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venerdì 24 agosto 2018

Cartoni Animati: Storytelling e Musica









Principalmente due sono gli elementi che mi amareggiano riguardo buona parte dei cartoni animati trasmessi attualmente in televisione e che anche i miei figli guardano.
In molte serie animate proposte manca pressoché totalmente la narrazione, lo storytelling che un importante ruolo invece rivestiva all'interno di vecchie produzioni. Un tempo si seguivano le peripezie, le avventure, le scoperte, le gioie ed i dolori di uno o più protagonisti, fossero animali antropomorfi, giovani uomini, bambini, coraggiosi e volitivi orfani, fanciulle vicine all'adolescenza o all'età adulta, con forti componenti realistiche, storiche o elementi naturalistici, magici/fantasiosi o di altro genere. Così ci si appassionava a Candy Candy, Remì, Gigi la trottola o alle varie eroine a cui venivano affidati specifici poteri, a termine come Creamy/Yu o senza scadenza come nel caso di Sandy ed altre ancora. Persino i cartoni animati con i “robottoni” (mecha per i più pignoli) avevano una loro trama, a volte lunga, con evoluzione dello scontro fra “Bene” e “Male”, ovvero fra Terra ed invasori alieni, nonché del giovane protagonista. All'interno di ogni genere, poi, c'erano maturazioni delle trame, sviluppo della complessità delle vicende, come, ad esempio nell'ultimo filone citato, il salto di profondità e qualità interpretativa e di analisi fra Mazinga Z e Gundam. 
 


 







Ora, invece, parecchie produzioni offrono decine di episodi autoconclusivi, del tutto od in gran parte slegati l'uno dall'altro, senza un legame fra di loro, in modo da essere sempre facilmente fruibili, senza la necessità di dover seguire quotidianamente lo sviluppo di una trama, di cui si rischierebbe di perdere il filo. Personaggi che hanno poteri e risorse senza che si sappia come ne siano venuti in possesso, bambini o giovani adulti che ricoprono ruoli e posizioni di cui lo spettatore non conosce le caratteristiche o come ci siano arrivati (Peter Parker/Spider Man vs Superpigiamini, tanto per fare un esempio).
Un certo ruolo lo riveste anche l'attuale modalità di “utilizzo” e la visione di certe serie animate. In sintesi: quando ero bambino e con me lo erano tanti altri che ora sono genitori, si vedeva un episodio al giorno delle proprie serie preferite all'interno di specifici contenitori televisivi previsti nell'ambito della programmazione quotidiana su canali generalisti. Per cui si impiegava tempo per arrivare alla “fine” della storia, anche diversi mesi nel caso delle serie più lunghe come “Peline Story”, “Rocky Joe” o “Lady Oscar” (ma gli esempi potrebbero essere tanti e vari). Nella Storia che iniziava con l'episodio 1 e finiva con l'episodio XX, aveva imprescindibile ruolo una trama sviluppata con impegno e lodevole capacità, composta di avvenimenti anche cruciali, personaggi vari e non sempre fissi che completavano ed arricchivano l'insieme, fatto di elementi positivi come negativi, sorrisi come lacrime, in cui a volte tristezze e lutti si alternavano con le felicità e le gioie dei protagonisti. 
Risulta quindi quantomeno singolare constatare come proprio nell’era storica che sembra mostrarne il suo abuso da parte di svariate figure con ruoli politici/religiosi/formativi/informativi ed altro, lo storytelling, come detto veicolo principale in passato delle storie e cartoni animati per bambini/ragazzi, abbia abbandonato il genere, riducendolo così ad una serie di episodi singoli ed autonomi, nei casi peggiori a striscie animate cadenzate da buchi neri logici e infarcite di demenzialità ed idiozie, senza nessi logico-narrativi.



