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giovedì 25 aprile 2024

25 aprile - Non dimenticate!

 


Il 28 giugno 1960, Sandro Pertini, allora presidente della Camera, pronunciò un discorso sui valori della Resistenza e dell’antifascismo nella vita democratica del Paese.

In quell’occasione, di fronte alla folla genovese che protestava contro il congresso del Movimento Sociale Italiano, Pertini disse: “Il fascismo non è un’opinione, è un crimine. E ogni atto, ogni manifestazione, ogni iniziativa di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo e poiché il fascismo, in ogni sua forma è considerato reato dalla Carta costituzionale”.








domenica 10 aprile 2022

Svegliarsi con un certo ottimismo

 Sei uno che per principio non s’aspetta più niente da niente. Ci sono tanti, più giovani di te o meno giovani, che vivono in attesa d’esperienze straordinarie; dai libri, dalle persone, dai viaggi, dagli avvenimenti, da quello che il domani tiene in serbo. Tu no. Tu sai che il meglio che ci si può aspettare è di evitare il peggio.

(Italo Calvino, “Se una notte di inverno un viaggiatore”)



venerdì 1 aprile 2022

Incipit 66/100

C'era una guerra contro i turchi. Il visconte Medardo di Terralba, mio zio, cavalcava per la pianura di Boemia diretto all'accampamento dei cristiani. Lo seguiva uno scudiero a nome Curzio. Le cicogne volavano basse, in bianchi stormi, traversando l'aria opaca e ferma. – Perché tante cicogne? – chiese Medardo a Curzio, – dove volano? Mio zio era nuovo arrivato, essendosi arruolato appena allora, per compiacere certi duchi nostri vicini impegnati in quella guerra. S'era munito d'un cavallo e d'uno scudiero all'ultimo castello in mano cristiana, e andava a presentarsi al quartiere imperiale. – Volano ai campi di battaglia, – disse lo scudiero, tetro. – Ci accompagneranno per tutta la strada.”

(Il Visconte Dimezzato, di Italo Calvino)




venerdì 25 marzo 2022

Incipit 65/100

Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l'ultima volta in mezzo a noi. Ricordo come fosse oggi. Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa d'Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco. Era mezzogiorno, e la nostra famiglia per vecchia tradizione sedeva a tavola a quell'ora, nonostante fosse già invalsa tra i nobili la moda, venuta dalla poco mattiniera Corte di Francia, d'andare a desinare a metà del pomeriggio. Tirava vento dal mare, ricordo, e si muovevano le foglie. Cosimo disse: – Ho detto che non voglio e non voglio! – e respinse il piatto di lumache. Mai s'era vista disubbidienza più grave.”

(Il Barone Rampante, di Italo Calvino)





martedì 19 ottobre 2021

Ci telefoniamo

 

È in questo silenzio di circuiti che ti sto parlando.
So bene che, quando finalmente le nostre voci riusciranno a incontrarsi sul filo, ci diremo delle frasi generiche e monche; non è per dirti qualcosa che ti sto chiamando, né perché creda che tu abbia da dirmi qualcosa.
Ci telefoniamo solo perché nel chiamarci a lunga distanza, in questo cercarci a tentoni attraverso cavi di rame sepolti, relais ingarbugliati, vorticare di spazzole di selettori intasati, in questo scandagliare il silenzio e attendere il ritorno di un’eco, si perpetua il primo richiamo della lontananza, il grido di quando la prima grande crepa della deriva dei continenti si è aperta sotto i piedi di una coppia di esseri umani.


(Italo Calvino, in "Prima che tu dica 'Pronto?'")


 

martedì 9 giugno 2020

La banalità di una disobbedienza


La disobbedienza per essere civile dev'essere sincera, rispettosa, contenuta, mai provocante, deve basarsi su principi bene assimilati, non dev'essere capricciosa e soprattutto non deve nascondere rancore e odio.
(Mahatma Gandhi)


Nel corso di queste ultime settimane mi è capitato di leggere, sui social network ma anche su quotidiani ed altri contenitori di notizie on line, diversi interventi a tema “disobbedienza” oppure “obbedienza”.
In molti casi i vari post, articoli o commenti prendevano origine da frasi, aforismi o dichiarazioni di molti scrittori, poeti, leader politici o religiosi, figure carismatiche e personalità che a vario titolo hanno meritato, o quantomeno acquisito, notorietà.

