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martedì 27 gennaio 2026

27 Gennaio - Giorno della Memoria

 


“In due millenni si sono mai visti casi in cui siano stati la libertà e l’amore per l’uomo a impiegare l’antisemitismo quale strumento della propria battaglia? A me non risulta. L’antisemitismo del quotidiano è un antisemitismo non cruento. È la prova che al mondo esistono idioti, invidiosi e falliti. Nei paesi democratici può insorgere un antisemitismo di natura sociale, che si manifesta negli organi di stampa appartenenti a gruppi reazionari, nell’operato di quegli stessi gruppi (per esempio nel boicottaggio della manodopera o delle mercanzie ebraiche) e in un sistema religioso o ideologico reazionario. Nei paesi totalitari, dove la società civile non esiste, può svilupparsi solo un antisemitismo di Stato. L’antisemitismo di Stato è la prova che lo Stato si serve di idioti, reazionari e falliti, che sfrutta l’ignoranza dei superstiziosi e il rancore di chi ha fame. Al suo primo stadio un tale antisemitismo è discriminatorio: lo Stato permette agli ebrei di vivere solo in determinati luoghi e di svolgere determinate professioni, vieta loro di occupare posizioni di rilievo, di frequentare le università, di ottenere titoli accademici e via dicendo. Dopo di che passa allo sterminio. In epoche in cui le forze reazionarie di tutto il mondo si scontrano – a loro fatale detrimento – con le forze della libertà, l’antisemitismo si fa ideologia di Stato e di partito. Così è successo nel XX secolo, l’era del nazismo.”

(da "Vita e Destino", di Vasilij Grossman - trad. Claudia Zonghetti)










lunedì 27 gennaio 2025

Citazioni Cinematografiche n.600 - Giorno della Memoria

 

La scelta è tra fidarsi e non avere paura o non fidarsi e avere paura.

(Rosie/Scarlett Johansson in “Jo Jo Rabbit”, di Taika Waititi - 2019)






lunedì 10 luglio 2023

Citazioni Cinematografiche n.519


Tesoro, tesoro, tesoro... le ore che sto perdendo con quei censori nazisti. E ci sono altre cattive notizie: vogliono tagliarci anche il numero degli zingari. Sembra che non gli stiano bene neanche gli zingari. Riconosciamolo tesoro: senza ebrei, froci e zingari non esiste teatro. Lo so lo so, è quello che gli ho detto, ma non c'è niente, niente che li faccia recedere. Ah che stanchezza, che stanchezza. Ah tesoro che stanchezza.
(Frederick Bronsky/Mel Brooks in “Essere o non essere”, di Alan Johnson - 1983)







venerdì 27 gennaio 2023

Giorno della Memoria

 



Più d’uno, soprattutto nei circoli intellettuali, seguita a deplorare pubblicamente che la Germania costringesse Einstein a fare fagotto; ma sembra che costoro non si rendano conto che il delitto molto più grave fu uccidere il piccolo Hans Cohn, che abitava all’angolo, anche se non era un genio.”

(da “La banalità del male”, di Hanna Arendt – trad. Piero Bernardini)





venerdì 24 giugno 2022

Incipit 78/100

'Beth Hamishpath' – la Corte! Queste parole che l'usciere grida a voce spiegata ci fanno balzare in piedi giacché annunziano l'ingresso dei tre giudici: a capo scoperto, in toga nera, essi entrano infatti da una porta laterale per prendere posto in cima al palco eretto nell'aula. Ai due capi del lungo tavolo, che presto si coprirà di innumerevoli volumi e di oltre millecinquecento documenti, stanno gli stenografi. Subito sotto i giudici c'è il banco degli interpreti, la cui opera è necessaria per i dialoghi diretti tra l'imputato (o il suo difensore) e la Corte; per il resto, sia la difesa sia la maggior parte degli stranieri seguono il dibattimento, che si svolge in lingua ebraica, ascoltando con la cuffia la traduzione simultanea, che è ottima in francese, passabile in inglese, e veramente pessima e spesso incomprensibile in tedesco.”

(La banalità del male, di Hanna Arendt – trad. Piero Bernardini)









martedì 4 gennaio 2022

Giallo, Noir & Thriller/84

 


Titolo: I demoni di Berlino

Autore: Fabiano Massimi

Editore: Longanesi- 2020

I demoni di Berlino” riprende protagonisti, situazione storica e ritmo del precedente “L'angelo di Monaco”.

Un noir a sfondo storico, quindi, anzi più che sfondo ci si trova di fronte alla Storia, quella dai tratti più tragici del '900, o quantomeno ad una possibile versione di uno degli avvenimenti che hanno segnato lo scorso secolo. I giorni immediatamente precedenti l'incendio del Reichstag, il parlamento dell'allora Repubblica di Weimar, con il successivo inevitabile (?) processo di nazificazione della Germania anni 30.


Fabiano Massimi dopo averci portato in giro per Monaco, ora ci fa viaggiare da Vienna a Berlino, mettendoci nella condizione di fare la conoscenza oltre che della città anche dell'inizio del nazionalsocialismo al potere.


Ritmo e risvolti da spy story tinta di noir contraddistinguono questo romanzo, elementi che faranno felici più gli estimatori del genere che quelli appassionati di Storia e Società.

