Blog su Cinema, Letteratura, Arte, Cultura, Tempo libero, Esperienze.
Post su Film, Libri, Mostre, Esperienze di vita, Fumetti, Cartoni Animati e quello che mi piace ed anche che mi piace di meno.
Tra
fine luglio e inizio agosto è stato pubblicato il primo atteso
crossover made in Bonelli: quello tra l'Indagatore
dell'Incubo e Harlan
Draka
In sintesi:
mi è
piaciuto, mi ha divertito e mi ha conquistato, tanto da sperare che
Harlan e Dylan possano reincontrarsi;
la
parte di storia contenuta su Dampyr n° 209 mi è sembrata più
efficace, meglio scritta ed ordinata;
la
parte pubblicata su Dylan Dog n° 371 a mio avviso è maggiormente
“artistica” ed imprevedibile, con una scrittura più libera e
quindi più rischiosa (un po', ma non troppo, alla Recchioni per
intenderci);
i
disegni sono bellissimi, un mezzo voto in più a Bruno Brindisi
all'opera su Dampyr per la pulizia del tratto;
il vero
protagonista risulta Dylan, con Harlan, Tesla e Kurjak forse un po'
troppo banalizzati nell'essere “personaggi essenzialmente
d'azione”;
Groucho
fa un figurone!!;
a
livello di sceneggiatura Boselli sembra maggiormente a suo agio con
Dylan, rispetto a quanto lo siano Recchioni e Gualtieri con Harlan e
i suoi pards;
il
gioco grafico e di scrittura fra le due testate è divertente e fa
ben sperare per il futuro.
Regalatomi diversi mesi fa, il volume Chanbara - La Via del Samurai
della BAO Publishing, presenta insieme “La Redenzione del Samurai”
e “I Fiori del Massacro”, già pubblicate all’interno della collana “Le
Storie” della Sergio Bonelli Editore.
Ancora oggi, a distanza di qualche anno, sono fra le
storie migliori presentate all’interno della serie.
Sono due storie ambientate nel Giappone del XVII
Secolo create da Roberto Recchioni e Andrea Accardi. BAO le
ripropone in grande formato e splendidamente a colori, con un ricco corredo di
extra, comprese le sceneggiature complete, offrendo così un volume cartonato
con una accattivante sovraccoperta in pergamena.
La Vendetta e l’Onore sono in pratica i temi che
uniscono i due racconti, nel primo attraverso doti e valore morale propri di un
allievo samurai, Tetsuo, il secondo invece racconta e rende graficamente il
desiderio di rivalsa di una giovane donna, Jun, che diviene una sorta di letale
e inarrestabile Lady Vendetta.
Il pathos della sceneggiatura ed i fantastici
colori e disegni donano intensità e catturano il lettore, che non potrà poi
evitare di affezionarsi ai due già citati protagonisti, nonché a Zatoichi,
personaggio “classico” della letteratura e del cinema nipponico, qui presentato
nel ruolo di “spalla” e a suo modo elemento facilitante del destino dei due
giovani.
Qualche
giorno fa ho riportato alcune mie riflessioni su Dylan Dog, in particolare basandomi anche sulla lettura dell’ultimo
albo in edicola, “Al Servizio del Caos”.
Concludevo
quel post “promettendo” di riportare a breve quello che del numero 341 mi era piaciuto.
Ebbene
sono rimasto veramente soddisfatto dei disegni, ad opera di Daniele Bigliardo e Angelo Stano. Ci sono varie “splah pages”, una più bella
dell’altra, ed altre tavole sono un ottimo esempio di come sia possibile
rispettare la tradizione Bonelli pur
compiendo opera di aggiornamento di uno schema che ormai risulta stretto per
molti disegnatori.
Ho
decisamente apprezzato e mi sono goduto il taglio
cinematografico dato alle immagini, presumo suggerito da Roberto Recchioni e reso con grande efficacia
da Bigliardo. Alcune tavole, con inquadrature ben studiate e “inusuali” nelle
serie Bonelli, sono davvero mirabili, in grado di stregare!
Rimane
il fatto che la sceneggiatura non mi ha entusiasmato, anche perché lascia solo
parzialmente esaudita la voglia di “trame orizzontali”, ma se disegni e tavole
di questo tipo continuassero a fare la loro comparsa su Dylan Dog e magari
qualche altra testata italiana, ne sarei entusiasta!
