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sabato 13 giugno 2015

Dylan Dog #345 – Gli Spiriti Custodi

Elementi positivi: i disegni di Sergio Gerasi si mostrano fra i migliori e suggestivi presentati negli ultimi mesi, non solo in Dylan Dog ma anche in altre pubblicazioni Bonelli. L’ironia che i protagonisti esprimono e trasmettono non è da sottovalutare, anche se potrebbe urtare qualche purista delle storie di fantasmi. La copertina di Stano è bella.


Elementi negativi: la sceneggiatura di Luigi Mignacco è fin troppo esile e tenue, un peccato perché la vicenda, per quanto non eccelsa, creava un buon contesto su cui sviluppare una bella trama. Pertanto così non si fa un gran favore agli apprezzabili disegni, che risultano, forse, un po’ sprecati, anche se, guardandola da un altro punto di vista, la trama debole potrebbe aiutare a concentrarsi proprio su questi (ma non ci credo molto!).

domenica 8 febbraio 2015

Al Servizio del Caos - Dylan Dog #341

Qualche giorno fa ho riportato alcune mie riflessioni su Dylan Dog, in particolare basandomi anche sulla lettura dell’ultimo albo in edicola, “Al Servizio del Caos”.
Concludevo quel post “promettendo” di riportare a breve quello che del numero 341 mi era piaciuto.

Ebbene sono rimasto veramente soddisfatto dei disegni, ad opera di Daniele Bigliardo e Angelo Stano. Ci sono varie “splah pages”, una più bella dell’altra, ed altre tavole sono un ottimo esempio di come sia possibile rispettare la tradizione Bonelli pur compiendo opera di aggiornamento di uno schema che ormai risulta stretto per molti disegnatori.

Ho decisamente apprezzato e mi sono goduto il taglio cinematografico dato alle immagini, presumo suggerito da Roberto Recchioni e reso con grande efficacia da Bigliardo. Alcune tavole, con inquadrature ben studiate e “inusuali” nelle serie Bonelli, sono davvero mirabili, in grado di stregare!


Rimane il fatto che la sceneggiatura non mi ha entusiasmato, anche perché lascia solo parzialmente esaudita la voglia di “trame orizzontali”, ma se disegni e tavole di questo tipo continuassero a fare la loro comparsa su Dylan Dog e magari qualche altra testata italiana, ne sarei entusiasta!



giovedì 5 febbraio 2015

Dylan Dog e il Pop. #341 Al Servizio del Caos



Credo di non sostenere nulla di particolarmente originale scrivendo che Dylan Dog era parte della cultura pop negli anni 90. Contribuiva, in modo sostanziale e con qualche grado di sfrontatezza, a definire cosa rientrasse nel pop. È divenuto un fenomeno di costume, nel senso e nell’accezione più “nobile” dell’espressione. C’erano mode e invaghimenti vari, in campo fumettistico, letterario e culturale ad ampio raggio, ma Dylan Dog comunque rimaneva visibile e “vivo”, dettando in un certo modo “la linea”. Ero giovane e anche un po’ suggestionabile, ma avvertivo la potenza di quegli albi in modo discretamente lucido, non solo sulla base della diffusa consuetudine di acquistarne uscite originali e varie ristampe.



Era genuinamente pop e ci si occupava del fenomeno e dei suoi lettori in modo serio e puntuale, per cui si delineava come una componente imprescindibile per comprendere una parte della cultura, giovanile e non solo, di quegli anni. Riferimenti, ispirazioni, rimandi e citazioni erano a volte evidenti, talvolta nascosti o “sottili”, ma ogni storia assumeva la dignità di un’opera letteraria, artistica e di costume contemporanea.


Nel corso degli anni qualcosa è andato perduto, o solamente si è “diluito”, ma la testata Bonelli con quel nome insolito e riconoscibile è rimasta presente e ha continuato a far parlare di sé, anche se spesso con non troppa benevolenza.



