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domenica 28 dicembre 2025

Giallo, Noir & Thriller/98

 

Titolo: La donna che morì due volte

Autore: Leif GW Persson

Traduttore: Katia De Marco

Editore: Marsilio – 2018


Il titolo, vi sfido, non può che far venire in mente il quasi omonimo film di Alfred Hitchcock. Ma non siamo a San Francisco, Kim Novak e James Stewart non ci sono e la componente sentimentale manca. Sono ben presenti, invece, l'elemento di mistero, il gusto dell'indagine ed una dose thriller che si avvalgono anche di una componente più leggera, quasi divertente, data dal protagonista.

Proviamo a proporre qualcosa di simile ad una vera recensione, nello stile da semplice e divertito lettore incuriosito.

Potrei cominciare dal dire che “La donna che morì due volte” si fonda, ovviamente, su un paradosso che incrina una delle certezze più elementari dell’esistenza: l’idea che la morte sia un evento unico e irripetibile. Un assunto che pare indiscutibile e che tuttavia viene messo in crisi da una vicenda che, anche in questo caso, evoca atmosfere hitchcockiane, sebbene qui il gioco si svolga sul terreno della morte e non della vita.

Anche senza abbandonare questa certezza, ci si trova comunque di fronte al fatto che una giovane donna orientale sembra aver sfidato l’impossibile: è morta due volte. Di almento una di queste morti si ha la certezza, si conosce la mano assassina, fredda e metodica, capace di occultare il cadavere per anni. Tutto ciò contraddice la logica e proprio per questo cattura immediatamente il lettore, trascinandolo in un enigma che non ammette risposte semplici.

Di fronte a un simile rompicapo, sembra inevitabile arrendersi, soccombere alla curiosità, al bisogno quasi compulsivo di formulare congetture, di inseguire piste e sospetti. Le pagine scorrono rapide, sostenute da una costruzione narrativa solida e calibrata, mentre il tema del “doppio”, tanto caro al già ricordato cinema di Hitchcock, riaffiora e stringe il lettore, costringe la sua immaginazione o quantomeno la sua curiosità, in una morsa sottile e inquietante.

A condividere questo percorso non è solo il lettore, ma anche una squadra di investigatori acuti e determinati che, nel romanzo “La donna che morì due volte, si muove a ritroso nel tempo per ricostruire una verità destinata a esplodere come un fulmine improvviso. Quando arriva, infatti, la rivelazione finale coglie di sorpresa: un autentico colpo di scena che testimonia l’abilità di Leif GW Persson nel governare la tensione e nel condurre chi legge esattamente dove vuole, fino all’ultima pagina.

Figura centrale e indiscussa è Evert Bäckström, poliziotto fuori schema e antieroe per eccellenza. Personaggio volutamente sgradevole al primo impatto, Bäckström non fa nulla per conquistare simpatia: ostenta senza filtri i propri vizi, dall’alcol alla pigrizia, dal cinismo al disincanto morale per condire il tutto con la misoginia, passando per una sicurezza di sé che rasenta l’arroganza. È corrotto, indolente, spavaldo, eppure dotato di un intuito formidabile.

Proprio questo, però, dopo qualche pagina (o qualche romanzo, come nel mio caso) lo rende irresistibile e divertente. Bäckström non intende indossare maschere rassicuranti né si piega a modelli consolatori, non chiede di essere amato, finendo forse per questo per esserlo. In un thriller, dopotutto, l’empatia può essere secondaria, se vi è intuizione, fantasia, capacità di vedere ciò che gli altri non vedono e tutto questo lo si fa valere. E di fiuto investigativo, Bäckström ne possiede in abbondanza.

Anche il resto del cast non è da meno. I personaggi sono vividi, scolpiti con tale cura da sembrare reali, quasi invadenti, come vicini di casa eccentrici di cui si percepiscono odori, voci e manie. A fare da sfondo, una Svezia lontana dall’immagine patinata e irreprensibile, una terra che lascia intravedere crepe e zone d’ombra, immersa in una natura aspra e silenziosa, evocata più per ciò che nasconde che per ciò che mostra.

L’unico limite del romanzo risiede, forse, nel ritmo, che in alcuni passaggi rallenta e rischia di appesantire la narrazione. Talvolta la trama tende a dilungarsi oltre il necessario, suggerendo che una maggiore asciuttezza avrebbe giovato, rendendo la lettura ancora più fluida. Si tratta, però, di un appunto da incontentabile brontolone, di un difetto talmente marginale da non intaccare il piacere di leggere e godere di un mistero avvincente, di protagonisti efficaci che stimolano curiosità e sanno coinvolgere pagina dopo pagina.