A mio parere spendere tre quarti del libro alla ricerca di una donna scomparsa, per quanto importante per il protagonista, il commissario Sauer che abbiamo già conosciuto nel precedente libro a lui dedicato, rende un po' pesante la lettura e la gestione del tutto.

Se si decide di optare per questa soluzione, da lettore mi aspetto che ne valga la pena e che tutte le complicazioni e le svolte che il protagonista deve affrontare alla fine vengano ben valorizzate e la donna in questione risulti interessante e magari che ci si trovi a provare un po' di empatia nei suoi confronti. Purtroppo alla lunga ho preso in antipatia Rosa, la ragazza di cui Sauer si è innamorato e che lo ha abbandonato a Vienna. Lo ha fatto per una causa in cui credeva, unirsi alla Resistenza per l'urgenza di arginare la marcia dei nazionalsocialisti verso le massime cariche politiche, ma lo svolgersi del romanzo, pur intricato, avvincente e pieno di sorprese, me l'ha fatta detestare.

Probabilmente rientra nei miei limiti caratteriali, ma fra tutti i personaggi, ben delineati ed accattivanti, quello di Rosa inficia il risultato, che sarebbe potuto essere a mio avviso migliore e farmi propendere per un giudizio al limite dell'entusiastico.


Berlino, 27 febbraio 1933. Alle nove di sera le strade della città sono deserte per colpa del freddo pungente. Fino a quel momento, la serata è identica a tante altre che segnano la fine dell’inverno tedesco. Ma in un attimo cambia tutto: i pompieri della città ricevono una chiamata concitata. Devono accorrere al Reichstag, il parlamento, perché qualcuno ha appiccato il fuoco. Sulla scena, in un tempo troppo breve, giungono anche Adolf Hitler e Hermann Göring, che non perdono tempo a indicare i colpevoli dell’attentato: i comunisti. Nell’arco di poche ore, il segretario del sempre più potente partito nazionalsocialista chiede e ottiene lo stato di emergenza. E, nell’arco di pochi mesi, vince le elezioni con il 44 per cento delle preferenze. Ma chi ha ordito davvero la trama dell’attentato che ha innescato la concatenazione di eventi più tragica della storia dell’umanità? Chi era a conoscenza di questi piani? E chi, pur sapendo, non è intervenuto? O forse qualcuno ci ha provato? Qualcuno che ora vive a Vienna e si guadagna da vivere come custode; qualcuno che ogni volta che esce di casa deve lasciare un capello tra lo stipite e la maniglia della porta d’ingresso; qualcuno che nasconde una pistola sotto al cappotto. Qualcuno che era noto come commissario Sigfried Sauer della polizia di Monaco.(da ibs.it)




mercoledì 27 gennaio 2021

Giorno della Memoria - 27 gennaio

"Kapò e Blockälteste lavoravano per il comando del lager, ma si lasciavano scappare un sorriso, se non una lacrimuccia, ogni volta che accompagnavano qualcuno ai forni crematori. Lo sdoppiamento, tuttavia, non si compiva mai fino in fondo, dato che - ovviamente - si guardavano bene dall'includere se stessi nelle liste di selezione. A Michail Sidorovič, tuttavia, faceva specie un'altra cosa. Il nazionalsocialismo non si presentava nel lager con il monocolo e l'aria altera del ricco possidente che con il popolo non ha niente da spartire. Il nazionalsocialismo si trovava a proprio agio nei lager, non si isolava dalla gente comune, le sue battute erano quelle di tutti e tutti ne ridevano: era plebeo e come tale si comportava, conosceva perfettamente la lingua, l'anima e i pensieri di coloro ai quali aveva tolto la libertà."

(da "Vita e Destino", di Vasilij Grossman - trad. Claudia Zonghetti) 




 

martedì 9 giugno 2020

La banalità di una disobbedienza


La disobbedienza per essere civile dev'essere sincera, rispettosa, contenuta, mai provocante, deve basarsi su principi bene assimilati, non dev'essere capricciosa e soprattutto non deve nascondere rancore e odio.
(Mahatma Gandhi)


Nel corso di queste ultime settimane mi è capitato di leggere, sui social network ma anche su quotidiani ed altri contenitori di notizie on line, diversi interventi a tema “disobbedienza” oppure “obbedienza”.
In molti casi i vari post, articoli o commenti prendevano origine da frasi, aforismi o dichiarazioni di molti scrittori, poeti, leader politici o religiosi, figure carismatiche e personalità che a vario titolo hanno meritato, o quantomeno acquisito, notorietà.

Quindi vai di Thoreau, Brecht, Martin Luther King, Mandela, Gandhi, John Lennon, solo per ricordare i più scelti, fino a giungere all'Antigone di Sofocle.
L'elemento che mi turba è la consuetudine, ormai diffusa e infestante, di “utilizzare” frasi e pensieri di qualcuno in modo arbitrario, inoltre avulso da un contesto, drammaturgico-letterario o storico/sociale-politico che sia, per sostenere una propria posizione, una propria idea o anche solo un proprio capriccio. In questo modo si giunge a far un torto all'autore e alla personalità che si cita e il cui pensiero viene ricordato. Va da sé che una riga, un passo di un'opera letteraria o di un discorso tenuto da qualcuno, se estrapolato da un totale, da un ragionamento lungo e complesso, da una condizione specifica, può avvalorare una cosa così come il suo contrario. È necessario ricordare come ci sia ancora qualcuno che sostiene che l'omosessualità debba essere severamente punita dalle autorità civili e religiose basandosi su passi biblici?

