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lunedì 15 gennaio 2024

Citazioni Cinematografiche n.546

 

Chihiro: Haku, mi sono appena ricordata una cosa successa tanto tempo fa. Potrebbe aiutarti. Quand'ero piccola m'è caduta una scarpa nel fiume. Per riprenderla sono caduta dentro anch'io. Pensavo che sarei annegata, ma l'acqua mi ha riportata a riva. Adesso mi sono ricordata. Il nome di quel fiume era Kohaku. Il tuo vero nome è Kohaku! Ah!
Kohaku: Grazie, Chihiro, ce l'hai fatta! Adesso ricordo tutto! Ero lo spirito del fiume Kohaku!
Chihiro: Uno spirito del fiume?
Kohaku: Il mio nome è Kohaku.
Chihiro: L'hanno prosciugato, quel fiume. Ora ci sono solo palazzi.
Kohaku: Ecco perché non trovo più la strada di casa! Ricordo quando da piccola sei caduta nel fiume. Mi ricordo anche la tua scarpetta rosa.
Chihiro: Allora tu mi hai riportato a riva, mi hai salvato la vita! Eri buono, lo sapevo. Lo sapevo!

(Chihiro e Haku-Kohaku in “La città incantata”, di Hayao Miyazaki - 2001)





lunedì 21 agosto 2023

Citazioni Cinematografiche n.525

 

Ho scoperto che le piante della giungla tossica non sono velenose se vivono in un ambiente puro. In sé le piante sarebbero innocue, è la contaminazione della terra che le rende mortali. Anche l'acqua e la terra di questa valle sono contaminate. Chi ha ridotto così il mondo?

(Nausicaä in “Nausicaä della Valle del vento”, di Hayao Miyazaki - 1984)







giovedì 30 aprile 2020

Porco Rosso, molto più che "carino"


Da qualche settimana pressoché tutti i titoli dello Studio Ghibli sono a disposizione su Netflix.
Questo ha permesso anche a chi non aveva mai visto alcune produzioni su DVD oppure al cinema di poter godere di meravigliosi film ed emozionanti storie. Qualcuno anche solo per semplice curiosità si è avvicinato a questi, magari sperando di comprendere le ragioni di tanto successo e di tante lodi. Tempo fa avevo parlato de “Il mio vicino Totoro”, anche con l'idea di poter aiutare chi ancora conservava una certa freddezza nei confronti di quello che non è difficile definire un titolo “fondamentale” del Cinema d'Animazione (se non del Cinema tout court).

Ora, prendendo a pretesto le parole rivoltemi settimane fa, da chi lo definiva “abbastanza carino” e sosteneva “pensavo di meglio”, riporto le mie considerazioni su “Porco Rosso”.
Vado dritto al punto: “Porco Rosso” è splendido!
Tra le innumerevoli motivazioni che posso portare a sostegno di questa mia esclamazione, ne scelgo tre: La Scrittura, Il Messaggio, L'Omaggio all'Italia.

