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lunedì 30 giugno 2025

Citazioni Cinematografiche n.622

 

Un buon capitano deve saper usare il cervello non la frusta.

(Generale Tadamichi/Ken Watanabe in “Lettere da Iwo Jima”, di Clint Eastwood - 2006)





lunedì 29 aprile 2024

Citazioni Cinematografiche n.561

 

Rey: Non sei obbligato a farlo. Avverto il conflitto che è in te. Ti sta dilaniando. Ben, quando ci siamo toccati ho visto il tuo futuro. Era solo un'ombra, ma concreta e chiara. Tu non ti inginocchierai a Snoke. Ti convertirai. Ti aiuterò. L'ho visto.
Ben Solo/Kylo Ren: Ho visto qualcosa anch'io. Grazie a ciò che ho visto, so che quando arriverà il momento ti convertirai tu. Sarai dalla mia parte. Rey... ho visto i tuoi genitori.

(Rey/Daisy Ridley e Ben Solo/Kylo Ren/Adam Driver in “Star Wars: Gli ultimi Jedi”, di Rian Johnson - 2017)






lunedì 29 maggio 2023

Citazioni Cinematografiche n.513

 

Billy Covington: Scusami, quello è un Uzi?
Gene Ryack: Ehi, potrebbe essere un ottimo spot per la televisione! Non trovi? –Mi scusi tanto, quello è un Uzi? – Ma certo che lo è. Ehi, la legittima difesa non è roba da ridere, per questo quando voglio il meglio sul mercato io scelgo un Uzi, non accetto imitazioni.

(Billy Covington/Robert Downey Jr. e Gene Ryack/Mel Gibson in “Air America”, di Roger Spottiwoode - 1990)




giovedì 16 marzo 2023

lunedì 23 maggio 2022

Citazioni Cinematografiche n.460

Pensate che i nippo credano in Walt Disney?... Vi faranno mangiare teste di pesce crudo e riso marcio!

(Sergente Frank Tree/Dan Aykroyd in “1941: Allarme a Hollywood”, di Steven Spielberg - 1979)




lunedì 25 aprile 2022

Citazioni Cinematografiche n.456

Signori! In questo momento supremo, rivolgiamo il nostro pensiero alle nostre famiglie, alla patria! Alla maestà del re! Viva l'Italia!

(Emanuele Bardone/Vittorio De Sica in “Il generale Della Rovere”, di Roberto Rossellini - 1959)




lunedì 28 marzo 2022

Citazioni cinematografiche n.452

Be', io vi dico che non è come nei film e se io ci sono andato è perché non avevo scelta. Quando avevo la vostra età... io mi sono ritrovato davanti a un tizio che parlava da un palco e che raccontava un sacco di stronzate e io ci ho creduto, io andavo forte allora, ero capitano della squadra di baseball e volevo essere un eroe di guerra, io volevo andare a uccidere per il mio paese.

E ora sono qui per dirvi che ho ucciso per il mio paese o quello che era. E non ne sono affatto fiero. Perché non ci sono ragioni per farlo. Per sentire che una persona ti muore tra le mani o per vedere il tuo migliore amico falciato via. Io sono qui per dirvi che è una cosa vergognosa, ragazzi. Non c'è nessuna ragione per farlo. Ci sono un sacco di stronzate che ho fatto laggiù... e con quei ricordi dentro è difficile vivere. E non vorrei vedere giovani come voi che tornano a casa e devono portarsi dietro quello schifo per tutta la vita. Ecco qui, è tutto qui. Non è che mi sto compiangendo, adesso capisco molte più cose di quando sono partito. E vi dico solo una cosa. È una scelta, che si deve fare.

(Luke Martin/Jon Voight in “Tornando a casa”, di Hal Ashby – 1978)




lunedì 20 settembre 2021

Citazioni Cinematografiche n.425

Ho studiato anatomia per cinque anni, Dan, e ora sparo a un uomo in testa. Conosco Chris da quando era ragazzino. Spero che l'Irlanda valga questo sacrificio. 

(Damien/Cillian Murphy in "Il vento che accarezza l'erba", di Ken Loach - 2006)



 

lunedì 31 maggio 2021

Citazioni Cinematografiche n.409

Ho imparato una parola nuova, oggi: bomba atomica. 