Ebbene, le polemiche degli ultimi giorni sull'opportunità di continuare a mettere in atto pratiche atte a contenere la diffusione di un contagio, che si risolverebbero, a mio parere, in pochi comportamenti di buon senso e reciproco rispetto, non mi appassionano particolarmente. Pertanto tenderei ad evitare di discuterne, ma il fatto che qualcuno sia giunto ad utilizzare una frase di Hannah Arendt per giustificare la propria pubblica opposizione (la propria disobbedienza) ad indossare un pezzo di stoffa davanti alla propria bocca ed al proprio naso, allorquando si trovi a parlare ed agire in luoghi pubblici potenzialmente molto frequentati, mi ha messo di malumore e, onestamente, mi ha infastidito.
Ma come, direte voi, Mandela e Gandhi sì, ma Arendt no? Non è questione di simpatie, ma di senso della proporzione. Concetto invero offeso anche da parte di chi, implicitamente, si accomuna al primo presidente del Sudafrica post apartheid ed al padre dell'indipendenza dell'India per sostenere le proprie posizioni. Poiché questi uomini hanno sostenuto le proprie idee e si sono fatti voce della necessità di disobbedire a leggi e pratiche ingiuste, affrontando le conseguenze delle proprie azioni e delle proprie dichiarazioni (non sono sicuro che chi “prende in prestito” le loro parole sia altrettanto pronto a farlo). Perché, si può e si deve trasgredire alla legge che in coscienza si giudica ingiusta, ma occorre anche accettare la pena che essa prevede. 
Come sosteneva don Milani: “Chi paga di persona testimonia che vuole la legge migliore, cioè che ama la legge più degli altri.”

Dunque, tornando a Arendt, è stata utilizzata una sua frase pronunciata durante un’intervista, ovvero “Nessuno ha il diritto di obbedire”.
Presa così, criminalmente dal punto di vista dell'onestà e correttezza culturale e banalizzando il profondo e articolato pensiero di Arendt stessa, diviene uno slogan, un semplice inno e sintomo della pochezza intellettuale di quanti se ne appropriano.
Non mi è semplice esplicare le motivazioni che mi portano a soffrire per l'utilizzo improprio dei concetti di “obbedienza” e di conseguenza di “disobbedienza” in questi tempi balordi, da parte di sprovveduti in termini di conoscenza e rispetto del pensiero logico e speculativo. Così come illustrare i termini della frase in questione pone una difficoltà innegabile, anche perché è pressoché impossibile restituire la densità del ragionamento della politologa e filosofa tedesca fissando quell’unica frase.

Pertanto proviamo a individuare di che tipo di obbedienza si tratti quando diciamo che “nessuno ha il diritto” di metterla in pratica. Per il momento e limitatamente al caso in questione, credo che una parziale interpretazione trovi un punto di appoggio nella critica fatta da Arendt ai regimi totalitari e, in particolare, alla “cieca obbedienza” che drammaticamente essi impongono. In questo caso il diritto verrebbe meno quando le finalità complessive dei regimi totalitari calpestino il riconoscimento di un diritto “superiore”, coincidente con il valore assoluto della vita umana. Solo se viene leso tale valore, allora, cade anche il diritto di obbedire e risulta moralmente impellente, doveroso, passare senza indugi alla disobbedienza civile.

Tale interpretazione troverebbe appoggio, in qualche modo ispirazione, da una serie di passaggi dell'opera arendtiana “La Banalità del Male”. Qui appunto si trova, si troverebbe, una sua collocazione ermeneutica, nonché un senso alla e della citazione riportata. Per completezza la frase originale, resa più breve dall'operazione comunicativa di alcuni, suona così: “Secondo Kant, nessuno ha il diritto di obbedire”. Una frase, presa di peso da un contesto (un'intervista in questo caso specifico) e spostata in un altro con ben poche analogie, perde inevitabilmente riferimenti e collegamenti, rendendola alla stregua di quelle massime che da adolescenti si scriveva sui diari scolastici.
Innanzitutto perché viene chiamato in causa Kant? Kant era un filosofo, si è occupato anche di filosofia morale. La filosofia morale indaga questioni generali che suonano in modo simile alla citazione in questione. Per esempio: “Che cosa ho il diritto di fare?”. Allora proprio Kant diviene indispensabile a capire la frase “Nessuno ha il diritto di obbedire”.
Kant è indispensabile perché, durante il processo subito in Israele di cui Hanna Arendt ci parla nel già ricordato “La Banalità del Male”, era stato nominato da Adolf Eichmann, responsabile di aver organizzato il trasporto di milioni di ebrei (e non solo) nei campi di sterminio per la Soluzione Finale. Uno dei nazisti responsabili dello sterminio degli ebrei, un assassino disse, in breve: non è colpa mia se grazie al mio operato sono morti tanti ebrei, io ho solo obbedito agli ordini e l’obbedienza è una virtù morale, lo dice anche Kant.

A questo punto Hannah Arendt si pone la questione se Kant possa essere chiamato a giustificare la virtù dell’obbedienza, tanto da permettere che vengano arbitrariamente uccise moltissime persone, colpevoli solo di essere ritenute non meritevoli di vivere. Arendt, che ha studiato bene il pensiero di Kant, ci dice che non è possibile. Secondo il senso del pensiero di Kant, sostiene la filosofa, nessuno ha il diritto di obbedire. Ovvero, nessuno ha il diritto di giustificare il proprio operato criminale (e solo di questo si sta parlando, non di seguire alcune semplici indicazioni) dicendo che qualcuno, un leader, una figura di governo, un'autorità, gli ha dato il diritto di farlo.

