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lunedì 28 luglio 2025

Citazioni Cinematografiche n.626

 

Groves: Come chiamiamo il test?
Oppenheimer: "Abbatti il mio cuore, Dio della Trinità."
Groves: Cosa?
Oppenheimer: Trinity.
(Leslie Groves/Matt Damon e J.Robert Oppenheimer/Cillian Murphy in “Oppenheimer”, di Christopher Nolan - 2023)




lunedì 7 luglio 2025

Citazioni Cinematografiche n.623

 

Ah!, Venezia, Venezia, tutta orpelli di regime, e oro, e neri, e la mondanità del lido, e nobiluomini in divisa, tra medaglie e galloni. E Goebbels, a cui leccano il culo, e Chaplin, a cui tolgono il saluto.

(Raoul Nuvolini/Vincenzo Salemme in “Baciami piccina”, di Roberto Cimpanelli - 2005)





lunedì 30 giugno 2025

Citazioni Cinematografiche n.622

 

Un buon capitano deve saper usare il cervello non la frusta.

(Generale Tadamichi/Ken Watanabe in “Lettere da Iwo Jima”, di Clint Eastwood - 2006)





lunedì 20 marzo 2023

Citazioni Cinematografiche n.503

 

Sta prestando attenzione? Bene. Se non ascolta attentamente le sfuggiranno delle cose. Cose importanti. Non farò pause, non mi ripeterò e lei non mi dovrà interrompere. Lei crede di avere il controllo di quello che sta per accadere. Lo crede perché è seduto lì dov'è e io sono seduto qui dove sono. Ma si sbaglia. Sono io che ho il controllo perché io conosco cose che lei non conosce. Ora ho bisogno che lei si assuma un impegno: ascolterà con attenzione e non mi giudicherà se non quando avrò finito. Se non se la sente di rispettare questo impegno la prego di lasciare la stanza. Ma se sceglie di restare ricordi che lei che ha scelto di essere qui. La responsabilità di quello che accadrà da questo momento in avanti non è mia, ma è sua. Presti attenzione.

(Alan Turing/ Benedict Cumberbatch in “The Imitation Game”, di Morten Tyldum - 2014)





giovedì 16 marzo 2023

giovedì 9 febbraio 2023

lunedì 2 maggio 2022

Citazioni Cinematografiche n.457

Primo: Nella potenza della voce, c'è il segno del comando. Ricordatevelo.

Erminio: Quando per essere obbediti c'è bisogno di gridare, vuol dire che non si è abbastanza forti.

(Primo Arcovazzi/Ugo Tognazzi e professor Erminio Bonafè/Georges Wilson in “Il Federale”, di Luciano Salce - 1961)




lunedì 25 aprile 2022

Citazioni Cinematografiche n.456

Signori! In questo momento supremo, rivolgiamo il nostro pensiero alle nostre famiglie, alla patria! Alla maestà del re! Viva l'Italia!

(Emanuele Bardone/Vittorio De Sica in “Il generale Della Rovere”, di Roberto Rossellini - 1959)




venerdì 4 febbraio 2022

Incipit 58/100

Sarà dura, pensavano i parigini. Aria di primavera. Una notte di guerra, l'allarme. Ma la notte svanisce, la guerra è lontana. Quelli che non dormivano, i malati nei loro letti, le madri con un figlio al fronte, le donne innamorate con gli occhi sciupati dal pianto, sentivano il primo soffio della sirena, ancora solo un ansito profondo simile al sospiro che esce da un petto oppresso. In pochi istanti il cielo tutto si sarebbe riempito di clamori. Che venivano da lontano, dall'estrema linea dell'orizzonte – senza fretta si sarebbe detto. Quelli che dormivano sognavano il mare che spinge davanti a sé i ciottoli e le onde, la tempesta di marzo che scuote la foresta, una mandria di buoi che galoppano pesanti facendo tremare il suolo con gli zoccoli; ma il sogno finiva e socchiudendo appena gli occhi gli uomini mormoravano: ' è l'allarme?'. ”

(Suite Francese, di Irène Némirovsky – trad. Laura Frausin Guarino)




venerdì 24 dicembre 2021

Incipit 52/100

La nebbia copriva la terra. Il bagliore dei fanali delle automobili rimbalzava sui fili dell'alta tensione che correvano lungo la strada. Non aveva piovuto, ma all'alba il terreno era umido e, quando si accendeva il semaforo, sull'asfalto bagnato si spandeva un alone rossastro. Il respiro del lager si percepiva a chilometri di distanza – lì convergevano i fili della luce, sempre più fitti, la strada e la ferrovia. Era uno spazio riempito di linee rette, uno spazio di rettangoli e parallelogrammi che fendevano la terra, il cielo d'autunno, la nebbia. Sirene lontane – un ululato lungo e sommesso.”

