonia anni 50 e 60, affidato ad una grande regia, che evita retorica e cadute nel patetico o nel già visto grazie a splendide e irresistibili inquadrature, dove primi piani e campi lunghi, particolari e immagini a tutto schermo parlano allo spettatore la lingua, comprensibile a tutti, del grande e puro cinema.
Inquadrature perfette, bianco e nero di una purezza disarmante, immortale e narrativo, splendida musica, dialoghi essenziali ed esaustivi, rigidità formale solo apparente che cede opportunamente il passo ad una vibrante cristallina narrazione. Quanto basta per definire “Ida” un film imperdibile!


Polonia, 1962. La 18enne Anna, un orfana cresciuta in convento, ha deciso di farsi suora. Tuttavia, poco prima di prendere i voti, scopre di avere una zia ancora in vita, Wanda, la sorella di sua madre. Insieme a lei la ragazza affronterà un viaggio alla scoperta di se stessa e del proprio passato: scopre, infatti, di avere origine ebraiche e che il suo vero nome è Ida; inoltre, sua zia è un ex pubblico ministero comunista, responsabile di numerose condanne a morte nei confronti di religiosi. Mentre Anna va alla ricerca della verità sulla sua famiglia, Wanda deve confrontarsi con le decisioni prese ai tempi della guerra e che ancora la perseguitano. (da cinematografo.it)

All'interno del film viene suonato questo immortale e fantastico pezzo di John Coltrane. Un'ottima occasione per ascoltarlo!

sabato 21 ottobre 2017

La Narrazione e l'Arte di Raccontare: Kubo e la spada magica

 Kubo e la spada magica (2016)

Una gioia per gli occhi ed il cuore, immagini ed emozioni che si susseguono senza sosta per esaltare l'arte della narrazione ed il piacere di ascoltare ed ammirare una bella storia.
Se vi dovesse capitare di stancarvi delle perfette e bellissime immagini della Disney/Pixar fatevi un regalo e guardate Kubo e la spada magica, con le spigolose figure umane tipiche di casa Laika, vera e propria garanzia in fatto di stop-motion. Laika ci ha già regalato gioielli come Coraline e Boxtrolls, ogni cosa è illuminata, ma il film con protagonista il piccolo artista contastorie Kubo ha una marcia in più, data propria dalla capacità del regista premio oscar Travis Knight di inserire una storia nella storia, con un divertente e coinvolgente gioco metanarrativo che difficilmente può lasciare indifferenti.


Kubo suona e racconta storie, facendo frutto degli insegnamenti della madre e facendo fruttare i suoi molti talenti, primo fra tutti quello di riuscire ad animare fogli di carta, che come eleganti origami danno forma e sostanza alle sue parole. Il pubblico che incontra nel suo peregrinare e quello in sala o di fronte allo schermo televisivo ne rimangono rapiti, ma una sfida attende il piccolo cantastorie e qui inizia la narrazione dentro la narrazione, con chiari debiti al teatro orientale e alla tradizione dei narratori vagabondi, non ultimo il dato che Kubo è cieco da un occhio, o meglio ha un occhio solo.
L'immaginazione sopperisce alla menomazione, il coraggio e la volontà lo sostengono nelle prove che lo attendono, l'amore e la purezza dei sentimenti lo rendono vincitore sugli spiriti che lo inseguono.



Non mancano il dolore e la tragicità della morte nella vicenda raccontata, ma la forza del Mito e dell'Amicizia prevalgono e l'eleganza degli scenari, la dolce e semplice poesia delle immagini sostengono le parole e le musiche, per una summa di visione e ascolto, consapevolezza di trovarsi di fronte a situazioni dal sapore epico, godimento estetico e profondi sentimenti.


lunedì 17 luglio 2017

Citazioni Cinematografiche n.208

Tess: Sai, potresti anche non piacermi!  
Jack: Chi, io? Nah...
(Tess McGill/Melanie Griffith e Jack Trainer/Harrison Ford in "Una Donna in Carriera" di Mike Nichols - 1988) 



Il film è stato vincitore di un Oscar per la migliore canzone, "Let The River Run" cantata da Carly Simon.