Il mese scorso scorso si è conclusa la prima annata
di “Orfani” e in questo ottobre si ricomincia con “Orfani – Ringo”.
Dopo i primi numeri non ho scritto più nulla sulla
serie, ripromettendomi di seguirla e gustarla fino alla fine, stimolato da superbi
disegni e dall'ottima colorazione di ogni albo. Ho fatto bene ad
aspettare la fine della serie, poiché alcune personali impressioni non erano
proprio azzeccate ed in fondo alcuni dei timori che avevo espresso si sono
rivelati, almeno in parte, infondati.
Mese dopo mese, mi si è chiarito il fatto che Roberto
Recchioni ed Emiliano Mammuccari, coautori di “Orfani”, di
fatto non stavano rivoluzionando la Sergio Bonelli Editore, una sua
serie, ma bensì con grande professionalità, lucidità e coinvolgendo disegnatori,
sceneggiatori e addetti alla colorazione di primo piano, stavano in qualche
modo aggiornando il “fumetto bonelliano”.
Ovvero con scelte meditate ma comunque coraggiose
l'intero staff, creatori, sceneggiatori e disegnatori, hanno operato sui dialoghi,
sulle “inquadrature”, sulla resa delle situazioni, sulla psicologia e
presentazione dei protagonisti e dei comprimari (giusto quelli che
servivano). A ciò si è aggiunta una cura per la sceneggiatura e resa della
storia che è riuscita a rispettare la tradizione ed inserire elementi
nuovi e anche “insoliti” per una serie Bonelli.
Insomma a “distruggere” in fondo son buoni tutti, o
lo sarebbero, più difficile e rischioso, a livello di sforzo lavorativo e
creativo, risulta inserire elementi e scelte nuove rispettando,
valorizzando e, appunto, riuscendo ad aggiornare e rendere originale, quello
che c'era già e che magari se va avanti da qualche decennio, tutto sommato
proprio da buttare non è. Per questo apprezzo ancora di più l'intera serie, che
tra l'altro ha proposto copertine, tutte a firma di Massimo
Carnevale, talmente belle da lasciare ammirati.
Un fumetto che non era solo fantascienza, ma
anzi si è rivelato una sorpresa e che è andato oltre i generi e le etichette,
riuscendo anche a proporre, attraverso compattezza e fine sincronizzazione di
testo e disegni, un prodotto nuovo, con accenni “metafumettistici”, dove
i rimandi alla musica, all'arte, alla storia, la sociologia e psicologia non
sono risultati “posticci” o goffamente inseriti, ma bensì ottimamente calati
all'interno di una coinvolgente continuity, che non ha risparmiato colpi di
scena e qualche “contentino” al lettore.
A qualcuno può non essere piaciuta la matrice
supereroistica che Recchioni ha dato al tutto, dove a volte l'azione ha
preso il sopravvento sulla psicologia dei personaggi e la coerenza delle loro
azioni, ma credo che anche questo possa rientrare in quell'azione di
aggiornamento(attualizzazione?) del fare fumetto e della creazione
di una serie, pensata per “stagioni”, che è cosa diversa sia da una
serie “regolare” classica che da una miniserie (senza dimenticare che in
casa Bonelli alcune miniserie si sono risolte, purtroppo, in serie classiche “a
tempo determinato”).
Una serie da leggere e da assaporare, magari
acquistando i volumi giganti editi dalla BAO, che effettivamente sono un gran
bel vedere!
Un nuovo ciclo, almeno così viene definito dal
“papà” di Dylan Dog, Tiziano Sclavi, che ha voluto che Roberto
Recchioni si “prendesse cura” del suo personaggio.
Recchioni stesso ha scritto
soggetto e sceneggiatura del numero 337 dell’Indagatore dell’Incubo, “Spazio
Profondo”, dove, fin dalla splendida copertina di Angelo Stano, sono
evidenti i riferimenti e l’omaggio alla fantascienza ed in particolare
ad alcuni dei più bei film a tema science fiction.
Fantascienza ed horror spesso si sono
incontrati, di questo sono certamente consapevoli in casa Bonelli, poiché in
quest’albo tornano prepotentemente tematiche orrorifiche, quasi da Dylan primi
anni, in un contesto foriero di spunti ed idee ma anche angosce e pericoli come
lo spazio.