 










Il secondo elemento che mi interessa approfondire un po' è la mancanza di attenzione alla parte musicale. Non mi riferisco solo alle sigle, che un tempo erano “il biglietto da visita” di ogni serie, ragione per cui le si imparava a memoria, si acquistavano le musicassette che le raccoglievano (una per ogni annualità di cartoni animati che andava di pari passo con l'anno scolastico), ed ancora oggi ci sono folte schiere di flippati appassionati che ne compongono compilation e vanno ai concerti di alcuni dei nomi “storici” delle sigle, come I Cavalieri del Re o Cristina D'Avena, punte di diamante o quasi di una vasta serie di voci più o meno “prestate” agli anime ed ai cartoni animati. A parte le sigle, ogni cartone “di una volta”, diciamo fin dalle prime produzioni anni 30 per giungere agli anime giapponesi anni 70/80/90, dedicavano grande attenzione alle musiche, fossero originali o prese a prestito da autori classici, jazz, swing e altro ancora. 



Ricordo Bugs Bunny che tenta di suonare la “Rapsodia Ungherese n.2” di Franz Liszt mentre un beffardo topolino lo disturba, oppure l'intera banda Disney che suona parti del Gugliemo Tell rossiniano con Topolino direttore d'orchestra. Oppure le musiche degli episodi di “Tom and Jerry”, così come quelle di Will Coyote, Speedy Gonzales, Duffy Duck, Porky Pig, Gatto Silvestro, che probabilmente hanno riscosso e tuttora potrebbero riscuotere successo grazie alle note e composizioni eseguite, a volte lampi di suono, oppure melodie semplici o composite, serie armoniche o file di note impazzite. Pensate: ad ogni movimento di Bugs Bunny o Will Coyote viene associato un particolare suono, che spesso proveniva da uno degli elementi di un’orchestra sinfonica. Ogni particolare era studiato e scelto con cura, con tutti i generi, dal jazz alla classica considerati utili, efficaci ed essenziali alla realizzazione dei cartoni animati, dalla sua parte grafico-animativa a quella sonora. 

 

Mi piace pensare che in questo modo i bambini facessero la conoscenza della Musica. Fosse classica, pop, sinfonica, da camera, operistica, jazz, swing o altro, le immagini veicolavano il sonoro e da questo traevano ulteriore forza e vitalità. Anche gli anime facevano la loro parte. C'erano motivi musicali ricorrenti che sottolineavano i passaggi fondamentali delle storie, alcuni momenti importanti o i personaggi principali, con temi appositamente composti. Faccio l'esempio della serie “Heidi”, le cui “musiche di sottofondo” erano molto importanti, fondamentali quanto la sigla cantata da Elisabetta Viviani. Polke, walzer, piccole romanze o brani pop-sint che creavano l'atmosfera dei monti, evidenziavano le emozioni della piccola protagonista e dei suoi amici, introducevano ogni episodio o fungevano da commiato. Da qualche anno è possibile ascoltarle pressoché tutte su specifici canali youtube.




Molti cartoni animati che guardo insieme ai miei figli non hanno questo elemento, alcuni neanche una sigla decente o degna della funzione che dovrebbe svolgere. Ritorna ovviamente l'elemento della tipologia di trasmissione, offerta e fruizione, che ora rende possibile vedere anche cinque o sei episodi uno dopo l'altro. Questo se ci si limita alla televisione, se poi ci si sposta sulle piattaforme in streaming il numero si alza notevolmente. La sigla non ha più senso, anzi sarebbe una noia risentirla più volte ogni pochi minuti (questo anche perché la durata dei singoli episodi è diminuita rispetto ad un tempo, facilitando la visione a ruota libera anche di un'intera serie o “stagione” della stessa). A ciò si aggiunge una certa noncuranza delle musiche di sottofondo o di accompagnamento, con suoni che si limitano, quando va bene, ad essere onomatopeici, oppure sono assenti o semplice rumore, che nulla aggiunge ai dialoghi o al visivo. L'eclissi del sonoro, assente o semplicemente inutile od insulso in molte serie. Che peccato!