(Vita e Destino, di Vasilij Grossman – trad. Claudia Zonghetti)




lunedì 7 giugno 2021

Citazioni Cinematografiche n.410

Presidente, assumo il mio compito con ottimismo e speranza. E dico a quest'Aula, come ho detto a coloro che sono entrati nell Governo, che io non ho molto altro da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore.

(Winston Churchill/Gary Oldman in "L'ora più buia", di Joe Wright - 2017)



 

lunedì 31 maggio 2021

Citazioni Cinematografiche n.409

Ho imparato una parola nuova, oggi: bomba atomica. 

(Jamie Graham/Christian Bale in "L'impero del sole", di Steven Spielberg - 1987)

 



venerdì 14 maggio 2021

Incipit 20/100

“Era stato l'inverno più freddo degli ultimi quarant'anni. I villaggi nella campagna inglese erano isolati dalla neve, e il Tamigi era gelato. Un giorno di gennaio il treno da Glasgow per Londra arrivò a Euston con ventiquattro ore di ritardo. La neve e l'oscuramento contribuivano a rendere pericolosi i viaggi in auto: gli incidenti stradali erano raddoppiati, e la gente raccontava barzellette su come era più rischioso guidare una Austin Sette per Piccadilly di notte che attraversare con un carro armato la linea Sigfrido.”

(La cruna dell'ago, di Ken Follet – trad. Riccardo Calzeroni)



 

mercoledì 24 marzo 2021

La città dei ladri, di David Benioff

Titolo: La città dei ladri

Autore: David Benioff

Traduttore: Marco Rossari

Editore: Beat – 2012


Romanzo coinvolgente e intenso, che attraverso una narrazione dal ritmo serrato ed estremamente azzeccato alterna umorismo ed orrore, avventura e testimonianza. I protagonisti, due “fuorilegge” in periodo di guerra, l'uno ladruncolo, l'altro disertore, entrambi involontari e loro malgrado, si vedono assegnati una missione che funga da redenzione: trovare una dozzina di uova per una torta nuziale. Il problema è che lo scenario è la Seconda Guerra Mondiale, esattamente durante l'assedio di Leningrado. Quindi Lev e Kolija, questi i loro nomi, se la devono vedere con Armata Rossa, Nazisti, partigiani, cannibali, prostitute, abitanti di Piter (il nomignolo usato dagli abitanti della città sulla Neva), cani antimine ed altro ancora.

A questo punto l'avventura, fra l'horror ed il picaresco, il ruvido e il grottesco, diviene una sorta di fiaba contemporanea secondo i dettami e le scansioni di quella medievale e delle narrazioni più classiche. Non solo romanzo di iniziazione e di formazione, ma opera di spessore e profondità oltre le pagine più “lievi”, commovente e duro quanto serve. La guerra reale che diviene dimensione astratta in cui narrare l'avventura del giovane popolano a cui viene affidata una missione impossibile, che nessuno prima è riuscito a compiere, con tanto di aiutante magico, orchi da sfidare, fanciulle da salvare, bella da conquistare e il Male da affrontare viso a viso. Così pericolo e morte, paura e fame, ostacoli e trionfo, sebbene amaro, vengono magistralmente dosati da Benioff. Il risultato è che non si vorrebbe lasciare le pagine di questa bella storia così ben scritta ed orchestrata.



È l’inverno del 1941 a Leningrado. La città è sotto l’assedio delle truppe tedesche e i suoi abitanti non hanno mai patito tanta fame. Per Lev, diciassette anni, naso grosso e capelli neri, e Kolja, giovane cosacco con la faccia impertinente, la fame, tuttavia, è ben poca cosa rispetto a quello che li aspetta. Lev ha rubato il coltello a un paracadutista tedesco morto assiderato e Kolja ha avuto la brillante idea di disertare. Reati gravissimi in tempo di guerra, per i quali la pena prevista è una sola: la fucilazione. Dopo qualche giorno trascorso in un cupo carcere sulla Neva, i due si ritrovano al cospetto di un colonnello dal collo taurino e le stelle ben in vista sulle mostrine. Il colonnello dapprima li squadra, poi li invita a seguirlo fino ai margini del fiume. Sulla Neva ghiacciata una ragazza, capelli corvini legati in uno chignon morbido, pattina esibendosi in piroette strette e veloci. È sua figlia e sta per sposarsi. Un matrimonio vero, alla russa, con musica e danze e… un solo problema: la torta nuziale. Ci sono lo zucchero, il miele, la farina e tutti gli altri ingredienti, ma mancano le uova, una maledetta dozzina di uova introvabili in tutta Leningrado per gli eroici soldati dell’Armata Rossa, ma non forse per una volgare coppia di ladri… (da neripozza.it)

