Blog su Cinema, Letteratura, Arte, Cultura, Tempo libero, Esperienze.
Post su Film, Libri, Mostre, Esperienze di vita, Fumetti, Cartoni Animati e quello che mi piace ed anche che mi piace di meno.
Tancredi
e Clorinda, 1761, olio su tela, 195×261, Lagrenée,
Louis-Jean-François - Galleria Statale Tretyakov, Mosca
L’episodio
di Tancredi che uccide Clorinda è uno dei punti più alti della
“Gerusalemme Liberata” per la sua carica emotiva, tragica
e morale. La narrazione mescola eroismo e vulnerabilità, amore e
morte, in una sintesi perfetta del dramma epico di Torquato Tasso.
La
morte di Clorinda è il culmine di una tensione tra il conflitto
esterno della guerra e quello interiore dei sentimenti, offrendo una
riflessione profonda sul destino umano e sul ruolo della grazia
divina.
Propongo
il combattimento di Tancredi e Clorinda sulle note di Monteverdi: la
musica e le voci del soprano e dei due tenori sono parte di
un’esperienza emozionale.
William
Shakespeare richiama alla tolleranza verso i migranti nell'opera
“Tommaso Moro”.
Gli uomini sono da sempre "in cammino", sono sempre stati migranti e perciò, per qualcuno e per qualcosa, "stranieri".
I
flussi migratori, la migrazione, come Shakespeare splendidamente
narra e mostra in questa notevole scena, non è un fenomeno nuovo: la
domanda fondamentale è come noi reagiamo ad esso, come chi ci
amministra e governa si pone di fronte ad esso, quali decisioni
prende e quali parole utilizza.
Immaginate
allora di vedere gli stranieri derelitti, coi bambini in spalla, e i
poveri bagagli arrancare verso i porti e le coste in cerca di
trasporto, e che voi vi asseggiate come Re dei vostri desideri -
l’autorità messa a tacere dal vostro vociare alterato - e ve ne
possiate stare tutti tronfi nella gorgiera della vostra presunzione.
Vi
piacerebbe allora trovare una nazione d’indole così barbara che,
in un’esplosione di odio e di violenza, non vi conceda un posto
sulla terra, affili i suoi detestabili coltelli contro le vostre
gole.
“È
in questo sostanziale malinteso che inciampano molte esistenze.
Nell’idea completamente sbagliata che tutto sia sotto controllo.
Che si possa scegliere di andare o stare, senza soffrire”.
(Josephine
Hart, Il danno – trad. Vincenzo Mantovani)
Il
genere noir nel cinema, oltre agli aspetti di contenuto e di trama nonché
alle specificità dei suoi protagonisti, risultò e ancora oggi
risulta importante e straordinariamente interessante, per alcune
caratteristiche di tipo tecnico-formale, a volte innovative, quali la
voce over, il flashback, l’illuminazione a bassa intensità e la
posizione della macchina da presa, spesso posta in diagonale o di
sbieco, con uso di grandangoli, tra l'altro per accentuare il punto
di vista emotivo del carattere o dei caratteri principali.
L’infernale Quinlan(Touch of evil), diretto ed
interpretato da Orson Welles nel 1958, rappresenta sia uno dei
punti più alti del genere che un po' “il canto del cigno” del
noir “classico” di tipo hollywoodiano (di lì a qualche anno
arrivò il cinema europeo, francese in particolare e anche negli USA
qualcosa cambiò).
Vidi
il film, nella sua versione restaurata, in un cinema a me molto caro
quanto scomodo come solo le vecchie sale potevano essere, durante gli
anni universitari, rimanendone rapito e in qualche modo segnato. Non
la farò troppo lunga e mi limito a sottolineare come
l'interpretazione dei protagonisti e la fotografia,
suggestiva nel suo bellissimo bianco e nero, mi misero di fronte ad
una superba e avvincente lotta tra Bene e
Male, tra stili di investigazione, tra distinte visioni con aspetti
inconciliabili e con più di un elemento di tipo manicheo.
Goduria
per gli occhi, le orecchie ed il cuore, questo concentrato di
virtuosismo e di irriducibilmente esasperato barocchismo wellessiano
offre distorsione delle immagini, primi e primissimi piani
emozionanti, eccitante montaggio alternato, nonché un non comune
uso, per frequenza ed efficacia, della profondità di campo e
sbalorditivi movimenti di camera che culminano nell’ubriacante e
mai abbastanza visto e rivisto piano-sequenza iniziale di 3'e 30".