 

sabato 23 aprile 2016

Volver - 2006



È nota la potenza espressiva contenuta e abilmente trasmessa in buona parte dei film di Pedro Almodóvar, soprattutto quelli che cominciano ad avere qualche anno sulle spalle. Se da più giovane era soprattutto quella che mi attirava e spingeva a vedere le sue opere e a farmi uscire dalle sale cinematografiche quasi ubriaco di immagini e parole, nel corso delle primavere che si sono succedute nella mia vita ho imparato ad emozionarmi e ad apprezzare la delicatezza ed il tocco raffinato che il regista spagnolo possiede nel raccontare, descrivere e rappresentare l’universo femminile.

La sua vicinanza ed il suo “amore” per le donne è evidente nei due film premiati con l’Oscar. Tutto su mia madreParla con lei, rispettivamente onorati come miglior pellicola straniera e per la miglior sceneggiatura originale, sono con tutta probabilità le pellicole che lo hanno spinto a proporre al pubblico, nel 2006, il suo Volver.

“Le donne per me sono l’origine della vita e anche di tutta la fiction possibile, perché ho vissuto tutta la mia infanzia circondato da donne che raccontavano storie e cantavano. È questo l’universo che ho voluto omaggiare in Volver”

Il film fu premiato a Cannes per la miglior sceneggiatura, tanto delicata e semplice come pochi registi sono in grado di fare, quando la tematica di vita, amore, morte, dolore e “resurrezione” rischia di rendere pesante lo svolgersi di una trama.


Volver non è semplicemente una commedia, non è un film drammatico di quelli che devono far scendere lacrime presto asciugate, bensì una sorta di ibrido mélo, dove Almodóvar riesce, come è stato solito fare, a mescolare generi differenti in maniera equilibrata e armonica, ammiccando anche al noir.
I litigi, le bugie, i crimini del cuore ma non solo, i tradimenti e gli affetti delle sue donne sono tanto reali nella loro coinvolgente quotidianità, quanto immersi in una dimensione magica, quasi surreale, dove convivono drammi privati, segreti, toccanti esempi di generosità e solidarietà e fantasmi.

Volver, come tornare. Tornare alla vita in senso assoluto, alla vita familiare e a quella dimensione rurale e domestica da cui ci si era allontanati. Tornare all’amore e ad un senso profondo di essere donne, più forti perché si è lottato contro un mondo troppo maschile, che non ha trovato di meglio che prevaricare ed opprimere il femminile di una società e di una realtà, verso cui si prova affetto ma anche paura.


Anche grazie alla recitazione di Carmen Maura e di Penelope Cruz (quest’ultima probabilmente nella sua migliore interpretazione), vengono messi da parte gli eccessi, le citazioni e i “trucchi di regia” cui il cinema di Almodóvar precedentemente ci aveva abituato. A farla da padrone, in senso stilistico, è anzi una certa elegante sobrietà, la semplicità che si unisce alla sicurezza di un regista che governa la materia ed il materiale, narrativo ed umano, che ha fra le mani.
Diverse sono le scene che meritano di essere gustate e godute, in un film dove la naturalezza di alcune inquadrature stupisce per come si incontri con temi profondi, quasi ancestrali e fondanti sul tema della vita e degli sconvolgimenti patiti dalla stessa.

Fin dalla prima sequenza si rimane affascinati e la toccante colonna sonora fa il resto.


sabato 27 febbraio 2016

Big Five per gli Oscar




Viene definita “Big Five” la cinquina che comprende l’assegnazione ad un solo film dei cinque principali Premi Oscar®, ovvero Miglior film, Miglior regia, Miglior attore, Migliore attrice e Miglior sceneggiatura (originale o non originale).

Fino ad ora è successo solo in tre occasioni.

