Visualizzazione post con etichetta David Lean. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta David Lean. Mostra tutti i post

giovedì 8 giugno 2023

mercoledì 16 marzo 2022

lunedì 16 luglio 2018

Citazioni Cinematografiche n.259

Colonnello Saito: È bello.  
Colonnello Nicholson: Sì, è bello. Molto bello. Non credevo che venisse così.  
Colonnello Saito: Ah... sì... è una bella opera!
(Colonnello Saito/Sessue Hayakawa e Colonnello Nicholson/Alec Guinness in "Il Ponte sul Fiume Kwai" di David Lean - 1957)



 

sabato 6 settembre 2014

La Grande Guerra # 4


Ritorno a “parlare” della Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra, nell’anno del centenario del suo inizio. Era infatti il 28 luglio 2014 quando l’Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia ed iniziò ad invaderne i territori. Cinque giorni prima c’era stato l’ultimatum posto alla stessa Serbia, in seguito all’assassinio dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e della moglie Sofia, a Sarajevo, da parte dello studente serbo Gavrilo Princip.


Il cinema, fin dai suoi albori, si interessa alla Grande Guerra. Già nel 1918, appena i cannoni hanno smesso di tuonare, Abel Gance, con “J’accuse”, e Charlie Chaplin con il suo “Charlot Soldato”. Diverse sensibilità e diverse prospettive per illustrare e riflettere sull’”inutile strage”, come la definì papa Benedetto XV.

Il cinema si ispira ai romanzi (“Addio alle armi” fra i primi), ai memoriali, alle biografie, ai fatti di cronaca. Di rado però i film ambientati durante la Grande Guerra si risolvono in cinematografia di genere. Piuttosto, i vari scenari, marini e terrestri, la trincea in particolare, divengono simbolo della guerra, del dolore e della barbarie, che affiora, nel XX secolo, alla fine della Belle èpoque, proprio dove meno ci si aspetterebbe di vederla in tali proporzioni.

Provo ora a sviluppare, in modo essenziale e inevitabilmente parziale, un percorso in dieci film per una cineteca, di base, sulla Grande Guerra, ampliando quanto esposto in un altro post.

1. Charlot Soldato (USA 1918), di Charlie Chaplin. Una tragedia che si risolve in riso amaro, con il tommie Charlot che la affronta con fucile, munizioni, ma anche caffettiera, grattugia e trappola per topi.
2.  All’ovest niente di nuovo (USA 1930), di Lewis Mileston. Un film alla pari con il romanzo di Remarque, pubblicato l’anno prima. Gioventù, ideali, illusioni e disillusioni, morte e solitudine per guardare alla Grande Guerra con lo spirito della Repubblica di Weimar.
3. La Grande Illusione (Francia 1937), di Jean Renoir. Il regista francese, con tocco elegante ed efficace, ci presenta amicizia, valore, rispetto ed un certo fair play della guerra, con personaggi intensi che esaltano i sentimenti più nobili dell’animo umano.
4.  Il Sergente York (USA 1941), di Howard Haws. Ispirato alla vera storia di Alvin York, quacchero pacifista, che diventa un eroe di guerra. La Grande Guerra alla americana. Farà scuola, a suo modo, ma in seguito se ne trarranno in gran parte solo gli elementi più immediati e banali.
5.  Orizzonti di Gloria (USA 1957), di Stanley Kubrick. Il mio preferito sulla Prima Guerra Mondiale. Probabilmente il migliore, con un chiaro messaggio antimilitarista presentato in modo intenso, efficace ed originale in ogni aspetto, di trama, soggetto, sceneggiatura ed immagini. Censurato, proibito in Francia fino al 1975.
6. La Grande Guerra (Italia-Francia 1959), di Mario Monicelli. Il migliore fra i film italiani sulla guerra. Commedia amara, che alterna grottesco, risate, crudezza e realtà, che si chiude con la fucilazione dei due protagonisti, i codardi imboscati, gli indimenticabili giullari, Vittorio Gassman ed Alberto Sordi.
7.  Lawrence d’Arabia (Gran Bretagna 1962), di David Lean. Non si va a fondo sulle ombre e le ambiguità del protagonista, ma è un ottimo film sulla Grande Guerra in quella parte di mondo. Inoltre un cast d’eccezione per una costruzione scenico-drammaturgica d’alto livello.
8.  Uomini Contro (Italia 1971), di Francesco Rosi. Quando non si fa travolgere dalla vena politica e polemica, il regista italiano riesce a tradurre il bello e complesso romanzo di Emilio Lussu su cui si basa (Un anno sull’altopiano). Tentativo a volte non riuscito, ma utile come documentazione ed alcune scene informano ed istruiscono più di un trattato.
9.  Gli Anni Spezzati (USA 1981), di Peter Weir. Coinvolgente, commovente e commosso. Più che un omaggio del regista australiano all’opera ed al sacrificio dell’ANZAC, i Corpi dell’Esercito Australiano e Neozelandese.
10. La Vita e nient’altro (Francia 1989), di Bertrand Tavernier. Lucido, intenso, di una potenza morale tale da saldare in conti con la censura a Kubrick. Le emozioni vengono tenute a bada per esaltarne il messaggio di dolore e profonda umanità.









