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lunedì 27 novembre 2023

Citazioni Cinematografiche n.539

 

John Keats: Ho fatto un tale sogno stanotte. Fluttuavo sopra gli alberi con le mie labbra unite ad una bellissima figura. Per quella che mi è apparsa un'eternità. Cime di alberi erano spuntate sotto di noi e ci riposavamo sopra di loro con la leggerezza di una nuvola.
Fanny: Chi era la figura?
John Keats: Dovevo avere gli occhi chiusi perché non ho memoria.
Fanny: Ma avete memoria delle cime degli alberi.
John Keats: Non quanto abbia memoria delle labbra.
Fanny: Le labbra di chi? Erano le mie labbra?
(John Keats/Ben Whishaw e Fanny Brawne/Abbie Cornish in “Bright Star”, di Jane Campion - 2009)




venerdì 11 gennaio 2019

Nicole Kidman per un Ritratto di Signora


 


Per molti di noi, ora, risulta normale considerare Nicole Kidman una delle più note attrici viventi, molto apprezzata per le sue interpretazioni e per la non comune capacità di spaziare fra generi e ruoli ricoperti. Non ci meraviglia ammirarla in un film d'azione oppure godere della sua bravura in un dramma in costume, ci sembra allo stesso tempo apprezzabile vederla in tutto il suo splendore da cinquantenne di cui vengono esaltate le virtù estetiche, così come siamo pronti a gustare la sua recitazione sotto un pesante trucco che, al contrario, la renda molto meno attraente.

Tutto questo dopo circa trent'anni di carriera cinematografica. Ma fino alla metà degli anni 90 la Kidman aveva recitato in una manciata di film, alcuni dei quali non propriamente memorabili, sebbene qualche applauso se lo fosse comunque meritato. Sembra perciò evidente come nel 1995 la regista neozelandese Jane Campion abbia avuto una felice quanto sorprendente intuizione nell'affidarle il ruolo da protagonista nel suo “Ritratto di Signora”.



Lo definirei bellissimo, nonostante qualche elemento irrisolto, perché la Campion non si limita ad un classico film in costume, bensì partendo da e rispettando molto il romanzo originale di Henry James giunge a proporre allo spettatore una splendida narrazione ed una intensa e complessa messa in scena, che trascende ogni residua rappresentazione femminista della storia per rendere giustizia ad una donna, ad “una di noi” come dichiarato all'inizio del film. Una messinscena che tocca la complessità sociale della tarda epoca vittoriana per veicolare il racconto e le immagini di una riflessione turbolenta ed in movimento di una esistenza e di una psicologia. Femminile poiché la protagonista è Isabel Archer, giovane americana in viaggio in Europa presso parenti inglesi, che per la sorpresa di tutti si trova a rifiutare più proposte di matrimonio in nome di un suo desiderio di esperienze e libertà. Ma anche maschile attraverso le figure del cugino malato di tubercolosi e dell'uomo, Gilbert Osmond, che poi lei sposerà, nonostante gli avvertimenti del primo. Nuovamente femminile, ma di una femminilità diversa con l'entrata in scena di madame Merle che insieme ad Osmond, con cui intrattiene un torbido sodalizio, costruisce una prigione di relazioni e finanche fisica attorno a Isabel. Lei che si trasforma in un’oscura signora imprigionata in una vita mondana che mai ha veramente desiderato, mentre il marito le costruisce intorno una gabbia gelida e sadica. 

 

Si giunge così a notare come Jane Campion dia vita ad un universo narrativo in cui il denaro, la proprietà, è il motore quasi esclusivo delle sue dinamiche, mentre persone e orizzonti esistenziali vanno incontro a una totale “cosificazione” (come forse avrebbe detto Sartre). La regista quindi parte dal rapporto fra “nuova” America e “vecchia” Europa, contrapposte fra vitalità e decadenza, velocità e stagnazione tecnica e morale (tema caro a James), per poi attraverso le magnifiche sorti della rivoluzione industriale, giungere alla nevrosi di Isabel Archer prigioniera di mobilie e fastose vesti. Ma ancor più schiacciante è il rapporto “cosificante” tra i vari personaggi, molti dei quali cercano di appropriarsi rapacemente dell’esistenza di qualcun altro.

