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sabato 16 agosto 2025

Vita dell'uomo

 



La vita dell'uomo d'oggi non è favorevole all'approfondimento. Essa rinunzia alla calma e alla contemplazione, è vita di inquietudine e di fretta, un gareggiare senza scopo e senza significato. Chi resta solo un attimo fermo, è già superato nell'attimo seguente. E con le urgenze della vita esteriore, si rincorrono anche impressioni, esperienze, sensazioni. Siamo sempre dietro alla novità, ci domina quanto è ultimamente accaduto, ed è dimenticato quel che lo precedeva, prima che si avesse il tempo di distinguerlo, non diciamo di comprenderlo. Viviamo da sensazione a sensazione. E si infiacchisce il nostro acume, si ottunde il nostro sentimento del valore, nella caccia al sensazionale.”

(Nicolai Hartmann, da Etica, trad. V. Filippone Thaulero)




martedì 5 dicembre 2023

giovedì 12 ottobre 2023

l'Arte secondo Giorgio Bassani

 

"La danza della vita", di Edvard Munch (1900) - Nasjonalgalleriet di Oslo 


“L'Arte, lo sappiamo, è sempre uguale a sé stessa. Sta là, diversa dalla Vita, anzi il suo contrario, a ricordarci della Vita, e, talvolta, addirittura a restituircela.”

(Giorgio Bassani, da “Italia da salvare”)




martedì 16 maggio 2023

Padri, figli, colpe

 



E' questo il paradosso della filiazione: le colpe dei padri ricadono sempre sui figli. Ma i figli non sono mai solo il frutto di quelle colpe. Esiste una discontinuità, uno scarto, un resto inassimilabile tra la colpa dei padri e l’ombra della sua ripetizione nei figli.”

(Massimo Recalcati, “Il segreto del figlio”)




lunedì 1 novembre 2021

Citazioni Cinematografiche n.431

Marianne: Johan, tu credi davvero che due persone possano vivere insieme tutta la vita?
Johan: È una convenzione balorda che abbiamo ereditato da non so da chi. Ci vorrebbe un contratto quinquennale o meglio rinnovabile di anno in anno.

(Marianne/Liv Ullmann e Johan/Erland Josephson in "Scene da un matrimomio", di Ingmar Bergman - 1973) 




giovedì 2 settembre 2021

Se fosse come cantava Noel Gallagher?

Se fosse come cantava Noel Gallagher?

We the people fight for our existence
We don’t claim to be perfect but we’re free
We dream our dreams alone with no resistance
Fading like the stars we wish to be


 

 


giovedì 29 luglio 2021

La possibilità di godere di ogni momento


Tutti di solito sono convinti che le persone si separano perché una si è stancata dell'altra, per propria volontà o per volontà dell'altra persona. Ma non è così. I periodi finiscono, come cambiano le stagioni. Semplicemente. È una cosa su cui la volontà individuale non ha nessun potere. Viceversa, si ha la possibilità, fino a quando verrà quel giorno, di godere di ogni momento. Noi, fino all'ultimo, vivemmo nella gioia.

(da H/H, di Banana Yoshimoto, Feltrinelli - trad. Giorgio Amitrano)


 

 

martedì 22 giugno 2021

Pazzia e Caos

 

Tutti siamo scienziati pazzi, e la vita è il nostro laboratorio. Tutti stiamo sperimentando per trovare un modo di vivere, per risolvere problemi, per convivere con pazzia e caos.

David Cronenberg

 


 

martedì 16 marzo 2021

Sto bene. Sto bene?