martedì 5 marzo 2013

Film di Guerra. 1 di 4




Il genere bellico rappresenta ancora oggi una porzione importante, preponderante, della produzione cinematografica mondiale, statunitense in particolare. I War Movies (espressione che non amo ma che si è imposta) possono essere occasione di propaganda oppure di denuncia, di ostentazione nazionalistica ma anche di accusa, di esaltazione di eroi o di riflessione sulla barbarie e sulla condizione umana. I film di guerra sono stati girati ed interpretati in modi molto vari e differenti, con tecniche e fini diversi, i messaggi veicolati, od anche solo le storie proposte spaziano molto. Ogni epoca, all’interno dell’arte del cinema, ha avuto la sua guerra, in linea con la Storia, i gusti o le esigenze contingenti ma ritengo non ci sia stato un momento in cui il genere bellico sia caduto nel dimenticatoio di registi, sceneggiatori e produttori.
Di seguito ed in prossimi post propongo una serie di film che preferisco in tema di guerra. Sono divisi per “guerra”: Prima Guerra Mondiale; Seconda Guerra Mondiale; Guerra del Vietnam; Guerre Varie dal mondo. Saranno 5 film per ogni categoria.

In linea con i miei gusti, sensibilità, visione in tema di cinema e di riflessione sulle cose umane, non ci sono esclusivamente film con grandiose scene di massa, eroi invincibili o epiche battaglie ritratte con intenti celebrativi. Ho visto film di questo genere, alcuni me li sono anche goduti, ma mi hanno lasciato meno, perciò quelli che propongo sono invece opere che mi sono rimaste più nel cuore e che ho volentieri rivisto, di cui ho ricordato con più passione scene e dialoghi e di cui, in alcuni casi, ho condiviso la visione con grande piacere. Alcuni di questi film trattano più “il dopo” che “il durante”, oppure vicende per così dire più ai margini rispetto al cuore di un conflitto, e questo mi sembra un punto di forza!

PRIMA GUERRA MONDIALE

Il primo conflitto mondiale si svolse pochi anni dopo la nascita del cinema, ma da subito attirò l’interesse della Settima Arte, più spesso con adattamenti di opere letterarie contemporanee, meno con storie originali. Fu prevalentemente una guerra di posizione e di logoramento e quindi in realtà poco “spettacolare”, poco adatta a ritrarre epiche imprese o scene a forte impatto visivo, nei termini che si imporranno successivamente. La Prima Guerra Mondiale offre l’occasione per un’indagine profonda e toccante dell’animo umano.


