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mercoledì 3 agosto 2022

In Spagna contro il fascismo, all'inizio di agosto

 



Il mondo è giusto che lo sappia. Deve vedere in un colpo d’occhio che da una parte c’è la guerra vecchia di secoli, i generali sbarcati dal Marocco con le feroci truppe mercenarie, dall’altra parte gente che desidera difendere quel che sta vivendo, e si desidera l’un l’altra.

A Barcellona, in quel principio d’agosto del 1936, stanno arrivando in tanti per unirsi al primo popolo d’Europa che non ha esitato ad armarsi contro il fascismo.”

(da “La ragazza con la Leica”, di Helena Janeczek)






martedì 15 febbraio 2022

Giallo, Noir & Thriller/85

Titolo: I Figli della Polvere

Autore: Arnaldur Indriđason

Traduttore: Storti Alessandro

Editore: Guanda – 2021


Con “I Figli della Polvere” Guanda cerca di “farsi perdonare” una scelta editoriale che personalmente non sono in grado di comprendere fino in fondo. La casa editrice emiliana che pubblica le opere di Arnaldur Indriðason ci propone il primo episodio della serie di Erlendur Sveinsson, diversi anni dopo aver iniziato a presentare l'autore islandese.

Chi conosce la serie ed i suoi protagonisti si rende conto, fin dalle prime pagine, che l'ambientazione ed il paesaggio fisico e sociale è già ben proposto e delineate sono le linee principali sulle quali lo scrittore si muove.

In questo romanzo, però, rimane ancora molto da conoscere e scoprire su Sveinsson, che non è propriamente il protagonista della vicenda e a cui viene dato uno spazio relativo, nell'economia del romanzo.


Trama intricata quanto basta, indagini che più che svelare accompagnano misteri, bugie, insabbiamento di prove ed una scrittura che presenta uno svolgimento ben architettato e convincente fanno di questo romanzo un buon modo per avvicinarsi alla serie, in particolare per chi non ne ha ancora letto nulla.

L'autore probabilmente doveva ancora chiarirsi qualche elemento, forse non era, allora, del tutto convinto e consapevole che Sveinsson sarebbe diventato un personaggio a cui legarsi e così seguito. Fatto sta che specie i capitoli finali sono un po' distanti dal prosieguo della serie, motivo per cui nel complesso “I Figli della Polvere” mi è sembrato meno riuscito rispetto a gran parte dei romanzi successivi. Questo non toglie che la lettura sia stata appagante, inoltre la soddisfazione di scoprire “come tutto sia iniziato” mi fa “perdonare” la casa editrice.

Nota: è il primo romanzo della serie di Erlendur Sveinsson non tradotto da Silvia Cosimini, bensì da Alessandro Storti, della cui traduzione ho letto il primo romanzo della Reykjavík Wartime Mistery “Una Traccia nel Buio”.


In una fredda notte di gennaio, Daníel, da anni ricoverato per schizofrenia presso un ospedale psichiatrico di Reykjavík, si uccide gettandosi da una finestra sotto gli occhi del fratello Pálmi. Poche ore dopo, in un altro quartiere, un anziano insegnante in pensione muore nell’incendio doloso della sua casa. Le due morti, apparentemente così lontane fra loro, hanno in realtà un punto di contatto: Daníel è stato allievo del professore negli anni Sessanta e i due negli ultimi tempi si erano incontrati più volte… Ora spetta all’ispettore Erlendur e alla sua squadra investigativa scoprire quale segreto inimmaginabile nasconde questa turbolenta relazione. Personaggi avvincenti, suspense, dilemmi morali e ricerca della giustizia: in questo primo thriller della serie troviamo tutti gli elementi che hanno portato Arnaldur Indriðason al successo internazionale e facciamo conoscenza con il tormentato e geniale Erlendur, cupo e mutevole come il cielo islandese. (da guanda.it)






venerdì 8 ottobre 2021

Incipit 41/100

“Appena prese l'osso dalle mani della bimba, che era seduta per terra e lo masticava, si accorse che era umano.”