Un pomeriggio di luglio il piccolo Edvin, dieci anni, suona alla porta del commissario Bäckström, suo vicino di casa, nonché suo idolo. Durante un’escursione in solitaria, invece dei funghi che stava cercando, sull’isola disabitata dove è stato depositato dal suo capo scout ha trovato un teschio umano con un foro di pallottola ben visibile sulla tempia. Per l’investigatore più furbo e cialtrone dell’intero corpo di polizia svedese si tratta di un importante ritrovamento dai chiari risvolti polizieschi: non resta che mettere in moto la sua fidata squadra per far luce su quello che ha tutta l’aria di essere un caso di omicidio. I primi riscontri riservano però una sorpresa: la vittima in questione risulta morta in Thailandia dodici anni prima, nello tsunami del dicembre 2004, il funerale celebrato, le ceneri disperse. A questo punto, la domanda diventa di ordine quasi filosofico: si può morire due volte?(da marsilioeditori.it)





lunedì 25 novembre 2024

Citazioni Cinematografiche n.591

 

Era un pomeriggio caldissimo e io ricordo ancora il profumo del caprifoglio lungo tutta la strada. Come potevo sapere che il delitto ha qualche volta il profumo del caprifoglio?

(Walter Neff/Fred MacMurray in “La fiamma del peccato”, di Billy Wilder - 1944)






lunedì 28 agosto 2023

Citazioni Cinematografiche n.526

 

Ivy: Tu resti impassibile e noi siamo terrorizzati, come mai?
Lucius: Non mi preoccupo di cosa può capitare, ma di cosa bisogna fare.
(Ivy Walker/Bryce Dallas Howard e Lucius Hunt/Joaquin Phoenix in “The Village”, di M. Night Shyamalan - 2004)




sabato 30 luglio 2022

La città e le sue luci

 




Le città si distinguono dai paesi o dai piccoli villaggi per il fatto che anche quando sono in silenzio parlano per immagini. Se strillano lo fanno a pieni polmoni con gli abitanti infuriati: con le uova, con il chiasso delle radio, con il turpiloquio più volgare. A volte con una bottiglia Molotov o con un gemito di piacere in un portone. Il sussurro in città è una cosa senza vergogna. Poiché i cittadini combattono sempre. Sacrificano un intero esercito di nobili e valenti giocatori a favore dei codardi, senza i quali in città non potrebbero esistere i primi: tutti coesistono, come in un organismo i batteri buoni e cattivi. Quindi non c'è mai concordia. La città è fatta di persone diverse tra loro, sempre in conflitto. Sono il suo battito cardiaco, accelerano le pulsazioni, rianimano dai morti le distese d'erba e fanno a pezzi senza pietà i cespugli, conquistano i sobborghi, assorbendo come un mostro affamato i paesi circostanti. Se un ingranaggio di quella macchina si rompe, viene rimpiazzato da uno nuovo. Il numero dei farabutti non deve scendere. Allo stesso modo, il numero degli sceriffi e dei guerrieri solitari è sempre stato e sarà una costante. Le città riposano in movimento. Lungo le arterie delle vie scorrono indefessi i tram, sobbalzano gli autobus, scivolano le auto e s'infilano le biciclette. Di giorno, la luce del sole rende più evidenti i vecchi e malandati edifici storici e i suoi abitanti, parassiti che alimentano paura e malaffare; la notte, invece, arde di una polifonia di luci e solo dall'oscurità emerge il vero volto dell'agglomerato urbano. La vita si dipana su una strada illuminata e là dove per un attimo qualcuno ha infranto tutti i lampioni. Un grido muto può risuonare ovunque, perché c'è sempre qualcosa che illumina l'oscurità: un neon, il bagliore di un lampeggiante della polizia o la fiamma di un accendino. Le città non si addormentano. Non sprofondano mai nell'oscurità completa.”


(da “Ognuno è carnefice”, di Katarzyna Bonda – trad. Laura Rescio e Walter Da Soller)



martedì 15 febbraio 2022

Giallo, Noir & Thriller/85

Titolo: I Figli della Polvere

Autore: Arnaldur Indriđason

Traduttore: Storti Alessandro

Editore: Guanda – 2021


Con “I Figli della Polvere” Guanda cerca di “farsi perdonare” una scelta editoriale che personalmente non sono in grado di comprendere fino in fondo. La casa editrice emiliana che pubblica le opere di Arnaldur Indriðason ci propone il primo episodio della serie di Erlendur Sveinsson, diversi anni dopo aver iniziato a presentare l'autore islandese.

Chi conosce la serie ed i suoi protagonisti si rende conto, fin dalle prime pagine, che l'ambientazione ed il paesaggio fisico e sociale è già ben proposto e delineate sono le linee principali sulle quali lo scrittore si muove.

In questo romanzo, però, rimane ancora molto da conoscere e scoprire su Sveinsson, che non è propriamente il protagonista della vicenda e a cui viene dato uno spazio relativo, nell'economia del romanzo.


Trama intricata quanto basta, indagini che più che svelare accompagnano misteri, bugie, insabbiamento di prove ed una scrittura che presenta uno svolgimento ben architettato e convincente fanno di questo romanzo un buon modo per avvicinarsi alla serie, in particolare per chi non ne ha ancora letto nulla.

L'autore probabilmente doveva ancora chiarirsi qualche elemento, forse non era, allora, del tutto convinto e consapevole che Sveinsson sarebbe diventato un personaggio a cui legarsi e così seguito. Fatto sta che specie i capitoli finali sono un po' distanti dal prosieguo della serie, motivo per cui nel complesso “I Figli della Polvere” mi è sembrato meno riuscito rispetto a gran parte dei romanzi successivi. Questo non toglie che la lettura sia stata appagante, inoltre la soddisfazione di scoprire “come tutto sia iniziato” mi fa “perdonare” la casa editrice.