venerdì 5 marzo 2021

Incipit 10/100

“Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell'anno 1944.”

(I ventitré giorni della città di Alba, di Beppe Fenoglio)



 

 

 

 

sabato 24 ottobre 2020

Giallo, Noir & Thriller/78



Titolo: Ninfa Dormiente

Autore: Ilaria Tuti

Editore: Longanesi 2019

Una compresenza di curiosità ed un pizzico di reticenza ha accompagnato la mia lettura di “Ninfa Dormiente”, opera “seconda” di Ilaria Tuti, dopo “Fiori sopra l'inferno”.

Mi ha fatto piacere conoscere meglio il commissario capo e profiler Teresa Battaglia, di cui vengono chiariti, se non proprio svelati, alcuni avvenimenti del suo passato, nonché entrare maggiormente dentro la malattia che la affligge e con cui sia lei che il lettore si trovano a fare i conti.

Di contro, un po' di fastidio, più che noia, l'ho vissuta leggendo del suo collaboratore, l'ispettore Marini, degli strascichi della sua infanzia non propriamente felice e dei turbamenti che vengono in più pagine spiattellati. In questo caso si attinge a qualcosa di già fin troppo raccontato, per quanto serio e doloroso, ed inoltre si aggiungono i problemi con la (ex) fidanzata, per lo più incinta con lui turbato ed in ambasce alla notizia.

Fortunatamente però si aggiungono in “Ninfa Dormiente” due protagonisti “speciali”, che rendono interessante l'indagine in corso, contribuendovi in modo sostanziale ed originale, donano ulteriore sapore alla narrazione ed a quanto raccontato. Spero che l'autrice ci faccia incontrare ancora con Bianca ed il suo amico a quattro zampe.


La scrittura alterna ritmo e dialoghi da respirare, momenti descrittivi non sempre apprezzabili e indagini dal sapore etnoculturale, queste da me maggiormente apprezzate, poiché presentate in modo garbato ed adatto al contesto narrativo. Se poi si ha avuto la possibilità di frequentare, anche solo da turista, i luoghi descritti, allora è difficile non farsi conquistare.

Da gustare, a mio parere, oltre all'attenzione per i luoghi, anche l'alternanza dei tempi narrati, l'odierno ed il passato, che si sostanzia negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale al confine fra Friuli e Jugoslavia, ora Slovenia. In questo caso rientra una riflessione ed una considerazione sul Tempo e sul tempo dei vari protagonisti, sulla Terra e la terra vissuta dagli abitanti della Val Resia.

Intrigante, ma richiede pazienza, dal momento che pur non mancando pathos e ritmica scansione, alcune pause appesantiscono la lettura e ci si gioca quel tanto di adrenalina che qualche lettore magari avrebbe preferito trovarvi in dosi maggiori.


Li chiamano «cold case», e sono gli unici di cui posso occuparmi, ormai. Casi freddi, come il vento che spira tra queste valli, come il ghiaccio che lambisce le cime delle montagne. Violenze sepolte dal tempo e che d’improvviso riaffiorano, con la crudele perentorietà di un enigma. Ma ciò che ho di fronte è qualcosa di più cupo e più complicato di quanto mi aspettavo. Il male ha tracciato un disegno e a me non resta che analizzarlo minuziosamente e seguire le tracce, nelle valli più profonde, nel folto del bosco che rinasce a primavera. Dovrò arrivare fin dove gli indizi mi porteranno. E fin dove le forze della mia mente mi sorreggeranno. Mi chiamo Teresa Battaglia e sono un commissario di polizia specializzato in profiling. Ogni giorno cammino sopra l’inferno, ogni giorno l’inferno mi abita e mi divora. Perché c’è qualcosa che, poco a poco, mi sta consumando come fuoco. Il mio lavoro, la mia squadra, sono tutto per me. Perderli sarebbe come se mi venisse strappato il cuore dal petto. Eppure, questa potrebbe essere l’ultima indagine che svolgerò. E, per la prima volta nella mia vita, ho paura di non poter salvare nessuno, nemmeno me stessa. (da Longanesi.it)

martedì 28 luglio 2020

La vita gioca con me, di David Grossman



Titolo: La vita gioca con me
Autore: David Grossman
Traduttore: Alessandra Shomroni
Editore: Mondadori - 2019