(La signora in verde, di Arnaldur Indriđason – trad. Silvia Cosimini)


 

giovedì 14 novembre 2019

Giallo, Noir & Thriller/73


Titolo: Carambole
Autore: Håkan Nesser
Traduttore: Carmen Giorgetti Cima
Editore: Guanda – 2006
 
Dopo la lettura de “La rete a maglie larghe” mi ero ripromesso di proseguire con i libri della serie del commissario Van Veeteren rispettandone l'ordine di scrittura da parte dell'autore, Hakan Nesser. Ma di fronte a “Carambole”, settimo libro dell'elenco, la sua immagine di copertina e l'intrigante sinossi non ho saputo resistere.

In “Carambole” leggiamo della formazione di un serial killer “per caso”, della apparente banalità ed ordinarietà di una violenza perpetrata da un uomo qualunque, chiamata da un atto violento fortuito e semplice nella sua tragicità e alimentata dalla meschina cattiveria di un altro “invisibile”. Una catena di violenza in cui verrà coinvolto Van Veeteren, non in qualità di commissario ormai ritirato dall'attività investigativa, ma come padre di una delle vittime. Il figlio, infatti, viene ucciso da qualcuno di cui il lettore non solo conosce l'identità fin dalle prime pagine, ma di cui segue l'evoluzione e l'affermarsi come assassino, quasi per costrizione.

Un romanzo che ha molto di introspettivo, seppur questo elemento non venga portato all'esasperazione. Al contrario la scrittura di Nesser riesce a mantenere il tono ed il carattere di un giallo-thriller gestendo al meglio tutti gli elementi della storia. L'autore riesce a rendere ciò che passa per gli animi e le teste dei personaggi, i loro sentimenti e sensazioni ed i loro pensieri così come le loro azioni. Personaggi che devono incastrare la propria vita privata con le vicende del caso.
Gli elementi psicologici e di descrizione e analisi sull'animo umano vengono inseriti all'interno di un'indagine di polizia e di una ricerca privata, sul senso delle nostre vite e su come il caso e forze insospettabili possano influire su di noi e su altri.
Nesser riesce a farci vivere quello che può scattare nella mente di un comune cittadino, con un lavoro ed una vita normale al limite dell'ordinario e del noioso, quando si trova a confrontarsi con un omicidio colposo, allora ogni cosa assume un altro valore, un insieme di costrutti, valori, principi ed abitudini crolla attorno a lui, fino a divenire un freddo e calcolatore assassino.

Il commissario Van Veeteren è finalmente in pensione: si occupa della sua libreria antiquaria e non sa nulla della serie di omicidi che si sta per abbattere sulla sua città. Tutto ha avuto inizio quando un guidatore ha investito per caso un ragazzo che camminava sul ciglio della strada: il ragazzo è morto e l'automobilista, dopo qualche indecisione, è fuggito. Nei giorni seguenti tutto sembra tranquillo e il colpevole si sente sempre più al sicuro. Fino al giorno in cui riceve la lettera di un testimone che comincia a ricattarlo, sostenendo di averlo visto e di essere pronto a rivelare la sua colpa. Messo sotto pressione, l'incauto guidatore si trasforma in un astuto detective... (da ibs.it)


 

giovedì 29 novembre 2018

La Ragazza con la Leica

La Ragazza con la Leica (2017) di Helena Janeczek
 
La curiosità era stimolata dalla foto sulla copertina, incentivata dall'ambientazione storica del romanzo, ovvero gli anni 30 del '900 e la Guerra Civile Spagnola, definitivamente passata a scelta di leggere “La Ragazza con la Leica” quando ho capito che avrei potuto leggere di una donna, di uomini ed altre donne che mi avrebbero catturato con le loro vite ed i loro destini.
Romanzo non-romanzo, la scrittura di Helena Janeczek non è facile e richiede concentrazione ed un pizzico di determinazione nel continuare a leggere, sia per lo stile elegante ma non sciolto o agevole, sia per la scelta di sovrapporre piani temporali, narrazioni e personaggi dai cui ricordi ed emozioni prende il via e continua un lavoro di ricerca e scoperta di fatti, vicende storiche, accadimenti privati e di conoscenza di caratteri.