Il sottoscritto già in altre occasioni ha tentato di scrivere del “nuovo corso”, inaugurato sulla “pelle” dell’Indagatore dell’Incubo. Ora, grazie alla lettura del n. 341, “Al Servizio del Caos”, tento di proporre una riflessione sul rapporto fra Dylan Dog e pop.
Da qualche mese le storie proposte, i disegni e le copertine degli albi sono tornate ad infarcirsi in modo massiccio ed evidente di rimandi e riferimenti al pop.
“Al Servizio del Caos” non solo non fa eccezione, ma potrebbe essere preso a modello per illustrare una tendenza, qualcosa che potremmo definire uno stile ed una modalità di gestione della testata e del personaggio.

Facciamo la conoscenza di John Ghost, nuova nemesi di Dylan. Chi pensava di trovarsi di fronte ad un novello Xabaras sarà sorpreso da questo personaggio, che ha tutte le caratteristiche per essere qualcosa di più di un elemento accessorio alla vita dell’inquilino di Craven Road 7. Per essere obiettivi, o almeno provarci, in quest’albo John Ghost risulta un po’ marginale. 

Dopo l’incisiva, sintetica presentazione dello stesso, nobilitata dai disegni di Stano, il personaggio rimane defilato e non sembra si sia riusciti, pur all’interno di una efficace sceneggiatura, a far passare in modo chiaro quale sia il suo ruolo e la portata delle sue azioni e “non azioni” nel corso della storia rappresentata. Anche il buon Dylan sembra più una pedina, soggetta a subire comportamenti, macchinazioni e decisioni di altri. Non si riesce a farsi bastare quello che si vede e si intravede. È un meccanismo, un artificio ormai ben acquisito e che è stato più volte proposto da tante (troppe?) serie TV e fiction, specialmente USA e più o meno recenti. 

Qui risiede il primo elemento degno di nota. Determinati schemi e modalità di gestione mutuati dalla TV hanno impatto e “catturano”, ma per quanto? Soprattutto la scelta di affidarvisi segnala che sono le serie TV, cultura pop evidentemente, ad influenzare Dylan Dog, che rischia di esservi omologato. Non farebbe cultura, quindi, ma, nella migliore delle ipotesi, ne utilizzerebbe, in modo un po’ pedissequo, un elemento.
Inoltre, sempre rimanendo sul n. 341, le diffuse citazioni e richiami al contemporaneo, ai suoi volti e situazioni fanno perdere distinzione e originalità al media fumetto.
Mi spiego: il fumetto non è radio, non è televisione, bensì qualcosa di diverso, vive nel mondo in cui vive il lettore, ma allo stesso tempo è un “luogo” dove viene creato un mondo “altro”, che vuole e può essere estraneo (totalmente o in parte) a quello in cui viviamo, persino “sospeso”, se ci intendiamo sul termine. Dylan Dog, invece, consapevolmente oppure no, sembra intenda abbattere questa  fragile e ideale barriera. Con una certa decisione, tra l’altro, altrimenti non si giustificherebbe l’impressione di essere ancora davanti alla TV mentre leggiamo “Al Servizio del Caos”.


John Ghost va a cena da Gordon Ramsey, Dylan incontra Alan Moore che vive nella casa dove ha passato l’infanzia James Bond, il sistema operativo del telefono protagonista richiama un recente film di Spike Jonze. Attualizzazione del personaggio e del contesto in cui vive, si dice da circa due anni. Ma che Dylan abbia visto “Skyfall” e ne sia anche entusiasta stona un po’ con il suo carattere. Insomma elementi nuovi ed “originali”, ma che potrebbero risultare difficili da gestire nel lungo periodo, ammesso che Dylan Dog possa continuare ad essere una testata seriale classica e non “a stagioni”, come accade, con buoni ed intriganti effetti, con altre storie e “caratteri”.

Dylan Dog, al momento, contiene cultura pop, non la sta facendo. Le frasi più incisive pronunciate da John Ghost sono quelle di Joker ne “Il Cavaliere Oscuro” e anche il nostro Old Boy abbandona, nel suo eloquio, determinate peculiarità proprie e “riconoscibili” che lo rendevano differente e distinto dai personaggi reali.