Se hai obbedito a un ordine che ti imponeva di uccidere qualcuno, anche un individuo inerme per esempio, nessuno ti ha dato il diritto di farlo (si può ragionare se lo si è fatto per dovere, ma non è questo il momento ed il caso). Quell’omicidio lo compi solo tu, rendendotene pienamente responsabile. Quindi sarebbe il caso di lasciare in pace Kant e qualsiasi altra istanza “morale” esterna alla tua coscienza.
Risulta chiara la sproporzione di termini e di concetto fra quanto detto da Arendt ed il contesto a cui si riferiva ed il caso di rispettare alcune banali indicazioni di tutela comune? La politologa e filosofa si rifa a Kant, attualizza e dona nuova dignità al pensiero di Kant scempiato da Adolf Eichmann, per farci notare che il diritto nasce invece sempre da un atto autonomo, non dall’obbedienza a un ordine esterno, e perciò talvolta è persino giusto e “morale” ribellarsi alla legge, ovviamente non se questa legge mi impone di rispettare l'altro, contribuire al benessere e sicurezza comune o di pagare le tasse, ma di uccidere un bambino o di contribuire allo sterminio di un popolo. Certo, a meno che secondo qualcuno indossare una mascherina quando si va a fare la spesa o all'ufficio postale e chiedere che anche altri usino la stessa premura sia un comportamento da nazista.

La prima lezione che potremmo trarre dal libro [Il barone rampante] è che la disobbedienza acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui si ribella.
(Italo Calvino)


venerdì 20 marzo 2020

Giallo, Noir & Thriller/75


Titolo: L'Angelo di Monaco
Autore: Fabiano Massimi
Editore: Bompiani - 2020


Qualche anno fa lessi “Storia del Terzo Reich” di William Shirer. Una lettura non proprio semplice, data la corposità e densità dell'opera (due volumi per un totale di circa 1700 pagine, bibliografia esclusa), ma comunque interessante e per certi versi illuminante.
Fra le varie cose che mi colpirono furono la descrizione del clima sociale e politico nella Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, la travagliata esperienza della Repubblica di Weimar ed il racconto degli anni immediatamente precedenti e successivi la nomina di Adolf Hitler a cancelliere. Mi risulta fin troppo evidente e spaventoso allo stesso tempo come quanto descritto nelle pagine a firma dell'autore statunitense richiamino gli ultimi anni in Europa ed in Italia in particolare.

Si potrebbe obiettare che il mio risulta un giudizio politico, parziale e viziato da simpatie personali. Non risponderei direttamente a questa affermazione, ma inviterei invece ad una lettura. Non del libro che ho citato, opera prettamente storica e per quanto ancora affrontabile forse troppo impegnativa (in particolare per chi, diversamente da me, apprezza i toni e lo stile di alcuni politici e giornalisti italiani), ma di un romanzo giallo-noir, genere che, genuinamente popolare, forse incarna e rispecchia meglio di altri le tensioni e le atmosfere di un periodo come quello che viviamo in questi anni.

Mi riferisco a “L'Angelo di Monaco”, edito da Longanesi e scritto da Fabiano Massimi. Quanto narrato nella sua opera si colloca, storicamente, nel 1931, quindi in piena agonia della Repubblica di Weimar, anno in cui si avvertono, il lettore riesce a “sentire”, tutti i presagi della tragedia nazista, risultando un romanzo con componenti investigative e spunti thriller, che convivono in un mirabile equilibrio tra realtà storica e avvincente finzione.

Tutto ha inizio dal ritrovamento del cadavere di una giovane donna, a Monaco nei giorni dell'OktoberFest. Sembra si tratti di un suicidio, o meglio questo è quanto gran parte dei coinvolti tende a pensare e si impegna a far credere alla polizia ed alla popolazione. Potrebbe essere una tragedia di poco conto, come tante altre accadono nella cittadina bavarese provata da una crisi che perdura da anni, ma la vittima ha una caratteristica che la distingue nettamente, ovvero è la nipote di Adolf Hitler, capo e fondatore del Partito Nazionalsocialista, quello che molti vedono come l'unico uomo in grado di risollevare le sorti della Germania e riportarla a passati splendori.

Da qui inizia il lavoro di indagine del commissario Sigfried Sauer e del fidato Mutti, personaggi così ben caratterizzati che risulta suggestivo immaginarli muoversi e parlare nel corso della narrazione. Ma anche gli altri protagonisti del romanzo, compresi i vari gerarchi nazisti (sembra non mancare nessuno), mi sembrano ben descritti, portati al lettore nella loro complessità e senza facili riduzioni. Così il lettore si trova a leggere di uomini e donne capaci di atti di coraggio, come di errori e bassezze, portatori di segreti e fragilità più o meno evidenti e testimoni del loro tempo e della loro umanità. Vicini a come potremmo essere noi, incerti su cosa stiamo vivendo o combattuti fra certezze e valori, desideri e timori.