Nota: è il primo romanzo della serie di Erlendur Sveinsson non tradotto da Silvia Cosimini, bensì da Alessandro Storti, della cui traduzione ho letto il primo romanzo della Reykjavík Wartime Mistery “Una Traccia nel Buio”.


In una fredda notte di gennaio, Daníel, da anni ricoverato per schizofrenia presso un ospedale psichiatrico di Reykjavík, si uccide gettandosi da una finestra sotto gli occhi del fratello Pálmi. Poche ore dopo, in un altro quartiere, un anziano insegnante in pensione muore nell’incendio doloso della sua casa. Le due morti, apparentemente così lontane fra loro, hanno in realtà un punto di contatto: Daníel è stato allievo del professore negli anni Sessanta e i due negli ultimi tempi si erano incontrati più volte… Ora spetta all’ispettore Erlendur e alla sua squadra investigativa scoprire quale segreto inimmaginabile nasconde questa turbolenta relazione. Personaggi avvincenti, suspense, dilemmi morali e ricerca della giustizia: in questo primo thriller della serie troviamo tutti gli elementi che hanno portato Arnaldur Indriðason al successo internazionale e facciamo conoscenza con il tormentato e geniale Erlendur, cupo e mutevole come il cielo islandese. (da guanda.it)






lunedì 7 febbraio 2022

Citazioni Cinematografiche n.445

Mi perdoni, padre, perché ho peccato. Sono tre mesi che non mi confesso. I miei peccati sono questi. Ho nominato il nome di Dio invano in varie occasioni. In varie occasioni ho preso dei giornali senza pagarli. Ho deliberatamente tratto piacere da pensieri impuri... e sono stato coinvolto in un certo lavoro... che credo verrà usato per far del male a due giovani. Mi era già successo. Che alcuni ci rimettessero per il mio lavoro. Temo che possa succedere di nuovo... e io non ero minimamente responsabile. Non sono responsabile. Per questo e tutti gli altri peccati sono sinceramente pentito.

(Harry Caul/Gene Hackman in “La Conversazione”, di Francis Ford Coppola - 1974)




lunedì 3 gennaio 2022

Citazioni Cinematografiche n.440

Certo, sono un'imbrogliona, una bugiarda, una ladra... ma sono onesta.

(Marnie/Tippie Hedren in “Marnie”, di Alfred Hitchcock - 1964)






lunedì 12 luglio 2021

Citazioni Cinematografiche n.415

Marta: Oh, Dio. Lei è un po' scarso come detective, non crede?
Benoît: Be', ad essere onesti... anche lei è un po' scarsa come omicida.

(Marta Cabrera/Ana de Armas e Benoît Blanc/Daniel Craig in "Cena con delitto - Knives Out", di Rian Johnson - 2019)



 

lunedì 15 marzo 2021

Citazioni Cinematografiche n.398

Hannibal Lecter: Tu avevi percepito chi ero, quando commettevo quelli che tu chiami "i miei crimini"...
Will Graham: Sì...
Hannibal Lecter: Quindi sei stato aggredito non per un difetto della tua percezione o del tuo istinto, ma perché non li hai ascoltati finché non è stato troppo tardi!
Will Graham: Direi di sì...
Hannibal Lecter: Ma ora hai l'esperienza...
Will Graham: Sì.
Hannibal Lecter: Immagina cosa faresti, Will, se potessi tornare indietro nel tempo...
Will Graham: Le sparerei in testa prima di lasciarle prendere lo stiletto.

(Hannibal Lecter/Anthony Hopkins e Will Graham/Edward Norton in "Red Dragon" di Brett Ratner - 2002 ) 




 

sabato 30 gennaio 2021

Giallo, Noir & Thriller/80


Titolo: Nessuna morte è perfetta

Autore: Katarzyna Bonda

Traduttore: Laura Rescio, Walter Da Soller

Editore: Piemme - 2018


Secondo capitolo della serie incentrata su Sasza Załuska, profiler polacca dai capelli rosso fuoco con un passato da alcolista già conosciuta in “Non esistono buone intenzioni”.

L'autrice Katarzyna Bonda ambienta questa nuova vicenda sempre in Polonia, ma lontano da Danzica, vicino al confine con la Bielorussia, nel voivodato della Podlachia, in un zona da decenni teatro di tensioni linguistiche, religiose, culturali e perciò politiche. Il dato che Bonda sia originaria di quei luoghi dona ulteriore interesse alla sua opera, dove l'autobiografico si rivela in una serie di dettagli che arricchiscono il lavoro di documentazione e studio

Nessuna morte è perfetta” si svolge pertanto nella cittadina di Hajnówka, dove polacchi cattolici e bielorussi ortodossi sono divisi dall'alfabeto utilizzato e dalla fede professata, ma uniti dalle tragedie che quei luoghi hanno osservato da secoli.