Un ultimo appunto: “Al Servizio del Caos” rischia di non trovare un equilibrio interno, sia preso singolarmente che all’interno di una serie. Risulta un albo impegnato su temi sociali e filosofici e la critica verso il capitalismo è evidente. Trova spazio il tema della pervasiva diffusione della tecnologia, tale da rendere schiavo chi ne fa uso quotidianamente. Si condanna l’edonismo ed il consumismo, possibile grazie allo sfruttamento di intere popolazioni, viene evidenziato il controllo costante di ogni singolo dato che passa attraverso gli smarthpone. Quasi una storia a tema, con un certo sapore di già visto, al limite della scarsa incisività. Rimane comunque il dubbio che autori e curatori ci stiano ancora prendendo le misure, come si dice, ma avverto la sensazione che si sia alla ricerca di un pubblico “nuovo”, a cui certi meccanismi e strategie vanno maggiormente congeniali rispetto a chi ha cominciato ad acquistare Dylan Dog pagando in lire e lo leggeva durante le ore di latino.


Per le cose che mi sono piaciute mi riservo un altro post.

venerdì 31 ottobre 2014

Dylan Dog #338 - Mai più, Ispettore Bloch


Esempio di metanarrazione nell’ultimo albo di Dylan Dog.

Il numero 338 della serie, “Mai più, Ispettore Bloch”, presenta la prima, grande rivoluzione nell’universo narrativo dell’inquilino di Craven Road. Il pensionamento dell’Ispettore Bloch, mentore dell’old boy Dylan, è occasione per far tornare in scena la Morte e rompere un equilibrio, narrativo e “ambientale”, sul quale buona parte del microcosmo della serie si basava.

L’ispettore raggiunge la tanto agognata, invocata e rimandata pensione. Come prima di lui, tanti personaggi cinematografici e letterari erano ritratti alle soglie di questo traguardo, spesso “giocandoci sopra” ed utilizzando tale condizione per creare situazioni e gag ad arte, o anche solo semplicemente come elemento caratterizzante di un “tipo” o, appunto, di un “carattere”.
Qui l’occasione del ritiro di Bloch dal lavoro è utilizzata per presentare una efficace e convincente metafora, sufficientemente chiara ma non banale e a mio avviso ben sviluppata. Ovvero la pensione come simbolo della perdita di status dell’ispettore, che, smettendo di lavorare e di essere quell’informale superiore di Dylan Dog, rischia di “morire” come figura dell’universo narrativo presentato, di non essere più un importante ed adeguato comprimario, alla pari ed in contrapposizione a Groucho, ed esposto quindi all’azione della Morte, che in effetti nelle pagine dell’albo vediamo affiancarlo ed accompagnarlo.

Persino la Morte sembra andare in pensione ed è qui che metafora e metanarrazione si incontrano, nelle intenzioni della brava sceneggiatrice Paola Barbato, per regalare al lettore una vicenda con tratti surreali e gag divertenti, in grado di intrattenere, far sorridere e invitare a conoscere meglio il buon ispettore, anche attraverso le debolezze sue ed i timori di Dylan.

Il tratto realistico di Bruno Brindisi (pressoché una garanzia) sostiene il tutto e rende ancora più gradevole la lettura, grazie alla cura della fisionomia dei protagonisti e degli elementi scenografici. Angelo Stano è all’altezza della situazione anche quando realizza una copertina “omaggio”, per cui lunga vita a Dylan Dog e all’ormai ex ispettore Bloch.



L’aveva attesa, invocata e desiderata da una vita la pensione, Bloch… e finalmente l’ora è scoccata. L’ex-ispettore svuota l’ufficio dalle sue cose e lascia dietro sé Scotland Yard, ma non Dylan Dog, la cui amicizia continuerà con l’affetto e la stima di sempre. Nel frattempo, l’Indagatore dell’Incubo è alle prese con il paradossale caso di Nora, una ragazza che è stata uccisa senza che sia morta. (da sergiobonelli.it)



giovedì 2 ottobre 2014

Dylan Dog #337 - Spazio Profondo

Il primo albo del nuovo corso!