Ho molto apprezzato i rimandi, presenti fin dal
redazionale, ad “Alien”, “2001 Odissea nello spazio” e
soprattutto a “Solaris”. A tal proposito consiglio caldamente il romanzo
di Stanislav Lem ed il film che ne ha tratto Andrej Tarkovskij,
in seconda battuta quello di Steven Soderbergh con George Clooney.
“Spazio Profondo”, titolo tutto sommato classico e
perciò efficace, è eccezionalmente a colori. La Sergio Bonelli Editore
deve averci preso gusto, dopo la felice esperienza con “Orfani”, dal
momento che uno dei reali punti di forza di quest’albo, oltre alla densa ed
intensa sceneggiatura, è proprio la colorazione, ad opera di Lorenzo
De Felici. I colori virano a seconda di ciò che accade e si legge,
accompagnano i protagonisti (la squadra di cinque Dylan in missione è
un’altra efficace scelta che guarda al nuovo nel rispetto del classico) ed
esaltano gli ottimi disegni di un Nicola Mari veramente in forma, con un
tratto molto espressivo che sa risultare oscuro quanto occorre ma allo stesso
vivido e coinvolgente.
Simpatica l'idea di battezzare due delle astronavi presenti all'interno della storia con i nomi di due dei più famosi calciatori del Manchester United!
Un gran bel numero e se sarà come si legge, ovvero che la
testata da ora in poi sarà articolata in stagioni di dodici numeri, mi
aspetto già dal prossimo albo (112 pagine!) tante conferme e ulteriori
motivi per continuare a leggere le avventure di Dylan Dog.
Dylan Dog si risveglia
nell’anno 2427, a bordo della stazione U.S. Beckham, avamposto spaziale di
frontiera dell’impero di Albione. Il suo corpo però non è fatto di viscere e
sangue, ma è composto di materia sintetica, mentre la sua mente non è che un
costrutto mnemonico realizzato a partire dalle sue memorie. Lo scopo del Dylan
artificiale, insieme ad altre quattro versioni modificate di sé, è di fare luce
sul mistero che circonda gli agghiaccianti fantasmi che infestano da tempo gli
spazi siderali. Una missione che lo porterà a esplorare gli infiniti meandri
della propria coscienza. (da Sergiobonelli.it)
Un unico post per parlare degli ultimi due albi,
inediti, di Dylan Dog.
Il numero 334, “La Paga dell’Inferno”, ed il
numero 335, “Il Calvario”, di fatto stanno portando a conclusione la
tanto sbandierata e discussa “Fase Uno” del rilancio, o qualcosa di
simile, della serie.
Ormai un anno fa Roberto Recchioni,
affiancato da Franco Busatta e con la “benedizione” e supervisione di Tiziano
Sclavi(per chi non lo ricordasse il creatore di Dylan Dog),
annunciava un percorso di rinascita e revisione della serie dell’Indagatore
dell’Incubo, pertanto, anche se manca ufficialmente ancora un albo (il
prossimo in uscita a fine mese), per poi passare alla “Fase Due”,
come ci ricorda il curatore stesso, si può già fare un bilancio, azzardare una
personale valutazione, esprimere il proprio parere.
Me la sbrigo in fretta: chi ha “snobbato” la Fase Uno si
è perso una serie di storie interessanti, con trame intriganti,
qualche bell’albo da gustare anche dal punto di vista grafico e con una certa
dose di ottimi ingredienti sia tipici della serie che, in qualche modo, anche
nuovi per il nostro Dylan.
Non fanno eccezione il 334 ed il 335 della serie.
#334 – La Paga dell’Inferno.
Sono
presenti stili e registri differenti, passando con buon ritmo e piacevolmente
dal grottesco al surreale con un accenno di classico mistery di gusto
britannico. Non un albo memorabile (ai tempi del liceo sarebbe stata una storia
di secondo piano), ma la sceneggiatura risulta ben costruita, efficace sia per intrattenere
che per stuzzicare, con una certa tensione narrativa, venata di umorismo, che
invoglia la lettura fino ad un finale gustoso e che richiama temi e situazioni
tipicamente alla Dylan Dog che mi aveva catturato quando ancora non mi facevo
la barba (ed anche ora me la faccio raramente). Giovanni Di Gregorio gestisce
semplici temi e qualche spunto interessante con mestiere e professionalità, nel
rispetto del lettore, senza sorprenderlo ma facendogli gustare una buona
storia. I disegni di Daniele Bigliardo hanno dalla loro dinamismo ed espressività,
anche se forse non particolarmente adatti ad un’ambientazione londinese
cittadina, che smorzano in qualche tavola gli elementi più classici. Ancora una
volta da apprezzare la copertina di Angelo Stano, come ormai da un anno a
questa parte più centrata ad illustrare il concetto, il tema alla base
dell’albo, più che la storia in sé.