Quindi vai di Thoreau, Brecht, Martin Luther King, Mandela, Gandhi, John Lennon, solo per ricordare i più scelti, fino a giungere all'Antigone di Sofocle.
L'elemento che mi turba è la consuetudine, ormai diffusa e infestante, di “utilizzare” frasi e pensieri di qualcuno in modo arbitrario, inoltre avulso da un contesto, drammaturgico-letterario o storico/sociale-politico che sia, per sostenere una propria posizione, una propria idea o anche solo un proprio capriccio. In questo modo si giunge a far un torto all'autore e alla personalità che si cita e il cui pensiero viene ricordato. Va da sé che una riga, un passo di un'opera letteraria o di un discorso tenuto da qualcuno, se estrapolato da un totale, da un ragionamento lungo e complesso, da una condizione specifica, può avvalorare una cosa così come il suo contrario. È necessario ricordare come ci sia ancora qualcuno che sostiene che l'omosessualità debba essere severamente punita dalle autorità civili e religiose basandosi su passi biblici?

Ebbene, le polemiche degli ultimi giorni sull'opportunità di continuare a mettere in atto pratiche atte a contenere la diffusione di un contagio, che si risolverebbero, a mio parere, in pochi comportamenti di buon senso e reciproco rispetto, non mi appassionano particolarmente. Pertanto tenderei ad evitare di discuterne, ma il fatto che qualcuno sia giunto ad utilizzare una frase di Hannah Arendt per giustificare la propria pubblica opposizione (la propria disobbedienza) ad indossare un pezzo di stoffa davanti alla propria bocca ed al proprio naso, allorquando si trovi a parlare ed agire in luoghi pubblici potenzialmente molto frequentati, mi ha messo di malumore e, onestamente, mi ha infastidito.
Ma come, direte voi, Mandela e Gandhi sì, ma Arendt no? Non è questione di simpatie, ma di senso della proporzione. Concetto invero offeso anche da parte di chi, implicitamente, si accomuna al primo presidente del Sudafrica post apartheid ed al padre dell'indipendenza dell'India per sostenere le proprie posizioni. Poiché questi uomini hanno sostenuto le proprie idee e si sono fatti voce della necessità di disobbedire a leggi e pratiche ingiuste, affrontando le conseguenze delle proprie azioni e delle proprie dichiarazioni (non sono sicuro che chi “prende in prestito” le loro parole sia altrettanto pronto a farlo). Perché, si può e si deve trasgredire alla legge che in coscienza si giudica ingiusta, ma occorre anche accettare la pena che essa prevede. 
Come sosteneva don Milani: “Chi paga di persona testimonia che vuole la legge migliore, cioè che ama la legge più degli altri.”

Dunque, tornando a Arendt, è stata utilizzata una sua frase pronunciata durante un’intervista, ovvero “Nessuno ha il diritto di obbedire”.
Presa così, criminalmente dal punto di vista dell'onestà e correttezza culturale e banalizzando il profondo e articolato pensiero di Arendt stessa, diviene uno slogan, un semplice inno e sintomo della pochezza intellettuale di quanti se ne appropriano.
Non mi è semplice esplicare le motivazioni che mi portano a soffrire per l'utilizzo improprio dei concetti di “obbedienza” e di conseguenza di “disobbedienza” in questi tempi balordi, da parte di sprovveduti in termini di conoscenza e rispetto del pensiero logico e speculativo. Così come illustrare i termini della frase in questione pone una difficoltà innegabile, anche perché è pressoché impossibile restituire la densità del ragionamento della politologa e filosofa tedesca fissando quell’unica frase.

Pertanto proviamo a individuare di che tipo di obbedienza si tratti quando diciamo che “nessuno ha il diritto” di metterla in pratica. Per il momento e limitatamente al caso in questione, credo che una parziale interpretazione trovi un punto di appoggio nella critica fatta da Arendt ai regimi totalitari e, in particolare, alla “cieca obbedienza” che drammaticamente essi impongono. In questo caso il diritto verrebbe meno quando le finalità complessive dei regimi totalitari calpestino il riconoscimento di un diritto “superiore”, coincidente con il valore assoluto della vita umana. Solo se viene leso tale valore, allora, cade anche il diritto di obbedire e risulta moralmente impellente, doveroso, passare senza indugi alla disobbedienza civile.