Welles
introduce la storia e alcuni dei principali protagonisti: da un primo
piano di un paio di candelotti di dinamite la cinepresa si sposta
rapidamente su un carrello, seguendo un’automobile che esce da un
parcheggio e un carrello dolly la riprende quando si immette sulla
strada, scivolando fra i personaggi che chiacchierano su una via
trafficata. Il resto scopritelo da soli!
Consigliatomi,
quasi a bruciapelo, da un giovane amico, qualche settimana fa ho
visto il film Netflix “Paddleton”.
Pur non esente da qualche momento meno ispirato, il film procede in
modo efficace e opportunamente sospeso tra dolore e tenerezza,
disagio e commozione. Un'ora
e mezza che si svolge in una solo apparente linearità, che mostra
una evidente dose di lucidità nel suo essere un'opera spontanea e
limpida, capace di trattare temi come la malattia e la morte senza
ricorrere alla trascendenza o a pietismi di sorta.
Un film in grado di mettere in scena una amicizia tra due uomini
soli, che proprio alla solitudine ed al caos imposto da una società
e da uno stile che non gli appartiene reagiscono creandosi un'oasi
fatta di abitudini e gesti ripetuti ogni giorno, insieme, rimedio a
tutti i mali, che, nella loro semplicità, bastano per vivere
serenamente.
In
una vita ordinaria ma tutto sommato “a propria misura” irrompe il
fato, nella forma di una malattia oncologica, un tumore incurabile, a
cui uno dei due amici contrappone la sua volontà, condividendola con
l'altro. Così una
esistenza fatta di ordinarietà, basata su pizza, film sulle arte
marziali, un gioco appositamente da loro inventato, il Paddleton del
titolo, si misura con temi “alti” e profondi, divisivi spesso,
quali l'autodeterminazione, il “fine vita” ed il dissidio fra
altruismo ed egoismo, solitudine e sincero affetto per chi si ha di
fronte.
Molto
centrati e ben supportati da una sceneggiatura solo ad una prima
sensazione troppo essenziale gli interpreti, che fanno sì che
l'opera riesca ad andare oltre la messa in scena minimale e gli spazi
affollati dalle piccole cose di ogni giorno. Il film va oltre i
trabocchetti drammaturgichi e le facili scorciatoie emotive, in modo
tale che un tocco di umorismo nonsense
e due volti stropicciati, si facciano apprezzare come elementi
costituenti di una vicenda che fa divertire, pensare ed eleva a
dignità la riflessione base della sceneggiatura, condita da una
sintonia speciale fra
due esseri umani, che
allontana elementi esterni e intenti melodrammatici o pietosi dal suo
cerchio magico.
Micheal e Andy sono due uomini soli,
vicini di casa e amici di vecchia data. Trascorrono le loro serate a
mangiare pizza riscaldata, guardare film (soprattutto "Il pugno
mortale") o giocare a trivial pursuit. Nel weekend giocano a
Paddleton (sport simile al paddle ideato da loro stessi) mentre
chiaccherano delle loro vicende quotidiane. Un giorno a Micheal viene
diagnosticato un incurabile cancro. Questi, dopo aver consultato due
oncologi, prende la decisione di assumere un farmaco letale anziché
avviare altre terapie invasive, lasciando Andy, nell'attimo in cui
gli viene comunicata questa scelta, con un velo di palpabile
amarezza. Andy è l'unico a sapere di questa sua decisione. (da
wikipedia.org)
Qualche
anno fa ho già proposto questa canzone, “Between Two Lungs”
dei Florence + Machine, in una più che apprezzabile versione
acustica. Era contrassegnata dal tag videocitazioni, che come
un gioco metaletterario e metaartistico accosta una citazione tratta
da un romanzo, un saggio, una poesia oppure un discorso ad una
canzone. Accostamento che trae origine dalla vicinanza di argomenti,
dai temi o sensazioni proposti, oppure dal semplice utilizzo di
medesime parole o frasi, come anche dalla mia sensibilità.
In
questo caso propongo la stessa canzone all'interno di una esibizione
dei Florence + Machine tenutasi alla Royal Albert Hall. È a
mio parere estremamente emozionante ed intensa, con Florence Welch
che oltre a cantare splendidamente, interpreta il brano trasmettendo e comunicando con
il pubblico e riesce a valorizzare e valorizzarsi con il notevole
accompagnamento approntato per l'occasione. Un video da vedere
assolutamente e per goderlo al meglio, anche più volte, trascrivo
l'emozionate testo.