Trying hard to breathe

Hid between my knees
Take my hand and squeeze
Say I’m alright
Whisper in my ear
Happy you are here
Everything seems clear
We’re alright
We’re alright

Tell me not to trip or to lose sight
You are walking in my dotted line
Take my hand and help me not to shake
Say I’m alright
I’m alright
Say I’m alright
I’m alright
It’s okay to feel
Everything is real
Nothing left to steal
Cause we’re alright
We’re alright

Tell me not to trip or to lose sight
You are walking in my dotted line
Take my hand and help me not to shake

Say I’m alright
I’m alright
Say I’m alright
I’m alright
Say I’m alright
I’m alright

(Sharon Van Etten)

martedì 2 marzo 2021

Lady Bird (2017), di Greta Gerwig

Il legame turbolento tra una madre e la figlia adolescente. Christine “Lady Bird” McPherson combatte, ma è esattamente come sua madre: selvaggia, profondamente supponente e determinata. Ambientato a Sacramento, in California nel 2002, in un panorama economico americano che cambia rapidamente, Lady Bird è uno sguardo commovente sulle relazioni che ci formano, le credenze che ci definiscono e l’ineguagliabile bellezza di un luogo chiamato casa…

In diversi momenti ho inserito in queste pagine riferimenti a film in cui Saoirse Ronan fosse protagonista. Torno a scrivere qualche riga su un'opera cinematografica in cui la giovane attrice dimostra il suo talento, ben valorizzato da una sceneggiatura indovinata e da una regia che merita attenzione ed apprezzamento.

Lady Bird”, a firma dell'allora esordiente Greta Gerwig, è stato a mio avviso ingiustamente ritenuto poco più di un onesto teen-movie, da una parte sottolineandone solo gli aspetti più evidenti e dall'altra concentrandosi eccessivamente sui pur presenti limiti. Per esempio qualche settimana fa il film è stato trasmesso su una rete televisiva mediaset notoriamemte conosciuta per “passare” opere nel migliore dei casi mediocri, quando non pessime o irritanti, all'interno di una programmazione dedicata all'amore e all'adolescenza. Questo a mio parere segnala quanto “Lady Bird” sia stato frainteso, almeno da una parte di pubblico e per lo più sottovalutato anche da chi è più informato sul Cinema (i Golden Globes vinti lo confermano o non fanno testo, a seconda di come li si valuti).

Pur non volendo attribuirmi meriti o qualità maggiori di quanto possa effettivamente dimostrare, ritengo che la coppia Gerwig (regia e sceneggiatura) e Ronan, a cui si aggiunge l'eccellente Laurie Metcalf, ci abbia regalato un bel film. Forse, anzi sicuramente non ottimo e con qualche carenza, specie nei momenti in cui vorrebbe farci gustare quel tanto di disillusione ed amarezza che intende mettere in scena, ma ben più di una commedia indie con canzoni annesse.

Si riscontra un certo equilibrio fra i sentieri narrativi percorsi, ovvero fra quel tanto di teen indie comedy che ha ormai i meccanismi ben oliati, ma qui senza gratuite volgarità, e gli elementi (semi)autobiografici. Il tutto regala momenti di originalità e offre spunti rivitalizzanti all'interno di più di una semplice opera di genere.

Insomma, accanto al racconto di formazione, sufficientemente classico e lineare, si vedono ben scritti, filmati e recitati elementi più originali, come il contesto proletario, cinematograficamente fuori luogo in California, a cui si aggiunge l’ambiente scolastico cattolico, che offre l'occasione per mettere in scena suore, sacerdoti e farli vittime di nuove situazioni e scherzi goliardici. In più, come raramente si vede in certe opere, mirabilmente vera e sentita è la rappresentazione del rapporto madre-figlia, con le già citate Ronan e Metcalf che si esprimono su più livelli e con grande bravura. Il rapporto fra le due donne è difficile e contrastato, come da prassi, ma il merito della Gerwig e delle attrici è di renderlo vero, sentito e toccante senza ricorrere a fastidiosi ed abusati cliché, facendo sì che questo permetta al film di raggiungere le sue vette, narrative, visive e cinematografiche.


 

giovedì 29 ottobre 2020

La gente ama i sogni



"Per quanto siano irrealizzabili, la gente ama i sogni. Il sogno ci da forza e ci tormenta, ci fa vivere e ci fa morire. E anche se ci abbandona, le sue ceneri rimangono sempre in fondo al cuore. Fino alla morte." 
(Gatsu - Berserk)

domenica 18 ottobre 2020

Fede?

"When politicians use faith as an excuse to pass and uphold laws that seize control of people’s bodies but not guarantee them healthcare, feed the poor, shelter the homeless, or welcome the stranger, you have to wonder if it’s really about faith at all."