Ma forse c'è ancora speranza: fra ciò che guardo in TV, in alternativa a quanto posso scegliere io da vedere con i miei bimbi, vi è un'eccezione!
Masha e Orso” è un piccolo capolavoro, che alla alta qualità dei disegni, degli sfondi, del rapporto “verticale” fra i due protagonisti aggiunge una grande attenzione alla musica, al sonoro ed al suo ruolo all'interno della macrotrama e dei singoli episodi.

Si va dalle citazioni delle colonne sonore cinematografiche ai capolavori del repertorio sinfonico. Dalle suggestioni gioiosamente western ai brani tipici dei film sportivi, dall'“Also sprach Zarathustra” di Richard Strauss che immediatamente riporta all'immaginario kubrickiano de “2001” al ritmo della “Rapsodia ungherese” di Brahms, passando con medesima arte ed efficacia attraverso Beethoven e Scott Joplin, senza dimenticare la dance ed il pop più evocativo e divertente. In “Masha e Orso” non mancano le composizioni originali, che hanno lo stesso valore dei classici, che sarebbe bello i miei bambini imparassero ad ascoltare anche con l'aiuto di un orso delle foreste russe e della piccola bambina che lo tormenta. Quantomeno perché così, magari, riterrebbero il loro babbo meno noioso quando in auto o nel fine settimana inserisce nel lettore un cd di Mozart o Chopin, di Chet Baker o Bill Evans.



In fondo la musica di un cartone animato può aiutare molto, veicola in modo semplice e divertente il senso ed il gusto di brani musicali, che divengono a volte più importanti del resto, a maggior ragione se il cartone in questione non ha pressoché per niente dialoghi. Un po' come poteva accadere in alcuni film muti, in “Masha e Orso” il formato è quello, ovvero poco dialogo e tanto spazio ai suoni ed alla musica. Il contrario di tanti cartoni suoi coevi, che hanno così tanto dialogo e parlato, a volte stupido, inutile e superfluo, che la musica non significa più molto e viene essa stessa svilita ed impoverita delle sue caratteristiche.



La speranza è che una parte dei nostri bambini riesca, come è successo a molti di noi, a crescere con la musica classica e con la buona musica in generale senza quasi accorgersene. Un effetto educativo con risvolti parainconsci, come succedeva con brani del "Barbiere di Siviglia", con il “Bolero” di Ravel, Gershwin della “Rapsodia in Blu”, la serenata notturna di Glenn Miller o le suggestioni dateci da Chopin, Čajkovskij, dalla voce di Ella Fitzgerald o di Mina. Brani che erano inseriti nella programmazione quotidiana ed in molti cartoni animati o come sigle di trasmissioni radiotelevisive.

Gli uni come gli altri ci rendevano familiari brani e canzoni, probabilmente non ne conoscevamo autori ed interpreti, ma li avremmo imparati successivamente. Ciò vale per la musica classica come per altri “classici”, da Frank Sinatra a Elvis Presley, passando per Louis Armstrong. 


giovedì 10 maggio 2018

Un Uomo solo al Comando?

Un Uomo solo al Comando?

Recentemente parlavo con un giovane collega di Politica e di partiti politici.
La cosa purtroppo non è così frequente, tanto meno scontata e mi rendo conto che pago e magari un po' patisco la distanza anagrafica fra chi, come me, è nato negli anni 70 ed ha conosciuto i “partiti storici”, italiani e non solo, ed un giovane uomo per cui nomi come Occhetto, Craxi, Clinton, Blair o Schroeder (non il piccolo pianista amico di Charlie Brown) stanno accanto a quelli di Garibaldi ed Enrico VIII.

Per farla breve il mio curioso e simpatico interlocutore si stupiva del fatto che il PD avesse indetto un Congresso straordinario due mesi dopo la “scoppola” rimediata alle ultime Elezioni Politiche. O meglio, si chiedeva, in fondo, che diavolo fosse un Congresso, non a cosa potesse servire (in merito al PD me lo chiedo anch'io, ma per ragioni differenti), ma proprio cosa indicasse il termine.