All'ovest niente di nuovo (1930) di Lewis Milestone.
Uno dei film di guerra più intelligenti e toccanti mai realizzati. Tratto dal libro di Erich Maria Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, è una storia di vincitori e vinti intensa e colma di emozioni, nonché una netta denuncia delle atrocità della guerra. I personaggi ci comunicano molto su di loro e su un’epoca, con immediatezza e rara sensibilità.

Gli anni spezzati (1981) di Peter Weir.
Stupenda fotografia, buona interpretazione dei protagonisti (persino del giovane Mel Gibson), per un film che ci mostra il valore della vita ed il dramma di giovani vite stroncate dall'ottusa ferocia della guerra. Da vedere, anche perché tratta uno scenario di guerra ed una battaglia, quella di Gallipoli, colpevolmente trascurati nelle nostre scuole.

La grande guerra (1959) di Mario Monicelli.
Dal punto di vista della ricostruzione storica veramente meritorio. Commedia all’italiana, tratti neorealisti, linguaggio romantico si fondono e vengono esaltati dalla bravura degli interpreti, per proporci il punto di vista italiano sull'assurdità e la violenza del conflitto, le condizioni di vita miserevoli della gente e dei militari. Chiara la critica alle istituzioni ed alte gerarchie militari, responsabili di un massacro.

Orizzonti di gloria (1957) di Stanley Kubrick.
Il nemico è evocato, non si vede, ma proporre come protagonista un solo esercito non toglie potenza e valore a quest’opera, che mostra la miseria ed il peggio dell’essere umano. In guerra conta solo il cinismo ed il processo di disumanizzazione che avvia è inevitabile, perché così siamo. Non è propriamente un film pacifista, anche se ne ha qualche aspetto, quasi conta più il conflitto di classe, il contrasto fra la condizione e la logica degli alti ufficiali e quella della truppa. Intenso Kirk Douglas, comandante con senso della giustizia ed uomo di saldi principi, inadatto a faccende militari, fuori luogo in una guerra.

Lawrence d'Arabia (1962) di David Lean.
Ne ho già parlato a proposito del cinema di Lean. Ritorno su questo film in questa sede per evidenziarne l’aspetto storico, benché romanzato, sottolineandone l’ambientazione (deserto arabo ed Impero Ottomano), i protagonisti (Inglesi, Arabi, Beduini, Turchi) e le tematiche affrontate (spartizione dei resti di un impero senza tener in nessun conto popoli e geografia). La prima guerra mondiale in Asia con compromessi all'europea.
Kirk Douglas in "Orizzonti di Gloria"
Alle prossime puntate! Stay tuned!

Vedi anche:
 

domenica 11 novembre 2012

Cinema di David Lean



 IL CINEMA DI DAVID LEAN

Ci sono film che mi attraggono e mi rapiscono sempre, sin da quando li vidi per la prima volta.
Tra questi ce ne sono alcuni che possiedono la particolarità di farmi abbandonare impegni, buoni propositi, incombenze o progetti, per riuscire a rivederne anche solo qualche scena, in qualsiasi momento della giornata o della settimana, ogni volta che, più o meno casualmente, mi ci imbatto all’interno della programmazione di un qualunque canale televisivo.
Non mi metto a compilarne una lista completa, in realtà l’ho più volte fatto nella mia mente, ma propongo invece una selezione di alcuni di questi film, tutti accomunati dal fatto di essere stati diretti da David Lean (con diversi premi, tra cui due Oscar alla regia):

Il ponte sul fiume Kwai (1957)
Lawrence d'Arabia (1962)
Il dottor Zivago (1966)
Passaggio in India (1984)
David Lean sul set di Lawrence d'Arabia
A pensarci meglio ci sono altri elementi comuni fra queste opere, non ultimi gli attori che vi hanno recitato, Alec Guinness è presente in tutti i quattro film ed Omar Sharif in due, oltre alle colonne sonore, composte da  Maurice Jarre per tre di questi vincendo puntualmente l’Oscar. I punti in comune sono anche altri, come le scelte registiche ed i “messaggi” proposti, comunque legati alla sensazione di rapimento a cui facevo riferimento.

