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mercoledì 8 agosto 2018

Dario Argento e Dylan Dog - Aspettativa e Riflessione


Accade, a volte, che l'aspettativa che si crea, che creiamo intorno ad un evento od una qualsivoglia manifestazione o accadimento che incroci le nostre vite o anche solo un nostro interesse o bisogno, finisca per essere delusa e ci si ritrovi a sentirsi meno appagati o soddisfatti di quanto riteniamo di averne diritto. Se però si osserva la questione da un'altra prospettiva, con più calma e maggiore onestà critica, con l'evento in sé ma anche nei nostri confronti, può capitare, di contro, che ci si renda consapevoli che proprio l'aspettativa che abbiamo creato si arroghi il potere di rovinarci il gusto di vivere e godere dell'oggetto in questione, sia esso materiale od immateriale.

È questa la riflessione che propongo in merito alla lettura dell'albo numero 383 di Dylan Dog, “Profondo Nero”.
Il fatto che sia il primo albo dell'Indagatore dell'Incubo in cui compaia la firma di colui che, in modo più o meno esplicito, è tra le fonti di ispirazione della serie fin dai suoi esordi 32 anni fa, e che il disegnatore chiamato a rappresentarne idee e suggestioni sia uno dei più importanti nel panorama nazionale ed internazionale, unito al tam-tam promozionale, ha creato l'aspettativa di cui sopra, condita da impazienza, fantasie, ansie e altro ancora.



Ad una prima lettura e seguendo pulsioni poco più che primordiali, l'albo si presenterebbe come una mezza delusione. Rimangono i disegni di Corrado Roi, la sceneggiatura che accanto al nome illustre di Stefano Piani riporta quello ancora più intrigante di Dario Argento, che in qualità di autore del soggetto merita anche di essere riportato sulla copertina argentata dell'albo.
Quindi, se si agisse di impulso, si digiterebbero sulla tastiera parole e frasi di rammarico e franca delusione, poiché “Profondo Nero” sembra una buona storia, con qualche ottimo momento e tavole molto belle, ma tutto potrebbe rientrare nella norma di una serie che negli ultimi tempi ha dimostrato di avere ancora qualcosa da dire, unendo lo spirito dei primi anni di pubblicazione con le esigenze del mercato e del pubblico. Ma c'era bisogno di “sparare” il nome di Dario Argento sulla copertina? Era imprescindibile creare tanta tensione e senso di attesa per questa uscita?
Le regole del già citato mercato forse lo richiedono ed al lettore rimane la possibilità di esserne lieto o addolorato, rimanerne indifferente o incazzarsi. Oppure si sceglie di (ri)leggere la storia come se niente fosse, godendo quanto di buono c'è e con serenità facendo qualche valutazione sulle scelte del disegnatore e degli sceneggiatori.


Allora rimane il senso di una buona occasione, se non proprio storica, quanto meno importante, straordinaria ed eccezionale, in quanto fuori dall'ordinario e vera eccezione, sia nell'ambito Bonelli che in quello più generale del fumetto italiano.

Corrado Roi con la sua arte ci mostra come sia possibile rievocare il pathos, la suspense e il brivido delle pellicole horror, senza far divenire una storia disegnata la copia di un film, bensì servendosi di sublimi inchiostrazioni, ombre sfumate e intense crea una ineguagliabile atmosfera, che sopperisce alle scelte in materia di sceneggiatura. Quest'ultima, sebbene basata sull'universo e le pratiche BDSM, ovvero Bondage & Disciplina, Dominazione & Sottomissione, Sadismo & Masochismo, ossia quelle pratiche relazionali e sessuali basate sul dolore fisico e che comportano un rapporto di dominazione/sottomissione, sceglie di concentrarsi ben poco sul corpo e le relative prove a cui risulterebbe sottoposto, virando sugli sguardi, i volti, gli occhi ed altri particolari d'atmosfera.
Non è un film horror, non è un racconto in cui si “avverta” il dolore, si “viva” la sofferenza e lo strazio. Cosa che sarebbe stata possibile, addirittura auspicabile nel momento in cui si arriva a scomodare uno dei più grandi del cinema horror, degnamente affiancato. Forse Dylan Dog non è la serie giusta, si potrebbe obiettare, ma il personaggio è conosciuto, la casa editrice è saldamente fra le prime in Europa per vendite, diffusione e qualità. Magari si poteva tentare.


Un buon albo, forse non epocale. Ottimo nella serie, più che tipicamente dylaniano, grande prova grafica e dal sicuro impatto. Una buona occasione ma che possiamo scegliere se permettere che ci lasci un vago senso di delusione, di occasione non completamente sfruttata.

Che cos’ha a che vedere la vicenda della bellissima Beatrix, scomparsa nel nulla all’improvviso, con l’antica tradizione dei whipping boy, ragazzi cresciuti accanto a coetanei di nobile casata per essere puniti al loro posto quando questi ultimi trasgredivano le regole? A Dylan Dog il compito di indagare, in una storia congegnata dal maestro dell’Horror Dario Argento. (da sergiobonelli.it)

giovedì 31 agosto 2017

Dylan Dog #371 - Dampyr #209, ovvero Il crossover tra Dylan Dog e Dampyr


    Tra fine luglio e inizio agosto è stato pubblicato il primo atteso crossover made in Bonelli: quello tra l'Indagatore dell'Incubo e Harlan Draka
     
