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venerdì 15 maggio 2026

L'uomo è ciò che mangia #2

 

L'uomo è ciò che mangia/Der Mensch ist, was er isst.

(Ludwig Feuerbach)


Cecilia Roth in “Tutto su mia madre”, di Pedro Almodóvar - 1999



domenica 17 ottobre 2021

Cibo #14

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María Barranco in “Donne sull'orlo di una crisi di nervi” di Pedro Almodóvar - 1988

 

domenica 8 agosto 2021

venerdì 3 febbraio 2017

Donne sul'orlo di una crisi di nervi (1988)


Primo film di Pedro Almódovar, che vidi quando avevo appena iniziato la non troppo brillante esperienza di studente alla scuola superiore.
Donne sull'orlo di una crisi di nervi era stato presentato a Venezia alla 45ma edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, rivelandosi una intrigante e stuzzicante sorpresa.
In pratica fu la rivelazione di un regista e di uno stile, figlio o comunque fortemente legato ai ritmi ed alle peculiarità di quella "movida" generata dalla condizione di passaggio dalla Spagna franchista a quella odierna, connotata da una maggiore libertà, forse più modestamente ricevuta che non conquistata.

L'arrivo sulla scena internazionale di un talento brillante e di una visione delle storie e dei personaggi che mescolava furore comico e omaggio a diversi generi cinematografici, facendoli interagire tra loro, con il risultato di innovare e allo stesso tempo celebrare il cinema, fin dalla scelta dei due protagonisti da cui si genera il tutto, Pepa e Ivan sono infatti doppiatori.

Quella di Almódovar è una commedia praticamente ambientata in un solo spazio, un appartamento, dove vengono presentati una serie di singolari personaggi. Oltre a Pepa, interpretata da Carmen Maura che dona ritmo e vivacità alla vicenda e agli altri, ci sono il figlio dell'amante, la sua fidanzata, una ragazza ossuta che tenta il suicidio, un tecnico della compagnia telefonica, terroristi sciiti, un tassista ossigenato, poliziotti, un avvocato femminista ed una ex  moglie pazza e pericolosa.

La progressione delle situazioni è esaltata dalla scelta dei tempi comici, delle battute e delle azioni di ogni personaggio, con la chiave che risiede in un gazpacho riempito di sonnifero che verrà bevuto da tutti quelli che saranno entrati nell'appartamento della protagonista.

Non manca una classica resa dei conti, in un confronto a tre che insieme al risveglio degli addormentati ribalta le situazioni e rende evidente come la vita sia qualcosa che procede inesorabile, non solo seguendo ma anche contro la volontà degli stessi che la vivono.


venerdì 28 ottobre 2016

Julieta (2016)


Grazie ad una rassegna in corso presso uno storico cinema di provincia, a breve distanza da dove abito, ho “recuperato” la visione dell’ultimo film di Pedro Almodóvar, “Julieta”.
Il regista spagnolo, in coincidenza con la maturità, probabilmente ha inteso cambiare decisamente registro, non tanto lo stile, optando per un ritmo ed uno sguardo meno vivace, più lento e maggiormente distaccato, anche se il distacco infine risulta solo parziale.
Il soggetto è ispirato da tre racconti di Alice Munro, scrittrice canadese che ha ricevuto il premio Nobel per la Letteratura nel 2013.

L’interesse per l’universo femminile, che tanto ha contraddistinto la produzione di Almodóvar, è sempre presente e vivo, elegante e a tratti seducente, ma più freddo, con il rischio di rappresentare qualcosa di non pienamente risolto, ovvero la vicenda umana di una donna che da anni, inspiegabilmente, non vede e non ha alcun contatto con la giovane figlia, in un film che a sua volta sembra non risolversi, non svolgersi e non partire definitivamente.
Più quadri e immagini, sapientemente girati e con una fotografia molto curata, che presentano, più che rappresentare ed illustrare. 
In sé non sarebbe un limite, potrebbe anzi risultare una scelta vincente, considerando anche che la musica proposta per accompagnare le immagini svolge bene il proprio ruolo, ma le attrici scelte per il ruolo di protagonista non convincono e con la loro prova, di fatto, non solo non aggiungono, ma in alcuni momenti addirittura depotenziano quanto viene rappresentato. Esattamente il contrario di quanto accaduto in buona parte degli altri film girati da Almodóvar. 
Apprezzabile che la stessa donna, interpretata da Adriana Ugarte in età giovanile e da Emma Suarèz nella maturità, in qualche modo illustri il passaggio dal cinema “da movida” della prima produzione e gli ultimi anni cinematografici di don Pedro.