Ancora
una volta da apprezzare la copertina di Angelo Stano, come ormai da un
anno a questa parte più centrata ad illustrare il concetto, il tema alla base
dell’albo, più che la storia in sé.
# 335 - Il Calvario
Scritto e sceneggiato da Giovanni Guardoni,
illustrato da Paolo Martinello, per commuovere, inquietare, sparigliare
la carte ed in qualche momento “far saltare il banco”. Pur rifacendosi a temi
ed idee più volte presentati nella serie, ovvero la morte, la sofferenza, gli
incubi, la malattia, la follia e l’orrorifico, il tutto viene originalmente
rielaborato inserendo personaggi e situazioni che in un primo momento spiazzano
il lettore (Dylan ha un figlio? Groucho racconta favole della buonanotte? Il
ragazzino sta morendo, ma è realtà o finzione?), per poi tenerlo legato con
suspence e tensione notevole.
Non
mancano una forte componente emotiva, dosata con grande intelligenza, ed
una serie di sequenze horror molto riuscite, che permettono di
sviluppare il racconto su vari piani. Accurati e veramente ben
riusciti i disegni di Martinello, evidentemente a suo agio con il
bianco e nero. La copertina? Fantastica!!
Recentemente ho letto e apprezzato “Garrett - Ucciderò
ancora Billy the Kid”, fumetto sceneggiato da Roberto Recchioni e
disegnato da Riccardo Burchielli, Cristiano Cucina e Werther Dell’Edera.
Verrebbe da sconsigliarne la lettura ai “puristi”
del western classico, data la disinvoltura con cui sceneggiatura e
disegni affrontano uno degli episodi più conosciuti e dibattuti dell’epopea
della “frontiera”. Vengono messi da parte scrupoli e riverenze di sorta per
presentare ciò che sarebbe potuto accadere dopo la morte di Billy the
Kid/William Bonney per mano dell’amico Pat Garret, divenuto
sceriffo. Con un dato essenziale quanto insolito, se non sconvolgente, ovvero
il Kid è diventato un “pelleossa”, uno zombie!
Per chi, invece, si sente libero dal “rispetto” per
la storia originale, la lettura risulterà divertente, appagante e quindi
consigliabile!
Ebbene, ed ora giungo al tema centrale di questo post,
stimolato da questa lettura ho riascoltato negli ultimi giorni la colonna
sonora di “Pat Garret & Billy the Kid”, film western del 1973, per
la regia di quell’irregolare che era Sam Peckinpah.
Il regista statunitense, in quegli anni, stava a suo
modo rileggendo ed in parte rivoluzionando il genere western. Opera che
lo aveva già portato a dirigere film come “Il Mucchio Selvaggio”, “Sierra
Charriba” e “Sfida nell’Alta Sierra”. La colonna sonora venne
affidata a Bob Dylan, che tra l’altro reciterà nel film stesso,
impersonando il misterioso Alias.
Bob Dylan/Alias
James Coburn e Sam Peckinpah sul set
Il brano più famoso è senza dubbio “Knockin’ on
Heaven’s Door”, inserito ad accompagnare una delle scene più intense e
significative, ovvero quando lo sceriffo Pat Garrett uccide Billy. Il testo fa
esplicito riferimento a quanto sta accadendo ed allo stato d’animo di Pat, che
pone fine alla vita dell’uomo che è stato suo grande amico. Commozione e
senso della fine, di una vita, di un’amicizia, di un’epoca vengono
sottolineate da musica, parole e immagini.
Il pezzo, in fondo, è abbastanza semplice ed
immediato, ragione per cui risulta essere uno dei motivi più riproposti, utilizzati,
riscritti e “omaggiati”.