La Scrittura
Favola per adulti con un certo gusto rétro, con tratti nostalgici per qualcosa che forse si è perso per sempre, il film poggia e si sviluppa su una scrittura solida ed immediatamente affascinante. Come in molte altre pellicole firmate da Miyazaki, la trama è semplice e lineare ma ben strutturata ed avvincente, in fondo elementare, ma in cui non mancano azione, avventura, ironia e magia. Un susseguirsi avvincente ed emozionante di duelli, inseguimenti e scazzottate, a cui si aggiunge il romanticismo che pervade l'intero film. Romanticismo nel senso più letterale, ovvero unione fra mente umana e mondo fisico, base per un fenomenale processo creativo. Inoltre il protagonista, Marco Pagot, è senza dubbio un chiaro esempio di eroe romantico, connotato da audacia e coraggio, così come da intuito ed istinto, ma anche solitario e vittima di se stesso, del proprio esilio volontario e del non riuscire a conseguire pienamente i propri obiettivi.
È qui che la scrittura, nella stesura del personaggio, raggiunge alti livelli in campo cinematografico. Marco, l'aviatore, è vittima di un sortilegio, una maledizione che gli ha fatto assumere le sembianze di un maiale. Non sappiamo quando è accaduto, né perché e chi ne sia l'autore, ma lo spettatore lo incontra a cose fatte, senza bisogno di “spiegoni” o flashback di sorta. È un gran bel personaggio, che rimanda a quei capolavori hollywoodiani di tanti anni fa. Un Humphrey Bogart in impermeabile e con la faccia triste, un John Wayne pronto a fare a pugni “alla vecchia maniera”, che lo spettatore prende subito in simpatia, facendosene conquistare dopo pochi fotogrammi. Un solitario che colpisce e lascia il segno, senza tante parole (solo quelle giuste al momento giusto) e con i fatti, di quelli che devono il loro fascino come anche la loro credibilità narrativa al fatto di non esplicitare la spiegazione causale che li muove e che aziona l’intreccio. Un protagonista shakespeariano, dal momento che dalle opere de “il Bardo di Avon” la sceneggiatura prende la scelta di portarci il suo carattere così com'è, senza che nel plot narrativo vi sia necessariamente un elemento esplicativo chiave. Chi ha scritto il film ha volutamente occultato il principio logico od etico, la motivazione che segna il via e spiega il dipanarsi dell’azione. Shakespeare adottava quello che allora era un nuovo principio (tuttora efficacissimo), che consisteva non tanto nella costruzione di un mistero da svelare, ma nella creazione di un’opacità strategica, una indeterminatezza da accogliere e che fungeva da base per la storia ed i protagonisti.
Porco Rosso funziona soprattutto grazie a questo: sappiamo che è uno dei buoni della storia, ma non sappiamo esattamente cosa lo muova, cosa lo avvicini e allontani da Gina che di lui è innamorata; sappiamo che è antifascista, ma non vi è alcuna teorizzazione del perché lo sia, è antifascista e basta, forse per istinto, come John Belushi in The Blues Brothers diceva I li odio i nazisti dell’Illinois”, così Porco Rosso, lapidariamente afferma “Piuttosto che diventare un fascista meglio essere un maiale”; intuiamo che ha un passato doloroso e terribile, ma non ci sono passaggi leziosi ad appesantire il ritmo e la narrazione, lo prendiamo così come ci viene proposto e nella sua opacità, senza bisogno di spiegazioni o integrazioni.

Il Messaggio
Al di là della simbologia legata al maiale, che presenta diverse chiavi di lettura, ovvero la degradazione dell'uomo a contatto con gli orrori della guerra, oppure la vergogna di Marco per essere l'unico sopravvissuto alla battaglia aerea in cui sono morti tutti i suoi compagni, o ancora un tipico insulto da parte dei fascisti, rimane evidente come “Porco Rosso” sia il film più politico di Miyazaki.
In altre opere c'è il chiaro messaggio ecologista, il pacifismo, la condanna della guerra e delle armi, l'avvicinarsi a tematiche emancipatorie quando non propriamente femministe, ma solo in questo film (finora) ritroviamo una evidente posizione politica. Una presa di posizione nei confronti di un regime, quello fascista italiano, sostenuta anche dalla descrizione accurata di alcune delle conseguenze sociali della politica adottata durante quel cupo e tragico ventennio. Qualcosa di simile ad una denuncia, che però non diviene mera e contrapposta ideologia, in quanto non viene apparentemente formulato un modello alternativo all'oggetto della critica. Sembrerebbe che l'avversione del protagonista (alter ego del regista?) nei confronti del fascismo sia legata alla sua idea di libertà, alla sua voglia di volare, senza alcun vincolo e senza dover sottostare agli obblighi di un regime che vorrebbe uniformarlo alla massa. Una posizione anarcoide, che risponde non a dettami o regole imposte, ma che rende conto solo alla propria etica ed al proprio senso morale, quasi una legge interiore che rispetti il proprio e l'altrui. Un messaggio ed una visione generale che impregni il proprio essere ed i conseguenti comportamenti e scelte, che sembra concretizzarsi nel finale dell'opera, che non racconta in maniera esplicita il destino di Marco Pagot dopo gli eventi narrati, ma che lascia presupporre che il protagonista abbia fatto perdere le proprie tracce per seguire una visione, una condizione, di libertà e di autonomia.