Il romanzo ha un buon ritmo, mescola sapore e stile europeo e cadenze da noir statunitense (con le cadute tipiche del genere, come anche le virtù), gravitando attorno alla figura centrale della giovane morta in circostanze fin troppo misteriose. Il suo nome, Angela Raubal detta Geli, ci accompagna sempre, in ogni pagina, attraverso i ricordi, le testimonianze e le descrizioni di chi l'ha conosciuta. Da questi vengono fuori molte Geli, diverse tra loro, che mettono in difficoltà Sauer, che si trova a scoprire molto più di quanto si aspettasse, nel tentativo di rendere giustizia a quella che di fatto fu probabilmente una delle prime vittime del nascente Nazismo.

Seppur un romanzo storico con qualche lieve imprecisione, la cronologia degli eventi appassiona e travalica i confini della letteratura di genere, così che il lettore si trova a porsi domande sul proprio presente, specchiandosi nella Germania anni 30, mettendosi di fronte ad interrogativi personali, quasi come se vivesse situazioni analoghe.

Monaco, settembre 1931. Il commissario Sigfried Sauer è chiamato con urgenza in un appartamento signorile di Prinzregentenplatz, dove la ventiduenne Angela Raubal, detta Geli, è stata ritrovata senza vita nella sua stanza chiusa a chiave. Accanto al suo corpo esanime c’è una rivoltella: tutto fa pensare che si tratti di un suicidio. Geli, però, non è una ragazza qualunque, e l’appartamento in cui viveva ed è morta, così come la rivoltella che ha sparato il colpo fatale, non appartengono a un uomo qualunque: il suo tutore legale è «zio Alf», noto al resto della Germania come Adolf Hitler, il politico più chiacchierato del momento, in parte anche proprio per quello strano rapporto con la nipote, fonte di indignazione e scandalo sia tra le fila dei suoi nemici, sia tra i collaboratori più stretti. (da illibraio.it)


martedì 2 luglio 2019

Autunno Tedesco, di Stig Dagerman - Iperborea

Titolo: Autunno Tedesco
Autore: Stig Dagerman
Traduttore: Massimo Ciaravolo
Editore: Iperborea - 2018


Un libro non semplice “Autunno Tedesco” di Stig Dagerman, edito da Iperborea.
Non semplice, a tratti addirittura difficile da leggere, per quanto dice e come lo dice, sebbene la scrittura sia brillante e curata, anche grazie alla efficace traduzione.

Durante l'autunno del 1946 il giovane giornalista svedese Dagerman viene inviato dal suo giornale a compiere un viaggio nella Germania uscita da circa un anno dal conflitto. Ne viene fuori una serie di appassionati reportage, qui raccolti, che vanno oltre la semplice visione di uno straniero in viaggio di lavoro, superano stereotipi e frasi di circostanza, abbandonano facili semplificazioni per proporre una riflessione etico-umanistica sul dolore, la sofferenza, la fame ed il desiderio di un popolo, anzi di una serie di individui di ogni età e condizione, di tornare a vivere.

Poiché difficilmente si può considerare una vita degna di essere vissuta quella che costringe al freddo, all'oscurità, all'umidità di cantine e case distrutte. Una vita fatta di sacrifici e dolori, per qualche patata o solo le bucce di patate, quasi imposta come espiazione di una colpa collettiva. I tedeschi devono soffrire e pagare per quanto fatto durante il nazionalsocialismo e la guerra. Molti cronisti ed analisti abbracciano questa tesi, durante quel periodo. Dagerman va oltre. Il suo compito è visitare le città bombardate dagli alleati: Amburgo, Berlino, Hannover, Dusseldorf, Essen, Colonia, Francoforte, Heidelberg, Stoccarda, Monaco, Norimberga e Darmstad. Nel farlo non si risparmia e non risparmia al lettore pressoché nulla. Nell’immaginario collettivo è incredibile che qualcuno possa dire: “Si stava meglio quando c’era il nazismo”. Eppure, quando un cittadino qualunque è costretto a soffrire la fame, a non avere una casa, a non riuscire a mandare a scuola i figli, è davvero possibile stupirsi di fronte a questa affermazione? Dagerman con molta lucidità ribalta le convinzioni comuni dell’epoca. Il mondo non si divide in bianco e nero, e lo svedese riesce a dimostrarlo con una chiarezza disarmante, attraverso descrizioni e riflessioni chiare ed efficaci, che giungono come schiaffi sul viso del lettore, costretto a ragionare sul senso della Storia, sugli aspetti dell'umano e dei sentimenti. Chiari i riferimenti anche al Brecht de “L'opera da tre soldi”, in particolare sulla questione della fame e della pancia vuota, ma si procede ancora oltre, sempre di più ed implacabilmente, mettendo alle strette anche il lettore di questa prima parte di 21° secolo.

Inoltre in Autunno tedesco ci sono, implacabili, pagine dedicate alla farsa grottesca della denazificazione: solo a Stoccarda devono essere processate centoventimila persone.
“L’imputato ha sei testimoni pronti a sostenere la sua innocenza, testimoni che giurano di non averlo mai sentito esprimere opinioni naziste, testimoni che attestano di averlo visto ascoltare la radio straniera (tutti gli accusati l’hanno ascoltata) testimoni ebrei che l’hanno visto comportarsi umanamente con altri ebrei (tutti gli accusati hanno questo tipo di testimoni: costano circa duecento marchi l’uno)”.