La narrazione spesso procede per immagini, non sempre del tutto “a fuoco”, poiché quando le vicende sono raccontate da più persone e da diversi punti di vista, accade di vederne più aspetti, mai assoluti o completi, ma quasi per forza di cose “parziali”. L'uso dell'espressione “a fuoco” non è casuale poiché sia la protagonista, di cui il lettore ammira le immagini, sia una parte dei suoi amici e compagni sono fotografi e della fotografia vivono le peculiarità, dalle fotografie scattate personalmente e a loro scattate parte tutto il libro.



Gerda Taro, nata Gerta Pohorylle a Stoccarda nel 1910, tedesca di origine polacca (come l'autrice), ebrea e comunista, morta nel 1937 a Brunete, dove si era recata per uno dei suoi reportage fotografici, durante la guerra civile spagnola, è il centro della narrazione, da lei si parte ed a lei si giunge. Per anni dimenticata, ora con questo libro se ne ricorda la figura. Ma il libro non è solo un omaggio ad una giovane donna, intraprendente, carismatica, molto bella ed affascinante, volitiva e determinata, ma soprattutto il risultato di un grande lavoro di ricerca e studio. Studio di un periodo storico, reso in modo emozionante e coinvolgente, ricerca sui personaggi, sui loro vissuti e le emozioni che hanno provato e trasmesso, analisi dei contesti e delle dinamiche che li hanno generati e da cui sono stati influenzati.

La scrittura, si è detto, è elegante e ricercata, la lettura non sempre semplice, ma in fondo lo sforzo è ripagato dal gusto di avere tra le mani un'opera di valore e che probabilmente elargisce ulteriori stimoli e sensazioni anche a distanza di tempo.



Consigliarne la lettura o, addirittura, farne dono a qualcuno con l'idea di proporre un romanzo femminile o al femminile, sarebbe un errore a mio avviso. Non è del tutto un romanzo, forse un insieme di oggetti e procedimenti letterari, dove un minimo di involuzione nello stile aiuta a comprendere come le tre voci che compongono le tre parti principali del libro siano forse da accomunare a tre satelliti che hanno orbitato attorno ad un eccezionale corpo celeste. Quel corpo celeste era Gerda Taro, grazie a lei ed a Helena Janeczek leggiamo di vite, di uomini, di donne, di una Europa lontana ma che sentiamo vicina pagina dopo pagina.





martedì 21 agosto 2018

Giallo, Noir & Thriller/57


Titolo: La Rete a Maglie Larghe

Autore: Håkan Nesser

Traduttore: Carmen Giorgetti Cima

Editore: Guanda – 2001


Da diversi anni desideravo leggere i libri della serie del commissario Van Veeteren, ad opera dello scrittore svedese Håkan Nesser. “La Rete a maglie larghe” ha visto la sua prima pubblicazione italiana nel 2001 per la casa editrice Guanda. Mi sono procurato proprio quell'edizione ed ho così potuto far finalmente diretta conoscenza dell'autore e del suo personaggio, che vive nella immaginaria cittadina nordeuropea di Maardam.

Un inizio molto noir e gustosamente coinvolgente, grazie al carattere ed alla descrizione del fin troppo facile da individuare colpevole, della sua amnesia e del suo spaesamento di fronte al cadavere della moglie ed al fatto che proprio lui sembra poter essere l'unico ad averne commesso l'omicidio. Colpevole per tutti, ma non per il commissario Van Veeteren, che “simpaticamente” brusco ed antipatico si ostina a credere alla sua innocenza, anche contro le dichiarazioni dell'innocente stesso. Inizia così la parte più propriamente investigativa e “gialla” del romanzo, con viaggi, pedinamenti, interrogatori, incontri più o meno organizzati, telefonate che si connotano di mistero e la caparbietà, l'ostinazione del commissario, che non disdegna qualche birra ed una partita a badminton durante l'orario di lavoro.