Buon
ascolto e buona visione/lettura.
Between two lungs it was
released The breath that carried me The sigh that blew me
forward
'Cause it was trapped Trapped between two lungs,
it was Trapped between two lungs,
it was Trapped between two lungs
And my running feet could
fly Each breath screaming, "we
are all too young to die"
Between two lungs it was
released The breath that passed
from you to me It flew between us as we
slept That slipped from your
mouth into mine, it crept Between two lungs it was
released The breath that passed
from you to me It flew between us as we
slept That slipped from your
mouth into mine, it crept
'Cause it was trapped Trapped between two lungs,
it was Trapped between two lungs
Gone are the days of
begging, the days of theft No more gasping for a
breath The air has filled me head
to toe And I can see the ground
far below I have this breath and I
hold it tight And I keep it in my chest
with all my might I pray to God this breath
will last As it pushes past my lips,
as I Gasp, gasp Ah ah ah ah
David
Bowie nel film
“Basquiat” di Julian Schnabel vestì i panni di Andy Warhol.
Nel
1971 incise la canzone “Andy Warhol” e quando la eseguì
di fronte allo stesso Warhol come omaggio, dopo un imbarazzante
silenzio pare si udirono solo le parole dell'artista statunitense:
“Mi piacciono le tue scarpe”. Evidentemente la canzone non gli
era piaciuta!
Lou
Reed e John Cale avevano qualche motivo in più per
omaggiare Warhol, quindi pensarono bene di dedicargli non solo una
canzone ma un intero concept album “in memoria”. Emozionante ed a
tratti struggente, forse perché sapevano bene di non indossare
scarpe che avrebbero incontrato i favori del loro mentore.
Altri
hanno provato a ricordare, celebrare o semplicemente dedicare un
brano al fondatore della Factory. Chissà cosa ne penserebbe Andy!
“Ai
tempi del bebop, tutti suonavano velocissimi. Ma a me non è mai
piaciuto suonare tutte quelle scale su e giù. Ho sempre cercato di
suonare le note più importanti di ogni accordo, per sottolinearle.
Sentivo gli altri musicisti suonare tutte quelle scale e quelle note,
e mai niente che valesse la pena di ricordare.”
(Miles
Davis)
Nella
seconda parte del 1955 il Miles Davis Quintet, con John
Coltrane al sassofono tenore, iniziò una serie di registrazioni
destinate a segnare lo stile del jazz anni 50, sia per le
formazioni più grandi e composite che per i gruppi più ridotti.
Nello stesso
anno, al Newport Jazz Festival, Miles Davis si ripresentò con
una sensazionale interpretazione dopo un periodo lontano dalle scene
causa la propria tossicodipendenza. In particolare il brillante
trombettista scelse di eseguire una ballad di Thelonius Monk, in cui
il suo strumento riesce a trasmettere un suono tanto illuminante
quanto fresco ed emotivamente potente.
Questo brano
diventerà presto negli anni immediatamente successivi sinonimo dello
stile di Davis. “'Round Midnight” è stato probabilmente
il brano, la principale tra le ballads che ha suonato, a rendere
molto intimo il rapporto fra Miles Davis ed il suo strumento, quasi
come se la tromba potesse essere suonata così solo da lui, ovvero
con un suono limpido, privo di vibrato, pertanto lontano dal bepop,
da cui si era allontanato. Questo lo si può ora considerare uno dei
primi segni di come nel prosieguo della sua carriera non si sarebbe
accontentato di suonare, ma avrebbe cercato di crescere come
musicista, cambiando strada ogni volta che avesse sentito la
necessità di continuare ad amare e credere in ciò che faceva.
Quando
ero adolescente e per diversi anni a seguire il volto di Forest
Whitaker in “Bird”, il film di Clint Eastwood, era quello
di Charlie Parker. Quel collage di scene dalla vita di Parker
mi rimase dentro a lungo, per l'interpretazione del protagonista e
per la musica che lo accompagnava. Un passaggio fondamentale della
non lunga vita e carriera artistica di Charlie Parker avviene alla
fine degli anni quaranta, quando decide di unire il vigore del
bepop alle atmosfere sognanti e romantiche tipiche di un'orchestra.
Ebbe
l'intuizione di far dialogare il suo sax alto con suoni più morbidi
e compositi, operazione di dubbia riuscita e su cui incombevano
critiche e aperte ostilità, persino da parte dei colleghi ed amici.