Ed io giù a raccontargli di come un tempo PCI, PSI, DC periodicamente si radunassero in momenti collettivi, dove i vari esponenti si confrontavano su temi e prospettive, si presentavano e votavano mozioni, si eleggevano segretari e segreterie, si componevano direzioni, si litigava su tesi e interpretazioni, nascevano correnti e così via. Stupore e incredulità negli occhi del paziente collega, che faticava a capacitarsi di come ci fosse bisogno di nominare delegati, ascoltare discorsi fiume, votare su programmi e discutere su parole e messaggi come “fine della spinta propulsiva della Rivoluzione d'Ottobre”, “convergenze parallele”, “unità nazionale”, “eurocomunismo” e altro ancora.

La confusione e lo smarrimento aumentava nel momento in cui accennavo al concetto di “strutture intermedie”, ovvero quelle che un tempo caratterizzavano le democrazie dell’Europa occidentale: le sezioni, le associazioni, i circoli politici, le organizzazioni giovanili che preparavano i futuri leader, i sindacati e altro ancora che svolgevano l'importante ruolo di connessione e contatto tra la politica a livello locale/statale e gli individui, fossero iscritti/attivisti o semplici simpatizzanti.

Tutto questo fa ormai parte della Storia, solo parvenze di ciò che un tempo fu rimangono, sbiadite ed incolore, in una marginale parte delle forze politiche attualmente presenti sullo scenario europeo. Prevale la ricerca di un leader, che rende obsoleta e fastidiosa ciò che ormai viene considerata una sovrastruttura, antica e perniciosa. La rappresentanza non viene cercata attraverso passi intermedi, che ricevano e trasmettano, bensì mediante la individuazione di un leader, unico e totale, a cui rivolgere una forma inedita e riveduta di culto assoluto, persino al di là di temi e riflessioni, messaggi e visioni politico-sociali.


La figura del Segretario, per quei casi in cui sia ancora nominalmente presente, non riveste più il ruolo che aveva un tempo, ovvero capace leader cresciuto nella e attraverso la partecipazione, imparando ed allenandosi a divenire tribuno del popolo, nell'accezione più positiva dell'espressione, al vertice ed al servizio di movimenti sociali ben radicati, con ambizioni politiche collettive. Situazione ancora più sconsolante in quelle formazioni politiche che non prevedono alcun processo democratico di investitura e riconoscimento di leader, o che, coscientemente e con calcolato opportunismo e plateale ruffianeria, si negano la qualifica di Partito.

Si sono smarrite le connessioni tra sindacati, cooperative, sezioni di partito e lo Stato, che hanno fatto sì che ci fosse vera politica rappresentativa, ovvero che si creasse e curasse il collegamento fra la politica rappresentativa stessa ed una più ricca rete di coinvolgimento, che per decenni ha fatto sentire partecipi milioni di cittadini.


Le varie crisi che si sono succedute negli ultimi 20 anni hanno smantellato molto, se non proprio tutto, ed è mancata una adeguata risposta della Politica, della Sinistra in particolare. Ora agendo una brusca e non proprio culturalmente onesta, sotto il profilo storico-culturale, ellissi a livello temporale, giungo agli ultimi anni. I nuovi partiti/movimenti di fatto si presentano quali mere macchine propagandistiche in permanente campagna elettorale, megafoni di voci, trasmettitori di slogan mutevoli e cangianti secondo i calcoli del momento, veicoli elettorali piuttosto che raggruppamenti politici quali soggetti portatori di una visione, di una idea, di una modalità di interpretare, studiare il territorio e amministrare. Non ci sono o hanno perso importanza le sezioni, i circoli, le assemblee territoriali o qualcosa che anche solo vagamente possa assomigliare ad una struttura democratica interna.