L'ultima annotazione che propongo, ritenendola quantomai attuale, è sui valori su cui si fonda, o dovrebbe fondarsi, il nostro occidente, che, ricorda Dagerman,
“consistono nel rispetto della persona anche se questa persona si mostra indegna della nostra simpatia, e nella compassione, ovvero nella capacità di reagire di fronte al dolore, sia esso meritato o immeritato”.

 

Nel 1946 furono molti i cronisti che accorsero in Germania per raccontare quel che restava del Reich finalmente sconfitto, ma dal coro di voci si distinse quella di uno scrittore svedese di ventitré anni, intellettuale anarchico e narratore dotato di una sensibilità fuori dal comune, inviato dall’Expressen per realizzare una serie di reportage poi raccolti in un libro che è considerato ancora oggi una lezione di giornalismo letterario. (da iperborea.com)

venerdì 2 marzo 2018

La Neve di Stalingrado - Editoriale Cosmo


“Un Eroe Una Battaglia” è una breve serie della Editoriale Cosmo, ne avevo già parlato a proposito della Battaglia di Caporetto, torno a farlo ora con “La Neve di Stalingrado”.

Le considerazioni possono essere ridotte a due, di differente tipologia. La prima è più tecnica, la seconda storico-narrativa e un po' di natura evocativa.
In merito all'aspetto tecnico-artistico lo stile scelto è semplice ed efficace, i disegni di Valerio Befani sono un elemento positivo di questo albo, soprattutto nelle tavole in cui l'autore si sofferma con cura sui dettagli e grazie ad una inchiostrazione pastosa riesce a donare pathos ad una serie di disegni e scene che nella loro struttura tendono ad essere poco dinamiche, non solo a causa del formato un po' sacrificato, omaggio e recupero del fumetto bellico anni 60 (a cui la serie si è evidentemente ispirata). La sceneggiatura di Davide La Rosa è efficace e riesce a tenere ben in asse la narrazione storica, con realismo e fedeltà ai fatti, ed elementi romanzati e ricostruzione libera degli avvenimenti, nonostante qualche concessione a determinati cliché tipici dei film di guerra e qualche dialogo un po' troppo moralista e consolatorio. Che la guerra sia brutta e faccia schifo, tiri fuori il peggio e a volte il meglio dagli uomini e dalle donne è ormai ampiamente stato rappresentato, al cinema, nei romanzi, nel fumetto e nelle canzoni, per cui una maggiore originalità e un po' più di rigore sarebbe stato preferibile, ma bisogna cercare di raggiungere il pubblico, per cui va bene così.

Per quanto riguarda l'aspetto di ricostruzione e di narrazione storica, si nota un buon lavoro di ricerca e preparazione. L'azione si svolge nel contesto dei combattimenti della Seconda guerra mondiale che tra l’estate del 1942 e il 2 febbraio 1943 videro i soldati dell’Armata Rossa opporsi all'offensiva delle truppe tedesche, italiane, rumene e ungheresi, per il controllo della regione fra il Don e il Volga, e in particolare della città di Stalingrado (attuale Volgograd), allora centro politico ed economico di importanza strategica.
Siamo nel pieno dell’Operazione Barbarossa, ritenuta dagli storici la più vasta operazione militare terrestre di tutti i tempi, sul fronte orientale della seconda guerra mondiale La battaglia di Stalingrado ebbe inizio con l’avanzata delle truppe dell’Asse fino al Don e al Volga, e terminò con l’annientamento della 6ª Armata tedesca rimasta circondata, segnando la prima grande sconfitta politico-militare della Germania nazista, nonché l'inizio dell’avanzata sovietica verso ovest, che sarebbe poi terminata con la battaglia di Berlino e il suicidio di Hitler.

All'interno dell'albo un ruolo centrale lo riveste la cosiddetta “Casa di Pavlov”, che ha assunto negli anni una valenza fortemente simbolica per i Sovietici, come segnale dell’ostinata resistenza dell’URSS durante la battaglia di Stalingrado e la Grande Guerra Patriottica più in generale. Qui il lettore fa la conoscenza di Irina, personaggio allo stesso tempo inventato e rappresentativo di un popolo e di una nazione, che, pur mostrandosi come un’eroina impavida al limite della sfrontatezza, simbolo di una femminilità forte e fiera, non soverchia per importanza il ruolo focale che la Storia ha in questo fumetto, né appare come una presenza eccessivamente ingombrante, venendo lasciato ampio spazio ai personaggi storicamente vissuti, come il generale tedesco, poi feldmaresciallo, Friedrich Paulus. Il ruolo di Irina, in modo funzionalmente strategico a livello di sceneggiatura e narrativo, diviene quello di offrire al lettore un personaggio nel quale identificarsi, in grado di accompagnarlo nella Storia e di condurlo verso un finale aperto quanto amaro. La guerra non finirà dopo l'assedio di Stalingrado, simbolo di molto e di più nel bilancio di una guerra e della Storia europea e mondiale, giustamente utilizzato per rappresentare, ricordare, omaggiare e anche fare propaganda, poiché i Sovietici invasi in fondo loro stessi avevano invaso (gli stati baltici ad esempio).