Molteplici sono le scene ed innumerevoli i dettagli che evidenziano tutto ciò, senza che il ritmo e l'eleganza del film ne risultino compromessi, al punto che, come detto, la Campion va ben oltre il film in costume. Ad eccezione di qualche dialogo non del tutto azzeccato ed il rimanere in più di un'occasione in bilico fra onirismo e calligrafismo d'ambientazione, qui si viaggia in direzione di approfondimenti e riflessioni sulle psicologie, le perversioni, le malattie e le nevrosi di una classe e dei suoi caratteri. Un mondo che va perdendosi, sgretolandosi con le sue stesse mani e per mezzo delle sue stesse peculiarità che ritiene averne fatto la fortuna. Ad ulteriore prova della qualità dell'opera si nota come Ritratto di signora trovi non solo nella sceneggiatura e nel suo ampio respiro narrativo una qualità indubbia, ma che infine la direzione degli attori si sveli pienamente come la sua chiave di volta espressiva.

La Campion dà vita a personaggi vibranti e appassionanti, con una menzione speciale per l’indimenticabile madame Merle di Barbara Hershey, un ruolo fantastico al servizio di un’enorme prova attoriale. E al contempo l’autrice sceglie di conservare l’ampia portata narrativa del romanzo ottocentesco, seguendo le vicende nel loro dipanarsi su molti anni, con conseguenti evoluzioni e involuzioni nei molti personaggi.
A questo punto si torna da dove si era partiti con queste righe, ovvero a Nicole Kidman, tanto efficace e sorprendente, allora in quanto felicissima sorpresa, al giorno d'oggi come gusto della prova attoriale, che riesce a rappresentare l'evoluzione (involuzione?) del suo personaggio.
Isabel, che dopo il matrimonio approda alle tetre vesti di lutto per il figlio e alla fisicità di una statua inerte in vita, una vera e propria musealizzazione durante noiosi ricevimenti mondani. In mezzo a tale ricchezza espressiva la Kidman raccoglieva una delle sue prime occasioni per mettersi in mostra come attrice a tutto tondo, uscendone più che bene. Forse avrebbe raccolto ancora più consensi e se ne ricorderebbe meglio la prova se più di lei non avessero colpito le recitazioni dei cosiddetti comprimari, dal sofferto Ralph di Martin Donovan alla già ricordata Barbara Hershey, mentre John Malkovich risulta fin troppo prevedibile, rifacendo se stesso ne “Le Relazioni Pericolose” sebbene lo faccia ineccepibilmente bene.


sabato 11 giugno 2016

Donne con la macchina da presa


“L'uomo con la macchina da presa” è un film del 1929, diretto dal regista sovietico Dziga Vertov. Ci sono comunque diverse donne regista
Kathryn Bigelow
Di seguito propongo una breve selezione di opere a firma femminile. I generi sono diversi tra loro, così come gli stili di regia e le scelte in tema di soggetto, fotografia e montaggio.
Sally Potter
Se a qualcuno facesse piacere potremmo considerarlo un consiglio di visione, per scoprire e riscoprire film e le loro registe.

Lezioni di piano di Jane Campion (1993)
“Il giardino delle vergini suicide” di Sofia Coppola (1999)
Un angelo alla mia tavola” di Jane Campion (1990)
The Hurt Locker di Kathryn Bigelow (2009)
“17 ragazze” di Delphine Coulin e Muriel Coulin (2011)
“Caramel” di Nadine Labaki (2007)
“Donne senza uomini” di Shirin Neshat (2009)
“Un gelido inverno” di Debra Granik (2010)
“Mignon è partita” di Francesca Archibugi (1988)
“Lezioni di Tango” di Sally Potter (1997)
Julie & Julia di Nora Ephron (2009)
“Persepolis” di Marjane Satrapi (2007)
“Autunno” di Nina Di Majo (1999)








Nadine Labaki

giovedì 8 ottobre 2015

Cinema anni 90


Negli anni 90 la mia personale biografia si è molto arricchita: sono passato dalle scuole medie alle superiori (peggiorando notevolmente il mio rapporto con lo studio), ho miseramente interrotto la mia comunque non promettente carriera di sportivo, sono andato in vacanza senza genitori o educatori vari, mi sono iscritto all'università in una cittadina marchigiana che si fa definire “ducale” e di conseguenza mi sono allontanato dalla famiglia. Durante quel decennio ho vissuto un sacco di esperienze, di cui ancora porto i segni sul fisico e nell'anima, ma ne sono uscito vivo, tutto sommato combinando meno disastri di quelli di cui mi sarei reso protagonista nei periodi successivi.