I riferimenti cinefili abbondano e probabilmente solo in un film sostanzialmente sobrio e rigoroso, con tratti crepuscolari come questo avrebbero trovato degno ruolo, ma rimane una certa perplessità, dovuta al desiderio dello spettatore di farsi coinvolgere.
Rimane l’abilità del regista, il suo sguardo lucido ed intenso, ma quello che sarebbe potuto essere un thriller, o un dramma, oppure una efficace rappresentazione del dolore, rimane troppo sospeso e non entusiasma.

Ci sono scene dove lo spettatore rimane colpito ed affascinato dalle scelte registiche (una intrigante ellissi temporale agita grazie ad un asciugamano), ma sono in numero inferiore rispetto a quelle in cui, viceversa, prende il sopravvento un pizzico di delusione, di rammarico, per ciò che sarebbe potuto essere e non è stato.
La possibilità che fra qualche anno “Julieta” possa essere rivisto e rivalutato all’interno della produzione dello spagnolo rimane, anche perché non posso escludere che trovarsi di fronte ad un film solo in parte “almodovariano” abbia limitato la mia capacità di giudizio.



sabato 23 aprile 2016

Volver - 2006



È nota la potenza espressiva contenuta e abilmente trasmessa in buona parte dei film di Pedro Almodóvar, soprattutto quelli che cominciano ad avere qualche anno sulle spalle. Se da più giovane era soprattutto quella che mi attirava e spingeva a vedere le sue opere e a farmi uscire dalle sale cinematografiche quasi ubriaco di immagini e parole, nel corso delle primavere che si sono succedute nella mia vita ho imparato ad emozionarmi e ad apprezzare la delicatezza ed il tocco raffinato che il regista spagnolo possiede nel raccontare, descrivere e rappresentare l’universo femminile.

La sua vicinanza ed il suo “amore” per le donne è evidente nei due film premiati con l’Oscar. Tutto su mia madreParla con lei, rispettivamente onorati come miglior pellicola straniera e per la miglior sceneggiatura originale, sono con tutta probabilità le pellicole che lo hanno spinto a proporre al pubblico, nel 2006, il suo Volver.

“Le donne per me sono l’origine della vita e anche di tutta la fiction possibile, perché ho vissuto tutta la mia infanzia circondato da donne che raccontavano storie e cantavano. È questo l’universo che ho voluto omaggiare in Volver”

Il film fu premiato a Cannes per la miglior sceneggiatura, tanto delicata e semplice come pochi registi sono in grado di fare, quando la tematica di vita, amore, morte, dolore e “resurrezione” rischia di rendere pesante lo svolgersi di una trama.


Volver non è semplicemente una commedia, non è un film drammatico di quelli che devono far scendere lacrime presto asciugate, bensì una sorta di ibrido mélo, dove Almodóvar riesce, come è stato solito fare, a mescolare generi differenti in maniera equilibrata e armonica, ammiccando anche al noir.
I litigi, le bugie, i crimini del cuore ma non solo, i tradimenti e gli affetti delle sue donne sono tanto reali nella loro coinvolgente quotidianità, quanto immersi in una dimensione magica, quasi surreale, dove convivono drammi privati, segreti, toccanti esempi di generosità e solidarietà e fantasmi.

Volver, come tornare. Tornare alla vita in senso assoluto, alla vita familiare e a quella dimensione rurale e domestica da cui ci si era allontanati. Tornare all’amore e ad un senso profondo di essere donne, più forti perché si è lottato contro un mondo troppo maschile, che non ha trovato di meglio che prevaricare ed opprimere il femminile di una società e di una realtà, verso cui si prova affetto ma anche paura.


Anche grazie alla recitazione di Carmen Maura e di Penelope Cruz (quest’ultima probabilmente nella sua migliore interpretazione), vengono messi da parte gli eccessi, le citazioni e i “trucchi di regia” cui il cinema di Almodóvar precedentemente ci aveva abituato. A farla da padrone, in senso stilistico, è anzi una certa elegante sobrietà, la semplicità che si unisce alla sicurezza di un regista che governa la materia ed il materiale, narrativo ed umano, che ha fra le mani.
Diverse sono le scene che meritano di essere gustate e godute, in un film dove la naturalezza di alcune inquadrature stupisce per come si incontri con temi profondi, quasi ancestrali e fondanti sul tema della vita e degli sconvolgimenti patiti dalla stessa.

Fin dalla prima sequenza si rimane affascinati e la toccante colonna sonora fa il resto.


giovedì 8 ottobre 2015

Cinema anni 90


Negli anni 90 la mia personale biografia si è molto arricchita: sono passato dalle scuole medie alle superiori (peggiorando notevolmente il mio rapporto con lo studio), ho miseramente interrotto la mia comunque non promettente carriera di sportivo, sono andato in vacanza senza genitori o educatori vari, mi sono iscritto all'università in una cittadina marchigiana che si fa definire “ducale” e di conseguenza mi sono allontanato dalla famiglia. Durante quel decennio ho vissuto un sacco di esperienze, di cui ancora porto i segni sul fisico e nell'anima, ma ne sono uscito vivo, tutto sommato combinando meno disastri di quelli di cui mi sarei reso protagonista nei periodi successivi.