L'Omaggio all'Italia
Il film è probabilmente uno degli omaggi più sentiti e più belli dell'animazione giapponese alla storia e alle bellezze del nostro Paese. Un amore che traspare in ogni inquadratura, in ogni singolo fotogramma e in ogni dettaglio di “Porco Rosso”, e che dovrebbe renderci fieri di ciò, o quantomeno grati di tanto amore e attenzione.
L'ambientazione è l'Italia degli anni '20, in pieno periodo fascista, fra l'Istria e Milano. Il rifugio del protagonista è un isolotto sperduto nel Mar Adriatico vicino alla costa croata, uno scenario che si può desumere abbastanza facilmente dalla narrazione stessa e da una cartina, impugnata ad un certo punto da Marco Pagot, dove figurano nomi di isole e città della zona realmente esistenti. Una location ricorrente del film è l'Hotel Adriano. Nonostante l'assenza di riferimenti espliciti, è possibile riconoscere l'Isolino di San Giovanni nel Lago Maggiore come fonte di ispirazione primaria per questa ambientazione. Per quanto riguarda gli scenari milanesi, la fanno da padrone i Navigli, presenti nel film, visti come ampi canali dove gli idrovolanti potevano planare e decollare a piacimento. Poco importa se questo non era e non è tuttora possibile, tutto rientra nell'omaggio a cui si faceva riferimento, per cui “l'idealizzazione” del contesto rientra nel risultato. Inoltre l'ulteriore omaggio di Miyazaki alla nostra Italia si può notare anche nella rappresentazione accuratissima e dettagliata di tutti gli aerei presenti nel film, molti dei quali corrispondenti a modelli realmente esistiti. Infine il nome del protagonista, Marco Pagot, è un altro chiaro omaggio del regista ai fratelli Nino e Toni Pagot, famosi fumettisti e animatori italiani, creatori del personaggio di Calimero, che collaborarono con Miyazaki stesso alla creazione della serie animata Il Fiuto di Sherlock Holmes (trasmessa con poca fortuna dalla Rai più di 30 anni fa).



lunedì 6 aprile 2020

Citazioni Cinematografiche n.349


Shō: In questa casa, oltre alla tua famiglia, ci sono altri piccoli uomini?
Arrietty: Qui non ce ne sono, siamo solamente noi tre.
Shō: E in altre case?
Arrietty: Ce ne saranno di certo! Anche se ne ho incontrato ancora solo uno.
Shō: Capisco. Però, presto o tardi, finirete per rimanere soltanto voi, giusto? Man mano state diminuendo, non è vero? Voi altri siete una specie in via d'estinzione.
Arrietty: Ma non è affatto così! Ce ne sono ancora tanti, ti dico. L'ha detto anche Spiller. [...] È un nostro simile. Spiller dice che ci sono tanti altri nostri simili.
Shō: Tu lo sai quanti sono gli esseri umani in questo mondo? Sono sei virgola sette miliardi. [...] E di voi altri?
Arrietty: Non saprei...
Shō: Ormai non ce ne sarà che qualcuno, eh?

(Shō e Arrietty in "Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento", di Hiromasa Yonebayashi - 2010




lunedì 19 agosto 2019

Citazioni Cinematografiche n.316

Mer: Siccome ogni giorno, ogni giorno ho continuato a issare le bandiere rivolgendomi a mio padre, io sono arrivata a credere che mio padre mi abbia voluto mandare te al suo posto, Kazama! Io, Kazama, sono innamorata di te!
Shun: Mer...
Mer: Anche se siamo consanguinei, persino se siamo fratelli, sarò sempre innamorata di te!
Shun: Anch'io sono innamorato di te.
(Umi "Mer" Matsuzaki e Shun Kazama in "La Collina dei Papaveri", di Goro Miyazaki - 2011) 





lunedì 12 agosto 2019

Citazioni Cinematografiche n.315

Kiki: Gatto nero, vestito nero... sono tutta nera in nero.
Kokiri: Kiki, non dovresti badare così tanto all'aspetto esteriore. Quel che è importante è l'animo.
Kiki: Sì, lo so. Per quel che riguarda l'animo non devi preoccuparti. Peccato soltanto che non te lo possa mostrare.
(Kiki e Kokiri in "Kiki - Consegne a domicilio", di Hayao Miyazaki - 1989) 