La narrazione, coinvolgente e accattivante, oscilla fra realtà e finzione, fra ricostruzioni e la durezza dei fatti oggettivi, con uno stile personale che fa innamorare il lettore, catturato dai vari personaggi, protagonisti di una particolare e precisa vicenda, ma che alla fine del romanzo risultano come inseriti in storie dal sapore universale, con annessi archetipi e tratti generali che si possono ritrovare in “La Rete a maglie larghe” proposti con grande abilità e sapiente utilizzo dei registri e degli ambienti.

Tipi umani e tratti geografici e sociali donano ulteriore spessore e qualità a quanto raccontato, con una giusta dose di suspense e di mistero che mai guasta.



Una grigia mattina di ottobre Janek Mattias Mitter si sveglia con un mal di testa lancinante per i postumi di una sbornia colossale. In cucina bottiglie vuote ovunque, in bagno il cadavere della giovane moglie Eva che galleggia nella vasca. Mitter non ha ricordi della notte appena trascorsa, tranne la certezza di non essere stato lui ad ucciderla. L’uomo chiama la polizia che, giunta sul luogo del delitto, lo arresta…

giovedì 3 maggio 2018

Giallo, Noir & Thriller/53

Titolo: Un Doppio Sospetto
Autore: Arnaldur Indriđason
Traduttore: Cosimini Silvia
Editore: Guanda – 2011

Erlendur Sveinsson, protagonista fin qui di tutti i romanzi di Arnaldur Indriđason di cui ho parlato, cede il posto alla collega Elinborg, per una indagine condotta fra i due estremi dell'Islanda.
Erlendur, dopo i fatti raccontati in “Un Caso Archiviato”, si è preso un periodo di vacanza, ma il lettore, già dopo poche pagine, non rischia di sentirne la mancanza, non più di tanto almeno, poiché la più giovane collega, madre di quattro figli, di cui uno adottato appena allontanatosi dalla famiglia, ne guadagna la simpatia e l'attenzione.


Il caso è quanto mai complesso e drammatico, per nulla facile da approcciare, con al centro uno dei crimini forse più infami e quanto mai attuali. La violenza sulle donne, con tutto ciò che la accompagna, in Islanda così come in ogni altro paese, ovvero l'umiliazione, il senso di impotenza, le ferite anche psicologiche che durano più di quelle fisiche, la vergogna, il giudizio degli altri che schiaccia e isola, la paura a denunciare quanto è successo, il terrore di sentirsi sospettata di ‘essersela cercata’, e altro ancora è argomento quanto mai attuale e dolente. Difficile da affrontare, per cui l'autore ha avuto il merito di presentare un caso di questo tipo, al di là di stereotipi e facili e offensivi moralismi.

L'indagine è condotta con grande intelligenza investigativa e profonda umanità, con l'ulteriore brillante elemento di essere condotta da una donna, che anche grazie al proprio ruolo di madre, moglie, appassionata di cucina e conoscitrice di spezie e piatti esotici, unita ad una professionalità e ottime capacità da detective, si presenta al meglio al lettore nella sua prima apparizione di assoluta protagonista.

Ormai penso di conoscere bene “il passo” dei romanzi di Indriđason, fatto di una peculiare lentezza che invita alla riflessione ed al rispetto, al conoscere fatti e persone con un ritmo che permette al lettore stesso di esplorare e approfondire i vari personaggi, nella loro vita quotidiana, nel loro lavoro, nei loro affetti e sentimenti.
Anche in “Un Doppio Sospetto” tutto questo è presente, con il lettore che una volta giunto alla fine del romanzo ed allo svelamento dei misteri e dei dubbi, rimane con una domanda sulla sorte di Erlendur, introvabile da parte di colleghi e familiari, ma la cui auto giace abbandonata da giorni sul ciglio di una strada.