Piccole cose, forse, se paragonate a quanto accaduto in quegli anni nel mondo. In fondo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Guerra del Golfo, Nelson Mandela presidente, il repentino aumento del numero di stati europei, la nascita di Google, la nazionale italiana di calcio che abbandona ai rigori i propri sogni di gloria in tre mondiali consecutivi, sono senza dubbio eventi maggiormente degni di essere ricordati rispetto alle vicissitudini del sottoscritto.

Fra quanto ho potuto sperimentare un posto importante lo occupa la mia frequentazione di sale cinematografiche. Abbandonata in quegli anni, anche se con un pizzico di rammarico, la grande stanza che fungeva da cinema parrocchiale, quel ragazzo ancora imberbe che ero si è fatto ammaliare dal cinema ancora più di prima. Volete mettere quanta emozione nello scegliere il film da vedere e poter selezionare in quale cinema andare? All'inizio degli anni 90 c’erano ancora poche multisala e comunque non vicine a dove vivevo, perciò il gusto era controllare, su un quotidiano o affidandosi alle attualmente ormai vetuste locandine, quali film erano in programmazione, in quali sale e a che ora (rigorosamente proiezione unica dal martedì al venerdì, doppia il sabato sera e pomeridiana solo la domenica). A dire il vero non cambiò nulla per quasi tutto il decennio, almeno per quanto riguarda le mie personali abitudini, poiché, come accennato, spesi i miei anni universitari in una città che non poteva che accogliere piccoli cinema, limitando la mia frequentazione di sale più grandi e dotate di multiprogrammazione alle sporadiche visite ad amici che frequentavano atenei in più prestigiose e grandi città.

Insomma gli anni 90 sono stati per me molto intriganti ed “attivi”. Il cinema non lo è stato da meno, anzi ha aggiunto sapore a quanto vivevo. Penso di poter dire che in quegli anni abbia saputo rinnovarsi, sperimentare ed esprimere la sua potenzialità, riuscendo a rappresentare un periodo e le sue peculiarità storiche e sociali, regalando una serie di film che è corretto definire “cult”.

Film di cui i nati fra i 70 e gli 80 citano ancora le battute a memoria, di cui hanno preso a modello acconciature, abiti o gesti, con i più temerari che ci si basavano sopra tesi di laurea o possibili futuri lavorativi, e che ancora rimpiangono quando scorrono sullo smartphone i titoli ora in programmazione. 

Non posso ricordarli tutti, tantomeno posso aver visto la totalità di quelli usciti nel periodo (vi erano comunque anche parecchie schifezze), quindi ne propongo due per anno, (vale quello di produzione) dal 1990 al 1999, con particolare riguardo al gusto personale e a questioni autobiografiche.

Si parte!

1990
Quei Bravi Ragazzi (Goodfellas) di Martin Scorsese
La Stazione di Sergio Rubini 

1991
Il Silenzio degli Innocenti (The Silence of the Lambs) di Jonathan Demme
Lanterne Rosse di di Zhāng Yìmóu

1992
Malcolm X di Spike Lee
La Moglie del Soldato (The Crying Game) di Neil Jordan

1993
Tre Colori - Film Rosso/Blu/Bianco (trilogia) di Krzysztof Kieslowski
Lezioni di Piano (The Piano) di Jane Campion

1994
Pulp Fiction di Quentin Tarantino
Hong Kong Express di Wong Kar-wai

1995
I Soliti Sospetti (The Usual Suspects) di Bryan Singer
Seven di David Fincher

1996
Trainspotting di Danny Boyle
Il Paziente Inglese (The English Patient) di Anthony Minghella

1997
La Vita è Bella di Roberto Benigni
Febbre a 90° (Fever Pitch) di David Evans

1998
Il Grande Lebowski (The Big Lebowski) di Joel e Ethan Coen
Hana–Bi - Fiori di Fuoco di Takeshi Kitano

1999
Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick
Tutto su mia Madre (Todo sobre mi madre) di Pedro Almodóvar



























lunedì 1 giugno 2015

Citazioni Cinematografiche n. 99

“Qui in strada ogni giorno è peggio, sorella mia, e come se non bastasse la concorrenze delle puttane, le drag ci stanno spazzando via. Non le sopporto le drag, sono delle svergognate, hanno confuso il circo col travestitismo, ma che dico circo: il mimo! Una donna è capelli, unghie lunghe, una bocca buona per spompinare o criticare, ma scherziamo? Dove si è mai vista una donna calva! Non le sopporto! Sono delle svergognatissime!”


(Agrado/Antonia San Juan in “Tutto su mia madre”, di Pedro Almodóvar - 1999)