“Knockin’ on Heaven’s Door”, oltre a divenire uno dei
“cavalli di battaglia” di Dylan, conoscerà una immensa fortuna, anche, forse
soprattutto, grazie alla quantità di cover che artisti dei più svariati generi
musicali proporranno, pressoché senza sosta dalla metà degli anni 70 in poi.
Solo per citare qualche nome, stiamo parlando di Eric Clapton, The Grateful
Dead, Bruce Springsteen, Aretha Franklin, Roger Mc Guinn dei The Byrds,
Bob Marley, Roger Waters, U2 e così via, che hanno reinterpretato il brano,
aggiungendo o “spostando” qualcosa, secondo il personale gusto o le tendenze
del momento.
Non c’è comunque scampo, poiché la cover più
riuscita e conosciuta, tanto da offuscare l’originale, risulta essere quella
dei Guns ‘n’ Roses, che la proponevano dal vivo fin dagli esordi.
Divenne un brano imprescindibile del loro repertorio, tanto che furono
costretti ad inserirlo, stabilmente, nella scaletta dei loro concerti e ad
inciderne una versione nell’album Use your Illusion II.
Quello che era un brano folk, senza dubbio,
diviene occasione per i virtuosismi di Slash, il riccioluto chitarrista
della band californiana, che non si lascia sfuggire l’occasione di esibirsi in assoli
lunghi ed intensi, con immancabile sigaretta, che funzionano alla grande,
riuscendo anche a far passare in secondo piano Axl Rose in mutande.
Sotto la supervisione di Tiziano Sclavi, con l'attento lavoro di Roberto Recchioni e di tutti i loro collaboratori la Sergio Bonelli Editore sta proponendo da qualche mese una "rinascita" dell'Indagatore dell'Incubo.
Si sono poste le basi, così sembra. Alcune novità sono già apprezzabili.
Mi limito a sottolineare il nuovo approccio alle copertine.
Il copertinista della serie Angelo Stano ci sta proponendo uno stile diverso da quello degli ultimi anni. Ciò ha stimolato un certo dibattito e cori di apprezzamento o, di contro, di critica e delusione.
La copertina del numero 330, "La Magnifica Creatura", è a mio parere molto bella, ben costruita, fitta senza stancare l'occhio e suggestiva.
Inoltre il fatto che sia tutto in bianco e nero, compreso il logo della testata, ad eccezione della camicia di Dylan è una grande trovata e di positivo impatto.
La Editoriale Cosmo, dopo una serie di
capolavori ed ottimi prodotti dall’area franco-belga, porta in edicola, ad un
prezzo sempre popolare, il fumetto italiano.
Si affida al duo Roberto Recchioni/Leomacs,
offrendo agli appassionati il violento, duro e intrigante “Battaglia”,
che per comodità potremmo definire un horror. Ma non solo horror si trova nelle
due storie che compongono l’albo, che propone scene d’azione, violenza,
riflessioni e scenari che vengono ben resi dal punto di vista grafico e della
ricostruzione storica.
La sceneggiatura di Recchioni è semplice ma
dannatamente efficace, dove dialoghi degni di un romanzo hard-boiled si
affiancano a situazioni ben descritte e che arrivano dritte al punto,
affascinando ed inquietando il lettore.
Ho una preferenza per la prima storia,
“Caporetto”, ambientata all’interno delle truppe italiane durante la prima
guerra mondiale, dove il protagonista Pietro Battaglia si mostra in
tutto il suo furore ed il suo orrore. Inoltre i chiari riferimenti alla “Guerra
di Piero” di Fabrizio De Andrè hanno toccato qualche corda in più, rispetto
a quanto visto nella seconda storia, “Vota Antonio”, dove poi i disegni mi
sembrano leggermente meno efficaci, pur trovandosi di fronte a tavole molto ben
realizzate e coinvolgenti.
Si trovano qui tutte le caratteristiche del lavoro e
della visione di Roberto Recchioni, elemento che, probabilmente, potrebbe
demotivare qualche lettore, ma rimane la soddisfazione di aver potuto godere di
un lavoro che risale a diversi anni fa e che mi ero perso, più per pigrizia che
per altro.
Dopo il primo numero non ho più scritto nulla su “Orfani”,
la serie creata da Roberto Recchioni ed Emiliano Mammuccari,
edita dalla Sergio Bonelli.