Tale interpretazione troverebbe appoggio, in qualche modo ispirazione, da una serie di passaggi dell'opera arendtiana “La Banalità del Male”. Qui appunto si trova, si troverebbe, una sua collocazione ermeneutica, nonché un senso alla e della citazione riportata. Per completezza la frase originale, resa più breve dall'operazione comunicativa di alcuni, suona così: “Secondo Kant, nessuno ha il diritto di obbedire”. Una frase, presa di peso da un contesto (un'intervista in questo caso specifico) e spostata in un altro con ben poche analogie, perde inevitabilmente riferimenti e collegamenti, rendendola alla stregua di quelle massime che da adolescenti si scriveva sui diari scolastici.
Innanzitutto perché viene chiamato in causa Kant? Kant era un filosofo, si è occupato anche di filosofia morale. La filosofia morale indaga questioni generali che suonano in modo simile alla citazione in questione. Per esempio: “Che cosa ho il diritto di fare?”. Allora proprio Kant diviene indispensabile a capire la frase “Nessuno ha il diritto di obbedire”.
Kant è indispensabile perché, durante il processo subito in Israele di cui Hanna Arendt ci parla nel già ricordato “La Banalità del Male”, era stato nominato da Adolf Eichmann, responsabile di aver organizzato il trasporto di milioni di ebrei (e non solo) nei campi di sterminio per la Soluzione Finale. Uno dei nazisti responsabili dello sterminio degli ebrei, un assassino disse, in breve: non è colpa mia se grazie al mio operato sono morti tanti ebrei, io ho solo obbedito agli ordini e l’obbedienza è una virtù morale, lo dice anche Kant.

A questo punto Hannah Arendt si pone la questione se Kant possa essere chiamato a giustificare la virtù dell’obbedienza, tanto da permettere che vengano arbitrariamente uccise moltissime persone, colpevoli solo di essere ritenute non meritevoli di vivere. Arendt, che ha studiato bene il pensiero di Kant, ci dice che non è possibile. Secondo il senso del pensiero di Kant, sostiene la filosofa, nessuno ha il diritto di obbedire. Ovvero, nessuno ha il diritto di giustificare il proprio operato criminale (e solo di questo si sta parlando, non di seguire alcune semplici indicazioni) dicendo che qualcuno, un leader, una figura di governo, un'autorità, gli ha dato il diritto di farlo.

Se hai obbedito a un ordine che ti imponeva di uccidere qualcuno, anche un individuo inerme per esempio, nessuno ti ha dato il diritto di farlo (si può ragionare se lo si è fatto per dovere, ma non è questo il momento ed il caso). Quell’omicidio lo compi solo tu, rendendotene pienamente responsabile. Quindi sarebbe il caso di lasciare in pace Kant e qualsiasi altra istanza “morale” esterna alla tua coscienza.
Risulta chiara la sproporzione di termini e di concetto fra quanto detto da Arendt ed il contesto a cui si riferiva ed il caso di rispettare alcune banali indicazioni di tutela comune? La politologa e filosofa si rifa a Kant, attualizza e dona nuova dignità al pensiero di Kant scempiato da Adolf Eichmann, per farci notare che il diritto nasce invece sempre da un atto autonomo, non dall’obbedienza a un ordine esterno, e perciò talvolta è persino giusto e “morale” ribellarsi alla legge, ovviamente non se questa legge mi impone di rispettare l'altro, contribuire al benessere e sicurezza comune o di pagare le tasse, ma di uccidere un bambino o di contribuire allo sterminio di un popolo. Certo, a meno che secondo qualcuno indossare una mascherina quando si va a fare la spesa o all'ufficio postale e chiedere che anche altri usino la stessa premura sia un comportamento da nazista.

La prima lezione che potremmo trarre dal libro [Il barone rampante] è che la disobbedienza acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui si ribella.
(Italo Calvino)


sabato 25 aprile 2020

25 Aprile - Una parte giusta ed una sbagliata

"Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c'erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l'Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c'era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, chè di queste non ce ne sono."
(Italo Calvino - scrittore e partigiano)




venerdì 12 febbraio 2016

Luna # 14


Edvard Munch - Notte d'estate in spiaggia

“La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è questo il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse. E’ un’ombra biancastra che affiora dall’azzurro intenso del cielo, carico di luce solare; che ci assicura che ce la farà anche stavolta a prendere forma e lucentezza? E così fragile e pallida e sottile; solo da una parte comincia ad acquistare un contorno netto come un arco di falce, e il resto è ancora tutto imbevuto di celeste. E’ come un’ostia trasparente, o una pastiglia mezza dissolta; solo che qui il cerchio bianco non si sta disfacendo ma condensando, aggregandosi a spese della macchie e ombre grigiazzurre che non si capisce se appartengano alla geografia lunare o siano sbavature del cielo che ancora intridono il satellite poroso come una spugna.”

(Italo Calvino in “Palomar”)








venerdì 20 febbraio 2015

Il Viaggiatore e il suo Passato


“Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.”

(Italo Calvino - Le città invisibili)

Città - di A. E. Bardinella

martedì 17 dicembre 2013

Parole, Parole, Parole e ancora parole... ma quando stai zitto?



“Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto.” 

(Lezioni Americane – Italo Calvino)