Quando i politici usano la fede come scusa per approvare e sostenere leggi che prendono il controllo dei corpi delle persone ma non garantiscono loro l'assistenza sanitaria, non sfamano i poveri, non danno rifugio ai senzatetto o non danno il benvenuto allo straniero, devi chiederti se si tratta davvero di fede.”

(Alexandria Ocasio-Cortez)






martedì 9 giugno 2020

La banalità di una disobbedienza


La disobbedienza per essere civile dev'essere sincera, rispettosa, contenuta, mai provocante, deve basarsi su principi bene assimilati, non dev'essere capricciosa e soprattutto non deve nascondere rancore e odio.
(Mahatma Gandhi)


Nel corso di queste ultime settimane mi è capitato di leggere, sui social network ma anche su quotidiani ed altri contenitori di notizie on line, diversi interventi a tema “disobbedienza” oppure “obbedienza”.
In molti casi i vari post, articoli o commenti prendevano origine da frasi, aforismi o dichiarazioni di molti scrittori, poeti, leader politici o religiosi, figure carismatiche e personalità che a vario titolo hanno meritato, o quantomeno acquisito, notorietà.

Quindi vai di Thoreau, Brecht, Martin Luther King, Mandela, Gandhi, John Lennon, solo per ricordare i più scelti, fino a giungere all'Antigone di Sofocle.
L'elemento che mi turba è la consuetudine, ormai diffusa e infestante, di “utilizzare” frasi e pensieri di qualcuno in modo arbitrario, inoltre avulso da un contesto, drammaturgico-letterario o storico/sociale-politico che sia, per sostenere una propria posizione, una propria idea o anche solo un proprio capriccio. In questo modo si giunge a far un torto all'autore e alla personalità che si cita e il cui pensiero viene ricordato. Va da sé che una riga, un passo di un'opera letteraria o di un discorso tenuto da qualcuno, se estrapolato da un totale, da un ragionamento lungo e complesso, da una condizione specifica, può avvalorare una cosa così come il suo contrario. È necessario ricordare come ci sia ancora qualcuno che sostiene che l'omosessualità debba essere severamente punita dalle autorità civili e religiose basandosi su passi biblici?

Ebbene, le polemiche degli ultimi giorni sull'opportunità di continuare a mettere in atto pratiche atte a contenere la diffusione di un contagio, che si risolverebbero, a mio parere, in pochi comportamenti di buon senso e reciproco rispetto, non mi appassionano particolarmente. Pertanto tenderei ad evitare di discuterne, ma il fatto che qualcuno sia giunto ad utilizzare una frase di Hannah Arendt per giustificare la propria pubblica opposizione (la propria disobbedienza) ad indossare un pezzo di stoffa davanti alla propria bocca ed al proprio naso, allorquando si trovi a parlare ed agire in luoghi pubblici potenzialmente molto frequentati, mi ha messo di malumore e, onestamente, mi ha infastidito.
Ma come, direte voi, Mandela e Gandhi sì, ma Arendt no? Non è questione di simpatie, ma di senso della proporzione. Concetto invero offeso anche da parte di chi, implicitamente, si accomuna al primo presidente del Sudafrica post apartheid ed al padre dell'indipendenza dell'India per sostenere le proprie posizioni. Poiché questi uomini hanno sostenuto le proprie idee e si sono fatti voce della necessità di disobbedire a leggi e pratiche ingiuste, affrontando le conseguenze delle proprie azioni e delle proprie dichiarazioni (non sono sicuro che chi “prende in prestito” le loro parole sia altrettanto pronto a farlo). Perché, si può e si deve trasgredire alla legge che in coscienza si giudica ingiusta, ma occorre anche accettare la pena che essa prevede. 
Come sosteneva don Milani: “Chi paga di persona testimonia che vuole la legge migliore, cioè che ama la legge più degli altri.”