(Jamie Graham/Christian Bale in "L'impero del sole", di Steven Spielberg - 1987)

 



lunedì 3 febbraio 2020

Citazioni Cinematografiche n.340

Ecco vede, lei esita, ma un comandante non esita. È tenuto ad agire. Se non agisce, mette a rischio la vita di tutto l'equipaggio. Questo è il suo compito. E non è una scienza. Deve essere in grado di prendere decisioni difficili sulla base di informazioni incomplete, chiedendo ai suoi uomini di eseguire ordini che possono portarli alla morte. E se sbaglia, è lui a subirne le conseguenze. Se non è pronto a prendere queste decisioni, senza pause, senza poter riflettere, non ha il minimo diritto di comandare un sommergibile
(Comandante Dahlgren/Bill Paxton in "U-571", di Jonathan Mostow - 2000)



lunedì 25 novembre 2019

Citazioni Cinematografiche n.330

Karen: Tu probabilmente non mi ami affatto!
Milton: E magari non ti amassi! Stavo molto meglio prima!
Karen: Cosicché, da quando stiamo insieme, ti senti infelice.
Milton: Non sono mai stato così infelice come da quando ti conosco.
Karen: E io nemmeno.
Milton: Ma non tornerei indietro.
Karen: E nemmeno io.

(Karen Holmes/Deborah Kerr e Milton Warden/Burt Lancaster in "Da qui all'eternità" di Fred Zinnemann - 1953) 




venerdì 1 febbraio 2019

La scansione della narrazione ne "Il Cacciatore"


Riguardo a “Il Cacciatore” di Michael Cimino moltissimo è stato scritto, pertanto non ho la pretesa di trattare qualcosa di nuovo od insolito riguardo a quello che rimane, a quarant'anni di distanza, un grande film. Mi piace comunque, seguendo la mia personale idea di cinema, sottolineare la forza narrativa dell'opera, che risiede anche, ma forse soprattutto, nella scansione dei capitoli temporali e nel ferreo rigore che sublima, superandolo per certi versi ma allo stesso tempo esaltandolo, la componente maggiormente narrativa del film, così da portare in evidenza la portata romanzesca del racconto stesso.



Il Cacciatore” ha quello che si potrebbe definire un prologo, una presentazione, pare incredibile che sia della durata di un terzo dell'intero film, ma che tale rimane in tutto e per tutto. Con rapidi, potremmo definirli rapinosi movimenti di macchina, fluidi e spesso discendenti dall’alto, l’autore sceglie di costringere lo spettatore ad immergersi completamente in un luogo, in una realtà, che è assolutamente già data, per nulla “spiegata” e che scorre come un flusso continuo sotto i suoi occhi, un flusso che poi continua per l'intera durata, idealmente iniziato prima e finito dopo il film. Esemplare in tal senso è la presentazione dei protagonisti, cinque operai della cittadina di Clairton in Pennsylvania: Michael (Robert De Niro), Nick (Christopher Walken), Steve (John Savage), Stan (John Cazale) e Axel (Chuck Aspegren), colti nell’incipit del film al lavoro nella locale acciaieria. Seguono i caratteri e gli accadimenti che orbitano intorno a loro, ma a cui loro stessi orbitano attorno, in uno scambio di ruoli e funzioni che hanno il pregio di farci vedere tutto, senza bisogno di dialoghi o voci fuori campo che ci illustrino quanto osserviamo, che ci spieghino qualcosa. Il dopo lavoro al bar, la caccia in montagna, i preparativi per il matrimonio ed il matrimonio stesso, dove c'è una delle scene maggiormente significative e bella da vedere, ci raccontano di una realtà e di una serie di personaggi, uomini e donne (tra cui una ancora giovane e relativamente poco conosciuta Meryl Streep).



Ebbene, dopo quello che sembra quasi un film a sé stante, la cui lunghezza (più di un'ora) si rivela poi necessaria nel corso della visione del film e dell'intera narrazione, ancora di più una volta giunti all’epilogo, si passa ai successivi ideali capitoli. Cinque capitoli quindi, che hanno la peculiarità di una durata decrescente e di una contrazione del numero dei personaggi: la città di Clairton con i cinque amici, il Vietnam con solo tre di loro, il rientro a Clairton di Mike (da qui in avanti unico protagonista del film), il suo viaggio in Vietnam per cercare Nick, infine il ritorno a casa. Tutto si contrae progressivamente in Il Cacciatore: il tempo, i personaggi, i loro sogni. 