Hajnówka dietro un'apparenza di tranquillità e di ospitalità, nasconde un clima omertoso e piuttosto ricco di misteri irrisolti, che si collocano indietro nel tempo. Bonda fa partire tutto dal 1946, quando una spedizione punitiva organizzata da partigiani nazionalisti cattolici, rimasta impunita, massacrò oltre cento polacchi di origine bielorussa, considerati comunisti alleati dei sovietici e quindi nemici da abbattere.


I misteri del passato si legano in maniera tragica a quelli del presente, con Sasza suo malgrado coinvolta, tra cui la sparizione di una giovane sposa avvenuta proprio il giorno delle nozze, atti di violenza etnica e l’impossibilità di trovare il serial killer che ha segnato la sua vita, che sembra essere stato ricoverato in un clinica proprio in quei luoghi.

Tra piani temporali diversi, un balletto coinvolgente fra presente e passato e una serie di sparizioni, il lettore si trova di fronte ad una storia complessa che si poggia sulla Storia, per giungere ad una verità che non ha nulla di consolatorio e in verità piuttosto sconvolgente. Un thriller che sa essere più di un thriller (ammesso che qualcuno semplicemente lo sia) in cui la protagonista, tanto forte quanto disturbata e problematica, funge da inconsapevole catalizzatore di violenze e temi, per portare all'attenzione di chi legge un periodo storico, una zona periferica dell'Europa ed altro ancora, con le cicatrici, i limiti, i lati tragici e le debolezze dell’animo umano.

La profiler Sasza Załuska ha cambiato vita. Tornata in Polonia con la sua bambina, è da un bel po' che non tocca un goccio. E ora è decisa a fare pace con quel pezzo del suo passato che ancora la tormenta: il padre di sua figlia, conosciuto quando, alle prime armi come agente infiltrata nella malavita di Danzica, aveva commesso l'errore di innamorarsi proprio della persona su cui avrebbe dovuto vigilare. È per questo che Sasza si sposta sulle sue tracce ad Hajnówka, una città popolata da tanti misteri irrisolti che affondano le radici in un lontano passato. Come quello di Iwona, sposa bielorussa scomparsa il giorno del suo matrimonio con un ricco polacco del luogo. Sarà proprio Sasza, scontrandosi con la polizia locale, a indagare sulla sparizione della donna. (da edizpiemme.it)


 

martedì 16 giugno 2020

I Flagelli di Breslavia (2018)


I buoni film giallo-thriller non devono essere per forza marcati USA, o al limite britannici o francesi, possono anche essere girati e prodotti in altri paesi. Ci sono buoni, anzi ottimi esempi dalla Corea del sud, qualche prova notevole francese, spagnola ed anche italiana.
Qualche sera fa, per esempio, ho visto un più che dignitoso film thriller polacco, che ha, tra gli altri, il merito di non volere per forza imitare quelli a budget più ricco.

I Flagelli di Breslavia”, presente nel catalogo Netflix, intrattiene e presenta caratteri e colpi di scena degni di essere goduti. La trama è semplice quanto basta, ma niente affatto esile, avvincente e tesa al punto giusto, tanto da meritarsi un suo sviluppo e una dose di colpi di scena, orchestrati con mestiere e intelligenza.

Ovviamente in un buon thriller non può mancare un serial killer, che dia del filo da torcere alla polizia ed al detective incaricato di catturarlo. La cosa piacevole, almeno per me, è che entrambi in questo caso sono ben caratterizzati ed interpretati senza eccedere in descrizioni o dialoghi che spieghino ciò che invece può essere mostrato, il che aggiunge specificità alla storia e alla già originale ambientazione, ovvero la città di Breslavia, Wrocław in polacco.
Buon ritmo, poche soste, ma non velocità sincopata e poco idonea alla comprensione dei personaggi e della sceneggiatura come spesso accade dalle parti di Hollywood, bensì qualche momento più lento, utile ad assaporare gli eventi e lo sviluppo di una storia. Storia in cui vengono evidenziati i due profili più importanti fra i personaggi, i veri protagonisti.

"I Flagelli di Breslavia", quindi, pur non essendo un capolavoro è una pellicola che si avvantaggia di una buona scrittura, che valorizza in ogni istante il “cattivo”, il serial killer da mettere in primo piano, per ciò che fa e come lo fa e successivamente per le motivazioni per cui agisce. Vincente risulta la scelta di non perdersi in digressioni o sottotrame incentrate su personaggi di contorno. La regia è curata, lucida e, sebbene non esente da qualche autoindulgenza, adotta un suo stile, in cui una serie di lunghe riprese evita un montaggio troppo serrato o di mero effimero effetto ritmico, tipico per esempio di alcune serie televisive di moda.
Tutto questo si risolve in un approccio che funziona sul piano dei tempi narrativi, non banalmente dilatati giusto per inserire parentesi drammatiche o di effetto passeggero. Il film invece raggiunge il suo scopo, intrattenere, divertire e raccontare, non lesinando sangue e violenza, ma funzionali ed intelligentemente inseriti per un prodotto che merita attenzione.


martedì 10 settembre 2019

James Bond - Skyfall e Spectre



Ormai sette anni fa, alle prime settimane di vita di questo blog, presentai un post celebrativo dei primi 50 anni del James Bond cinematografico. In quell'occasione feci una veloce e del tutto personale disamina dei film fino a quel momento presentati al pubblico. Con un po' di leggerezza ed in fondo senza neanche prendermi particolarmente sul serio assegnai addirittura un voto ad ogni film.
A lungo è stato uno dei post maggiormente letti, o anche solo intercettati, per cui, sempre giocando, ma non troppo, riprendo quell'opera, parlando, sinteticamente degli altri due film nel frattempo usciti nelle sale, in attesa dei prossimi.