Non è una lettura facile quella di “La vita gioca con me”, ultimo libro di David Grossman pubblicato in Italia da Mondadori.
Affatto facile per lo stile dell'autore che, per quanto curato e tutto sommato “offerto al lettore”, risulta pagina dopo pagina sicuramente impegnativo ed a tratti difficile dato il continuo alternarsi fra presente e passato, fra attuale e ricordi e vissuti.
Difficile inoltre per la profondità e l'insistere, quasi doloroso per chi si facesse catturare dalle pagine, su due temi enormi e fondamentali: l'amore e l'identità.

Ne nascono interrogativi e problemi che il lettore non può fare a meno di spostare dai protagonisti del romanzo a sé. Scrivo protagonisti, ma forse sarebbe meglio riferirsi a protagoniste, tre per la precisione, con l'aggiunta di due elementi maschili, uno vivo e in azione diretta, l'altro defunto e operante attraverso i ricordi ed i racconti di chi lo ha amato.

Iniziando da un plot, un tema tutto sommato ad una prima analisi ampiamente utilizzato e sviscerato, ovvero come da più generazioni si generino tanti ricordi e molteplici versioni di una stessa storia, così come una buona dose di segreti nascosti per anni e sentimenti contrastanti, David Grossman ne “La vita gioca con me” riesce con efficacia e tanto calore a raccontare “la resa dei conti” (una possibile versione di essa) in una famiglia in cui i ricordi stessi e le varie omissioni hanno creato ferite che sembrano impossibili da curare, tanto meno da rimarginare.

È un romanzo che vive di contrasti, di coppie oppositive, quali, tra le tante, madre-figlia, passato-presente (quale futuro?), colpa-perdono, accudimento-abbandono e ancora altre, intensamente rappresentate attraverso i dialoghi ed i discorsi meravigliosi fra madri e figlie e le metafore ed analogie che Grossman ci presenta con una crudeltà ammantata di garbo e quel tanto di intelligente astuzia che stimola la lettura.

Non inserisco rimandi alla trama e informazioni ulteriori riguardo i fatti narrati, sia perché non mi piace farlo (spesso neanche leggerli), sia perché ritengo sia più gustoso per chi lo desiderasse scoprirli per conto proprio, nella lettura di un romanzo che sa essere “violento” nei confronti di sensibilità del lettore, così come intenso verso il lettore medesimo nel porgli interrogativi quali “quanto lotteresti per preservare te stesso e la tua identità” e “quanto sei disposto a sopportare per amore?”, oltre a quanto e cosa sono in grado di sopravvivere l'identità e l'amore stesso.

"Tuvia era mio nonno. Vera è mia nonna. Rafael, Rafi, mio padre, e Nina… Nina non c'è. Nina non è qui. È sempre stato questo il suo contributo particolare alla famiglia", annota Ghili nel suo quaderno. Ma per la festa dei novant'anni di Vera, Nina è tornata; ha preso tre aerei che dall'Artico l'hanno portata al kibbutz, tra l'euforia di sua madre, la rabbia di sua figlia Ghili, e la venerazione immutata di Rafi, l'uomo che ancora, nonostante tutto, quando la vede perde ogni difesa. E questa volta sembra che Nina non abbia intenzione di fuggire via; ha una cosa urgente da comunicare. E una da sapere. Vuole che sua madre le racconti finalmente cosa è successo in Iugoslavia, nella "prima parte" della sua vita, quando, giovane ebrea croata, si è caparbiamente innamorata di MiloŠ, figlio di contadini serbi senza terra. E di quando MiloŠ è stato sbattuto in prigione con l'accusa di essere una spia stalinista. Vuole sapere perché Vera è stata deportata nel campo di rieducazione sull'isola di Goli Otok, abbandonandola all'età di sei anni e mezzo. Di più, Nina suggerisce di partire alla volta del luogo dell'orrore che ha risucchiato Vera per tre anni e che ha segnato il suo destino e poi quello della giovane Ghili. Il viaggio di Vera, Nina, Ghili e Rafi a Goli Otok finisce per trasformarsi in una drammatica resa dei conti e rompe il silenzio, risvegliando sentimenti ed emozioni con la violenza della tempesta che si abbatte sulle scogliere dell'isola. Un viaggio catartico affidato alle riprese di una videocamera, dove memoria e oblio si confondono in un'unica testimonianza imperfetta. (da ibs.it)

mercoledì 22 maggio 2019

Giallo, Noir & Thriller/68

Titolo: Una Traccia nel Buio
Autore: Arnaldur Indriđason
Traduttore: Storti Alessandro
Editore: Guanda – 2015