Un nuovo ciclo, almeno così viene definito dal “papà” di Dylan Dog, Tiziano Sclavi, che ha voluto che Roberto Recchioni si “prendesse cura” del suo personaggio.



Recchioni stesso ha scritto soggetto e sceneggiatura del numero 337 dell’Indagatore dell’Incubo, “Spazio Profondo”, dove, fin dalla splendida copertina di Angelo Stano, sono evidenti i riferimenti e l’omaggio alla fantascienza ed in particolare ad alcuni dei più bei film a tema science fiction.



Fantascienza ed horror spesso si sono incontrati, di questo sono certamente consapevoli in casa Bonelli, poiché in quest’albo tornano prepotentemente tematiche orrorifiche, quasi da Dylan primi anni, in un contesto foriero di spunti ed idee ma anche angosce e pericoli come lo spazio.


Ho molto apprezzato i rimandi, presenti fin dal redazionale, ad “Alien”, “2001 Odissea nello spazio” e soprattutto a “Solaris”. A tal proposito consiglio caldamente il romanzo di Stanislav Lem ed il film che ne ha tratto Andrej Tarkovskij, in seconda battuta quello di Steven Soderbergh con George Clooney.




“Spazio Profondo”, titolo tutto sommato classico e perciò efficace, è eccezionalmente a colori. La Sergio Bonelli Editore deve averci preso gusto, dopo la felice esperienza con “Orfani”, dal momento che uno dei reali punti di forza di quest’albo, oltre alla densa ed intensa sceneggiatura, è proprio la colorazione, ad opera di Lorenzo De Felici. I colori virano a seconda di ciò che accade e si legge, accompagnano i protagonisti (la squadra di cinque Dylan in missione è un’altra efficace scelta che guarda al nuovo nel rispetto del classico) ed esaltano gli ottimi disegni di un Nicola Mari veramente in forma, con un tratto molto espressivo che sa risultare oscuro quanto occorre ma allo stesso vivido e coinvolgente.



Simpatica l'idea di battezzare due delle astronavi presenti all'interno della storia con i nomi di due dei più famosi calciatori del Manchester United! 

Un gran bel numero e se sarà come si legge, ovvero che la testata da ora in poi sarà articolata in stagioni di dodici numeri, mi aspetto già dal prossimo albo (112 pagine!) tante conferme e ulteriori motivi per continuare a leggere le avventure di Dylan Dog.



Dylan Dog si risveglia nell’anno 2427, a bordo della stazione U.S. Beckham, avamposto spaziale di frontiera dell’impero di Albione. Il suo corpo però non è fatto di viscere e sangue, ma è composto di materia sintetica, mentre la sua mente non è che un costrutto mnemonico realizzato a partire dalle sue memorie. Lo scopo del Dylan artificiale, insieme ad altre quattro versioni modificate di sé, è di fare luce sul mistero che circonda gli agghiaccianti fantasmi che infestano da tempo gli spazi siderali. Una missione che lo porterà a esplorare gli infiniti meandri della propria coscienza. (da Sergiobonelli.it)

giovedì 27 marzo 2014

Dylan Dog # 330 - La copertina

Il nuovo corso di Dylan Dog sta procedendo.
Sotto la supervisione di Tiziano Sclavi, con l'attento lavoro di Roberto Recchioni e di tutti i loro collaboratori la Sergio Bonelli Editore sta proponendo da qualche mese una "rinascita" dell'Indagatore dell'Incubo.

Si sono poste le basi, così sembra. Alcune novità sono già apprezzabili.
Mi limito a sottolineare il nuovo approccio alle copertine.
Il copertinista della serie Angelo Stano ci sta proponendo uno stile diverso da quello degli ultimi anni. Ciò ha stimolato un certo dibattito e cori di apprezzamento o, di contro, di critica e delusione.

La copertina del numero 330, "La Magnifica Creatura", è a mio parere molto bella, ben costruita, fitta senza stancare l'occhio e suggestiva.

Inoltre il fatto che sia tutto in bianco e nero, compreso il logo della testata, ad eccezione della camicia di Dylan è una grande trovata e di positivo impatto.

La storia non è da meno, ma è un'altra questione.