 

Non procedo oltre, anche solo per questa caratteristica il film dovrebbe essere visto. Poi ci sono i temi della perdita, della sconfitta personale e collettiva, del destino di ogni individuo e di una Nazione, della morte e del dolore, delle radici e dell'identità. Inoltre il film è un romanzo di formazione, di passaggio di età, di scoperta e ricerca di un'appartenenza, un messaggio al pubblico “di casa” ed un invito a quello “di fuori”. Ma sono altre storie, altre questioni, che ogni spettatore, vecchio o nuovo, merita di gustare totalmente.


lunedì 6 agosto 2018

Citazioni Cinematografiche n.262

È così che si combattono i mostri: lasci che ti vengano vicino, li guardi negli occhi e poi li colpisci. 
(Hank Deerfield/Tommy Lee Jones in "Nella Valle di Elah, di Paul Haggis - 2007")



lunedì 16 luglio 2018

Citazioni Cinematografiche n.259

Colonnello Saito: È bello.  
Colonnello Nicholson: Sì, è bello. Molto bello. Non credevo che venisse così.  
Colonnello Saito: Ah... sì... è una bella opera!
(Colonnello Saito/Sessue Hayakawa e Colonnello Nicholson/Alec Guinness in "Il Ponte sul Fiume Kwai" di David Lean - 1957)



 

lunedì 18 dicembre 2017

Citazioni Cinematografiche n.230



“Non ho mai visto tanto esplosivo tutto insieme. Se devo morire, morirò comodo.”
(Sergente William James/Jeremy Renner in “The Hurt Cocker”, di Kathryn Bigelow – 2008)






giovedì 23 novembre 2017

La Grande Guerra # 16

VERDUN e CAPORETTO


 
La Editoriale Cosmo ricorda la Prima Guerra Mondiale con due albi giunti in edicola a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro.
Verdun” è un prodotto francese uscito oltralpe in due parti fra il 2016 ed il 2017, che la casa editrice emiliana propone in un'unica uscita a colori, mentre “Le Nebbie di Caporetto” è una sua produzione, inserita nella collana “Un Eroe Una Battaglia” di cui costituisce la prima uscita all'interno degli albi della serie Cosmo Noir.

I titoli richiamano due episodi chiave della Grande Guerra, in sostanza nomi emblematici di una serie di battaglie e scontri, momenti storici fondamentali e fondanti per due nazioni, sul fronte occidentale per la Francia, sul fronte alpino per l'Italia. I due albi sono accomunati anche dalla tragicità contabile in fatto di uomini coinvolti e di morti sul campo di battaglia.


La Battaglia di Verdun, una delle più violente e sanguinose battaglie di tutto il conflitto, ebbe inizio il 21 febbraio 1916 e terminò il 19 dicembre dello stesso anno, vedendo contrapposti l'esercito tedesco, guidato dal capo di stato maggiore, generale Erich von Falkenhayn, e l'esercito francese, guidato dal comandante supremo Joseph Joffre, sostituito al termine del 1916 con il generale Robert Georges Nivelle. Verdun costituì un punto di svolta cruciale della guerra in quanto segnò il momento in cui il peso principale delle operazioni nel fronte occidentale passò dalla Francia all'Impero Britannico, fece di fatto svanire le ancora concrete possibilità della Germania di vincere la guerra e si ritiene essere uno degli eventi che contribuì all'entrata in guerra degli Stati Uniti d'America nel conflitto. 

 
La Battaglia di Caporetto, anche detta dodicesima battaglia dell'Isonzo cominciò alle ore 2:00 del 24 ottobre 1917, rappresentando la più grave disfatta nella storia dell'esercito italiano, tanto che, a torto o a ragione, ancora oggi il termine Caporetto viene utilizzato come sinonimo di sconfitta disastrosa. Con la crisi della Russia zarista dovuta alla rivoluzione, Austria-Ungheria e Germania poterono trasferire consistenti truppe dal fronte orientale a quelli occidentale e italiano. Forti di questi rinforzi, gli austro-ungarici, con l'apporto di reparti d'élite tedeschi, sfondarono le linee tenute dalle truppe italiane che, impreparate a una guerra difensiva e duramente provate dalle precedenti undici battaglie dell'Isonzo, non ressero all'urto e dovettero ritirarsi fino al fiume Piave. La sconfitta portò alla sostituzione del generale Luigi Cadorna con Armando Diaz. Le unità italiane nei mesi successivi, complici i problemi di approvvigionamento e trasporto degli Imperi Centrali, si riorganizzarono abbastanza velocemente e fermarono le truppe austro-ungariche e tedesche nella successiva prima battaglia del Piave, riuscendo a difendere a oltranza la nuova linea difensiva su cui aveva fatto ripiegare Cadorna.