Comunque, ricordando il testo di una canzone degli Stormy Six, da quel momento “sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa d'ora in poi troverà Stalingrado in ogni città”.


venerdì 26 gennaio 2018

Per la Memoria



Domani "Giorno della Memoria", oggi una riflessione attraverso le parole di Paolo Rumiz:

La memoria: ecco il tema chiave. Se la Germania ha pilotato il suo allargamento è anche perché ha ammesso le sue colpe storiche, e questa ammissione l'ha resa leggera e meno ambigua anche in territori dove ha compiuto i peggiori stermini. L'Italia no. L'Italia continua a far finta di non essere stata fascista e di aver vinto la guerra. Invece è stata fascista eccome; e ha perso la guerra, proprio nelle mie terre.
La Germania ha fatto dei suoi “giorni della memoria” il tempo della responsabilità e del pentimento. Da noi, la parola memoria fa quasi sempre rima con autoassoluzione. Vi prego, non parlatemi di “italiani brava gente”, perché abito sul luogo del misfatto. A Trieste Mussolini ha proclamato le leggi razziali contro gli ebrei, e quella scelta sciagurata ha avuto il suo preludio quasi vent'anni prima con lo schiacciamento politico, economico e linguistico della vasta comunità slovena. So che durante la guerra non ci furono solo campi di sterminio nazisti, ma anche lager gestiti dal fascismo, con migliaia di morti di stenti. Perché di questo si parla poco? Perché continuiamo a rivangare il tempo delle atroci vendette jugoslave del dopoguerra come se fossero nate dal nulla? L'Italia non ha avuto la sua Norimberga. Ecco perché non ha l'autorevolezza per chiedere ai vicini di fare pulizia nella loro memoria.

(Trans Europa Express, di Paolo Rumiz – Feltrinelli 2012)






sabato 9 dicembre 2017

Sono qui e sono lì e sono ovunque. Sono a Forlì




FASCISTI A FORLI'



Sono qui e sono lì e sono ovunque. Sono a Forlì e agiscono a volto scoperto. Bisogna riconoscerli, prendere atto che ci sono sempre stati. Ora si sentono forti e sono usciti dalle tane. Coscienza Civile e Democratica per combattere questi individui, elementi della peggior specie. 

Via i fascisti dalle nostre strade, dalle nostre scuole, dai nostri luoghi di lavoro, di studio, di impegno e di lotta! Viva la Repubblica Italiana! 

L'elemento ancora più inquietante è che diversi esponenti politici di rilievo nazionale li cercano, ci dialogano e intendono coinvolgerli in qualcosa che assomiglia molto ad un possibile cartello elettorale. Berlusconi lo fa da sempre, Salvini sta rompendo un tabù interno alla Lega e la Meloni non si è mai veramente allontanata dai camerati.


giovedì 17 agosto 2017

Sono qui e sono lì e sono ovunque

Il 17 agosto di 30 anni fa moriva Rudolf Hess, ufficialmente l'ultimo gerarca nazista ancora in vita, per alcuni l'ultimo nazista, almeno tra quelli processati e condannati.

Negli anni successivi ci siamo invece resi conto di quanti fossero ancora liberi e sereni, tra quelli che durante il periodo hitleriano si macchiarono di crimini orrendi. Uno molto conosciuto in Italia è Erich Priebke, criminale di guerra tedesco, agente della Gestapo e capitano delle SS. Quello delle Fosse Ardeatine per intenderci.


Indubbiamente il nome di Walter Richard Rudolf Hess e la sua morte il 17 agosto del 1987 suscitarono e ancora provocano parecchie reazioni e sentimenti, non fosse altro per essere stato un uomo tra i più influenti del Terzo Reich e del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. Molto più semplicemente e terribilmente fu il vice di Adolf Hitler, il numero tre del partito dopo lo stesso auto proclamato Führer e Hermann Göring.
Ricordo la prima pagina del quotidiano che mio padre acquistò quel giorno di vacanza in Sicilia, con una delle ultime foto di Hess ancora in vita, molto anziano, a passeggio nel cortile del carcere di Spandau, a Berlino Ovest, dove, unico ospite, scontava la sua pena al carcere a vita, comminatagli durante il processo di Norimberga.



Tralascio i misteri intorno alla sua dipartita, che fanno il paio con quanto si racconta circa il suo volo sopra il Regno Unito all'epoca della Seconda Guerra Mondiale. Mi concentro invece su come un uomo che fu oggettivamente un carnefice e un individuo deprecabile, anche e soprattutto al di fuori delle vicende belliche, ancora oggi è oggetto di omaggi e “riabilitazioni”, da alcuni considerato come una vittima.



Basti ricordare come il 20 luglio 2011 la sua tomba fu smantellata e i suoi resti esumati, dopo che la chiesa evangelica proprietaria del terreno su cui sorgeva il sepolcro decise di non rinnovare il contratto di affitto del suolo alla nipote di Hess, poiché la tomba era diventata meta di pellegrinaggi da parte di esponenti dell'estrema destra tedesca. Rudolf Hess è diventato un punto di riferimento per i circoli neonazisti tedeschi e non solo. Durante ogni anniversario della sua morte, si tiene una marcia commemorativa con esibizione di striscioni di apprezzamento e sfoggio di simboli e oggetti nazifascisti.



La band britannica Chumbawamba con la propria canzone “The day the nazi died”, ci avverte di come il nazifascismo sia tutt'altro che defunto. In Italia dovremmo prestare maggiore attenzione a questi fenomeni e al comportamento di una parte di nostri compatrioti. Alcuni mostrano di apprezzare fascismo e nazismo, non so se per ignoranza, memoria corta, effettiva vicinanza a tali ideologie o altro ancora.