In un elegante appartamento di Reykjavík viene ritrovato il cadavere di un giovane, seminudo in una pozza di sangue. Sotto il letto è nascosta una pashmina viola, con un forte odore di spezie. Ma il ritrovamento tra le sue cose di un flacone di rohypnol, la droga dello stupro, confonde le carte. Il ragazzo è vittima o carnefice? In assenza di Erlendur, che si è rifugiato nei fiordi dell'est, nei luoghi della sua infanzia, per cercare di venire finalmente a patti con l'enorme dolore della scomparsa del fratellino, avvenuta quando erano bambini, le indagini sono svolte da Elínborg, una collega. E ci vorrà tutta la sua sensibilità di donna per risolvere un delitto che la porterà a scoprire una serie di violenze mai denunciate e di terribili silenzi. (da guanda.it)
 
 

sabato 25 novembre 2017

Giallo, Noir & Thriller/47

Titolo: Un Grande Gelo
Autore: Arnaldur Indriđason
Traduttore: Cosimini Silvia
Editore: Guanda – 2010

Cronologicamente precedente a “Un Caso Archiviato” di cui ho parlato qualche settimana fa, “Un Grande Gelo” è un ulteriore esempio della capacità di Arnaldur Indriđason di elaborare una trama profonda, partendo da idee, spunti non necessariamente del tutto originali, riuscendo ad ampliare la tematica, i vari temi proposti e di riproporli sotto la forma di vicende diverse, di trovare in piccole storie, anche solo all'apparenza distanti, o al limite parallele, agganci con la storia principale.

In “Un Grande Gelo”, l’idea centrale è una forte denuncia della discriminazione, il tema principale è l'intolleranza nei confronti del diverso, che può divenire violento razzismo, anacronistico e distorto attaccamento al sé, o a quello che ne rimane, che porta alla chiusura verso l'altro.
Quello che colpisce il lettore più duramente è come l'unica vittima sia un bambino, un delitto fra i più riprovevoli è il punto di partenza per un viaggio dentro ed attraverso quella che con una espressione spesso abusata, se non addirittura fraintesa, viene definita la “banalità del male”. Si fanno ipotesi e congetture, si battono diverse piste, che l'ormai conosciuto commissario Erlendur Sveinsson, protagonista della serie dei romanzi di indagine poliziesca di Arnaldur Indriðason, non trascura insieme a Sigurður Óli e a Elínborg. 

 

Quello che viene evidenziato è come in una nuova realtà sociale di forte immigrazione, in Islanda come negli altri paesi europei, affiori un forte razzismo nei confronti degli stranieri. Pertanto l'indagine non è esclusivamente su un delitto, di cui solo alla fine si scopre la sconcertante e per certi tratti insospettabile drammaticità, ma anche su una realtà sociale ed economica, con il pregio di non scadere nel banale o, peggio, nel didascalico.

Il gelo del titolo non è meramente quello climatico della lontana isola, ma anche quello che alberga nel cuore di chi legge, testimone di un clima sociale, di un dramma familiare e culturale, di un crimine che potrebbe avere molte motivazioni e che si scopre averne, materialmente, solo una, la più, apparentemente, banale. Questo può fare male e fa divenire questo romanzo un thriller non per i colpi di scena, la tensione dettata da un killer o da una serie di delitti, ma per lo scenario che presenta e che assomiglia così pericolosamente a quello delle nostre città, delle nostre scuole e luoghi di lavoro, per l'emarginazione e la povertà che viviamo, facendo nascere inquietudine per ciò che potremmo vivere nei prossimi anni.

 
In una Reykjavík avvolta nella coltre di un inverno che sembra il più freddo di sempre, l'agente Erlendur Sveinsson affronta un caso che lo costringe a confrontarsi con i fantasmi del passato. La morte di Elías, dieci anni, madre thailandese e padre islandese, accoltellato in mezzo alla neve in un giardino, lo tocca nel profondo. Non è solo l'ennesimo omicidio su cui investigare, è una vicenda che alimenta in lui l'angoscia per quel fratello perso da piccolo nel pieno di una bufera? Non c'è tempo, però, di abbandonarsi ai ricordi dolorosi: il burbero poliziotto e la sua squadra iniziano un delicato lavoro di indagine. Il fratellastro di Elías è scomparso: sarà implicato nella morte del piccolo o teme per la propria vita? (da guanda.it)

giovedì 19 ottobre 2017

Giallo, Noir & Thriller/46



Titolo: Un Caso Archiviato
Autore: Arnaldur Indriđason
Traduttore: Cosimini Silvia
Editore: Guanda – 2010

