Che
straordinaria attrice era Gena Rowlands!
“Grazie”,
direbbe il lettore di queste parole, “non hai proprio nulla
di originale da scrivere?”. “Non se ne era accorto
nessuno, secondo te?”, potrebbe, giustamente, rimproverarmi.
A
questo punto, per chiedere, se non proprio la benevolenza quantomeno
la pazienza del suddetto, deluso, lettore, aggiungo che quello era
solo l'introduzione, magari un pretesto, per scrivere quanto segue.
Nella speranza comunque che il lettore sia ancora tale, ovvero che
non abbia nel frattempo abbandonato queste righe per dedicarsi a più
stimolanti ed edificanti attività.
Ebbene
qualche sera fa ho rivisto “Un'altra donna”, film del 1988
di Woody Allen. Quindi, per l'appunto, ho rivisto,
perciò visto nuovamente, la grande prova recitativa ed
interpretativa di Gena Rowlands. Prova goduta con occhi maggiormente
sgombri e più adeguata disposizione d'animo, data da quella che
qualche detrattore definirebbe “la vecchiaia”, ma che io,
pietosamente, vorrei chiamare “maturità”, se non proprio
“esperienza”.
La
grandezza di Rowlands non è evidente solo da quest'opera,
ovviamente, ma la mia, intensa, sensazione è che qui, diretta da un
altro regista che non fosse John Cassavetes, sia riuscita a proporsi ed
imporsi come il personaggio femminile meglio riuscito nella
filmografia di Allen.
Entrambi
newyorchesi, Allen e Cassavetes, il primo, differentemente dal
secondo, spesso ha indagato “il femminile”, i pensieri e le
emozioni delle sue protagoniste femminili attraverso il filtro di un
altro protagonista maschile. In quest'opera, invece, con la
protagonista femminile effettivamente al centro della sceneggiatura,
si cerca di indagare “davvero” le sue emozioni e i suoi pensieri,
senza filtrarli.
Un
archetipo più europeo che nordamericano, meno abitante della
“Grande Mela” e più vicino alla letteratura di lingua tedesca e
nordeuropea. Non a caso la luce è curata da Sven Nykvist, lo
stesso del maestro svedese Ingmar Bergman, tanto ammirato ed
omaggiato da Allen.
“Un'altra
donna” è notevole, riassumendo con colpevole sintesi, anche,
oserei in buona parte, per il felice e raro incontro fra attrice e
regista. Un incontro dove Allen riesce a contenere quello che era
l'ammirevole e spesso coinvolgente istrionismo della Rowlands,
cucendole addosso un ruolo da interpretare con abile e lodevole
sottigliezza, dove i mezzi sguardi, le frasi sussurrate e le mezze
espressioni fanno gran parte del “lavoro”, mentre l'attrice offre
al regista spiragli positivi, quasi insoliti nella sua visione del
femminile e dei rapporti umani.