Visualizzazione post con etichetta Sam Mendes. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sam Mendes. Mostra tutti i post

lunedì 23 ottobre 2023

Citazioni Cinematografiche n.534

 

Mi chiamo Lester Burnham. Questo è il mio quartiere, questa è la mia strada, questa è la mia vita. Ho quarantadue anni, fra meno di un anno... sarò morto. Naturalmente io questo ancora non lo so. E in un certo senso sono già morto. Guardatemi, mi faccio una sega sotto la doccia. Questo sarà il culmine della mia giornata. Dopodiché è tutto uno sfacelo. Questa è mia moglie, Carolyn. Vedete come i guanti su quelle cesoie armonizzano con gli zoccoli da giardino? Non è un caso. Questo è il nostro vicino, Jim. E questo è il suo amante, Jim. Accidenti, mi esaurisco solo a guardarli. Non è stata sempre così, una volta era felice... una volta eravamo felici. Mia figlia Jane, figlia unica. Jany è un'adolescente abbastanza tipica: arrabbiata, insicura, confusa... magari potessi dirle che tutto questo passerà. Ma non le voglio mentire. Mia moglie e mia figlia mi vedono come un colossale perdente... e... hanno ragione! Ho perso davvero qualcosa. Non sono del tutto sicuro di cosa si tratta ma... so che non mi sono sempre sentito così "posato". Però volete saperlo?! Non è mai troppo tardi per tornare indietro.

(Lester Burnham/Kevin Spacey in “American Beauty”, di Sam Mendes - 1999)





sabato 8 febbraio 2020

1917 (2019) di Sam Mendes



Ho visto il film e, secondo il mio gusto e la mia idea di Cinema, sono rimasto un po' perplesso. A mio parere manca, o quantomeno è carente l'elemento narrativo nell'opera. Cosa alquanto bizzarra, se non paradossale dal momento che l'intero film è stato ispirato dai racconti del nonno del regista. 
Devo dire che la componente circolare è apprezzabile, con le inquadrature iniziale e finale che si specchiano l'una nell'altra, dove il giovane caporale protagonista è appoggiato ad un albero sullo sfondo di un prato. Ma appunto questa circolarità rischia di essere solo estetica se per le due ore circa che separano l'inquadratura iniziale da quella finale manca una vera narrazione

Lontano da molti suoi illustri predecessori, Mendes sembra andare incontro all'immaginario estetico ed allo scarso interesse verso la narrativa proprio di buona parte degli spettatori odierni, piuttosto che allo slancio creativo e alla complessità tipica di Kubrick (Orizzonti di Gloria) o Milestone (All'ovest niente di nuovo), oppure Weir (Gli anni spezzati) per dire. In questo lui è figlio del suo tempo, o ci si adegua, e la sua opera si avvicina alla retorica, più visiva che appunto narrativa, delle attuali grosse produzioni hollywoodiane e dei film Marvel, ben poco inclini alla profondità e al “difficile”, maggiormente interessati a semplificare, annacquare e rendere alla portata di tutti ogni vicenda. Scegliendo questo orientamento e strategia di analisi diviene perciò quasi consequenziale cogliere i pochi lati positivi, ma purtroppo anche i limiti, di un’opera ambiziosa, grandiosa per spesa e impiego di tecnica, ma anche non pienamente convincente come "1917".



Candidato e dato per vincente in diverse categorie degli Oscar (nonché pluripremiato ai BAFTA), concordo con il positivo giudizio sulla fotografia, mirabile e in alcuni momenti sublime ed emozionante, meno sulla regia, che a mente fredda sembra risolversi in poco più di abilità, maestria e ardimento tecnico piuttosto che in reale padronanza dell'opera nel suo complesso e complessità. Si potrebbe forse dire che i molti premi ricevuti e quelli possibili costituiscono più un limite che una possibilità, dal momento che si caricano le aspettative e, di fatto, se ne rimane delusi. A cavallo fra cinema classico e sguardo verso il futuro Mendes perde su entrambi i fronti. Non si nota slancio e gusto per lo "scomodo", si perde il senso di un cinema che coinvolga e conquisti e non si riesce a rilevare la voglia di aprirsi a nuovi orizzonti e metodiche spettacolari e narrative (il giocare con i concetti di spazio e tempo di Dunkirk ad esempio). Alla fine dei conti sembra di avere di fronte un "bignami" del war movie, con tutti i cliché estetici e logistici, dialogici e caratteriali già ampiamente visti e utilizzati. Il che di base non sarebbe poi sbagliato, poiché come si dice dopo Omero e Shakespeare non si inventa più nulla, ma si sceglie come rappresentare il già scritto e come scrivere il già rappresentato. Il problema è che i dettagli, elementi, caratteri e appunto i già citati cliché qui sono mal utilizzati, come per svolgere un compito e via, si semplifica tutto e troppo e si perde molto del potenziale gusto che avrebbe potuto esserci.


Ho letto diversi paragoni con altri film (un po' l'ho appena fatto io), che non sempre fa bene compiere e qualche volta sono anche fuori luogo, ma quello che mi sembra più fuorviante è il volerci trovare una rappresentazione antimilitarista. Diversi film, anche di gran lunga migliori di questo, sono stati girati e offerti al pubblico con una evidente e ben rappresentata chiave “contro la guerra e ciò che rappresenta”, ma in questo caso mi sembra non ci sia. Dovremmo vedere il film per ciò che, in fondo, sembra essere più di tutto il resto, ovvero il racconto di un episodio personale e collettivo, nelle sue componenti e sfumature, una narrazione, una storia. A questo proposito “1917” ai miei occhi ed al mio gusto non convince totalmente. Forse non convince e basta.