Insomma io ritengo che sia giunto il momento di occuparsi e preoccuparsi, considerata l’espansione evidente dei vari movimenti fascisti. Non si limitano a pagliacciate ed esibizione di stupidità, bensì si sono messi a fare politica, non trascurando peraltro di moltiplicare le manifestazioni pubbliche a base di saluti romani, labari, saluto al Duce, auguri per il compleanno del suddetto, eccetera. 
 

Questi movimenti variamente fascisti o nazisti (CasaPound, Fratelli d’Italia, LealtàAzione e così via) partecipano alle elezioni e fanno eleggere loro rappresentanti. A Monza c’è addirittura un assessore nazista, a Lucca diversi consiglieri comunali, solo per citare due città di medie dimensioni.

Non abbassiamo la guardia, non pensiamo che fascismo e nazismo siano solo “colore”, limitandoci a deprecare l'utilizzo e l'esposizione di simboli e vari accessori. Il fascismo ed il nazismo purtroppo non sono morti definitivamente, anzi negli ultimi anni sembrano abbiano trovato qualcuno disposto a nutrirli.

Pertanto l'invito è a non riposare mai più finché ogni nazista non morirà.




We're taught that after the war the Nazis vanished without a trace
But batallions of fascists still dream of a master race
The history books they tell of their defeat in forty-five
But they all come out of the woodwork on the day the Nazi died
They say the prisoner of Spandau was a symbol of defeat
Whilst Hess remained imprisoned and the fascists they were beat
So the promise of an aryan world would never materialise
So why did they all come out of the woodwork on the day the Nazi died

|: They're here and they're there and they're everywhere :|

The world is riddled with maggots - the maggots are getting fat
They're making a tasty meal of all the bosses and bureacrats
They're taking over the board rooms and they're fat and full of pride
And they all came out of the woodwork on the day the Nazi died
So if you meet with these historians I'll tell you what to say
Tell them that the Nazis never really went away
They're out there burning houses down and peddling racist lies
And we'll never rest again until every Nazi dies.



Noi credevamo che dopo la guerra i nazisti fossero spariti senza lasciare traccia
Ma battaglioni di fascisti fantasticano ancora su una razza superiore
I libri di storia parlano della loro sconfitta nel Quarantacinque
Ma sono tutti spuntati dal nulla il giorno in cui morì il nazista
Dicono che il prigioniero di Spandau fosse un simbolo della sconfitta
Mentre Hess rimaneva in carcere e i fascisti venivano sconfitti
Così la promessa di un mondo ariano non si sarebbe mai materializzata
Allora perché spuntarono tutti dal nulla il giorno in cui morì il nazista?

|: Sono qui e sono lì e sono ovunque :|

Il mondo è infestato dai vermi - i vermi stanno ingrassando
Si stanno facendo una bella abbuffata di tutti i padroni e burocrati
Stanno prendendo il controllo delle stanze dei bottoni e sono grassi e pieni di superbia
E sono tutti spuntati dal nulla il giorno in cui morì il nazista
Se allora incontro questi storici ti dirò io cosa dire loro
Digli che i nazisti non sono mai scomparsi davvero
Sono qui fuori che incendiano case e diffondono menzogne razziste
E noi non riposeremo mai più finché ogni nazista non morirà.


sabato 22 aprile 2017

Giallo, Noir & Thriller/40

Titolo: Gulasch di cervo. Caccia al tesoro nel cuore della Baviera
Autore: Lisa Graf & Ottmar Neuburger
Traduttore: Antonella Salzano
Editore: Emons: - 2015
  
Le conseguenze di quanto accaduto a Chernobyl nel 1986, il presunto tesoro di Hitler nascosto fra le grotte delle Alpi Bavaresi, la mafia russa e il destino dei lavoratori forzati nel Terzo Reich.
Sono questi alcuni degli elementi presenti nel romanzo Gulasch di Cervo, scritto a quattro mani da Lisa Graf e Ottmar Neuburger.

Le avventure in alta montagna di un improvvisato e simpatico trio di ucraini (due donne ed un uomo) inseguiti per una storia di traffico di banconote false, a loro volta alle prese con corde, ramponi, caschetti e attrezzatura da scalata per trovare il tesoro nascosto di Hitler, sulla base di una mappa disegnata sessantacinque anni prima da un allora ragazzo sovietico deportato in Baviera.

La lettura è scorrevole, divertente e coinvolgente (nonostante qualche refuso di stampa!), le vicende narrate storicamente ben documentate e i personaggi ben caratterizzati e delineati. Non mancano ironia ed intelligenza nel dosare pagine di suspense ed elementi “leggeri”, approfondimenti interessanti e momenti divertenti o addirittura comici, sarcasmo e azione.

Sebbene inserito in una collana di “gialli tedeschi” dalla casa editrice Emons:, ci si ritrova di fronte più ad un romanzo “on the road” ed in alta montagna che ad un vero e proprio giallo-thriller. È presente un delitto, così come un’indagine, anzi due, ma il cuore del libro è la ricerca del tesoro da parte dei simpatici, solo a prima vista mal assortiti, protagonisti. Quasi un romanzo d’avventura, con tanto di mappa e rivali all’inseguimento.
Inoltre la descrizione delle montagne, con dovizia di particolari e di nomi, la descrizione dei sentieri e dei percorsi seguiti ed il clima che traspare dalle pagine fanno venire voglia di una vacanza fra Baviera e Austria.