In quel post ero stato un po’ “tiepido”, sia perché
ritengo sia buona norma attendere anche qualche albo successivo per valutare ed
apprezzare, o non apprezzare, una serie, sia perché la campagna pubblicitaria,
di vario tipo, che aveva preceduto l’uscita poteva aver “drogato” ogni
aspettativa o reazione.
Una serie che, oltre ad aver richiesto una
lunga lavorazione, introduce in modo continuo e non episodico l’uso del
colore(con ottimi risultati inoltre!), dichiara la propria
“originalità” nell’ambito delle produzioni Bonelli e presenta un’accoppiata di
autori di tutto rispetto, affiancati da disegnatori, sceneggiatori e altri
professionisti che stanno mostrando tutto il loro valore.
L’evidente ispirazione fantascientifica ed i
chiari rimandi al cinema ed alla letteratura non solo di genere, sono un punto
a favore di questa serie, che, giunta al quarto episodio, mi ha definitivamente
conquistato. Le sceneggiature sono veramente intense ed emozionanti,
i personaggi ben descritti e caratterizzati, con un dosaggio astuto e invitante
delle informazioni e dei dettagli, che il lettore mette insieme passo dopo
passo. Il linguaggio è moderno ed accattivante, con intere tavole in cui
i disegni ed il colore sono gli unici protagonisti, mettendo da parte quella
eccessiva verbosità che in alcune serie “storiche” finisce per essere un punto
debole.
A questo riguardo esprimo una valutazione: la
cadenza (tra presente e passato, ovvero tra azione in diretta e flashback),
il linguaggio da serial televisivo contemporaneo e videogioco, il
“passo” a metà tra reality e film d’azione ad episodi sono stati
studiati e scelti per richiamare lettori e pubblico più giovane e quindi
maggiormente abituato a questo o si è pensato di offrire anche agli over 35
(personale soglia arbitraria, ma non poi così tanto!) un fumetto “nuovo”, che
fosse anche più di un fumetto?
Mi permane il dubbio che il lettore classico,
magari affezionato ai prodotti Bonelli, possa rimanere un po’
“spiazzato” e non riuscire a goderne a pieno (con il rischio che non
acquisti più gli albi dopo i primi 2-3), oppure che i più giovani
non vedano l’utilità di acquistare e leggere, a cadenza mensile (?!?) un
fumetto quando, ad ogni ora del giorno e della notte, non solo in TV, ma anche
su dispositivi mobili, possono vedere episodi a ripetizione di serie televisive
dei più svariati generi ed ambientazioni. Inoltre il taglio da videogioco delle
battaglie non aiuta.
Non ho ovviamente una risposta, posso solo affermare
che continuerò la lettura di “Orfani”, perché le sceneggiature sono
valide, i disegni ottimi, i colori superbi e la copertina del
numero 4, in edicola in questi giorni, è bellissima, finora la migliore (in
fondo solo quella del numero 1 mi aveva lasciato poco soddisfatto).
Copertina del n.4
Ora l’unico timore è che Recchioni e
Mammuccari si lascino prendere troppo dall’attitudine da serial TV
targato USA, ovvero che tutti gli elementi ed indizi disseminati nella
serie si perdano e non si colleghino tra loro in modo, almeno parzialmente,
coerente, senza portare da “nessuna parte”, privando il lettore di qualche
spiegazione o quantomeno negandogli chiarezza su identità, cause ed eventi. Il
rischio lo avverto e mi dispiacerebbe se ciò accadesse, poiché è uno dei motivi
per cui ho smesso di guardare i serial USA (tanta, troppa carne al fuoco,
misteri, colpi di scena, sorprese, situazioni in sospeso e poi nulla viene
chiarito! Per tacere di imbarazzanti incoerenze e passi falsi!!).
I famosi “cliffhanger” non mancano in “Orfani”, al
limite del “telefonato”, ma è una caratteristica del prodotto, quindi li prendo
e me li godo.
Purtroppo i
“nemici” ancora non mi convincono e sono fin
troppo “misteriosi”.
Nell’ultimo albo il passato di una del gruppo degli
“Orfani”, di fatto la protagonista di quest’albo, è emozionante e reso in modo
magistrale, come d’altra parte finora in tutti i numeri usciti i flashback e
l’addestramento sono le parti che funzionano meglio.