Via alla musica ed alle parole!
Agente 007 – Skyfall (2012) voto 7+: Daniel Craig ha creato e definitivamente imposto il suo James Bond. Abbandonata l'ironia, la spavalderia, il tono sarcastico del primo Bond (l'originale?), qui si ha di fronte un uomo molto più vicino alla realtà, non più invincibile e con punti deboli e qualche problema che non sa esattamente come gestire. Per alcuni cade un mito, per altri la mutazione è apprezzabile. Personalmente un po' mi manca quella disinvoltura e quel divertimento che viene a mancare, ma il film è apprezzabile. A patto di accettare che sia in tutto e per tutto un action movie, con più livelli di lettura, una serie di stratificazioni, che lo allontanano dalla spy-story classica e forse anche troppo semplicistica per questi tempi, e magari anche per il pubblico attuale. Il confronto con i precedenti interpreti del più famoso agente al servizio di Sua Maestà è probabilmente poco consono, sebbene divertente da fare, dal momento che siamo di fronte ad un'altra cosa, ad una rinascita vera e propria, come mostrato chiaramente nel film. Per quanto riguarda azione e tensione, queste non mancano, così come le scene di inseguimento e di duello, con un villain suggestivo, sebbene a mio parere Javier Bardem a tratti sembra gigioneggiare oltre il sopportabile. Bene gli altri interpreti, con Judy Dench (M) in un ruolo insolito e dai risvolti psicanalitici.



Agente 007 – Spectre (2015) voto 6-: quanto di buono, o comunque di maggiormente originale visto nel precedente qui si perde. Sembra che a regista e sceneggiatori interessi solo l'azione in quanto tale, con trascuratezza nella scrittura del plot ed una certa svogliatezza nel gestire e approfondire il nostro amato Bond. Daniel Craig continua nella sua strada, con maggiore atletismo e meno ironia e sarcasmo, riuscendoci anche bene, ma viene sprecato, sottoutilizzato e mal gestito il sempre apprezzabile Christoph Waltz, villain che avrebbe meritato una migliore sceneggiatura. Qualche esagerazione di troppo, non calata nell'adeguato contesto e ritmo, fanno storcere il naso, come se ci si fosse rimangiati quanto fatto in precedenza, forse non convinti o non sicuri di dove volersi dirigere. Allora ci si affida alle scene d'azione, alle belle auto lanciate a folli velocità in centri storici, qualche inquadratura ad effetto ed altri stratagemmi per coprire una certa insicurezza e povertà di idee. Non proprio un passo falso, perché l'insieme comunque intrattiene nonostante la lunghezza, ma ci si potrebbe aspettare di meglio.


mercoledì 31 luglio 2019

Ghost in the Shell (2017)


Mi sono avvicinato a “Ghost in the Shell”, il film del 2017 di Rupert Sanders, con cautela e un po' di titubanza, come si fa, o comunque sono solito fare, nel momento in cui scelgo di vedere ciò che si presenta come un remake, o quasi, di qualcosa che ho molto amato. In effetti il film è molto vicino all'omonimo anime datato 1995 per la regia di Mamoru Oshii, a sua volta basato sul manga di Masamune Shirow.

Ne avevo letto parecchie critiche negative, a volte spietate, basate su più aspetti e considerazioni, per cui ho dovuto impegnarmi maggiormente per poterlo guardare con la migliore predisposizione possibile. Credo che il film non sia affatto male, a patto di evitare almeno in parte il diretto confronto con l'anime anni 90. In caso contrario la lotta è decisamente impari, sebbene permanga qualche elemento positivo.

Dunque così ho cercato fare e la mia considerazione è che “Ghost in the Shell” di Sanders meriti attenzione ed una possibilità anche da parte dei fan dell'animazione giapponese.
Se la prima parte si risolve in poco più di una emulazione di quanto visto vent'anni prima, con scene talmente identiche da poter sovrapporre i fotogrammi dell'una e dell'altra opera, nel prosieguo della visione il film acquista una sua dimensione e prende una sua strada. Spinge sull'action movie e vira la riflessione e le vicende della protagonista sul versante della ricerca della propria identità, del proprio passato. Ovvero inserisce elementi tutto sommato conosciuti, quasi classici, su un impianto fantascientifico che guarda al cyberpunk, dove elementi thriller e polizieschi rendono il tutto maggiormente alla portata del grande pubblico. Il cyberpunk oggi è poco conosciuto e paga una carente diffusione, tra i più giovani in particolare. Pertanto averlo riproposto e portato in scena in grande stile e con vasta diffusione ritengo sia un'ottima cosa, pur con le semplificazioni stilistiche e drammaturgiche del caso.