Dunque, tornando a Arendt, è stata utilizzata una sua frase pronunciata durante un’intervista, ovvero “Nessuno ha il diritto di obbedire”.
Presa così, criminalmente dal punto di vista dell'onestà e correttezza culturale e banalizzando il profondo e articolato pensiero di Arendt stessa, diviene uno slogan, un semplice inno e sintomo della pochezza intellettuale di quanti se ne appropriano.
Non mi è semplice esplicare le motivazioni che mi portano a soffrire per l'utilizzo improprio dei concetti di “obbedienza” e di conseguenza di “disobbedienza” in questi tempi balordi, da parte di sprovveduti in termini di conoscenza e rispetto del pensiero logico e speculativo. Così come illustrare i termini della frase in questione pone una difficoltà innegabile, anche perché è pressoché impossibile restituire la densità del ragionamento della politologa e filosofa tedesca fissando quell’unica frase.

Pertanto proviamo a individuare di che tipo di obbedienza si tratti quando diciamo che “nessuno ha il diritto” di metterla in pratica. Per il momento e limitatamente al caso in questione, credo che una parziale interpretazione trovi un punto di appoggio nella critica fatta da Arendt ai regimi totalitari e, in particolare, alla “cieca obbedienza” che drammaticamente essi impongono. In questo caso il diritto verrebbe meno quando le finalità complessive dei regimi totalitari calpestino il riconoscimento di un diritto “superiore”, coincidente con il valore assoluto della vita umana. Solo se viene leso tale valore, allora, cade anche il diritto di obbedire e risulta moralmente impellente, doveroso, passare senza indugi alla disobbedienza civile.

Tale interpretazione troverebbe appoggio, in qualche modo ispirazione, da una serie di passaggi dell'opera arendtiana “La Banalità del Male”. Qui appunto si trova, si troverebbe, una sua collocazione ermeneutica, nonché un senso alla e della citazione riportata. Per completezza la frase originale, resa più breve dall'operazione comunicativa di alcuni, suona così: “Secondo Kant, nessuno ha il diritto di obbedire”. Una frase, presa di peso da un contesto (un'intervista in questo caso specifico) e spostata in un altro con ben poche analogie, perde inevitabilmente riferimenti e collegamenti, rendendola alla stregua di quelle massime che da adolescenti si scriveva sui diari scolastici.
Innanzitutto perché viene chiamato in causa Kant? Kant era un filosofo, si è occupato anche di filosofia morale. La filosofia morale indaga questioni generali che suonano in modo simile alla citazione in questione. Per esempio: “Che cosa ho il diritto di fare?”. Allora proprio Kant diviene indispensabile a capire la frase “Nessuno ha il diritto di obbedire”.
Kant è indispensabile perché, durante il processo subito in Israele di cui Hanna Arendt ci parla nel già ricordato “La Banalità del Male”, era stato nominato da Adolf Eichmann, responsabile di aver organizzato il trasporto di milioni di ebrei (e non solo) nei campi di sterminio per la Soluzione Finale. Uno dei nazisti responsabili dello sterminio degli ebrei, un assassino disse, in breve: non è colpa mia se grazie al mio operato sono morti tanti ebrei, io ho solo obbedito agli ordini e l’obbedienza è una virtù morale, lo dice anche Kant.

A questo punto Hannah Arendt si pone la questione se Kant possa essere chiamato a giustificare la virtù dell’obbedienza, tanto da permettere che vengano arbitrariamente uccise moltissime persone, colpevoli solo di essere ritenute non meritevoli di vivere. Arendt, che ha studiato bene il pensiero di Kant, ci dice che non è possibile. Secondo il senso del pensiero di Kant, sostiene la filosofa, nessuno ha il diritto di obbedire. Ovvero, nessuno ha il diritto di giustificare il proprio operato criminale (e solo di questo si sta parlando, non di seguire alcune semplici indicazioni) dicendo che qualcuno, un leader, una figura di governo, un'autorità, gli ha dato il diritto di farlo.

