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giovedì 23 marzo 2023

mercoledì 13 febbraio 2019

Polar (2019)

Ero molto incuriosito e forse anche impaziente di vedere “Polar” prodotto da Netflix, per cui appena avuta una serata disponibile mi sono organizzato per farlo. Il film con Mads Mikkelsen è tratto dall'omonimo graphic novel e la cosa si nota per uno spettatore affezionato a quella parte del genere noir dove l'azione è continua ed il ritmo serrato. In questo adattamento cinematografico ci sono passaggi un po' tirati e qualche momento di “stanca”, probabilmente a causa di una scrittura che cerca di far convivere più temi e suggestioni tipici del genere, senza riuscire del tutto a trovare un accettabile equilibrio fra di essi.

Intendiamoci, le ambientazioni e la cura dei dettagli sono mirabili ed efficaci, anche le musiche svolgono bene il loro ruolo, ma il film a mio parere si basa fin troppo sulle spalle del protagonista, il già citato Mikkelsen che qui è anche produttore esecutivo. Il suo killer prossimo alla pensione, obiettivo delle gesta di altri killer ingaggiati per ucciderlo, è un bel personaggio, che incarna caratteri e tipi propri del noir-thriller, ma l'attore danese non è riuscito a gestire da solo due ore di film, poco supportato, come è, dagli altri personaggi, non tutti sufficientemente caratterizzati e sviluppati, quando non si cade nella caricatura.



Violenza a profusione, sangue che gronda praticamente in ogni fotogramma, sesso francamente eccessivo ed in almeno un caso utilizzato arbitrariamente (quasi come a voler intercettare alcuni gusti non propriamente afferenti all'arte cinematografica), ma al tutto sembra mancare quella auspicabile forma d'ironia che invece avrebbe smorzato ed allo stesso tempo reso accettabile la generosa dose di pallottole, pozze e schizzi di materiale ematico. A parte qualche momento in cui sembrano provarci, la sceneggiatura ed il regista Jonas Åkerlund mostrano di prendersi fin troppo sul serio, non intuendo che quando si sceglie di andare “sopra le righe” sarebbe utile introdurre elementi e dettagli che mostrino come se ne abbia la consapevolezza e quindi, senza scadere nella macchietta, si possa anche far sorridere o anche ridere lo spettatore.

Dal momento che la trama, o quantomeno il punto di partenza, non è originalissimo, bensì fin troppo spesso utilizzato e visto, basare tutto “Polar” sul Black Kaiser di Mikkelsen si rivela una scelta non azzeccatissima e le numerose scene da estetica di videoclip, con toni esagerati e un tantino nevrotici, peggiorano la situazione, in particolare quando si tenta la via di un velleitario minimalismo nelle immagini che vi si dovrebbero contrapporre.


Forse il film potrebbe soddisfare i fan dell'ultraviolenza un po' fine a se stessa, quelli che apprezzano qualche tetta e culo sparati per riempire del vuoto, chi si esalta per l'ultrapop coloratissimo e vicino alla nausea visiva, ma gli estimatori del noir e dei thriller probabilmente avrebbero desiderato qualcosa di diverso, magari di migliore.

martedì 30 ottobre 2018

Doctor Strange (2016)



Viene legittimamente da chiedersi perché la Marvel Studios, la Walt Disney Studios Motion Pictures e la Disney Pictures producano e distribuiscano film sui con i supereroi. A parte fare soldi a palate ovviamente, anche grazie al capitolo merchandising.
Dato che non vi scorgo altri fini o risultati, deduco che se ne freghino altamente della qualità dei film e della recitazione dei protagonisti, non siano interessati a presentare storie e sceneggiature, sviluppi delle trame e tipologie dei personaggi anche solo in parte apprezzabili e rispettose di uno spettatore che, superati i 13 anni, risulti dotato di un quoziente intellettivo quantomeno nella media, oltre che di una capacità critica anche solo poco più che di base.


Prendiamo “Doctor Strange” del 2016. Neanche uno dei peggiori, anzi si guadagna onestamente la sufficienza secondo il mio parere. Dalla psichedelia anni 60-70 alla contemporaneità, il personaggio creato da Stan Lee e dal disegnatore Steve Ditko avrebbe parecchio da offrirci, pur essendo, di fatto, un eroe minore nell'universo fumettistico Marvel. Una seconda linea potremmo dire, ma nel cinema, nel progetto degli studi Marvel, persino lo stregone supremo serve. A fare soldi, come detto, ma anche a “tirare la volata” per gli altri film e personaggi.