Peter O'Toole/Lawrence


Al di là della rappresentazione del protagonista Thomas E. Lawrence, personaggio storicamente ed umanamente molto complesso e controverso e difficile da rappresentare, il grande successo di Lawrence d'Arabia si deve alla sua spettacolarità ed al fascino del deserto, che è forse il vero protagonista, mirabilmente reso da Lean, al continuo succedersi di immagini suggestive e scenari mozzafiato, con le musiche di Maurice Jarre a dare un respiro ancora più grandioso alle immagini e alle vicende. Il film riesce ancora oggi a catturarmi per le gesta epiche, la coraggiosa impresa dell'ufficiale inglese, per la sua sfida all'impossibile, per il conflitto fra la sua visione ideale del mondo e della guerra e l'inevitabile incombere delle ragioni di stato che vanificano i successi del protagonista e lo costringono a farsi da parte. Le scene nel e “del deserto”, con la profondità delle immagini e l'esotismo del paesaggio, ripreso orizzontalmente a campo lungo, una fantastica galleria di protagonisti, perfetti nei ruoli e molto espressivi nella caratterizzazione dei loro personaggi, riprese indimenticabili per bellezza ed intensità (Battaglia e Presa di Aqaba, Traversata del Deserto con frase finale “Niente è scritto” tra le altre) mi toccano il cuore e l’animo.


Alec Guinness in "Il Ponte sul fiume Kwai"
Simile, seppure meno equivoca ma comunque complessa, è la figura del colonnello inglese Nicholson (un Alec Guinness vincitore dell’Oscar) ne Il Ponte sul fiume Kwai, colossal di guerra, un po’ artificioso nella messa in scena e nettamente distinguibile da altri film bellici del genere. Il protagonista e le altre due figure che fungono da co-protagonisti, tra cui un accattivante William Holden, si mettono a disposizione di una storia che tratta l'assurdità della guerra in modo implicito, lasciando in disparte tutti gli stereotipi tipici dello war-movie (battaglie, azione, ecc.) e catalizzando l'attenzione sul confronto non più di buoni contro cattivi, ma su ciò che essi realmente rappresentano, come uomini, di fronte al cataclisma scaturito dalla guerra.
 Il rapporto tra carceriere e prigioniero è il nodo cruciale della pellicola. Il dualismo dei due ufficiali, in formazioni contrapposte ed entrambi ligi al dovere, analizza approfonditamente il rigorismo militare e ciò che da esso ne consegue, snodando, senza troppo clamore, tematiche pacifiste tramite l'analisi cruda dei protagonisti. È presente un’analisi attenta dei tre personaggi principali: il giapponese pronto al suicidio in caso di mancato successo, l'inglese ancorato ad un'imbarazzante situazione di superiorità e per questo pronto, nei fatti, a collaborare con il nemico, l'ufficiale americano che considera la guerra una semplice lotta per la sopravvivenza. Il Ponte sul fiume Kwai non ha nulla di patriottico e tratta la guerra in senso lato, ad eccezione delle modalità, forse un po’ arroganti, con il quale è presentato l'esercito nipponico, ma siamo pur sempre negli anni 50 ed il pubblico di riferimento probabilmente si aspettava ancora questo (il Giappone era il nemico nella seconda guerra mondiale insieme alla Germania nazista). Memorabili il motivo della vecchia marcia militare, con il famoso fischio che accompagna le sequenze dei prigionieri britannici nel campo di concentramento giapponese, e le scene che vedono protagonista il ponte, compresa quella in cui viene fatto saltare.
William Holden