Piccole cose, forse, se paragonate a quanto accaduto in quegli anni nel mondo. In fondo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Guerra del Golfo, Nelson Mandela presidente, il repentino aumento del numero di stati europei, la nascita di Google, la nazionale italiana di calcio che abbandona ai rigori i propri sogni di gloria in tre mondiali consecutivi, sono senza dubbio eventi maggiormente degni di essere ricordati rispetto alle vicissitudini del sottoscritto.

Fra quanto ho potuto sperimentare un posto importante lo occupa la mia frequentazione di sale cinematografiche. Abbandonata in quegli anni, anche se con un pizzico di rammarico, la grande stanza che fungeva da cinema parrocchiale, quel ragazzo ancora imberbe che ero si è fatto ammaliare dal cinema ancora più di prima. Volete mettere quanta emozione nello scegliere il film da vedere e poter selezionare in quale cinema andare? All'inizio degli anni 90 c’erano ancora poche multisala e comunque non vicine a dove vivevo, perciò il gusto era controllare, su un quotidiano o affidandosi alle attualmente ormai vetuste locandine, quali film erano in programmazione, in quali sale e a che ora (rigorosamente proiezione unica dal martedì al venerdì, doppia il sabato sera e pomeridiana solo la domenica). A dire il vero non cambiò nulla per quasi tutto il decennio, almeno per quanto riguarda le mie personali abitudini, poiché, come accennato, spesi i miei anni universitari in una città che non poteva che accogliere piccoli cinema, limitando la mia frequentazione di sale più grandi e dotate di multiprogrammazione alle sporadiche visite ad amici che frequentavano atenei in più prestigiose e grandi città.

Insomma gli anni 90 sono stati per me molto intriganti ed “attivi”. Il cinema non lo è stato da meno, anzi ha aggiunto sapore a quanto vivevo. Penso di poter dire che in quegli anni abbia saputo rinnovarsi, sperimentare ed esprimere la sua potenzialità, riuscendo a rappresentare un periodo e le sue peculiarità storiche e sociali, regalando una serie di film che è corretto definire “cult”.

Film di cui i nati fra i 70 e gli 80 citano ancora le battute a memoria, di cui hanno preso a modello acconciature, abiti o gesti, con i più temerari che ci si basavano sopra tesi di laurea o possibili futuri lavorativi, e che ancora rimpiangono quando scorrono sullo smartphone i titoli ora in programmazione. 

Non posso ricordarli tutti, tantomeno posso aver visto la totalità di quelli usciti nel periodo (vi erano comunque anche parecchie schifezze), quindi ne propongo due per anno, (vale quello di produzione) dal 1990 al 1999, con particolare riguardo al gusto personale e a questioni autobiografiche.

Si parte!

1990
Quei Bravi Ragazzi (Goodfellas) di Martin Scorsese
La Stazione di Sergio Rubini 

1991
Il Silenzio degli Innocenti (The Silence of the Lambs) di Jonathan Demme
Lanterne Rosse di di Zhāng Yìmóu

1992
Malcolm X di Spike Lee
La Moglie del Soldato (The Crying Game) di Neil Jordan

1993
Tre Colori - Film Rosso/Blu/Bianco (trilogia) di Krzysztof Kieslowski
Lezioni di Piano (The Piano) di Jane Campion

1994
Pulp Fiction di Quentin Tarantino
Hong Kong Express di Wong Kar-wai

1995
I Soliti Sospetti (The Usual Suspects) di Bryan Singer
Seven di David Fincher

1996
Trainspotting di Danny Boyle
Il Paziente Inglese (The English Patient) di Anthony Minghella

1997
La Vita è Bella di Roberto Benigni
Febbre a 90° (Fever Pitch) di David Evans

1998
Il Grande Lebowski (The Big Lebowski) di Joel e Ethan Coen
Hana–Bi - Fiori di Fuoco di Takeshi Kitano

1999
Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick
Tutto su mia Madre (Todo sobre mi madre) di Pedro Almodóvar