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domenica 15 marzo 2015

Tre Rose


“Tre rose son sedute al davanzale
tre rose tre sartine da sposare
una cuce i ricordi l'altra fila l'allegria
una ricama la mia nostalgia
una ricama la mia nostalgia.”

(da Tre Rose, parole e musica di Massimo Bubola)


                                               

domenica 8 marzo 2015

La Grande Guerra # 8


ROSSO SU VERDE


Ho perduto tutti
mi son perso anch'io
là nella battaglia
dolce amore mio

Ordine d'assalto
cinque di mattina
correvamo in alto
verso la collina

Poi scoppiò l'inferno
caddi a faccia ingiù
giù dentro l'inverno
poi non ricordo più
e dal grande inverno
non si torna più

Gonne al vento, luce e gerani, io ti vedo lì
con la prima neve ai balconi, tu pensami così
mentre girano come alberi
gli anni e le stagioni
la vita che se ne va
in un attimo
un attimo ....

Rosso sopra verde
è la mia divisa
chiamo e non mi sento
puoi sentirmi tu?

(Testo e Musica di Massimo Bubola)

è una canzone tratta dalla lettera d’amore, mai spedita, trovata sul corpo del Ten. Ottorino Bubbola, caduto sul Monte Grappa durante la Prima Guerra Mondiale e consegnata a mia nonna, che gli era cugina e confidente. Quella lettera l’ho ereditata da mio padre a cui hanno dato lo stesso nome, essendo nato pochi anni dopo la fine della guerra”
(Massimo Bubola)


lunedì 28 gennaio 2013

Fiume Sand Creek ed il Mito della Frontiera

“Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
…”

Ho ascoltato Fiume Sand Creek, la canzone di Fabrizio De Andrè, per la prima volta all’età di 15 anni, da un vinile che, barando e con un po’ di malizia, avevo regalato a mio padre. La forza del brano, allora e ancora adesso, mi si impone soprattutto grazie alla scelta di presentare un evento drammatico attraverso gli occhi e le parole di un bambino ed il suo rapporto con il nonno.

Istintivamente le immagini che le parole, il testo, mi suggerivano e facevano scorrere nella mia mente, erano quelle prese a prestito da “Il Piccolo Grande Uomo” (1970), il film di Arthur Penn con protagonista Dustin Hoffman. Più precisamente la scena in cui, durante la stagione invernale, Custer e il suo Settimo Cavalleggeri attaccano di sorpresa l'accampamento indiano dove si è rifugiato il Piccolo Grande Uomo, che assiste, per l’ennesima volta, a un eccidio compiuto dall’esercito, che, al suono di una marcia militare, stermina la sua tribù e durante il quale sua moglie è trucidata insieme ad altre donne e bambini.


Dustin Hoffman e Chief Dan George
Avevo visto quel film, ancora poco più che bambino, durante il pomeriggio di una pigra domenica invernale, rimanendone affascinato e allo stesso tempo inquietato, poiché è un Western statunitense decisamente singolare, molto lontano da tanti altri che già conoscevo, se non altro per come sono rappresentati gli Indiani, i Nativi, e la loro cultura, per il comportamento e l’immagine che di sé danno i “bianchi” e l’esercito in giacca blu. Con l’età adulta è venuta la consapevolezza che quest’opera si era distinta, all’epoca, per l'impostazione che tende a rivalutare la popolazione dei pellerossa, attraverso un sunto filosofico a doppio registro, disegnato in una forma di condanna storica partecipativa all'annientamento totale del mito della frontiera.

Il mondo civile del West, da cui è poi scaturito il patrimonio di valori degli USA, è infatti spogliato di retorica, messo a nudo, in una parola smitizzato. Esso è presentato come un ambiente dominato dalla brama di guadagno e da valori fittizi e disumanizzanti (tra cui anche la religione puritana anglosassone), dove la violenza regna sovrana e non vi è rispetto verso gli avversari, selvaggi da annientare per poter espandersi nei loro territori. Ci viene presentato il militarismo esasperato e spietato, finalizzato allo sfruttamento delle risorse di altri popoli, che avrebbe caratterizzato fin dalle origini gli Stati Uniti, dove la violenza, che pervade i rapporti interpersonali, è celebrata come mezzo per risolvere ogni problema sociale, ma in realtà è priva di ogni funzione catartica ed anche insensata.

 Solo molti anni dopo ho scoperto che, in realtà, sempre nel 1970, il massacro a cui si riferiva De Andrè, e Massimo Bubola con lui, quello di Sand Creek per l’appunto, era stato proposto e presentato in un altro film, Soldato Blu”, diretto da Ralph Nelson.

Qui le scene relative sono violentissime nella cruenta rappresentazione del massacro e di altri fatti simili presenti per tutta la durata del film. È un Western di stampo politico: genocidio di stato raccontato ad incastro attraverso il parere congiunto dei protagonisti, non filo-indiano come potrebbe sembrare, allusivo al contemporaneo conflitto in Vietnam, metaforico, non manicheo ma che utilizza le immagini, decisamente impressionanti e “forti”, come prova della crudeltà alla base dello scontro tra gli uomini, come simboli della sopraffazione del forte sul debole (i due ruoli vengono ricoperti sia dai selvaggi indiani che dai civili bianchi).

Data la crudezza con cui vengono rappresentate le azioni dei militari, Soldato Blu rende meglio la realtà e con maggiore aderenza e fedeltà i fatti narrati in Fiume Sand Creek (fatti realmente accaduti, nel caso ci fosse bisogno di chiarirlo), ma io tuttora rimango legato a quei sentimenti di pre-adolescente e alle immagini di Dustin Hoffman e Chief Dan George (Cotenna di Bisonte) che fuggono. 

L’episodio non è lo stesso (“Il Piccolo Grande Uomo” mostra la battaglia di Little Big Horn, dove morì il generale Custer) ma le note e le parole di quella canzone mi hanno donato l’opportunità di conoscere ed apprezzare un film e scoprire ed imparare se non una lezione, quantomeno un po’ di Storia, ritengo libera da retoriche e stereotipi.


Candice Bergen e Peter Strauss in "Soldato Blu"
Chief Dan George
Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola autori di "Fiume Sand Creek"