Il dato che ad un secolo di distanza escano albi a fumetti dedicati a sciagurate battaglie stimola una riflessione su come, ancora oggi, ci si ponga di fronte ai due eventi raccontati. “Verdun” sceglie di ricostruire, con precisione, attenzione ai dettagli e rigore unito a serietà narrativa, gli errori dell'alto comando francese, rappresentato impietosamente ma con onestà storico-culturale, compresi nomi e cognomi, contrapposto al valore ed all'umanità dei soldati e dei loro diretti superiori. Non mancano i dettagli e qualche frecciata, dura ancorché storicamente fondata, in riferimento all'esercito tedesco del Kaiser Guglielmo II.


Le Nebbie di Caporetto” percorre un'altra via. Pur non mancando precisione nella ricostruzione dei fatti e del contesto in cui si svolsero, sceneggiatura e disegni mettono in primo piano un'esperienza totalmente “inventata”, con protagonisti di fantasia, seppur molto simili ai soldati che combatterono realmente all'interno del Regio Esercito Italiano su quel fronte. Si pone l'accento sull'eroismo degli anonimi, eroi quasi per caso, un po' ricordando Alberto Sordi e Vittorio Gassman del film di Mario Monicelli “La Grande Guerra”.


Per decenni Caporetto è stata vista come una “morte della Patria”, quasi come l'8 settembre 1943, con la destra, fascista quella di allora come quella attuale, a disegnare e propagandare l'immagine di un esercito italiano, composto da popolani divenuti fanti e artiglieri, traditore dei principi e dei valori nazionali, traditore degli ufficiali che li comandava, come Cadorna ripeteva ad oltranza. Verdun, viceversa, fin da subito fu considerata in Francia un simbolo “positivo” della nazione, esempio di come pur da errori tragici, da immani tragedie, si possa cogliere occasione di unità nazionale e unione nel ricordo.


Negli ultimi anni si sta guadagnando spazio, nel nostro Paese, una differente considerazione su Caporetto. L'idea è che quella che fu, oggettivamente, una pesante sconfitta militare, si pose come un nuovo inizio, l'opportunità di una reale svolta, in termini non solo strategico-militari, ma anche sotto il profilo di una fondazione e creazione di un popolo, quello italiano, che a distanza di più di 50 anni dalla proclamazione del Regno d'Italia, ancora non era tale, diviso e distante al suo interno. La fermata dell'invasore sul Piave, che magari non mormorò, come nella patriottica canzone, ma si pose come linea estrema e non oltrepassabile, i ragazzi del '99, la riorganizzazione dell'esercito secondo una visione al medesimo tempo più umana e maggiormente moderna, un senso di unione e di fratellanza che non era ancora stato raggiunto ed altro ancora sono legati a Caporetto.

Notazione personale: fra i miei ricordi più belli ci sono la visita al Museo ed al Sacrario Militare di Kobarid, attuale nome di Caporetto in Slovenia, ed una serie di passeggiate ed escursioni sulle Alpi Giulie, fra resti di trincee, fortificazioni e testimonianze degli scontri avvenuti su quei monti. 

 

domenica 10 settembre 2017

Dunkirk (2017) di Christopher Nolan

Un'ora, un giorno, una settimana a Dunkerque.
Dunkirk di Christopher Nolan

Nolan, come in suoi precedenti film, con Dunkirk continua a "giocare" con il tempo ed in parte anche con lo spazio fisico, con risultati stranianti per lo spettatore medio, ma anche per quello maggiormente avvezzo a prove di regia non propriamente ortodosse e ad una narrazione densa di peculiarità e tentavi di imporre uno stile.

Ciò che risulta essere carente in questo film è proprio la componente narrativa, ovvero una delle principali caratteristiche e virtù del racconto per immagini-parole-suoni. 

 
In particolare la parte relativa alla "spiaggia" (1 settimana) non ha pressoché per nulla scrittura, una sceneggiatura che racconti oltre che mostrare. Qui si sente la mancanza del fratello del regista, Jonathan Nolan, che in altri film lo affiancava nella scrittura e sceneggiatura. Meglio le parti "cielo" (1 ora) e "mare" (1 giorno). Buona la prova dei tre attori dotati di parola e trattazione/analisi/sviluppo relativa al personaggio intepretato, tra cui Tom Hardy, il Bane nel film Il cavaliere oscuro - Il ritorno, alla guida di un aereo (forse a Nolan piace farlo recitare con una maschera a coprirgli parte del volto) e Kenneth Branagh, intenso ed essenziale nelle vesti di ufficiale della Royal Navy.