Così M5S in Italia, Podemos in Spagna e altre sigle in Europa hanno fatto proprio il modello che 24 anni fa Forza Italia introdusse e che ha praticamente reso l'unico in cui per molti di noi sia possibile riconoscere la Politica del 21° secolo: leader carismatici che sanno utilizzare/manovrare i media, che non si definiscono politici di professione, che si circondano solo di fedelissimi che non possano fargli ombra o sostituirli, che affermano di lottare nel nome della gente contro caste, élite, poteri forti o chissà cos'altro che non rappresentino la suddetta gente, nonostante all'interno della loro entità politica non esistano strutture democratiche, o quelle esistenti siano svuotate di ruolo e significato. Non c'è più l'iscritto, il militante, il simpatizzante attivo, bensì si cerca, si crea e si stimola il “tifoso”. 

 

Così si spaccia per democrazia diretta il culto di un “deus ex machina”, agognato e riconosciuto, che si faccia carico di pulsioni e che “liberi” il popolo dalla fastidiosa partecipazione alla vita politica, roba sporca e che corrompe. In “aiuto” del leader si organizzano votazioni on-line, referendum su piattaforme telematiche od organizzate in un pomeriggio, tali da rendere inequivocabile una investitura “popolare” ed allo stesso tempo facili da manipolare, smentire o ribaltare.

Si assiste e siamo pertanto al medesimo tempo protagonisti di una declinazione post-post moderna del modello partitico, che ne viene svuotato di ogni connotazione di stimolo alla partecipazione (e quindi alla libertà ed alla interpretazione critica dei messaggi e della realtà), in favore di un culto messianico, giocato esclusivamente sul campo dei media, che si risolva nell'essere fan di uno o dell'altro. Condivisioni di post, “like” come se piovesse, slogan vuoti ma facili da imparare a memoria per essere ripetuti come mantra in ogni occasione e tutto l'armamentario a metà fra tifo da stadio e talent show.



Il declino della partecipazione democratica è così reso ancora più veloce, per la gioia dell'”eroe popolare”, che si serve della gente, del popolo, dei fan, per non essere disturbato nella sua autoreferenziale azione di protezione della propria carica, sia esso padrone del proprio ruolo o mero esecutore delle volontà di chi lo ha fatto arrivare dove si trova, sia un self made man od un soggetto eterodiretto.

La Sinistra? Rientra nello sconsolante scenario attuale. Al suo interno, storicamente, ci sono stati casi di culto del leader, al limite dell'idolatria. A lungo ciò è risultato funzionale, poiché consci del ruolo Segretari e Leader hanno utilizzato il proprio ascendente e le proprie abilità nello stimolo e nell'invito rivolto alle masse ad interessarsi alla vita politica, non limitandosi a esserne mero eroe, sapendo anche interpretare ciò che fosse utile e buono per le stesse masse, agendo con lungimiranza e visione prospettica. Ora, per le trasformazioni sociali ed economiche che subiamo e che facciamo radicalizzare per ignoranza, incapacità o anche solo pigrizia, l’azione collettiva non è più un'opzione praticabile, se non per questioni marginali e meno che locali, per cui è diventato difficile ristabilire una più profonda azione di coinvolgimento. Quindi rischiamo l'implosione culturale che ci porti ad essere spettatori in un mondo in cui la politica sia coincidente e declinata quale culto dell’uomo solo al comando. Pertanto si sostiene con parole e slogan e si vota uno schieramento politico in quanto emanazione di una figura forte, unica incarnazione di un solo carattere, non di un ideale o di una opzione, e quindi facile a cadere in disgrazia nel momento in cui ciò che era il “nostro” eroe ci diventa antipatico, non più utile oppure scomodo, coinvolgendo nella sua caduta l'intero partito o quello che ne era rimasto.







martedì 11 novembre 2014

Al suo posto cosa avresti fatto?



Mi chiedono:
-         “tu difenderesti i Rom, che sono ladri e sporchi?”,
-         “è questa la Sinistra che vuoi?”,
-         “se tu fossi stato al posto di Salvini cosa avresti fatto?”.

Andiamo con ordine:
-         Sono solito ragionare sui fatti e valutare gli individui, non interi gruppi sociali o entità composte da soggetti riunibili in base a criteri etnici, linguistici e/o religiosi o sulla base della frequenza con cui si prendono cura della propria igiene personale, per esempio conosco interisti molto simpatici, quindi sto attento poiché avercela con qualcuno per la religione che professa o la lingua che parla, in passato ha portato a qualche esagerazione.
-         Non credo sia poi così importante dichiarare quale Sinistra vorrei, dal momento che, se mi va, posso votare o non votare una lista o raggruppamento di liste, esercitando, legittimamente, un mio diritto-dovere e così fare una scelta che rispecchi, in toto o in parte, la mia visione politico-sociale; inoltre se uno è un pirla o un delinquente, tale rimane a prescindere se è consigliere comunale PD, SEL, PDCI, o qualunque altra sigla anche solo vagamente collocabile in quell’area contrapponibile alla Destra.

Ma soprattutto,

-         Non intendo produrmi in un esercizio di relativismo e riflessione su un delicato e scivoloso campo composto di ipotesi, tesi, antitesi e antinomie epistemologiche, poiché mettermi al posto di Matteo Salvini lo richiederebbe e, vi assicuro, io dubito fortemente di potermi trovare in una situazione anche solo lontanamente paragonabile a quella in cui si è trovato il segretario della Lega, per il semplice fatto che non sono solito trascorrere le mie giornate diffondendo odio razzista a capo di un movimento politico che fa della xenofobia la sua bandiera. Quindi no, esercito un signorile ancorché deprecabile distacco e giudicando esclusivamente i fatti, non mi metto al posto di Matteo Salvini, perché non empatizzo, tantomeno simpatizzo, con un razzista.

martedì 6 agosto 2013

Il papa non vi giudica, depravati!


Passato il momento di euforia generale (poco giustificata a mio avviso), provo a presentare alcune personali riflessioni su quanto espresso da papa Francesco, anche conosciuto come Jorge Mario Bergoglio.

L’attuale papa è simpatico a tutti, buon per lui. Essere simpatici non è questione di poco conto, specie quando si è al vertice di un’istituzione che ha obiettivi universali. Ci sa obiettivamente fare, questo è certo, a livello di comunicazione e strategia di gestione della propria immagine e dei temi su cui proporsi.

Vuoi mettere porre al centro della discussione il tema della povertà, piuttosto che, ad esempio, la lotta al relativismo? Quale sagace e capace uomo di potere, che si rivolge a masse sterminate e ad un popolo, religiosamente parlando, tanto globalmente diffuso quanto eterogeneo, si impantanerebbe su una questione così delicata e foriera di implicazioni etico-sociali e filosofico-procedurali, al limite del metafisico?

Infatti il predecessore tanta simpatia non se l’è guadagnata! Orbene, tanto di cappello a chi ha saputo intercettare gli umori del momento e fare proprie, istanze e pulsioni così pressanti e sentite, anche da non cattolici. Certo, nel frattempo la Chiesa continua a essere un’organizzazione ricchissima e ben poco trasparente, con tanti elementi opachi, che mostra quotidiane reticenze ed evita una infinità di questioni effettivamente (per lei) difficilmente affrontabili, che gestisce denari a profusione senza essere tenuta a darne conto in qualche modo.

Mi si consiglia di essere più paziente e meno prevenuto, in fondo se Roma non si è costruita in un giorno, figuriamoci il Vaticano. E poi, anche se si è a capo del consiglio d’amministrazione (o è più calzante la figura dell’amministratore delegato?), non è che in pochi mesi si possano fare rivoluzioni. Ma comunque papa Francesco, con la sua voce “argentina” ed il bagaglio a mano raccoglie consensi e sostegno.
noto chi c'è fra i "visto da loro"... uno che ha cantato anche per Berlusconi, anche se non credo lo abbia visto

Un papa molto popolare non è un male, intendiamoci, tantomeno una novità; ce n’è stato uno per quasi 30 anni, e ci siamo resi conto che lo status di superstar internazionale non rende necessariamente più progressisti, anzi. 