Torno a parlare di un romanzo di Arnaldur Indriđason, lo faccio per la quarta volta con un libro di cui mi sento di consigliare la lettura, con l'augurio che vi risulti emozionante ed appagante come lo è stato per me.

La bravura dello scrittore islandese, in grado di creare un riconoscibile ed originale personaggio seriale come il detective Erlendur Sveinsson, risiede in questo Un Caso Archiviato soprattutto nell'appassionare il lettore non in una, non in due, bensì in tre drammatiche storie di suicidio/omicidio/sparizione. Riesce a farlo con caratteri coinvolgenti e dialoghi realistici ed efficaci, opportune descrizioni di paesaggi splendidi e pericolosi, in cui si muovono personaggi complessi e quasi vivi, con un ritmo armoniosamente cadenzato dalle indagini e da vari momenti di riflessione. In realtà non si tratta propriamente di un'indagine, poiché Erlendur opera a “titolo personale”, considerando che il caso da cui tutto origina è prontamente archiviato come suicidio. Archiviati, almeno ufficialmente, sono anche gli altri due tragici eventi con cui il solitario ispettore si intrattiene, stimolato da una sua peculiare attrazione verso in casi di scomparsa e da una drammatica biografia personale.

In questo libro, anche più di quanto mostrato in precedenti romanzi, come ad esempio ne “La Voce” e “LaSignora in Verde”, Erlendur deve fare i conti con la propria famiglia, la moglie abbandonata ed i figli trascurati, oltre che con il “fantasma” del fratello, tristemente perduto durante l'infanzia.



In Un caso archiviato i fantasmi familiari si sovrappongono a fantasmi veri e propri: pur restando ancorata alla realtà, l'indagine presenta niente affatto banali risvolti soprannaturali. Il piacere della lettura pertanto risiede soltanto in parte nella ricerca della verità, nel tentativo di ricostruire con esattezza quanto accaduto, nell'indagare cosa alberghi nell'animo e nella mente dei personaggi presentati. Interrogatori, dialoghi, ricerca e scoperte, persino qualche colpo di scena, si succedono come nella miglior tradizione poliziesca, ma ad ammaliarci è soprattutto la magia che Indriđason sa regalarci con poche sapienti pennellate.

Come ne “Un Corpo nel Lago” una parte fondamentale la rivestono i magnifici e spesso funesti specchi d'acqua di cui è ricca l'Islanda, terra che l'autore ama e rispetta profondamente. Per una volta le tematiche sociali rimangono leggermente sullo sfondo, meno approfondite che in altri romanzi, per lasciare così spazio a tematiche proprie dell'intimo di ogni individuo, con i suoi dubbi e paure, meschinità e debolezze, appassionati slanci e cupe tristezze.


In una fredda sera d'autunno una donna viene trovata impiccata nella sua villetta estiva a Pingvellir. Tutto sembra confermare l'unica ipotesi plausibile: suicidio. Ma quando Erlendur Sveinsson, detective della polizia di Reykjavík, viene in possesso della registrazione di una seduta spiritica alla quale la donna aveva partecipato poco prima di morire, prova il bisogno irrefrenabile di conoscere la sua storia. Emergono così, a poco a poco, i retroscena del suo gesto: l'annegamento del padre, avvenuto molti anni prima in circostanze poco chiare, fa da sfondo a oscuri presagi di morte e all'ossessione della donna per l'aldilà e per certe strane "presenze". Nel frattempo, Erlendur riprende in mano alcuni vecchi casi di persone scomparse senza lasciare traccia. Un pensiero fisso percorre silenzioso le sue indagini: la nostalgia straziante per qualcuno che si è perso chissà dove e non è più tornato a casa. (da guanda.it)






sabato 29 agosto 2015

Giallo, Noir & Thriller/25


Titolo: Un Corpo nel Lago
Autore: Arnaldur Indriđason
Traduttore: Cosimini Silvia
Editore: Guanda – 2009