È propriamente un film essenzialmente visivo, che ha il pregio una ottima fotografia con cielo vero e luce naturale, con pochi dialoghi, rigidi e strettamente funzionali, dove all'assenza di parole e racconto si intende supplire con il suono. Il risultato è che la musica di Hans Zimmer è fin troppo pervasiva, il ticchettio di fondo che cresce tende a dar noia, gli archi dopo un po' stancano.

Forse è un originale film di guerra, dove il nemico non si vede se non attraverso le sue armi, oppure non è un film di guerra, nonostante il drammatico episodio raccontato esclusivamente dalla parte britannica, altrimenti è un film di reazionaria propaganda se non un'intensa opera su uomini che attendono, soffrono, si arrangiano, hanno paura, quando non si uniscono in nome dell'amor di Patria e della comunanza e vicinanza umana. Probabilmente è il prodotto di un nuovo (?), differente modo di fare Cinema, che mi risulta distante e freddo, quantomeno poco partecipe di quanto molto mostrato e poco raccontato, ma almeno onesto nel presentare un'idea, una visione registica, ovvero poco incline a certe “furberie” di certi kolossal o presunti tali. Io essenzialmente ritengo che una certa dose di furbizia nello scrivere, girare, montare e quindi raccontare sia necessaria nel momento in cui si sceglie di proporre un film al grande pubblico, poi sta al buon gusto, all'idea autoriale, all'onestà nei confronti dello spettatore dosare e scegliere quale e quanta furbizia utilizzare.


Non sono certo che ci sia un messaggio in quest'opera di Christopher Nolan, magari a lui non interessa inserirlo o trasmetterlo, per cui, di fatto, si differenzia da molti altri film di e sulla guerra, dove pacifismo, oppure denuncia di questo o quell'aspetto di un conflitto o di ogni conflitto, anziché approfondimento sull'aspetto tattico-militare o umano-relazionale, sulla componente civile o su quella in divisa, sui graduati o sui semplici soldati la fa da padrone.

Mi fa piacere avere visto Dunkirk, ma secondo me nel momento in cui Nolan ha messo mano a fatti reali, storici, anziché a storie completamente “sue”, o meglio a sua disposizione, ha risolto con una certa autoreferenzialità e con una involutiva prova di stile, poiché risulta differente da scrivere (facendosi aiutare) e dirigere un film su fatti inventati, dal proporre una storia originale ed in cui dare sfogo a creatività/estro/fantasia e pulsioni personali.

sabato 2 settembre 2017

Arnold Schwarzenegger e Terminator: la serie


Subito dopo i grandi risultati ottenuti nel culturismo, prima di dedicarsi alla soddisfacente carriera politica, Arnold Schwarzenegger si è imposto nel Cinema.




Il primo ruolo di rilievo, particolarmente adatto per il suo fisico e il suo accento fu quello di protagonista in “Conan il Barbaro” (1982). Spinto dalla sceneggiatura di John Milius e Oliver Stone e dalla regia di Milius, Conan rese Schwarzenegger noto a livello internazionale, a cui fece seguito “Conan il distruttore” nel 1984.

Nello stesso anno Schwarzenegger ricoprì per la prima volta il ruolo con cui probabilmente la maggior parte del pubblico lo identifica. Quello del T-800 in “Terminator”, un cyborg assassino che viaggia nel tempo.



Quella di Terminator è fino a questo  momento una pentalogia cinematografica, escludendo la serie TV con protagonista Sarah Connor.


Per diletto e gusto personale propongo brevemente le mie considerazioni sui cinque film, nella speranza che a qualche lettore, sia esso occasionale o abituale, possano interessare, essere utili o anche solo incuriosire.