Ne consegue quindi che il film delude, rivelandosi purtroppo infarcito di situazioni e accadimenti già visti e con dialoghi già sentiti, che dopo due ore di visione sinceramente stancano un po'. L'aver preso una non prima scelta fra i personaggi dei cinecomic poteva essere motivo di merito, ma l'utilizzo fattone e l'operazione nel suo complesso diventano elementi di biasimo. Il tutto si riduce, deve ridursi all'Unum marveliano fatto di infiniti “Avengers” e svariati “Thor” (che non a caso il nostro dottore stregone incontra alla fine del film, dopo i titoli di coda!) per cui non c'è spazio per approfondimenti, variazioni stimolanti, originali digressioni o anche solo qualche efficace e valida libertà drammaturgico-narrativa.



Assistiamo in effetti alla solita trafila, fatta da introduzione dello speciale individuo, tragedia/lutto personale che diviene primo momento chiave, incontro con uomo/donna del destino (secondo momento chiave), a cui segue un addestramento (che sorpresa!!), faccia a faccia con il villain di turno e finale presa di consapevolezza del proprio ruolo (con annessa morte/scomparsa del mentore).
Tutto ben girato, si intende, con milioni di pixel usati a profusione e con maestria, in modo che luci, colori, capovolgimenti spaziali e anche temporali, lotte ed inseguimenti riempiano gli occhi dello spettatore, il cui cervello rimane in stand by per sperare che non si riavvii mai, o almeno il più tardi possibile.


Sceneggiatura e filosofia sono quelle standard della casa di produzione, senza osare, anzi lo script ha la colpa di non concedere adeguato spazio a situazioni e personaggi, troppo velocemente presentati e appena sufficientemente sviluppati, con in più sprecando malamente il “cattivo” affidato al di solito capace e apprezzabile Mads Mikkelsen. Quest'ultimo è uno degli ottimi nomi scelti per i vari ruoli, a riprova che il casting è stato fatto molto con la testa rivolta agli incassi e poco con l'obiettivo di rendere un film "in grande" un grande film. Battute a parte fa gioco scrivere che non è oro tutto quel che luccica, anche se le potenzialità narrative e visive ci sarebbero e qualche passaggio piacevole è presente, ma il gusto che rimane a visione ultimata è quantomeno amarognolo e lascia un vago senso di insoddisfazione.


venerdì 13 novembre 2015

Royal Affair (2012)



Venerdì scorso mi aspettavo di passare una serata molto più che tranquilla, senza particolari pretese od emozioni. I bimbi erano a casa dei nonni e la mamma in uscita serale con amiche e colleghe, quindi un po’ di musica e qualche pagina di un romanzo da poco iniziato mi sembravano il programma più adatto per poi andare a letto presto e svegliarmi, il mattino dopo, sufficientemente riposato per andare al lavoro.
Non avevo fatto i conti con la programmazione di Rai 3, che proprio poco dopo le 21, ora in cui avevo finito di riordinare la cucina dopo una piacevole cena, ha catturato la mia attenzione, con i titoli di testa di un film che stava per iniziare. Ammetto di essermi incuriosito al vedere lo schermo presentare brevi sovrimpressioni introduttive a quello che sembrava un film storico in costume.
Da pochi minuti, giusto per capire di cosa si trattasse, sono giunto a spegnere la TV dopo le 23, quando sfilavano i titoli di coda di “Royal Affair”, dramma ambientato alla corte di Danimarca nella seconda metà del ‘700.
Una sorpresa, perché a dire il vero poteva risolversi in un polpettone storico, dove nonostante un evidente rigore nel rappresentare, a livello di scenografie e costumi, un’epoca storica, lo spettatore avrebbe finito per annoiarsi o dedicarsi ad altro. Invece i tre attori principali riescono a mettere in scena, sorretti da una sceneggiatura attenta, un gran bel melodramma dove una storia d’amore incontra una ricostruzione storica fedele e coinvolgente, anche se magari è più il tratto estetico che la regia in senso stretto ad essere al centro del prodotto.

Si diceva degli attori: Alicia Wikander dopo una prima parte di film introduttiva e “di riscaldamento”, è all’altezza del personaggio e rende molto bene i sentimenti e le tribolazioni della regina Carolina Matilda di Hannover, sposa di Cristiano VII di Danimarca, carattere insidioso da impersonare, ma che Mikkel Boe Følsgaard presenta in modo magistrale, rappresentandone l’umoralità e l’alternarsi di capricci infantili e di momenti di lucidità da uomo di stato. 

Infine Mads Mikkelsen, attore fra i migliori in Europa, è al centro di una vicenda convincente e affascinante, gestendo anche solo con lo sguardo e la postura la vicenda storica di un uomo, il medico di corte illuminista Johann Friedrich Struensee, che fin dalle prime sequenze in cui appare sembra incamminarsi verso una fine tragica ed emblematica.