I tre film che possono vantare di essersi aggiudicati il “Big Five” sono:

“Accadde una notte” (1934), di Frank Capra
Miglior Film: Columbia Pictures
Miglior regia: Frank Capra
Miglior Attore protagonista: Clark Gable
Migliore Attrice: Claudette Colbert
Miglior Sceneggiatura (non originale): Robert Riskin


“Qualcuno volò sul nido del cuculo” (1975), di Miloš Forman.
Miglior Film: Michael Douglas e Saul Zaentz
Miglior regia: Miloš Forman
Miglior Attore: Jack Nicholson
Migliore Attrice: Louise Fletcher
Miglior Sceneggiatura (non originale): Lawrence Hauben e Bo Goldman


“Il Silenzio degli Innocenti” (1991), di Jonathan Demme
Miglior Film: Edward Saxon, Kennetth Utt e Ronald M. Bozman
Miglior regia: Jonathan Demme
Miglior Attore: Anthony Hopkins
Migliore Attrice: Jodie Foster
Miglior Sceneggiatura (non originale): Ted Tally


I Premi Oscar® sono stati assegnati nella cerimonia dell’anno successivo all'uscita dei film nelle sale cinematografiche.




giovedì 19 novembre 2015

Il Segreto dei suoi Occhi (2015)


È in programmazione nei cinema italiani “Il Segreto dei suoi Occhi”, dichiaratamente ispirato al film argentino, premio Oscar nel 2010 che portava lo stesso titolo, e di cui ho parlato in un post datato 12 gennaio 2013.

Considerando tuttora il film diretto da Juan José Campanella uno dei migliori visti negli ultimi anni, ero effettivamente curioso di scoprire cosa “gli americani” ne avessero fatto.

Il Segreto dei suoi Occhi, per la regia di Billy Ray, è qualcosa di più di un remake, poiché la sceneggiatura, per quanto speculare a quella del film originale, si risolve in una operazione di riscrittura e riadattamento, con la visuale e per il gusto di uno spettatore nordamericano, pur con qualche elemento tipico del cinema europeo, che spesso risulta vicino a quello dei paesi latino americani “imparentati” con l’Europa.

Ebbene, tanto per arrivare al punto, nonostante non sia operazione consigliabile valutare un film sulla base di un altro, ritengo la versione 2015 meno convincente di quella del 2009.

Mentre l’originale viveva di ottime scelte registiche e di resa drammaturgica e si faceva apprezzare totalmente sotto ogni aspetto, anche per la cura dei dettagli e la caratterizzazione di tutti i personaggi, dai protagonisti ai comprimari, quest’ultima versione funziona solo a momenti, con qualche passaggio debole e poco convincente. Rimane un buon prodotto, ma appunto si limita a questo. Accattivante e ammiccante quanto serve, il passaggio dall'Argentina dei drammatici anni 70 agli USA post 11 settembre è azzeccato ma offre magri risultati in barba all'idea. 

Coinvolgente, ma non a sufficienza, solo nella figura della madre Julia Roberts, in un ruolo tanto lontano dai suoi soliti quanto reso in maniera professionale e misurata, e meno in quella dell’ex agente Chiwetel Ejiofor, non totalmente libero di esprimersi e un po’ frenato (autodisciplina?).

Anche abbandonando il parallelo tra i film, mi trovo a denotare qualche limite di troppo in alcune scelte registiche, che avrebbero potuto donare maggiore tensione emotiva e narrativa, rendendo un buon thriller quello che non è un semplice film d’azione, ma che non utilizza al meglio spunti narrativi e idee di sceneggiatura che avrebbero meritato maggior fortuna.

Accennato a due dei tre protagonisti, passo a Nicole Kidman, veramente convincente solo in due scene, comunque troppo brevi per poter valorizzare l’intero film, sebbene siano passaggi chiave della vicenda raccontata.

All'epoca avevo assegnato 8+ al fim di Campanella, produttore esecutivo della versione di questi giorni, ora mi limito ad un 6,5, considerando che il materiale umano, drammaturgico e tecnico sono di prim'ordine, ma il risultato è inferiore alle attese.



martedì 11 marzo 2014

Leonardo Di Caprio non ha vinto l'Oscar



Non che sia una questione così importante o essenziale per dare un senso a questi tempi, che sembra che un senso non l’abbiano, ma ora tento di delineare quelle che, a mio parere, sono le due principali ragioni che hanno “impedito” a Leonardo Di Caprio di ricevere quest’anno il premio Oscar come miglior attore protagonista.

Al netto di altre motivazioni e questioni, legate al business hollywoodiano e ai vari “giochi” in cui sono impegnate le Major cinematografiche e “poteri forti” vari, sono dell’opinione che il buon Leo Di Caprio nell’ultima cerimonia non avesse poi tante speranze di ricevere (finalmente?) l’Oscar per la sua interpretazione in “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese.

Hollywood tende ad emozionarsi, farsi empaticamente colpire e coinvolgere da attori e attrici che mortificano sé stessi, ingrassano o dimagriscono in modo evidente e clamoroso, che si “imbruttiscono” per meglio interpretare il proprio ruolo, si “nascondono” dietro un pesante lavoro di trucco e mistificazione del proprio fisico, edulcorano e “ingabbiano” la recitazione. Nel corso degli anni si ha l’esempio di Robert De Niro in “Toro Scatenato” (sempre Martin Scorsese), oppure di Dustin Hoffman in “Rain Man”, più recentemente abbiamo assistito alla premiazione di Christian Bale, ex pugile tossicomane e problematico in “The Fighter”, e di Charlize Theron per la sua interpretazione in “Monster”. L’elenco potrebbe continuare, con nomi più o meno eccellenti, ma il concetto è che spesso viene premiato l’attore o l’attrice che supera i propri limiti fisici, “si tratta male” e stravolge la propria immagine, sia in senso estetico che interpretativo e di ruolo (ruoli scomodi, ai margini, pericolosamente borderline e così via.)











Quest’anno, sfortunatamente per Leonardo Di Caprio, in gara c’era Matthew McConaughey per quanto messo in campo in “Dallas Buyers Club”. Da molti considerato uno degli uomini più belli del mondo, l’attore statunitense è praticamente irriconoscibile, causa un evidente e massiccio dimagrimento, un “imbruttimento” notevole e il ruolo, abbastanza scomodo, di un texano omofobo che contrae l’AIDS ed inizia un proprio personale percorso di “malato” e di uomo. McConaughey ha vinto l’Oscar.


Seconda ragione, secondo me, legata più direttamente al tipo di film in cui l’attore in corsa per l’Oscar recita, è da far risalire a come viene presentata la vicenda in “The Wolf of Wall Street”.

Il film di Martin Scorsese racconta, illustra, mostra, ma non esprime giudizi, non presenta una “morale”, non impartisce una lezione o lancia ammonimenti o avvertimenti. È una storia, che viene proposta per quello che è. Scorsese prende le distanze, per quanto serve, dagli avvenimenti e li presenta al pubblico, senza esprimere una propria opinione.


Questo, alla fine, è risultato un limite. Hollywood conosce i vizi e le aberrazioni, le vuole vedere e mostrare, desidera che vengano presentate le peggiori qualità del genere umano, spinge affinché gli uomini e le donne vengano esposti nei loro limiti e si mostrino mentre commettono ogni tipo di nefandezza. Ma, allo stesso tempo, Hollywood esige che venga presentata anche la redenzione, oppure il giusto castigo per chi ha commesso peccati e si è macchiato di gravi colpe, al limite che venga emessa, dal regista e nella sceneggiatura, una chiara condanna del “cattivo” e delle azioni da lui compiute. Un po’ di puritanesimo cinematografico insomma.

Oliver Stone l’aveva capito, quando nel 1987 girò “Wall Street”, con Gekko/Michael Douglas, che infatti vinse l’Oscar per questa interpretazione. Anche perché è evidente per tutto il film che Gekko è il “cattivo”, colpevole, tra le altre cose, di traviare e ingannare il giovane Bud/Charlie Sheen.

In “The Wolf of Wall Street” non vi è alcuna condanna, neppure un po’ di biasimo nei confronti del personaggio messo in scena da Leonardo Di Caprio. Credo che questo abbia influito, perciò anche quest’anno niente Oscar per il pur bravo e coinvolgente attore di Los Angeles.

mercoledì 22 maggio 2013

Departures. Una splendida casualità



Departures: smarrirsi e poi ritrovarsi tra la morte e la vita.


Ieri sera, casualmente e grazie all'intuito di chi ho al mio fianco, ho visto in televisione un film straordinario: Departures del regista giapponese Yojiro  Takita.

Scrivo straordinario per sensibilità, profondità, regia raffinata e recitazione intensa, contenuta e sempre efficace. Una vera e propria occasione per riconciliarsi con il cinema che sa essere d’autore, ricercato ma non noioso o inutilmente estetizzante.

Praticamente ogni scena ed ogni dialogo sono efficaci e pressoché perfetti, sia dal punto di vista visivo che di contenuto. Eleganza e raffinatezza al servizio di una emozionante storia, con al centro la morte, il rispetto per essa e la celebrazione, nell’ordinario e nel quotidiano, della vita, delle sue gioie e dei suoi dolori.
 
Daigo/Masahiro Motoki e Mika/Ryōko Hirosue
Trama: Daigo Kobayashi è un giovane violoncellista costretto a tornare nella sua città natale dopo lo scioglimento dell'orchestra di cui faceva parte. Per mantenere se stesso e sua moglie, Daigo accetta un impiego come cerimoniere funebre, ovvero colui che compie il rito di lavaggio, vestizione e posizionamento nella bara dei morti per accompagnarli nel trapasso. La sua nuova occupazione non è ben accetta tra parenti e amici, soprattutto da sua moglie, ma il costante contatto con la morte e con coloro che hanno subito la perdita di uno dei propri cari, aiuterà invece Daigo a comprendere quali siano i più importanti legami e valori nella vita (da cinematografo.it)

Mi sono emozionato durante la visione di più scene, impreziosite da una fotografia talmente rispettosa dei protagonisti, dei loro volti e sentimenti da sembrare assente. La colonna sonora ha esaltato i paesaggi fisici e dell’anima, le musiche accompagnano con grazia lo spettatore ed il protagonista attraverso un percorso di scoperta di se stessi e dei significati più intimi delle nostre esistenze. Tutto ciò rende questo film un autentico gioiello.

Departures, film del 2008, ha vinto una lunga serie di meritatissimi premi, tra cui l’Oscar al miglior film straniero, “battendo” nel 2009 opere come “Valzer con Bashir” e “La Classe”.


Regista e attori sono riusciti a trattare al meglio un tema che è ancora un tabù, ovvero la morte, presentato con grande rispetto e calore, senza cadere nel melenso o rendere un’immagine esotica di un paese, il Giappone, e di una cultura, quella giapponese, ancora molto lontani da noi. Personaggi delineati molto bene e con garbo. Morte presentata, attraverso l’incontro ed il contrasto tra moderno e tradizionale, tra piccoli paesi di provincia e grande città, per farci riflettere sulla vita e sull’amore, quello che doniamo e quello che riceviamo. Non mancano “concessioni” (poche) al gusto occidentale, ma sono “furbizie” che, a mio giudizio, rendono ancora più valido un film, poiché si nota quanto si eviti l’autoreferenzialità e l’elitarismo, tipico di alcuni circuiti.
il protagonista con il "principale" Sasaki/Yamazaki Tsutomu
 
Ryōko Hirosue, nelle vesti della graziosa moglie

sabato 27 aprile 2013

Il Cinema di Sidney Lumet





Spazi chiusi, individuo, famiglia e società: le crisi individuali e le relazioni nel cinema di Sidney Lumet.

Sidney Lumet è stato un regista che ha diretto più di 40 film, con uno stile personale che è stato definito un “non stile”, talmente era difficile da individuare, ma diretto e facile da sentire. Lui stesso definiva un buon stile non tanto quello che si vede, ma quello che si percepisce.

Ci sono elementi comuni nei suoi film, temi e modelli che ritornano in più opere e che in alcune vengono ripetuti, spesso con originalità di direzione e capacità di tirare fuori il meglio dagli interpreti (non a caso molti degli attori da lui diretti hanno ricevuto, a ragione, svariati premi e riconoscimenti).

Gli spazi chiusi. Sia uno spazio fisico, oppure uno spazio metaforico, o entrambi nello stesso momento, in alcuni film viene proposta ed accentuata attraverso studiate soluzioni stilistiche, una prospettiva claustrofobica delle vicende narrate e degli ambienti in cui si svolgono. È così in “La parola ai giurati” (1957), quasi interamente girato su un solo set, la stanza in cui si riunisce la giuria, dove si passa da inquadrature distanti, d’insieme, a primi e primissimi piani ed inquadrature molto ravvicinate. La stessa cosa accade ne “L’Uomo del banco dei pegni” (1964) ed in Quel pomeriggio di un giorno da cani” (1975), dove pressoché l’intera vicenda si svolge all’interno della banca dove viene tentata la rapina, o in  Assassinio sull'Orient Express (1974), sviluppato in un vagone del noto treno. Nuovamente Lumet tornerà in un’aula di tribunale prima con “Il Verdetto” (1982) e poi con “Prova ad incastrarmi” (2006). Lo spazio, per l’appunto con una componente claustrofobica, è metaforico nel non eccelso, ma ben diretto, “Un’estranea fra noi” (1992), dramma poliziesco ambientato in una comunità ebraica ortodossa chassidica, nel coinvolgente “Vivere in fuga” (1988), dove un’intera famiglia è costretta a stravolgere periodicamente la propria vita per sfuggire all’arresto, e nell’eccelso “Quinto Potere” (1976), in cui vita reale e finzione, televisione e spazi di vita si mescolano.
"La parola ai giurati"

Crisi dei protagonisti. Il tema del personaggio in crisi è presente in più opere, particolarmente riuscito è nei film in cui il protagonista acquisisce lo status di eroe solo nel momento in cui accetta di fare i conti con questa crisi. Il realismo sociale, che il regista svilupperà soprattutto nelle pellicole in cui protagonista sarà la città di New York, è preceduto da una sorta di realismo morale, dove la distinzione tra bene e male, buoni e cattivi spesso è labile. Si pensi al giurato Henry Fonda, tanto più umano ed “eroico” in quanto non è totalmente convinto dell’innocenza dell’imputato ma è comunque deciso a concedergli il beneficio di un “ragionevole dubbio”, oppure al Rod Steiger de “L’Uomo del banco dei pegni”, vittima dell’orrore nazista che, incapace di elaborare il senso di colpa per essere sopravvissuto alla sua famiglia, diventa un carnefice emozionale, rinchiudendosi tra le sbarre del suo esercizio (altro spazio chiuso) ed escludendone il mondo esterno. Sarà solo il sacrificio del suo garzone Jesus, alla fine del film, a rompere la sua corazza, facendogli scoprire il dolore, e in definitiva costringendolo a fare i conti con se stesso. Protagonisti in crisi ci sono anche in “Serpico” (1973), “Quinto Potere” e nell’ultimo film diretto da Lumet, “Onora il padre e la madre” (2007), dove attraverso un uso sapiente del flashback viene proposta la vicenda di due fratelli, traditi e traditori e colpevoli di una tragica mediocrità.
Rod Steiger ne "L'Uomo del banco dei pegni"

Indagine sociale e sulle relazioni tra i personaggi. “L’Uomo del banco dei pegni” propone una trama delle relazioni, all’interno di una New York marginale, commentata dalla musica di Quincy Jones, che si basa su una struttura di stampo famigliare: Sol Nazerman si configura al contempo come figura paterna (per Jesus il garzone) e filiale (per l’anziano Mendel), fulcro dunque di due rapporti ugualmente problematici. Tradito nel primo caso e traditore nel secondo, anticipa una serie di caratteri che verranno, seppure calati in contesti diversi e dotati di maschere differenti, in altre opere, come in Onora il padre e la madre”. Una situazione non troppo dissimile è presente in “Serpico”, in cui, con equilibrio tra analisi sociologica ed azione, la pellicola utilizza la denuncia del potere istituzionale (la polizia) per ampliare il discorso relazionale: l’integerrimo protagonista è la cartina di tornasole che mette in rilievo il tradimento operato da tutte le componenti famigliari, dall’impotenza del “padre” (il capo della polizia) alla corruzione dei “fratelli” (i colleghi del distretto). Tutti o quasi gli elementi fin qui citati si trovano riassunti in “Quel pomeriggio di un giorno da cani”. Alienato come e più di Serpico, e al pari di questo coinvolto in un rapporto/scontro con una figura autoritario/paterna (il detective Moretti di Charles Durning), Sonny Wortzik è il personaggio con cui “viene abilmente scavalcata la linea che separa la farsa dalla tragedia”. Lumet, con “Prova ad incastarmi”, si spingerà anche oltre, conferendo tratti quasi da eroe a tutto tondo al personaggio di un mafioso, convinto di incarnare un modello umano e sociale positivo proprio perché pone al di sopra di tutto il valore di quella famiglia che, altrove, i personaggi lumetiani tradiscono o dalla quale vengono traditi (e qui ritorna Onora il padre e la madre”).

Questi elementi sono presenti anche in altri film, riusciti come nell’intreccio propriamente familiare di “Vivere in fuga”, e meno riusciti come in “Gloria” (1999) o “Sono affari di famiglia” (1989).
"Onora il Padre e la Madre"
Rimane la bravura del regista nella direzione degli attori e nel gestire al meglio anche qualcosa che, in mani meno abili e guidate da minore lucidità, poteva risolversi solo in drammi in spazi chiusi. Lumet invece ci ha spesso proposto con bravura e grande considerazione dello spettatore, la tensione tra protagonista/interno e società/esterno, che riassume e condensa la sua arte.
 Vedi anche:

sabato 12 gennaio 2013

Il Segreto dei suoi occhi (2009)

Sceneggiatura solida, buone sequenze, temi diversi e vari che convivono in maniera straordinaria senza rubarsi spazio, ma anzi esaltandosi l’un l’altro, per un film che non è (solo) un thriller, ma anche un coinvolgente melodramma, che utilizza la storia recente dell’Argentina della dittatura per presentarci una bellissima e dolorosissima vicenda e personaggi veramente ben delineati e credibili.

Gli attori protagonisti sono di una bravura rara ed a tratti imbarazzante, in particolare la coppia composta dall’agente investigativo Benjamín Espósito/Ricardo Darín e il giudice Irene Menéndez Hastings/Soledad Villamil, senza dimenticare Sandoval/Guillermo Francella, singolare collega di Espósito.

Film dalle caratteristiche di opere d’altri tempi, riflessivo e meditato quanto basta per affrancarsi dal rischio di “già visto” e “vecchio”, basti pensare che Espósito decide di ricostruire la storia dell’indagine da lui condotta attraverso un libro, giustificando così un sapiente uso del flashback. Con “Il Segreto dei suoi occhi” (oscar miglio film straniero) l’argentino Juan José Campanella presenta una regia di buon livello, semplice ed efficace, quasi classica con il mito dell’investigatore solitario, ma comunque capace di offrire soluzioni più che godibili e di volare alto quando serve (strabiliante piano sequenza allo stadio e scena in ascensore). La dimensione emotiva non viene mai meno, viene anzi coltivata e curata con intelligenza, anche attraverso ottimi dialoghi ed inquadrature che sottolineano degnamente i momenti più intimi e convincenti.

Voto: 8+

Ricardo Darín e Guillermo Francella

Soledad Villamil