Se hai obbedito a un ordine che ti imponeva di uccidere qualcuno, anche un individuo inerme per esempio, nessuno ti ha dato il diritto di farlo (si può ragionare se lo si è fatto per dovere, ma non è questo il momento ed il caso). Quell’omicidio lo compi solo tu, rendendotene pienamente responsabile. Quindi sarebbe il caso di lasciare in pace Kant e qualsiasi altra istanza “morale” esterna alla tua coscienza.
Risulta chiara la sproporzione di termini e di concetto fra quanto detto da Arendt ed il contesto a cui si riferiva ed il caso di rispettare alcune banali indicazioni di tutela comune? La politologa e filosofa si rifa a Kant, attualizza e dona nuova dignità al pensiero di Kant scempiato da Adolf Eichmann, per farci notare che il diritto nasce invece sempre da un atto autonomo, non dall’obbedienza a un ordine esterno, e perciò talvolta è persino giusto e “morale” ribellarsi alla legge, ovviamente non se questa legge mi impone di rispettare l'altro, contribuire al benessere e sicurezza comune o di pagare le tasse, ma di uccidere un bambino o di contribuire allo sterminio di un popolo. Certo, a meno che secondo qualcuno indossare una mascherina quando si va a fare la spesa o all'ufficio postale e chiedere che anche altri usino la stessa premura sia un comportamento da nazista.

La prima lezione che potremmo trarre dal libro [Il barone rampante] è che la disobbedienza acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui si ribella.
(Italo Calvino)


domenica 23 febbraio 2020

Vivere è molto più di questo

Ma vivere, amore, è molto più di questo; 
è crescere e dormire e invecchiare con te,
litigare e scherzare, e a volte non vederci,
o certe mattine vederci come due estranei. 
Josefa Parra

 

sabato 13 luglio 2019

Internet, social network, ignoranza, intolleranza


Quando, poco più di 20 anni fa, anche per me ed altri a me vicini iniziò la rivoluzione del web, principalmente grazie alle sale attrezzate nei laboratori universitari, ingenuamente buona parte di noi credette (e cedette) all'illusione di un nuovo modo di conoscere, sapere, trasmettere e condividere. La promessa di una conoscenza più diffusa, più “libera”, qualunque cosa potesse significare, anche se per noi sembrava chiaro. Una possibilità di informarsi ed informare, di farsi un'idea, anche di studiare e farsi conoscere. Perché no, anche l'ideale di una controinformazione, che si opponesse ai canali tradizionali o anche solo dialogasse in modo “battagliero” con la cultura dominante. Il miraggio di una base, di una strada per diffondere nomi, fatti, dati, ragionamenti, riflessioni e spunti che divenissero sapere controegemonico.
Chissà se eravamo solamente ingenui oppure troppo accademici, a nostro modo nuovi illuministi che credevano che quello strumento, il web, avrebbe portato solo cose buone e positive, tanto da elevarci ed elevare tutto e tutti ad una inedita ed entusiasmante dimensione, di conoscenza e di condiviso progresso verso nuovi orizzonti culturali e sociali. All'inizio sembrava effettivamente così, o almeno pensavamo lo fosse, anche perché alle prese con i movimenti “no-new global”, le tesi universitarie, i confronti su Noam Chomsky, Naomi Klein e la voglia di progresso e di crescita sostenibile, di condivisione di file musicali, di video e testi al di fuori delle “gabbie” commerciali. Si potevano leggere ed ascoltare contributi di studiosi, scienziati, storici, scrittori, professori ed altre importanti personalità, anche solo per il gusto di poterne poi discutere insieme e litigare con cognizione di causa, soprattutto sapendo il più possibile di cosa si parlasse.