Si può definire un libro con due storie: una è quella ambientata nel presente dove l’ormai familiare Erlendur è nuovamente alle prese con un caso tanto strano quanto apparentemente irrisolvibile, l’altra si svolge negli anni 60 a Lipsia, ovvero in quello che era uno dei centri più importanti a livello scientifico, di studio e ricerca nella DDR.
Forse non propriamente e solamente un giallo, anche se in fondo gli ingredienti ci sono e messi al posto giusto. Un vecchio omicidio scoperto per caso, una storia d'amore con tratti dolorosi, elementi di spionaggio da guerra fredda, resi con una scrittura meditata, lenta e allo stesso tempo intensa, che rende gli avvenimenti narrati credibili e coinvolgenti.
I flashback in anni “pre caduta del Muro” mi hanno intrigato molto, dato che sono sensibile ed affascinato da quella porzione di storia recente che stiamo dimenticando, senza averla studiata seriamente, quindi “Un corpo nel lago” non ha potuto non conquistarmi.
Indriđason riesce a trasmettere il dolore della perdita, il tormento di cercare risposte e spiegazioni che si sa bene non saranno sufficienti a consolare chi resta. Inoltre, elemento non secondario per la mia sensibilità, l’utilizzo di protagonisti giovani e idealisti e di altri cinici e calcolatori cattura con maestria il lettore, portandolo anche a conoscere il ruolo, per lo più sottovalutato, che la lontana Islanda ricoprì all’interno del braccio di ferro fra Est ed Ovest in Europa nella seconda metà del secolo scorso.




Uno scheletro spunta dalle acque del lago Kleifarvatn, a sud di Reykjavík, nel punto in cui il bacino si sta prosciugando per cause non chiarite e la sabbia rivela i suoi segreti. A trovarlo è una giovane idrologa addetta ai rilevamenti: la polizia, al telefono, inizialmente pensa a uno scherzo. Si tratta dei resti di un uomo, databili intorno agli anni Sessanta del Novecento. Lo scheletro è legato a uno strano apparecchio di fabbricazione sovietica, in apparenza una ricetrasmittente. Nel cranio c'è un foro, grande come una scatola di fiammiferi. Omicidio o suicidio? Delle indagini è incaricato il solitario e spigoloso agente Erlendur Sveinsson, che per ragioni personali è ossessionato dai casi di persone scomparse, soprattutto se ignorati dai più e lontani dai clamori della stampa. Come sempre, Erlendur è affiancato dai colleghi Sigurður Óli ed Elínborg, mentre nell'ombra lo aiuta il suo ex capo, Marion Briem, ormai in pensione. Gli indizi sono scarsi, le tracce confuse, tuttavia un elemento decisivo emerge con forza: la scomparsa dell'uomo è collegata in qualche modo a una rete spionistica del Patto di Varsavia, che operava ai tempi della Guerra fredda, quando il territorio islandese era considerato strategico dal punto di vista militare e ospitava una grande base NATO americana. Ma lo spettro del comunismo si aggira ancora per l'Islanda? Per trovare la risposta, Erlendur dovrà disseppellire rancori mai sopiti, ideologie tradite e amori indimenticati. (da ibs.it)

venerdì 13 febbraio 2015

Giallo, Noir & Thriller/19


Titolo: La Voce
Autore: Arnaldur Indriđason
Traduttore: Cosimini Silvia
Editore: Guanda – 2008

Analisi introspettiva, atmosfera molto curata, personaggi che entrano in “punta di piedi” in una trama che sembra procedere un po’ troppo lentamente.
Elementi che potrebbero essere, allo stesso tempo, punti deboli e motivo di successo.
Personalmente ho apprezzato questa indagine dell’agente Erlendur di Reykjavik, sebbene la consideri leggermente al di sotto delle due precedenti che ho letto (“Sotto la città” e “La signora in verde”). L’ambientazione natalizia, in un luogo chiuso sebbene “fecondo” come un hotel, rende molto triste la vicenda, le vicissitudini personali del protagonista e di quella che è la vittima caricano ancora di più di angoscia e tristezza le pagine di questo giallo nordico, ulteriore prova di una certa vitalità e comunque varietà del genere a quelle latitudini.