I puristi ne rimangono inorriditi, ma un fetta non trascurabile del pubblico può farsi coinvolgere e magari (ri)avvicinarsi al genere. La fantascienza ed il cyberpunk hanno ancora molto da dire. Inoltre le critiche alla scelta come protagonista di Scarlett Johansson, con annesse accuse di whitewashing, dal momento che nel manga originale la protagonista, Motoko Kusanagi, è di etnia asiatica, mi sembrano ingenerose. Innanzitutto per gran parte del film non viene usato il nome Motoko, e quando si comincia a farlo è per inserire una deviazione narrativa e drammaturgica precisa, con molte e fondate giustificazioni e motivazioni. Inoltre l'attrice statunitense si è molto ben destreggiata nel ruolo, con buone prove nelle scene d'azione e tipicamente da science fiction thriller così come in quelle maggiormente dialogate e narrative (in fondo è pur sempre un membro degli Avengers, no?). Al limite la sua statura, non propriamente notevole, ha un po' penalizzato la resa scenica nei momenti in cui la si vede fianco a fianco con i protagonisti maschili. Infine anche nell'anime, così come nel manga, le fattezze del maggiore da lei interpretato non sono così spiccatamente asiatiche, come poi accade in molti altri esempi di opere cinematografiche o fumettistiche (anime e manga spesso hanno personaggi con viso e fattezze occidentali, secondo la tradizione produttiva).


In buona sostanza, se si guarda al film con il cuore e gli occhi all'anime, quest'ultimo vince nettamente e con facilità soprattutto per la profondità di riflessione e l'impianto narrativo-scenico, viceversa se si offre un'opportunità a Sanders, alla Johansson, a Takeshi Kitano ed agli altri attori coinvolti, non si rimane del tutto delusi e viene la voglia di chiedere altre opere di fantascienza con elementi filosofici, che possano raggiungere il pubblico ed anche solo intrattenerlo con discreta qualità.

venerdì 26 luglio 2019

Giallo, Noir & Thriller/70

Titolo: Oxen - la prima vittima
Autore: Jens Henrik Jensen
Traduttore:Margherita Podestà Heir
Editore: Salani - 2019



Oxen – la prima vittima” si presenta come il romanzo iniziale di una trilogia che promette bene, per le peculiarità del protagonista, l'ambientazione, il ritmo che si presenta pagina dopo pagina e per la capacità di scrittura veramente interessante. Jens Henrik Jensen, l'autore, non ha fretta di offrire al lettore tutto quello che ha in serbo per lui (o lei!), bensì calibra e dosa gli avvenimenti, centellina i colpi di scena, mai banali o deludenti, per comporre un buon racconto, che solo apparentemente potrebbe essere considerato l'inizio di un percorso di redenzione.
Certo, Oxen è un vagabondo, un balordo che ha abbandonato la civiltà, forse un semplice uomo vittima dei propri incubi e delle circostanze, ma anche un pluripremiato veterano di guerra, ex membro delle forze speciali danesi. Questo mix, stimolante, ma che avrebbe potuto portare a risultati modesti, viene invece valorizzato, mettendo il protagonista nella scomoda condizione di poter essere allo stesso tempo colpevole di omicidio, perfetto capro espiatorio, oppure eccellente e strategica risorsa per i servizi segreti. 
 

Si entra lentamente nel cuore della vicenda, come capita spesso nei thriller nordici, ma capitolo dopo capitolo qualcosa si modifica nel corso del romanzo, siamo di fronte a qualcosa di diverso. A seguire la descrizione di alcuni semplici eventi, utili per stuzzicare la curiosità e la voglia di mistero, la presentazione di luoghi e persone, nonché dello stesso Oxen, l’autore trasporta il lettore nel suo mondo. La scrittura è curata, non lenta come a volte lamentano i detrattori della letteratura scandinava, le descrizioni servono a creare un’atmosfera affascinante che avvolge il romanzo sino alla fine, dove una cornice naturale quasi incontaminata fa da sfondo a misteri che si infittiscono e trame che si complicano.
Il meccanismo narrativo funziona, facendo leva e sostenendosi su due punti fermi: il protagonista e la trama complessa. Quasi una lezione di scrittura thriller!
Quindi sembra che si abbia a che fare con un’indagine, tutto sommato classica, su un potenziale serial killer che si firma attraverso l’impiccagione dei cani delle vittime, si pensa che si arrivi a trattare e approfondire alcune magagne dell’alta borghesia danese, con annesso pistolotto magari. Invece il libro acquista velocità nel corso dei capitoli, si aggiungono elementi da spy story e cadenze da thriller storico, che ben si armonizzano tra loro, senza mai scivolare nell’inverosimiglianza che a volte si trova nei racconti che svelano trame di società segrete.
Il finale rivela ma allo stesso tempo complica. La storia di Oxen è appena iniziata, lasciandoci nell'attesa di leggere il prossimo capitolo.