TERMINATOR (1984), regia di James Cameron

James Cameron, con maestria e furbizia, ma anche evidente passione, mescola scienza e fantascienza, per un thriller ad alta tensione drammatica, dove sia le scene d’azione che quelle di pausa, per “riprendere fiato”, conquistano lo spettatore. Ritmo cadenzato e ben equilibrato nell’uso di effetti speciali e soluzioni tipiche dell’horror movie, scene di violenza ben costruite e niente affatto gratuite. Il dramma etico-morale passa un po’ in secondo piano rispetto alla ricerca dello spettacolo, che risulta comunque apprezzabile, anche perché, forse, l’analisi del rapporto uomo-macchina e la riflessione del progressivo disfacimento della razza umana in nome della tecnologia e del progresso se spinto un po’ di più avrebbe allontanato il pubblico. I personaggi sono costruiti molto bene e gli interpreti azzeccati.

Voto: 8




TERMINATOR 2: IL GIORNO DEL GIUDIZIO (1991), regia di James Cameron

Nettamente inferiore del precedente, di cui perde i pregi ed enfatizza i pochi punti deboli. Puro intrattenimento, senza varianti di rilievo al tema dell’inseguimento. Il buon Arnold ritorna in scena, ma fa la parte del buono, capace di far piangere di commozione il giovane protagonista. Una pura operazione commerciale può anche offrire di meglio, anche se il ritmo è elevato e ci sono scene non male purtroppo il risultato non mi convince. Da vomito il greve moralismo che si percepisce.

Voto: 5,5




 

TERMINATOR 3: LE MACCHINE RIBELLI (2003), regia di Jonathan Mostow


Terzo episodio e nuovo regista. Leggermente superiore al precedente perché, con onestà, si presenta come un’occasione per presentare una serie di effetti speciali, senza l’attenzione alla narrazione ed allo sviluppo dei personaggi. Operazione visiva riuscita, dove la regia sembra volutamente disinteressarsi a pressoché tutto che non sia inquadratura ed effetto penetrante delle immagini. Il film ha dalla sua un certo senso pratico della narrazione, senza velleitarie intenzioni di sviluppo della trama, ed un tutto sommato apprezzabile istrionismo recitativo-registico. Lascia seriamente perplessi la composizione del cast, dove nessun interprete sembra aver colto il personaggio assegnatogli, ma Schwarzenegger viene ricoperto d’oro, saluta e ringrazia, mentre il cattivo, che qui è una “lei”, solletica le fantasie maschili.

Voto: 6





TERMINATOR SALVATION (2009), regia di McG (Joseph McGinty Nichol)

Lontanissimo, nelle intenzioni e nel risultato, dal primo film del 1984. Se in quel caso, ma anche nel secondo film, Cameron era riuscito a realizzare della buona science-fiction, con una non banale riflessione sul ruolo della tecnologia, qui siamo di fronte a quanto di più scarso a livello di costruzione narrativa e forma immagine ci si possa aspettare da un film di guerra. Un imbarazzante Christian Bale è l’esempio di una serie di personaggi mal presentati, mal utilizzati e messi solo nelle condizioni di dare il peggio di sé, in una serie di scene che gridano vendetta per come sono mal costruite. Puro bombardamento di effetti speciali, al cui servizio tutto ruota. Ogni cosa viene banalizzata e si perde il senso di una storia e di quanto in precedenza era stato raccontato e delle stesse modalità con cui era stato presentato.

Voto: 4,5




TERMINATOR GENISYS (2015), regia di Alan Taylor

Il quinto episodio è un prequel, cosa che di per sé non sarebbe necessariamente un male, ma purtroppo sembra mostrarsi come la misura del fatto che ad Hollywood non hanno più idee, voglia di originalità o reale capacità creativa. Come per la serie di film sui supereroi, la sfilza di remake, sequel e prequel, in questo caso si perde ogni minimo elemento positivo di quanto risalente ai due film di Cameron e la si butta totalmente in sparatorie, esplosioni, effetti speciali, che ovviamente da soli non sono sufficienti a fare un buon film. Manca la scrittura, la capacità di proporre qualcosa di sensato, il senso della misura e del buon gusto nella costruzione della trama, delle singole scene e dei dialoghi, in questo nuovo modo di “fare cinema”. Superficialità e disordine nella composizione della vicenda, personaggi sconclusionati, in bilico fra action-movie, vaghi richiami alla fantascienza, scialbi sentimentalismi fuori luogo e frenesie varie. Il nostro Arnold se la cava con il mestiere, a 68 anni supera i più giovani, mentre la protagonista Emilia Clarke (la si vede ne “Il Trono di Spade”) è un altro esempio della moda degli ultimi anni di utilizzare ragazze attraenti nel ruolo di agguerrite combattenti.
Voto: 4,5