A mio parere non sarebbe adatto a chi predilige ritmo serrato e un’indagine senza pause, poiché, invece, siamo di fronte ad una serie di indizi che solo verso la fine svelano la loro importanza e il ruolo che hanno nel fine gioco di rimandi tra presente e passato, nell’intricato accumularsi di elementi e notizie che sviano il lettore, riuscendolo nel medesimo istante ad attirarlo. Come già detto l’indagine offre la possibilità per riflessioni profonde sui rapporti familiari, sugli islandesi sulle loro problematiche. Non a tutti potrebbe fare piacere, ma Arnaldur Indriđason scrive così.

Voto: 7+


Arnaldur Indriđason 
Mancano pochi giorni a Natale e nello squallido seminterrato di un grande albergo di Reykjavik viene ritrovato il cadavere di un uomo vestito da Babbo Natale e con i pantaloni abbassati. Si tratta del portiere dell'albergo, che sotto le feste si travestiva per divertire i piccoli ospiti. Nella sua misera stanzetta vengono rinvenuti alcuni vecchi dischi in vinile e un poster di Shirley Temple. L'indagine si rivela molto difficile fin da subito per l'agente Erlendur, costretto a confrontarsi con la serie di grotteschi personaggi che popolano l'albergo, e con il marcio nascosto dietro la facciata di irreprensibilità ed eleganza. Ma la rivelazione più scioccante sarà il passato della vittima, un ex bambino prodigio, solista nel coro delle voci bianche di Hafnarfjòrdur, che aveva anche inciso due quarantacinque giri a tiratura limitata, diventati ora una rarità di inestimabile valore per i collezionisti. (da ibs.it)

giovedì 28 febbraio 2013

Giallo, Noir & Thriller/9



Titolo: Sotto la città
Autore: Indridason Arnaldur
Traduttore: Cosimini Silvia
Editore: Guanda – 2005
Il commissario Erlendur, solitario cinquantenne divorziato, alle prese con seri problemi familiari (i figli sono dipendenti da alcol e droga), porta avanti un’indagine che si rivela una vera e propria azione di scavo, alla ricerca di quello che si nasconde sotto una città apparentemente tranquilla come la sua Reykjavík.

Atmosfera desolata e malinconica, resa con stile asciutto ed efficace. La leggera patina di freddo distacco nordico, che avvolge fatti e personaggi, si incrina a poco a poco, in una storia tutto sommato abbastanza semplice da seguire, ma da cui emerge un turbine di emozioni. Emozioni che non travolgono il lettore ma che lo tengono legato alle pagine, dove il passato influenza il presente e dove le colpe di chi non c’è più ricadono sui vivi.

Questo romanzo, come gli altri di Indridason, ha il notevole merito di presentare l’Islanda e gli Islandesi, la loro cultura e quotidianità, la loro storia più o meno recente ed una società molto lontana e per questo soggetta a luoghi comuni e facili schemi. Le storie con protagonista Erlendur sono islandesi, hanno a che fare con Islandesi, si svolgono in Islanda e trattano argomenti attuali nella società islandese. In fondo una delle cose che più apprezzo nei romanzi è quando si rivelano essere dei veicoli culturali, una sorta di invito alla conoscenza di culture e società che non è facile incontrare di persona. In questo romanzo il plusvalore, oltre a quello del thriller in sé, è dato dal fatto che si possono aprire sipari su un aspetto della società descritta, o che fa da sfondo alla narrazione, su un periodo storico o sulla contemporaneità.

Voto: 7,5
Reykjavik in inverno
Vedi anche: