Peter Sellers e Marianne Stone in “Lolita”, di Stanley Kubrick - 1962
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Gli farò un'offerta che non potrà rifiutare.
(Don Vito Corleone/Marlon Brando in “Il Padrino”, di Francis Ford Coppola – 1972)
Ho dodici anni. Vado alla sinagoga. Chiedo al rabbino qual è il significato della vita. Lui mi dice qual è il significato della vita. Ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco, l'ebraico. Lui chiede seicento dollari per darmi lezioni di ebraico.
(Leonard Zelig/Woody Allen in “Zelig”, di Woody Allen - 1983)
Nell'ormai anche in Italia vastissimo panorama del genere giallo-thriller nordico, il pericolo di essere non del tutto originali, di riproporre e ricalcare un copione già scritto è davvero dietro l’angolo. Jussi Adler-Olsen si distingue per la capacità di proporre storie attuali e, seppur rispettose di alcuni schemi e procedure di scrittura, anche dotate di elementi che si differenziano da tante altre. Non è presente un disegno stabilito nei suoi romanzi, non sono gialli procedurali e non vi sono dinamiche consuete nel senso classico, ma queste vengono riproposte ed arricchite da un notevole studio della società contemporanea e degli uomini e donne che la compongono.
Non fa eccezione “Selfie”, settimo del ciclo dedicato alla Sezione Q.
Un'opera molto interessante e meritevole di grande attenzione.
Il lettore si trova di fronte ad un mosaico complesso e spietato basato su quanto assistiamo e viviamo nel nostro quotidiano, anche se la storia è ambientata nella società danese di questi anni.
L'autore riesce a mettere a nudo il narcisismo, il cinismo e lo smarrimento etico e morale delle nuove generazioni, le difficoltà di chi, adulto, dovrebbe far fronte a situazioni personali e sociali fin troppo difficili e le falle del sistema di assistenza sociale, con una lucidità tagliente e la chiarezza di un testo psico-sociologico, appena un po' debitore delle tesi di Herbert Marcuse.
Mirabile e coinvolgente l'approfondimento psicologico di Rose: il suo disagio e la sua resa ci rivelano ancora di più qualcosa di lei, persino le radici delle sue stranezze e del suo comportamento “inspiegabile”.Viene, di fatto, resa il fulcro emotivo della vicenda, a fare da ritmico contraltare oltre che delle indagini dei colleghi anche delle storie femminili proposte. Adler-Olsen mantiene vivo l'interesse e l'entusiasmo di chi legge con capitoli brevi e un montaggio quasi cinematografico, a conferma della sua, personale e distintiva, maestria nella gestione del genere.
I puristi potrebbero lamentare una certa sovrabbondanza di sottotrame, poiché con tanti fili narrativi si corre il rischio che la risoluzione finale appaia sacrificata, compressa e stretta, rispetto alla raffinata preparazione che occupa tutto il volume. Questo elemento, effettivamente presente e che scoraggerebbe chi ancora non conosce i precedenti episodi della serie, non rovina fortunatamente il gusto della lettura, con una tensione che resta alta ed una spietata critica sociale che non scade in un banale moralismo tipico di certi politici italiani.
Un noir che scava nelle ossessioni moderne e nella solitudine che si nasconde dietro i filtri dei social media, in grado di proporci di riflettere su alcuni mali tipici del nostro tempo.
Sono giovani, belle e spavalde, indossano abiti alla moda e trascorrono ore a truccarsi e a pettinarsi. Sognano le luci dello showbiz e le copertine delle riviste, ma intanto sfruttano gli uomini e la generosità del welfare danese. Vivono di espedienti e non hanno paura di niente. Non si rendono conto, però, che il pericolo è in agguato là dove meno se lo aspettano, incarnato dalla persona che avrebbe il compito di proteggerle e aiutarle a riconciliarsi con la società e con la vita attiva. Una persona dalla mente turbata che ha deciso di affrontare a modo suo quei “parassiti”, con astuzia e discrezione. Tanto che sulle prime Carl Mørck non dedica attenzione alla sequela di misteriosi incidenti, preso com’è dalle diffamanti accuse d’insuccesso che pesano sulla Sezione Q. Ci vorrebbero la mente lucida e lo spirito d’iniziativa di Rose, ma Rose è in malattia, e stavolta i fantasmi che la perseguitano non sembrano intenzionati a lasciarla andare tanto facilmente.(da marsilioeditori.it)
Per quanto il Pubblico Ministero sia stato parco nel farmi complimenti, nondimeno ha ammesso che ho del cervello. Merci, monsieur. Ne ho. E per trentacinque anni l'ho usato onestamente. Dopodiché nessuno l'ha più voluto. E allora l'ho utilizzato per conto mio. Se parliamo poi di massacri, non abbiamo autorevoli esempi? In tutto il mondo si fabbricano ordigni sempre più perfetti per lo sterminio in massa della gente, e quante donne innocenti e bambini sono stati uccisi senza pietà, e magari in modo più scientifico! Eh, come sterminatore sono un misero dilettante, al confronto.
(Henri Verdoux/Charlie Chaplin in “Monsieur Verdoux”, di Charlie Chaplin – 1947)
Circa 25 anni fa lo scrittore di origine bulgara Tzvetan Todorov ci diceva che “il totalitarismo ha dominato buona parte del mondo nel trascorso secolo ventesimo”, da lui definito, per contrapposizione al “Secolo del Lumi”, come “il Secolo delle tenebre”.
Se questo è accaduto, continuava Todorov, è “perché, per milioni di persone, per decenni il totalitarismo è potuto sembrare più seducente della democrazia”. Ovvero “il totalitarismo contiene una promessa di pienezza di vita armoniosa e di felicità. È vero che non la mantiene, ma la promessa perdura, e ci si può sempre raccontare che la prossima volta sarà quella buona e che verremo salvati”.
In sintesi, capivamo dalle parole dello scrittore, come ogni totalitarismo, anche il più rozzo e deprecabile, abbia sempre dentro una componente “soteriologica”: una promessa di salvezza e liberazione dai problemi e dolori del mondo. Perciò io ti salverò, tu ti salverai, egli si salverà, così la nostra società sarà salva.
Si dovrebbe rimanere basiti o quantomeno interdetti di fronte a ciò. Vengono i brividi, o almeno vengono a chi, consapevole e che abbia studiato la Storia, pensa e riflette su tutte le catastrofi che i totalitarismi del Novecento, con le loro illusioni “soteriologiche” hanno provocato, in ogni parte del mondo e attraverso varie incarnazioni.
“Gli uomini”, continuava Todorov, “hanno certamente bisogno di comfort e di comodità, ciò che la democrazia può loro promettere ed assicurare; ma per di più hanno bisogno di beni che il mondo materiale non procura loro: pretendono che la loro vita abbia un senso, per cominciare. Il totalitarismo, a differenza della democrazia, ambisce a soddisfare tali bisogni e per questa ragione è stato scelto dalle popolazioni interessate” [non sempre come si continua a sostenere – nota mia]. A corollario di tale riflessione, Todorov ammoniva noi tutti ricordando come alcuni fra i più noti dittatori e simboli dei vari totalitarismi, siano stati in fondo desiderati e amati dalle masse.
Il novecento è ormai lontano sotto il profilo strettamente cronologico, ma in questa nostra epoca della post-verità, del complottismo, della crisi dei valori fondanti della democrazia e dell’emergenza climatica, che proietta un’incertezza profonda sulle nostre vite, rischia di allungarsi questa ombra inquietante, quella di un rinnovato e nelle immagini aggiornato totalitarismo.
Un totalitarismo che, come in precedenza, promette sollievo e liberazione, benessere e futuro radioso, sicurezza e tranquillità. Per raggiungere tutto questo, a discapito di libertà e giustizia sociale, di democrazia rappresentativa e corretto equilibrio dei poteri, si individuano ed indicano nuovi nemici, che poi, alla fine, sono sempre gli stessi. Lo si fa con una postura ed un eloquio pre-culturale, alieno ad ogni dato o riflessione degna di nota, addirittura additando quali odiatori della Patria e nemici dei buoni patrioti, coloro che invitano a considerare la realtà, politica e sociale, nel suo complesso e nella sua complessità.
Si fa passare come salvifica una evidente regressione politica e costituzionale, senza però affidarsi a parate come nella tradizione novecentesca e camuffando da semplici messaggi o decreti quelli che, di fatto, sono riconoscibili come proclami che giustificano la criminalizzazione del dissenso e l'esautorazione dei luoghi simbolo delle nostre democrazie.
Perché, fondamentalmente, anche se si usano slogan e si lanciano messaggi che vorrebbero presentare una “nuova” idea di società, di politica e di Nazione, tutto questo finirà per essere non più un ideale ma, bensì, un mero strumento di soddisfazione egoica, e questo, nell’orizzonte del tardo capitalismo, la rende ancora più cieca, istituzionalmente acefala, priva di necessari contrappesi e spaventosa. Ancora di più quando è evidentemente eterodiretta e strumento di divisione a favore di soggetti "altri" in altri luoghi e di "particulari" interessi, siano essi economici, geopolitici, o di ulteriore, nefasta, natura.
In questo 2026 ricorre l'ottavo centenario francescano. Si ricorda la figura di san Francesco d'Assisi.
Proprio partire dal 4 ottobre 2026, la festa di San Francesco d'Assisi torna ufficialmente a essere considerata festa nazionale in Italia, una decisione presa dal Parlamento proprio per onorare questo storico ottavo centenario.
Eppure...
(Arnold Toynbee, Il Racconto dell'uomo, Garzanti - 1977)
Ma...
(Aurelio Lepre "Che c'entra Marx con Pol Pot?", Editori Laterza - 2001)
ROCKY (1976 – regia di John G. Avildsen)
Girato ed ambientato a Philadelphia, in Pennsylvania, con “quattro soldi” e scarsi mezzi. Avrebbe potuto essere uno dei tanti film di serie B e limitarsi a divenire una onesta produzione da cassetta o poco più, invece sorprese tutti (forse anche regista e protagonisti) e si aggiudicò ben 3 Oscar, entrò nell'immaginario e nelle orecchie di molti, lanciò la carriera di Sylvester Stallone, che in seguito divenne uno degli attori di Hollywood più pagati e diede il via ad una serie tra le più conosciute e citate.
Come fu possibile tutto questo? Per quanto riguarda i sequel ne parleremo poi, ma il primo film com'è? Molto vicino alla perfezione nell'impronta tecnica, è un'opera che potremmo definire veritiera, per quanto racconta attraverso una certa crudezza d'immagini ed un valido realismo. Si ispira a racconti e precedenti opere della letteratura pugilistica del cinema hollywoodiano (Rocky è in onore al pugile Rocky Marciano anch'esso italo-americano), con accenti epici opportunamente dosati sul piano etico e morale
Il film propone ed elabora un buon numero di temi e fastidi propri della Vita, non mancando degrado urbano e umano, dramma sociale, vaga e non pienamente gestita volontà di rivalsa, inquieto sentimento del regresso, soffocato ma vivo orgoglio nazionalista, rivalutazione per le proprie origini mai dimenticate e probabilmente altro ancora. Il famoso grido (Adrianaaaa!!!) ancora ci accompagna e chissà che non sia il responsabile dei cinque sequel, dei quali, come vedremo, fatichiamo ad individuare quale sia il peggiore!
ROCKY II (1979 – regia di Sylvester Stallone)
Nonostante si risolva in una naif riproposizione del precedente, con diverso esito finale “dell'epico scontro” e con in più la variante della gravidanza e della nascita del figlio dell'eroe, il film si lascia guardare. Nonostante il forte sapore di “già visto” e “già sentito”, nonostante il tutto risulti al limite del patetico, Stallone se la cava abbastanza. Nonostante l'inizio di una lunga sequela di tamarrate anni 80, che raggiungerà successivamente l'apice, rimane un onesto prodotto che cerca di conciliare intenti da film d'autore, melodramma coinvolgente e lato commerciale.
ROCKY III (1982 – regia di Sylvester Stallone)
Accade quello che accade quando si capisce di avere tra le mani una saga dalle uova d'oro. Il filo narrativo è di una facilità e banalità disarmante, aumentano le gag e gli ammiccamenti al pubblico, si smarrisce quel po' di epos che era rimasto perché tutto deve ricondurre alla scena clou nell'incontro finale. Intrattenimento senza preoccuparsi di eventuali sensi di colpa, d'altra parte un paio di centinaia di milioni di dollari di incasso riescono a metterli a tacere con una certa disinvoltura. Abbondano le corse in slow motion, carezze e abbracci omo sulla spiaggia al tramonto, shorts attillati e muscoli pompati per celebrare il passaggio di Rocky da “working class hero” a “icona pop patinata”. In tutta onestà Stallone, autore anche della sceneggiatura, riesce a non farsi prendere troppo la mano ed i personaggi risultano ancora discretamente delineati e presentati. Adriana nell'adattamento italiano diventa Adrian, ma rimane imprescindibile.
ROCKY IV (1985 - regia di Sylvester Stallone)
Se in precedenza si era già cominciato a scavare, qui, a velocità ipersonica, si tocca il fondo e, non contenti, si continua nell'opera di distruzione del buon gusto, di seppellimento di ogni principio etico e artistico, gettando deiezioni a raffica sulla storia del Cinema a tema sportivo e non solo.
Un capolavoro di tamarraggine, al ritmo ed al costo di un assurdo videoclip anni 80, con vecchie scene riciclate spacciate per ricordi, brutte canzoni pompate a tutto volume mentre qualcuno corre, suda, guida una Ferrari o, inspiegabilmente, osserva un robot umanoide girare per casa.
Una sfacciata e imbarazzante (ma estremamente redditizia) propaganda antisovietica, dove non c'è nulla di valido, piacevole o anche solo d'interessante. Tutto gira attorno al tema della vendetta unito al becero nazionalismo più sfrontato. Tra flashback e pugni improbabili, scene inutili e buchi di sceneggiatura talmente plateali da risultare quasi invisibili, non esiste un iter narrativo, rimpiazzato da una serie di colpi bestiali sferrati sul ring, sangue che schizza e volti tumefatti. I protagonisti fanno a gara per farsi eleggere il peggiore, grazie ad espressioni fuori luogo, volti mummificati, dialoghi inesistenti e fissità recitativa su sfondi irritanti e splendidamente ingenui. Un'opera patetica e spregevole.
ROCKY V (1990 - regia di John G. Avildsen)
A mio parere ingiustamente sottovalutato e mal criticato a prescindere, perché come prodotto trash funziona bene. John Advilsen torna alla regia dopo aver diretto il primo film, per un ulteriore capitolo della saga che ripercorre l'andamento classico iniziale, tra strade, quartieri periferici, disagio e palestre. Si sceglie il tema familiare, più idealistico che reale, si cerca di riscoprire alcuni valori ritenuti fondamentali, ma si procede in modo goffo e tutto sommato banale, con in più l'aggravante di proporre situazioni ripetitive quando non propriamente irritanti e vicine alla cretineria. Sono presenti alcuni passaggi più da soap opera che da film sportivo, ammesso che lo si volesse girare, perché in caso affermativo probabilmente regista e protagonista dovrebbero, per salvare la faccia e quel po' di credibilità rimastagli, dichiarare di aver voluto proporre una parodia.
ROCKY BALBOA (2006)
L'ultimo dei sei capitoli inaugurati 30 anni prima con Rocky, in attesa che si cominciasse con gli spin-off (ma è tutta un'altra storia, che per il momento ci risparmiamo). Verrebbe da considerarlo, affettuosamente, come il patetico canto del cigno di un personaggio comunque leggendario. Avete presente quei tipi da bar di quartiere, che in cambio di un bicchiere di rosso ed un tramezzino ti raccontano le loro imprese giovanili di “campione” di calcio dilettantistico o boccette? Il buon Rocky ha fatto quella fine lì, pur gestendo un ristorante, dove per lo più si servono ricordi e vecchie storie. Ci si potrebbe anche commuovere, poiché ci si trova comunque di fronte ad un pezzo della propria infanzia e giovinezza, ma a rovinare il tutto ci pensa uno stomachevole sentimentalismo, offensivo, quasi becero ma certamente fastidioso. Una sceneggiatura zoppa e scritta in fretta, sorda ad ogni richiamo o richiesta di approfondimento, che cerca di nascondere le molte lacune narrative. Comunque, a suo modo, il festival dell'ideale americano; facile nostalgia, ricerca di perduti (o forse mai avuti) valori, lifting, boiate sparate con sicumera e faccia di bronzo. O è semplicemente una mal riuscita autoparodia? Che schifo! Deprecabile!
Io so chi sono adesso. Non sono semplicemente quello che vogliono gli altri. Io il mio destino lo posso controllare. Mi sono evoluta aldilà di questo mondo. Questa non è la mia fine, o quella degli X-Men, è un nuovo inizio.
(Jean Grey/Sophie Turner in “X-Men - Dark Phoenix”, di Simon Kinberg - 2019)