Ma Charlie Parker, da conoscitore ed amante di Béla Bartók, Arnold
Schoenberg e Igor Stravinsky, nonché dei suoni distintivi della
musica da camera, mostrò la sua arte e la voglia di andare
oltre i confini della musica jazz. Oltrepassò gli allora
angusti spazi definiti per il suo strumento, per la sua musica e ne
reinventò morfologia e sintassi, di fatto rendendo la strada un po'
più aperta e libera per chi venne dopo.
Eleanora
Fagan nasce a Filadelfia nell'aprile del 1915.
Trasferitasi
a Baltimora con la madre e poi a New York conosce la povertà e
l'ambiente pericoloso e niente affatto favorevole ad una giovane
donna, che formeranno la futura Lady Day alla parte più scura
e dolorosa della vita. Prima di diventare una delle voci più intense
nella storia del jazz, con il nome d'arte di Billie Holiday
attraversa la disperata necessità di guadagnarsi pochi centesimi per
mangiare, il razzismo stupido e brutale dell'America bianca che le
negherà anche di esibirsi nelle grandi città, la prostituzione.
Tutti dolori che l'artista riuscirà a riversare e sublimare in un
canto inconfondibile e straordinariamente amaro.
“Non
mi va di cantare una canzone così com'è. Devo comunque cambiarla
alla mia maniera”, disse una volta la Holiday, ed in
effetti la sua tecnica, la sua intensa voglia di stravolgere sempre
il brano da eseguire, mettendoci “del proprio”, rendono uniche le
sue interpretazioni.
Questo
accade soprattutto quando unisce la propria forza creativa con una
spasmodica volontà di comunicare se stessa, di farsi conoscere e
capire. Comunque la grandezza di Billie Holiday non si limita
solamente alle registrazioni che testimoniano quanto scritto finora e
la sua personale identità vocale. Fu artista anche come autrice,
elegante, profonda e mai banale. Persino anche quando racconta
una delle sue tante, disperate e sfortunate, storie d'amore. Come in
“Don't Explain”.
Hush
now, don't explain Just say you'll remain I'm glad you're back,
don't explain
Quiet,
don't explain What is there to gain Skip that lipstick Don't
explain
You
know that I love you And what love endures All my thoughts of
you For I'm so completely yours
Cry
to hear folks chatter And I know you cheat Right or wrong,
don't matter When you're with me, sweet
Hush
now, don't explain You're my joy and pain My life's yours,
love Don't explain
You
know that I love you And what love endures Nothing rates above
you For I'm so completely yours
Cry
to hear folks chatter And I know you cheat Right or wrong,
don't matter When you're with me, sweet
Hush
now, don't explain You're my joy and pain My life's yours,
love Don't explain
“Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di
bestie selvatiche e tutti li uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per
vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato
ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome: Così l’uomo
impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le
bestie selvatiche.”
(Genesi, 2, 19-20)
"Che ci siano lingue diverse è il fatto più misterioso del
mondo. Vuol dire che per le stesse cose ci sono nomi diversi; e questo dovrebbe
far dubitare che non siano le stesse cose."
L‘angelo
che passa laggiù
con moncherini d‘ali
che ti pare tanto stanco,
è quello
che si ritirò dagli uomini,
dalle cose,
e non tornò più.
Ma sii fiducioso,
anche
i suoi moncherini
ti porteranno
a casa.
Leggo che la Marvel intende produrre un nuovo film
su l’Uomo Ragno, ovvero Spider-Man. Sarebbe già stato deciso
l’attore destinato ad impersonare il giovane Peter Parker, ovvero l’attore
britannico Tom Holland.
Negli ultimi anni, dal 2002 al 2014, sono
stati proposti ben 5 film su Spider-Man. Prima ci fu la “trilogia”, o
meglio, i tre film diretti da Sam Raimi (Spider-Man 1, 2, 3), con
protagonisti Tobey Maguire (Peter Parker), Kirsten Dunst (Mary Jane
Watson), James Franco (Harry Osborn) e, nel primo, Willem Dafoe, che
inevitabilmente interpretò la parte del “cattivo”, ovvero Goblin.
In fondo c’era da essere sufficientemente
soddisfatti, anche perché se si escludono alcune produzioni USA anni 70, che in
fondo erano episodi di una serie televisiva adattati per essere spacciati per
film, si era rimasti ai cartoni animati un po’ ingenui che si guardava
da bambini.