Giovanni “santo subito” Paolo II ha animato tante adunate e concerti, intrattenuto ed unito centinaia di milioni di fedeli e non fedeli (che fastidio i “papa boys”!), incontrato anche rockstar, leader politici di quello che era “l’impero del male”, parlato con le genti ed i popoli, ma su contraccezione, divorzio o argomenti simili si è mostrato tanto monolitico e sordo alle istanze della gente comune (molti cattolici) che credo di non sbagliare a definirlo quantomeno “reazionario” (tralasciando la beatificazione/santificazione o anche solo il sostegno di personaggi biechi e schifosi). 

Avverto come nel mondo cattolico e fra i laici, persino tra i “maîtres à penser” nostrani, ci sia la speranza di un papa intraprendente, attivo, magari rivoluzionario, e cresce la voglia di rivoluzione in generale. Mi fa anche piacere che, in questi tempi cupi, molti laici diano credito a un nuovo pontefice, poiché sarei contento di un incontro, una “onesta convergenza” e collaborazione fra mondo laico e istituzione Chiesa. 

Che pure tra gli omosessuali ci siano apprezzamenti e segni di stima è comprensibile, ci sono molti cattolici fra loro (pur tralasciando chi indossa vesti talari), e non è che si debba essere tutti laici intransigenti. 

Ma poi cosa ha voluto dire con “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”.

In fondo, a mio parere, ha compiuto un esercizio retorico, “di stile”, su un concetto. Un esempio di furba comunicazione!
È riuscito a far passare una, comunque, condanna dell’omosessualità, per un sostegno ai gay! D’altra parte è un vescovo, un prete, uno che si è ricordato di essere un professionista della comunicazione. 

La domanda retorica “chi sono io per giudicare” meriterebbe una chiara risposta: sei il papa, il vicario di Cristo, “ciò che leghi resterà legato, ciò che sciogli resterà sciolto” (vangelo di Matteo, “da qualche parte verso la fine”), sei a capo del Vaticano, un’istituzione che ha come simbolo le chiavi del paradiso, per cui sta a te, nuovo Pietro, all’organizzazione che presiedi, indicare, su questa “valle di lacrime”, chi ci va e chi no in paradiso, e di conseguenza chi va all’inferno e chi no. 

E poiché un tuo predecessore ha fatto scrivere sul Catechismo che le relazioni omosessuali sono “gravi depravazioni” (2357), “la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati», sono contrari alla legge naturale, precludono all’atto sessuale il dono della vita, non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale, in nessun caso possono essere approvati”, chi deve giudicarli, se non tu papa Francesco, chi altri se non il vescovo di Roma Jorge Mario Bergoglio?

Mi viene fatto notare che, tecnicamente, il giudizio spetta ad un’autorità più alta, purtroppo non tangibile e al momento “assente” su questo piano di realtà, però il papa ne fa le veci ed è portavoce di una dottrina. 

La Chiesa, di fatto il papa, prevede che i gay cattolici, ovunque nel mondo, si dichiarino casti (Catechismo 2359: “Le persone omosessuali sono chiamate alla castità”). È così anche adesso, non è cambiato niente. Per cui papa Francesco dice di non giudicarli, ma per essere in linea con la Chiesa ed il suo Catechismo e la sua dottrina, i gay non devono esprimere la propria sessualità, non possono esercitarla (cosa ne pensa degli omosessuali che indossano paramenti sacri è ancora questione posticipata, ma ok, c’è tempo!). Mi sembra una limitazione molto, troppo, grande. Un individuo, per vivere completamente, necessita di esprimere sé stesso anche attraverso la sessualità, nei modi e tempi a lui più graditi e nel rispetto degli altri e perciò di sé. Non aggiungerei altro, se non che, per quanto Francesco sia un po’ simpatico anche a me, non mi lascerei andare così tanto da perdere quel tanto di senso critico e di sano relativismo che fin qui mi ha aiutato.