Già cominciavano a sorgerci dubbi e perplessità quando ci rendemmo conto che spesso il web era pieno e prodigo di altro, sotto forma di pubblicità varie, notizie inventate, inviti a partecipare a “catene di messaggi” e milioni di foto di gattini in bottiglia ed altre bestie. La cosa, almeno dal punto di vista di chi scrive, ha preso una tragica e grottesca deriva con la diffusione degli smartphone e la disponibilità dei vari social network.
In buona sostanza, allo stato attuale, Internet ed i social network, in modo tanto repentino quanto sospettosamente sfruttato, sono riusciti a sovvertire la nostra visione di allora. Hanno tolto gran parte della loro autorità a coloro che una volta erano considerati degni di essere letti ed ascoltati, tragicamente prendendo solo il lato più negativo di una possibile rivoluzione, ovvero gettare tutto quello che anche solo aveva parvenza di accademico, di elevato, di imposto dall'alto. Ora i cosiddetti esperti, anche e soprattutto quelli che lo sono veramente in virtù di studi, ricerche ed impegno culturale e di conoscenza, non vengono più ascoltati, anzi denigrati. Internet ed i social network hanno promosso e reso più visibili i non esperti, i colpevoli ignoranti potremmo dire, quelli che sfoggiano e si fanno onore del loro anti-intellettualismo, del loro essere vicini alla “gente comune”. Come se l'ignoranza e l'incompetenza fossero una virtù, persino un punto di forza, una privilegiata condizione socio-politica. Questa spietata critica della competenza, condita di “questo lo dice lei”, “ma dove sta scritto”, “non è necessario essere laureati per...” e così via, ha avuto conseguenze nel migliore dei casi ambigue, quando non drammatiche e pericolose, poiché ha aperto la via all'ignoranza e all'intolleranza. Ignoranza ed intolleranza di successo, considerando lo spazio ad esse dedicato, le ospitate in televisione, le foto sui giornali, nonché le dichiarazioni e comportamenti di certi ministri e sottosegretari attualmente in carica.
Insomma la critica della competenza ha innalzato a merito e vanto l'incompetenza, l'ignoranza e l'intolleranza, propagate e diffuse attraverso internet ed i social network, che si sono rivelati strumenti delicati e vengono usati in modo opposto dal fornire una base ed una possibilità per il sapere, il conoscere, la diffusione del metodo scientifico ed il progresso collettivo e condiviso.

venerdì 22 marzo 2019

Between Two Lungs



Qualche anno fa ho già proposto questa canzone, “Between Two Lungs” dei Florence + Machine, in una più che apprezzabile versione acustica. Era contrassegnata dal tag videocitazioni, che come un gioco metaletterario e metaartistico accosta una citazione tratta da un romanzo, un saggio, una poesia oppure un discorso ad una canzone. Accostamento che trae origine dalla vicinanza di argomenti, dai temi o sensazioni proposti, oppure dal semplice utilizzo di medesime parole o frasi, come anche dalla mia sensibilità.

In questo caso propongo la stessa canzone all'interno di una esibizione dei Florence + Machine tenutasi alla Royal Albert Hall. È a mio parere estremamente emozionante ed intensa, con Florence Welch che oltre a cantare splendidamente, interpreta il brano trasmettendo e comunicando con il pubblico e riesce a valorizzare e valorizzarsi con il notevole accompagnamento approntato per l'occasione. Un video da vedere assolutamente e per goderlo al meglio, anche più volte, trascrivo l'emozionate testo.

Buon ascolto e buona visione/lettura.


Between two lungs it was released
The breath that carried me
The sigh that blew me forward


'Cause it was trapped
Trapped between two lungs, it was
Trapped between two lungs, it was
Trapped between two lungs


And my running feet could fly
Each breath screaming, "we are all too young to die"


Between two lungs it was released
The breath that passed from you to me
It flew between us as we slept
That slipped from your mouth into mine, it crept
Between two lungs it was released
The breath that passed from you to me
It flew between us as we slept
That slipped from your mouth into mine, it crept

'Cause it was trapped
Trapped between two lungs, it was
Trapped between two lungs


Gone are the days of begging, the days of theft
No more gasping for a breath
The air has filled me head to toe
And I can see the ground far below
I have this breath and I hold it tight
And I keep it in my chest with all my might
I pray to God this breath will last
As it pushes past my lips, as I
Gasp, gasp
Ah ah ah ah

giovedì 27 dicembre 2018

L'Anima e la Vita secondo Tarkovskij


Paul Signac, Al Tempo dell'Armonia - 1893-95


L'anima è assetata di armonia, mentre la vita, invece, è disarmonica.
(Andrej Arsen’evic Tarkovskij) 