Però nel 2012 e nel 2014 il regista Marc Webb, anche se in fondo non se ne sentiva il bisogno,
ci "regala" “The Amazing Spider-Man” e “The Amazing Spider-Man 2” (evidentemente
anche lui temeva non sapessimo contare), che oltre ad avere come
protagonista Andrew Garfield (nessuna parentela con il gatto pare, anche se
quest’ultimo recita meglio), ha almeno il merito di introdurre il personaggio di
Gwen Stacy, interpretato da Emma Stone, che di lì a poco andrà non solo a
recitare per Woody Allen ma addirittura a vincere un Oscar come attrice non
protagonista in “Birdman” (evidentemente, anche se si hanno gli occhi da rospo, essere l’amore sfortunato di un supereroe fa curriculum!).
Non so esattamente quando quest’ultima produzione
giungerà sugli schermi, forse a quella data potrò accompagnare al cinema mio
figlio, giusto come scusa per poter vedere ancora in azione Peter Parker, anche
se non sono sicuro di volermi sorbire nuovamente la trafila “morso del ragno -
zio Ben che muore – Norman Osborne che strippa e con un senso estetico
opinabile si mette una maschera e diventa Goblin”!
Nel frattempo mi
riascolto Ode To A Superhero di
"Weird Al" Yankovic(una gustosa
parodia di cui propongo anche il testo) e Spider-man dei Ramones(con immagini del già citato cartone
animato, tra l’altro!!). In fondo tutto il precedente pistolotto era per
giustificare i due video!
Ode To A Superhero
Peter Parker was pitiful
Couldn't have been any shyer
Mary Jane still wouldn't notice him
Even if his hair was on fire
But then one day he went to that science lab
That mutated spider came down
Oh, and now Peter crawls over everyone's walls
And he's swingin' all over town
La
li la, li de da
La la, li le la da dumb
Sling us a web, you're the Spider-Man
Sling us a web tonight
'Cause we're all in the mood for a hero now
And there's evil doers to fight
Now Harry the rich kid's a friend of his
Who horns in on Mary Jane
But to his great surprise it seems she prefers guys
Who can kiss upside down in the rain
"With great power comes great
responsibility"
That's the catch phrase of old Uncle Ben
If you missed it, don't worry, they'll say the line
Again and again and again
Oh,
la la la, di de da
La la, di di da da dom
Now Norman's a billionare scientist
Who never had time for his son
But then something went screw and before you knew he
Was trying to kill everyone
And he's ridin' around on that glider thing
And he's throwin' that weird pumpkin bomb
Yes, he's wearin' that dumb Power Rangers mask
But he's scarier without it on
Sling us a web, you're the Spider-Man
Sling us a web tonight
'Cause you're brave and you're strong and so limber now
But where'd you come up with those tights?
It's a pretty sad day at the funeral
Norman Osborn has bitten the dust
And I heard Harry's said he wants Spider-Man dead
Aw, but his buddy Pete he can trust
Oh, and M.J. is all hot for Peter now
Aw, but Peter, he just shuts her down
Mary Jane, don't you cry, you can give it a try
Again when the sequal comes 'round
Oh,
la la la, di de da
La la, di di da da dumb
Sling us a web, you're
the Spider-Man
Sling us a web tonight
'Cause we all sure could use us a hero now
And we think that you'll do all right.
Frammento della Danza macabra, ad opera di Bernt Notke, presso la Chiesa di San Nicolò di Tallinn
La morte viene definita in vari modi, come la
fine della vita, il compimento di un percorso, la conclusione di un’esperienza,
totale o semplicemente terrena. La prospettiva può cambiare in base a credenze
religiose o stili culturali, accostandola a termini come dolore, sofferenza,
vita o altro ancora.
Si parla anche di mistero della morte, ci si
interroga su quanto possa esserci dopo di essa, se ci sia qualcosa dopo la
morte.
Come è possibile spiegare la morte ad un bambino?
Quali parole usare, se si dovesse decidere di parlargliene? O anche solo come
rispondere alle domande che lui potrebbe rivolgerci?
Il regista austriaco Michael Haneke, nel suo
film “Il Nastro Bianco”(Palma d’Oro come miglior film al Festival di
Cannes 2009), ci mostra un bambino chiedere della morte, le risposte della
ragazza che si occupa di lui e la reazione del bambino stesso.
Mi sembra una scena bellissima, commovente e
straziante allo stesso tempo, un esempio di come un bambino si accosta alla morte e
la presa di coscienza infantile di fronte ad essa.