Il dottor Zivago prende spunto dall’omonimo romanzo di Boris Pasternak che, all’epoca, aveva appena finito di far piangere milioni di persone nel mondo e, grazie ad una sagace e “furba” sceneggiatura, ci presenta e ci fa digerire quello che rischia, ancora oggi e forse più di ieri, di risolversi in un polpettone carico d'intellettualismo di maniera e troppo lungo, forse a sproposito, con eccessive indulgenze a livello intimistico, tali da poter pregiudicare l’opera complessiva. Il super cast, la stupenda fotografia e l’ottima ambientazione salvano il più possibile il film, che ha la pecca di presentare il travaglio di un'epoca (la rivoluzione d'Ottobre) in una forma da melodramma, dove dominano le figure forti, femminili comprese. Molto bravi gli interpreti Omar Sharif, Julie Christie, Geraldine Chaplin, Alec Guiness, Rod Steiger, Ralph Richardson, Siobhan McKenna e successo personale di Omar Sharif, grazie all’aspetto perfettamente calzante alla figura di Zivago. Ogni volta che lo incrocio, nel periodo natalizio accade pressoché ogni anno da quando ho 12 anni, non posso fare a meno di aspettare le scene di carica sui dimostranti, quelle in cui Zivago abbandona Mosca e quelle in cui viene catturato dai partigiani rossi ed arruolato a forza come medico. Solo alcune fra le varie dove i colori e le magistrali scelte a livello di fotografia riescono ad emozionarmi e stupirmi.

Judy Davis
Passaggio in India, ispirato all'omonimo romanzo dello scrittore inglese E.M. Forster, è un film affascinante, intriso di una calibrata cadenza romantica, raffigurativo quanto basta nel riesumare un mondo dissolto (colonialismo inglese in India) e nell'esprimere due culture diverse, forse, conciliabili. Unica pecca il fatto di apparire statico in alcuni passaggi e la eccessiva lunghezza (2 ore e 36 minuti di durata), dato che condivide con gran parte dei lavori di Lean. Due Oscar e otto nomination, apparato tecnico di prim'ordine e attori pressoché perfetti, anche se l'interpretazione di Alec Guinness del filosofo indiano ha tratti quasi “da macchietta” (in alcuni passaggi mi fa pensare al Peter Sellers di Hollywood Party). È presente una critica del colonialismo imperialistico inglese, rappresentativa la figura e la vicenda del personaggio principale, il dottor Aziz. La sensazione di fine di un'epoca, sia storica che personale, rappresentata dal giovane medico, è tangibile e suggestiva, su tutto il film aleggia il clima magico dell'India misteriosa e sensuale che sovrasta e disorienta il sensibile sentimento femminile inglese delle due protagoniste: la giovane e la vecchia signora che ne sono quasi fisicamente travolte. Da vedere e rivedere la scena in cui una eccezionalmente intensa Judy Davis si imbatte, nei suoi tentativi di conoscere e capire l’India, in antichi bassorilievi erotici ed in un branco di scimmie, che, idealmente, si collega ad uno dei temi principali del film e alla vicenda delle grotte e successiva accusa di Aziz per stupro. Probabilmente il tema dominante del film non è solo la diversità sociale e culturale tra gli inglesi colonizzatori e gli indiani colonizzati, che vivono separati ognuno nel proprio mondo, chiusi in se stessi, ma anche i sentimenti e le reazioni dei singoli di fronte a ciò che non è totalmente conoscibile e comprensibile, di fronte a ciò che è indeterminato, che non è possibile catalogare in maniera definitiva, ovvero l’India ma anche l’Impero Britannico, sia per gli Indiani che per i loro Colonizzatori. Oltre alla già citata Judy Davis e agli altri protagonisti (Oscar per Peggy Ashcroft), mi emozionano ogni volta la robusta ed efficace sceneggiatura, il coinvolgente e a tratti estraniante montaggio e le scelte in merito alle location, i luoghi ripresi, i costumi e la colonna sonora. La scena, veramente degna di essere gustata, del processo sembra voler mettere in risalto, quasi come notazione personale del regista, un aspetto positivo del colonialismo inglese: il fatto cioè che la primitiva India ha comunque avuto in dono il civile sistema legislativo inglese. Il giudice è infatti un indiano che è comunque, sia pure in un'atmosfera ridicola all'interno e all'esterno del tribunale, rispettato come depositario della legge britannica persino dai razzisti inglesi.


Judy Davis, Peggy Ashcroft