Con “Una Traccia nel Buio” Arnaldur Indriðason inaugura una nuova serie, la Reykjavík Wartime Mistery, dove il protagonista non è il commissario Erlendur che il lettore ha già conosciuto, bensì nel periodo della Seconda Guerra Mondiale l'islandese Flovent, l’unico agente rimasto a comporre la squadra di polizia investigativa dopo lo scoppio della guerra, ed un canadese originario della Nuova Islanda, agente della polizia militare, il giovanissimo Thorson. A questi si aggiunge, per un romanzo che si svolge su due differenti piani temporali, l'ex agente in pensione Konrad, che di sua iniziativa decide di indagare ed aiutare i colleghi in un caso di omicidio che inizialmente era stato liquidato come tragica morte naturale.

Passato e presente si alternano e si mescolano più volte, con il secondo che in diverse occasioni fornisce la chiave per interpretare il primo, dove chi indaga nel presente si accorge di essere richiamato dal passato e nel passato. La stessa isola, l'Islanda, che appare tanto, forse troppo lontana, oggi da quel ieri che ci viene così ben rappresentato, con una una cultura essenzialmente contadina che all'improvviso si trovò a fare i conti con una occupazione militare, per quanto pacifica, e a mettere in dubbio se stessa e chi forzatamente accoglieva in quei tragici anni. Così l'anziano Konrad e con lui il lettore deve confrontarsi con ciò che significò l'incontro tra Islandesi e Britannici prima e Americani poi. Una problematica non solo militare, ma anche culturale e di costume, al centro di una questione che venne definita come “la Situazione”, dove giovani donne venivano attratte dai componenti delle Forze d'occupazione.


In questo scenario agiscono Thorson e Flovent, in un'altro differente si trova ad operare Konrad, facendo comunque i conti con quanto accaduto ormai 70 anni prima. Fatti a cui anche la famiglia di Konrad assistette ed in cui fu coinvolta, per un continuo rimando fra i piani temporali accennati prima.

Il romanzo presenta ritmi lenti e meditati, ma ne sono rimasto comunque affascinato, sia per le caratteristiche del trio investigativo, sia perché l’autore racconta una parte interessante della storia dell'Islanda, di un'isola ai confini del mondo che ha vissuto la guerra in modo diverso dai Paesi europei, ovvero marginalmente, perché lontana da tutti i fronti di battaglia, ma comunque rimanendone segnata, soprattutto per i retroscena di un conflitto, ma anche dalla presenza delle truppe di occupazione.
Indriðason mette in campo uno stile elegante, sebbene in qualche passaggio possa apparire un po’ noioso ad una prima impressione, dal momento che le indagini procedono per progressi piccolissimi. La lettura comunque procede con una certa soddisfazione e ne sono rimasto legato e per certi versi rapito ed emozionato. Un romanzo di genere che rispetta il genere e le doti dell'autore, che lascia un pizzico di Erlendur qua e là giusto per non destabilizzare troppo i suoi lettori “storici”, ma che possiede anche il pregio di raccontare la storia recente dell’Islanda, contribuendo a stimolarne la conoscenza.


Il piccolo appartamento è in ordine e il suo anziano proprietario, sdraiato nel letto, apparentemente dorme sereno. Ma la verità è un’altra. Qualcuno ha soffocato nel sonno Stefán Þórðarson, qualcuno che evidentemente la vittima conosceva e a cui ha aperto la porta della casa dove viveva solo da anni. … (da guanda.it)

lunedì 20 maggio 2019

Citazioni Cinematografiche n.303

Anche se siamo in guerra le cicale friniscono e le farfalle volano. Dopo l'incursione aerea di giugno pensavamo che la guerra stesse ormai per mostrarsi ai nostri occhi: ma dove la combattono, e quando arriverà? 
(Suzu Urano in "In questo angolo di mondo", di Sunao Katabuchi - 2016)