giovedì 16 agosto 2018

Da "O Capitano! Mio Capitano!" alla disillusione - L'Attimo che non c'era


L'attore statunitense Ethan Hawke è indubbiamente molto noto per la lunga serie di film e personaggi interpretati, per il suo impegno come regista ed anche come scrittore (Minimum Fax ha pubblicato alcuni suoi libri). Per chi ha circa 40 anni il buon Hawke è stato innanzitutto e forse un po' è ancora, soprattutto, il timido e represso Todd Anderson de “L'Attimo Fuggente”.
Proprio il film di Peter Weir, quello del “Carpe Diem”, di “O Capitano! Mio Capitano”, di Walt Whitman e del fiume Congo che “scava con la testa”.


Era il 1989 quando il film uscì, pochi mesi prima che l'Occidente si convincesse di aver vinto e si illudesse di aver fatto sì che la Libertà prevalesse contro il “Male”. L'Occidente libero e democratico si apprestava a godersi la caduta del Muro (come se ce ne fosse solo uno!) e gli adolescenti di buona parte del mondo, persino in Italia, si entusiasmavano per le vicende di quel gruppo di studenti negli Stati Uniti degli anni 50. Gli USA ancora per qualche tempo si sarebbero sentiti innocenti e dalla parte della ragione e del giusto, prima che si cominciasse ad ucciderne i presidenti e si ponessero le basi per le battaglie sui diritti civili.

Chi frequenta la Welton Academy in quel periodo (solo maschi, ricordate la famosa scena della telefonata da parte di Dio?), per volere dei genitori entra in una istituzione formativa che prevede e perpetua una rigida separazione delle classi, con la pretesa, o la scusa, di preparare la futura classe dirigente. Una istituzione che prende, forma e restituisce uomini destinati a divenire, nel loro intimo essere, “carne da macello”.
Contro questo sembrava stagliarsi la figura del professor John Keating, un Robin Williams che a fatica teneva a bada la sua natura istrionica non sempre centrata ed opportuna nei vari film interpretati.

Ebbene io ed i miei coetanei e compagni di scuola non potemmo non innamorarci di questo film e dei suoi protagonisti. Cosa c'era di più esaltante di un professore che ti fa urlare in aula, giocare a pallone durante l'ora di letteratura declamando versi, ti invita a “sentire” la poesia, ti sprona a goderti i tuoi giorni “succhiando il midollo della vita”, sempre senza “strozzarti con l'osso”? Come si poteva non invidiare gli studenti Todd Anderson, Neil Perry, Knox Overstreet, Charlie “Nuwanda” Dalton, Steven Meeks, Gerard Pitts e detestare il traditore Richard Cameron? Un gruppo tanto fortunato da accogliere gli insegnamenti del professore di lettere Keating e, abbandonati, strappati i testi classici, si ritrova in una grotta per leggere poesie, suonare male il sassofono, fumare sigarette e parlare di sesso, il tutto senza preoccuparsi della morale e del decoro. Si vedeva, si voleva vedere in ciò più che un richiamo, un vero impulso, quasi un ancestrale istinto alla libertà da una repressione sociale ma anche intima, privata, perfino auto-imposta.



Ora, a distanza di quasi 30 anni, mi viene da pensare che prendemmo una grossa cantonata. “L'Attimo Fuggente” ci sembrava un film sulla e per la libertà, e per tanti anni ancora io stesso mi sono illuso che avrei potuto “cogliere l'attimo”, persino con i miei tanti ed enormi limiti. Pensavo che non mi sarei fatto stringere da norme, consuetudini, tradizioni e cliché, sociali, privati ed emotivi. Invece, penso ora, quello era un film sull'illusione. Acutamente e dolorosamente un'opera sull'illusione della libertà. Dopo tre decenni di vita e di esperienze, di film e di libri letti, di studi ed esami, giungo ad affermare che “L'Attimo Fuggente” era un avvertimento, una predizione. Forse qualcuno dei miei amici e amori di allora continua a ritenerlo un invito, una spinta per smuovere gli spettatori, gli adolescenti incerti ed inerti ed indicare una via. Probabilmente può esserlo, ma la via che viene proposta è quella del martirio, tanto tragico e doloroso quanto inevitabile. 