Due degli uomini più influenti della Danimarca sono morti in circostanze sospette. Non sembra esserci alcun collegamento tra i casi, se non fosse per un inquietante particolare: i cani delle vittime sono stati impiccati poco prima della morte dei padroni. Quando anche l’ex ambasciatore Hans-Otto Corfitzen viene trovato morto nel suo castello, nei boschi di Rold Skov, dopo che il suo bracco è stato impiccato, non c’è più alcun dubbio che si tratti di omicidi seriali…

mercoledì 10 luglio 2019

Giallo, Noir & Thriller/69


Titolo: Fiori sopra l'inferno
Autore: Ilaria Tuti
Editore: Longanesi - 2018

A volte mi capita di leggere libri contemporanei in cui i dialoghi risultano finti, al limite dell'artefatto e dell'innaturale, facendomi chiedere se esista veramente qualcuno che parli in quel modo, con una stupefacente ricerca di vocaboli ed una particolare cura nella scelta dei tempi e modi verbali. Sono d'accordo che la letteratura debba cercare, almeno un po', di salvaguardare l'educazione di una lingua e magari aiutare qualche lettore ad esprimersi in modo corretto, ma è mai possibile che tutti i personaggi di un romanzo riescano a dialogare tra loro come fossero usciti dall'Accademia della Crusca?

Nel caso di “Fiori sopra l'inferno” questo non accade, dal momento che i dialoghi sono molto vivi e reali, opportunamente dosati fra le pulsioni umane concrete, le enfasi e cadute proprie di persone comuni e la doverosa necessità di giungere alle “orecchie” di ogni lettore. Il discorso è diverso per quanto riguarda le descrizioni ambientali ed i passaggi di raccordo, dove invece ho notato un certo eccesso di enfasi, probabilmente voluta dall'autrice Ilaria Tuti proprio per evidenziare una comunque non disprezzabile distanza fra il parlato ed il raccontato/rappresentato.

Al centro di tutto c'è un bel personaggio femminile, Teresa Battaglia, una profiler che tra le montagne del Friuli (molto riconoscibili i luoghi descritti per chi li ha frequentati) si trova a fronteggiare sia una serie di eventi drammatici legati ad un passato angosciante che le sue problematiche fisiche ed emotive, che rischiano di farla precipitare in una rischiosa condizione psicologica . Questo aspetto, seppur qui ben esposto e oggettivamente coinvolgente, personalmente comincia a venirmi un po' a noia. L'ennesimo commissario dal passato cupo e misterioso, che si porta addosso cicatrici e spigolosità di ogni tipo, burbero e brusco con chi lavora e così via. Tutto vero, ma il fatto che Teresa Battaglia sia una profiler ed una donna oltre i 50 dona una certa originalità al tutto, il resto lo fanno i dialoghi e l'amore per i luoghi e le psicologie dei personaggi. Un thriller che procede molto serrato per due terzi abbondanti delle pagine, poi rallenta e qualche passaggio è al limite del “telefonato”, del prevedibile, anche se capacità di scrittura e solidità dell'idea non vengono mai messe in discussione.

Il lettore, superate le legittime riserve legate alla tipologia di protagonista, una donna molto “vera” seppur su un solco già ampiamente sfruttato, si gode la vicenda e in qualche modo si appassiona sia alla sorte delle vittime che dei colpevoli che, quali testimoni così come agenti dei fatti, donano un certo brio al tutto. Si perdonano quindi alcune lentezze, si gusta il mix fra tensione, violenza, tematiche sociologiche ed azione, con il desiderio, alla fine, di saperne di più sui protagonisti e sull'ambiente.






lunedì 25 marzo 2019

Citazioni Cinematografiche n.295

La perla rimane pura per sempre, mentre la polpa dell'ostrica le marcisce intorno. 
(Eleanor/Saoirse Ronan in "Byzantium" di Neil Jordan - 2012 )



mercoledì 13 febbraio 2019

Polar (2019)

Ero molto incuriosito e forse anche impaziente di vedere “Polar” prodotto da Netflix, per cui appena avuta una serata disponibile mi sono organizzato per farlo. Il film con Mads Mikkelsen è tratto dall'omonimo graphic novel e la cosa si nota per uno spettatore affezionato a quella parte del genere noir dove l'azione è continua ed il ritmo serrato. In questo adattamento cinematografico ci sono passaggi un po' tirati e qualche momento di “stanca”, probabilmente a causa di una scrittura che cerca di far convivere più temi e suggestioni tipici del genere, senza riuscire del tutto a trovare un accettabile equilibrio fra di essi.

Intendiamoci, le ambientazioni e la cura dei dettagli sono mirabili ed efficaci, anche le musiche svolgono bene il loro ruolo, ma il film a mio parere si basa fin troppo sulle spalle del protagonista, il già citato Mikkelsen che qui è anche produttore esecutivo. Il suo killer prossimo alla pensione, obiettivo delle gesta di altri killer ingaggiati per ucciderlo, è un bel personaggio, che incarna caratteri e tipi propri del noir-thriller, ma l'attore danese non è riuscito a gestire da solo due ore di film, poco supportato, come è, dagli altri personaggi, non tutti sufficientemente caratterizzati e sviluppati, quando non si cade nella caricatura.