 

martedì 5 giugno 2018

Il "nostro" vicino Totoro, tra magico e reale

A. è un uomo che si avvicina ai 40 anni, fin da bambino tifa per una squadra di calcio del nord Italia. Questa squadra in pratica ha dovuto attendere che mezza serie A venisse retrocessa d'ufficio o penalizzata per poter rivincere il campionato, cosa che poi da ormai 10 anni anni non gli riesce più. Si capisce pertanto che A. riceva poche soddisfazioni dal calcio, ma ama i cartoni animati.
Fatalità vuole che, però, anche in fatto di preferenze in merito ad opere d'animazione, A. abbia gusti a dir poco opinabili, a mio vedere fortemente discutibili.
In breve, ad A. non piacciono le opere di Hayao Miyazaki.
Possibile? Sì, addirittura non gli piace “Il mio vicino Totoro”.

Adri, non lo capisco, non so cosa voglia dire. E poi la storia di quelle due bambine, non so, non mi piace!”.
Queste, più o meno, le sue parole.



Pazienza, in fondo ci può stare di avere gusti e preferenze diverse e personali. Però insisto e affermo che anche chi si dichiara non estimatore di Miyazaki, dovrebbe cercare di forzarsi un po' e magari riprovare a vedere le sue opere. Partendo magari da “Il mio vicino Totoro”, che quest'anno compie trent'anni!

Personalmente in compagnia dei miei bambini mi sono goduto svariate volte questa meravigliosa favola, ambientata nella campagna giapponese del secondo dopoguerra, con protagoniste due simpatiche sorelline che fanno la conoscenza di un enorme e sonnacchioso essere peloso che loro nominano Totoro. Cosa fa di quest'opera d'animazione un imprescindibile capolavoro? Lasciando da parte le solite parole e frasi usate per descrivere i lavori del maestro giapponese fondatore dello Studio Ghibli, possiamo affermare che questo film “arriva” con sorprendente facilità sia al pubblico bambino, che a quello fanciullo come a quello adulto. Tocca il cuore di molti e affascina per le sue semplici e fondamentali dinamiche di amicizia, affetto, paura, mistero e per la variante di sentimenti che vengono rappresentati con un ristretto e ben chiaro circolo di personaggi.



Se gli adulti giungono dopo poche sequenze a interpretare le dinamiche e la complessità di alcune situazioni, i bambini che si apprestano a vedere le sorelline Satsuki e Mei alle prese con Totoro, la campagna, i giochi e la scuola, a commuoversi per le figure della madre e della nonnina loro vicina di casa, entrano subito nello spirito del film, identificandosi con i personaggi e con le atmosfere della pellicola. 

 

Siamo inoltre di fronte ad una non secondaria raffinatezza visiva e uditiva, rappresentata dai meravigliosi fondali, dalle musiche che accompagnano le immagini, per un’opera perfetta per narrazione e rappresentazione, sobria ed elegante con una grazia ed un equilibrio affascinante, a cui si aggiunge una potente carica emotiva, quasi poesia in movimento.
Ogni spettatore può avere le sue sequenze od immagini preferite, ed il fatto che ne vengano elencate tante e anche fra di loro diverse, a mio parere è segno che l'ora e mezzo scarsa del film è al limite della perfezione, narrativa, visiva, rappresentativa ed evocativa.

Il mio vicino Totoro è in fondo un capolavoro perché al di là della tecnica e dell'equilibrio fra reale e fantastico, fra giapponese ed occidentale, è un film universale, poiché riesce a parlare direttamente ad ogni spettatore, senza filtri o sovrastrutture. Miyazaki con quest'opera ha realizzato una narrazione per immagini e musica, per dialoghi e parole, semplice, lineare, con uno sviluppo narrativo, comprensibile ai grandi e ai piccoli ed emotivamente coinvolgente. Infatti, poco importa se i nomi dei protagonisti e dei luoghi siano strani (ma non impossibili da ricordare e pronunciare, come mi hanno dimostrato i miei bambini), dal momento che quanto messo in scena trascende tempo e spazio, culture e luoghi geografici, per giungere agli occhi ed al cuore di chi si lascia catturare da ciò che abita fra il magico ed il reale, fra la veglia ed il sonno, fra il fanciullesco e l'adulto, con una grazia ed una leggerezza che commuovono.