 

I fatti: Neil Perry mette fine ai suoi giorni sparandosi in testa con la pistola del padre, che gli vuole impedire di recitare. Nuwanda viene espulso per aver picchiato il traditore Cameron, che invece riceve un encomio poiché si è più o meno consapevolmente piegato alle volontà e “desiderata” istituzionali. Gli altri sono costretti all'abiura nei confronti dell'amato professore, scelto come unico e solo colpevole della tragedia prima ricordata. Ben poco è servito che le pagine del manuale di letteratura, scritto da un immaginario professore emerito di nome Jonathan Evans Pritchard, siano state strappate via, giacché il tutto si risolve in un gesto puramente estemporaneo, senza vere, auspicabili conseguenze a lungo termine. 

 

Martirio quindi anche del professor Keating, il difensore del pensiero libero, che viene in un attimo rimosso dall’incarico. Avranno anche imparato a pensare con la loro testa, alcuni (pochi) studenti di Welton, ma la Società è più potente. Sempre sarà più potente. Anche i membri della setta dei poeti estinti finiranno dietro una teca di vetro, immortalati in una fotografia polverosa e muta. Anche loro sussurreranno “carpe diem” ai prossimi iscritti alla Welton, più giovani ma che ugualmente saranno inquadrati dietro lavori che non vogliono svolgere e ruoli sociali che gli sono stati calzati addosso da quando sono nati. E anche loro resteranno in realtà inascoltati.

Con durezza ed un po' di rammarico scrivo che il bel film che ci ha fatto sognare di vita, libertà, speranza e amore per noi stessi e gli altri risulta in realtà un film di sconfitta, di tristezza, di uomini morti e di repressione. È un film che dopo aver fieramente sorretto e profuso la speranza, giunge ad annientarla. La speranza che non può esistere in una società che si considera già libera e democratica, e se ne fa vanto in ogni luogo ed in occasione. 
 

Onore. Disciplina. Tradizione. Eccellenza. Queste le quattro parole che connotano la Welton Academy. Queste le quattro parole che si fanno vuote nel momento stesso in cui vengono pronunciate. Onore. Disciplina. Tradizione. Eccellenza. Eppure molti adolescenti di quegli anni, ancora senza social network e telefonino, scrivendo sul diario le frasi del film, i versi di Walt Whitman, nel mio caso anche indossandoli stampati su una maglietta, si sono a loro volta illusi di poter essere padroni della propria vita, liberi di fare ed essere ciò che sentivano dentro di loro, liberi anche di vivere i “vuoti” della propria anima per prenderne consapevolezza, senza fretta o imposizioni. Magari liberi ed in grado, se avessero voluto, di prendere parte a una rivoluzione o a qualcosa di simile, di poter offrire le proprie energie ed il proprio entusiasmo per far migliorare tutti quanti, essere veramente liberi e democratici, di poter essere parte della società in modo paritario, senza venirne schiacciati. 

 

Ma alla fine Todd Anderson sale su quel banco, e con lui la macchina da presa, e con lui tutti gli spettatori, come ultimo commiato. Un ultimo, disperato e velleitario gesto di ribellione che segna la fine della setta dei poeti estinti. Li estingue una volta per tutte. Quel “grazie, ragazzi” è il dolcissimo e perduto saluto di un uomo sconfitto a una generazione che come lui sarà sconfitta, se non accetterà i dogmi, le regole e le imposizioni di chi decide, pone e dispone. Di chi agisce liberandosi e schiacciando i diversi, i non inquadrati, chi denuncia l'assurdità, l'iniquità e l'ingiustizia di uno stile e di una visione.

In un college molto tradizionale nel New England degli anni Cinquanta, capita un professore simpatico e anticonformista, che esorta i ragazzi ad affrontare lo studio e la vita seguendo le proprie idee e non quelle dei nonni. Uno degli studenti, entrato in conflitto con i genitori, si suiciderà. La responsabilità viene rifilata al prof. Lui sarà cacciato, ma i suoi allievi non lo dimenticheranno. (da mymovies.it)