Violenza a profusione, sangue che gronda praticamente in ogni fotogramma, sesso francamente eccessivo ed in almeno un caso utilizzato arbitrariamente (quasi come a voler intercettare alcuni gusti non propriamente afferenti all'arte cinematografica), ma al tutto sembra mancare quella auspicabile forma d'ironia che invece avrebbe smorzato ed allo stesso tempo reso accettabile la generosa dose di pallottole, pozze e schizzi di materiale ematico. A parte qualche momento in cui sembrano provarci, la sceneggiatura ed il regista Jonas Åkerlund mostrano di prendersi fin troppo sul serio, non intuendo che quando si sceglie di andare “sopra le righe” sarebbe utile introdurre elementi e dettagli che mostrino come se ne abbia la consapevolezza e quindi, senza scadere nella macchietta, si possa anche far sorridere o anche ridere lo spettatore.

Dal momento che la trama, o quantomeno il punto di partenza, non è originalissimo, bensì fin troppo spesso utilizzato e visto, basare tutto “Polar” sul Black Kaiser di Mikkelsen si rivela una scelta non azzeccatissima e le numerose scene da estetica di videoclip, con toni esagerati e un tantino nevrotici, peggiorano la situazione, in particolare quando si tenta la via di un velleitario minimalismo nelle immagini che vi si dovrebbero contrapporre.


Forse il film potrebbe soddisfare i fan dell'ultraviolenza un po' fine a se stessa, quelli che apprezzano qualche tetta e culo sparati per riempire del vuoto, chi si esalta per l'ultrapop coloratissimo e vicino alla nausea visiva, ma gli estimatori del noir e dei thriller probabilmente avrebbero desiderato qualcosa di diverso, magari di migliore.

sabato 27 ottobre 2018

Giallo, Noir & Thriller/59


Titolo: Quella gelida notte a Stoccolma
Autore: Tove Alsterdal
Traduttore: Lisa Raspanti
Editore: Newton Compton - 2015


Il titolo non tragga in inganno. Non si tratta del “solito” giallo svedese, dell'ennesimo noir nordeuropeo, pubblicazioni che hanno stancato molti. Perché in “Quella gelida notte a Stoccolma” si parte dalla Svezia per arrivare, in un coinvolgente moto centrifugo, in Argentina e Colombia. Nel corso del romanzo si passa dall'odierno agli anni 70, in un serie di salti avanti ed indietro nel tempo fra nordeuropa e sudamerica.

La morte di una giovane donna, troppo frettolosamente archiviata come suicidio, considerata la vita sregolata e segnata da abusi etilici e stravaganze varie della stessa, diviene occasione per una avvincente indagine, condotta dalla sorella minore, architetto e madre di due bambini. Se le caratteristiche che hanno fatto la fortuna e contraddistinto una “via scandinava” al giallo-thriller ci sono tutte, dall'attenzione ed efficace descrizione dei caratteri sia dal punto di vista fisico che psicologico alla soddisfacente narrazione delle scene d’azione, dove tutto viene abilmente descritto e “portato” dal lettore, l'autrice aggiunge altro. Con una scrittura scorrevole, capace di creare suspense e attesa, Tove Alsterdal ci offre più di un thriller, ovvero anche un ottimo lavoro di studio e di ricerca storica, abilmente inserito in una trama noir avvincente e ben costruita. 

 
Dopo le prime pagine in cui il lettore deve necessariamente prendere confidenza con i personaggi e le dettagliate descrizioni dei paesaggi urbani e naturali, ricche di nomi non facilmente memorizzabili, ci si trova a leggere curati dialoghi ricchi di emozione e sentimento che però potrebbero non bastare senza l'azione e la tensione che arrivano dopo un po'. La scelta di approfondire il passato della madre delle due sorelle, misteriosamente scomparsa nel 1978, ci permette di giungere al dramma della dittatura argentina di Videla e sodali. Così si sviluppa un doppio binario di narrazione, un parallelo che ci mostra come sia quaranta anni fa che oggi c'è qualcuno vittima di violenza e crudeltà da parte di chi sostiene di avere una missione da compiere. Combattere l'anelito di libertà presente nell'Argentina post-peronista oppure arricchirsi senza scrupoli. Uno dei meriti del romanzo è comunque riproporre con dovizia di particolari la tensione che attanagliava l’Argentina, il terrore, la privazione delle libertà individuali, il clima di delazione e di violazione dei diritti umani, le sparizioni e le torture che hanno segnato un continente, senza dimenticare di far vivere al lettore la tensione della vicenda, l'adrenalina di un'indagine, le sensazioni di una ricerca che molte sorprese porta ai protagonisti e a chi segue le loro vicissitudini, con una buona dose di colpi di scena ben distribuiti e sapientemente preparati.



In una fredda notte di primavera, Charlie Eriksson si butta da un balcone all’undicesimo piano di un condominio a Stoccolma. Poche ore prima della sua morte, un barbone però l’ha vista fuori da una discoteca, insieme a un uomo dai modi minacciosi. Ma chi potrebbe mai credere alla testimonianza di un senzatetto? Il caso viene archiviato come suicidio, anche perché la vita della giovane donna era segnata dall’abuso di droghe. Ma la sorella Helene vuole davvero capire quello che è successo a Charlie e comincia a dubitare che si sia suicidata. Perché era andata a Buenos Aires quattro settimane prima della sua morte? (da newtoncompton.com)