    In sintesi:
  • mi è piaciuto, mi ha divertito e mi ha conquistato, tanto da sperare che Harlan e Dylan possano reincontrarsi;
  • la parte di storia contenuta su Dampyr n° 209 mi è sembrata più efficace, meglio scritta ed ordinata;
  • la parte pubblicata su Dylan Dog n° 371 a mio avviso è maggiormente “artistica” ed imprevedibile, con una scrittura più libera e quindi più rischiosa (un po', ma non troppo, alla Recchioni per intenderci);
  • i disegni sono bellissimi, un mezzo voto in più a Bruno Brindisi all'opera su Dampyr per la pulizia del tratto;
  • il vero protagonista risulta Dylan, con Harlan, Tesla e Kurjak forse un po' troppo banalizzati nell'essere “personaggi essenzialmente d'azione”;
  • Groucho fa un figurone!!;
  • a livello di sceneggiatura Boselli sembra maggiormente a suo agio con Dylan, rispetto a quanto lo siano Recchioni e Gualtieri con Harlan e i suoi pards;
  • il gioco grafico e di scrittura fra le due testate è divertente e fa ben sperare per il futuro.







sabato 10 ottobre 2015

Dylan Dog #349 - La morta non dimentica


Il soggetto e sceneggiatura di Paola Barbato ed i disegni di Bruno Brindisi producono un albo che mi piace, anche perché secondo la mia lettura riesce a rispettare sia le basi del personaggio Dylan Dog e del suo mondo narrativo che le caratteristiche tipiche dell’evoluzione e adeguamento su cui tanto è stato scritto.

Nel numero 349 “La morta non dimentica” la quotidianità di Dylan e di Groucho è la base della narrazione, che presenta elementi “classici” come il rapporto fra i due e l’indagine da svolgere, ma che all'interno degli stessi introduce novità e variazioni e conferma quelle fin qui introdotte, come il nuovo ruolo di Bloch e di Jenkins, le figure dell'ispettore Carpenter e di Rania Rakim di Scotland Yard.


Elementi narrativi e metanarrativi (forse addirittura metaforici!) ci presentano l’indagatore dell’incubo alle prese, nuovamente, con la morte e la sua rappresentazione, anche fisica e descrittiva sotto la forma della tassidermia, ossia la tecnica per la conservazione di corpi, più sbrigativamente conosciuta come imbalsamazione.


Proprio una figura esperta di tale pratica viene introdotta in quest’albo. Personaggio che risulta efficace e intrigante, pur non avendo ricevuto molto spazio, ma che spero di poter incontrare nuovamente nei prossimi mesi, anche se per il momento risulta “essere ospite di sua Maestà la Regina”, ovvero è in carcere.


L’accoppiata Barbato/Brindisi si presenta ancora in buona forma, per una storia discretamente sviluppata, con buoni elementi di sceneggiatura che, oltre a caratterizzare e dare adeguato spazio ai personaggi, reintroducono una vecchia conoscenza di Dylan costretta a non morire, la disturbata Nora Cuthbert (albo 338), prodotto di una famiglia violenta e disfunzionale, che dona pepe e sostanza alla vicenda. Potrà divenire una riconoscibile e intrigante antagonista per il nostro eroe, che qui rischia grosso? L’idea non mi dispiacerebbe, anche perché una delle cose che sto maggiormente apprezzando di questo “nuovo corso”, a cui comunque ho rimproverato qualcosa, è lo spessore dei caratteri femminili, sempre più dotati di loro ruolo, spazio e profondità.

Oltre a questa attenzione ai personaggi “La morta non dimentica” ci offre disegni efficaci, nuovamente in grado di soddisfare l’elemento visivo e di coniugare sostanza ed estetica.



Due clienti molto speciali si presentano alla porta dell’Indagatore dell’Incubo: sono l’ex-ispettore Bloch e il fido Jenkins, che intendono ricorrere a Dylan per far luce sulla misteriosa ricomparsa di un uomo appena deceduto a Wickedford… A Londra, intanto, Carpenter è alle prese con il caso dei manichini: morti, privati delle interiora, che tornano a camminare tra i vivi… Dietro tutto ciò, una vecchia conoscenza: Nora Cuthbert. (da sergiobonelli.it)

sabato 13 giugno 2015

Dylan Dog #345 – Gli Spiriti Custodi

Elementi positivi: i disegni di Sergio Gerasi si mostrano fra i migliori e suggestivi presentati negli ultimi mesi, non solo in Dylan Dog ma anche in altre pubblicazioni Bonelli. L’ironia che i protagonisti esprimono e trasmettono non è da sottovalutare, anche se potrebbe urtare qualche purista delle storie di fantasmi. La copertina di Stano è bella.


Elementi negativi: la sceneggiatura di Luigi Mignacco è fin troppo esile e tenue, un peccato perché la vicenda, per quanto non eccelsa, creava un buon contesto su cui sviluppare una bella trama. Pertanto così non si fa un gran favore agli apprezzabili disegni, che risultano, forse, un po’ sprecati, anche se, guardandola da un altro punto di vista, la trama debole potrebbe aiutare a concentrarsi proprio su questi (ma non ci credo molto!).

domenica 8 febbraio 2015

Al Servizio del Caos - Dylan Dog #341

Qualche giorno fa ho riportato alcune mie riflessioni su Dylan Dog, in particolare basandomi anche sulla lettura dell’ultimo albo in edicola, “Al Servizio del Caos”.
Concludevo quel post “promettendo” di riportare a breve quello che del numero 341 mi era piaciuto.

Ebbene sono rimasto veramente soddisfatto dei disegni, ad opera di Daniele Bigliardo e Angelo Stano. Ci sono varie “splah pages”, una più bella dell’altra, ed altre tavole sono un ottimo esempio di come sia possibile rispettare la tradizione Bonelli pur compiendo opera di aggiornamento di uno schema che ormai risulta stretto per molti disegnatori.

Ho decisamente apprezzato e mi sono goduto il taglio cinematografico dato alle immagini, presumo suggerito da Roberto Recchioni e reso con grande efficacia da Bigliardo. Alcune tavole, con inquadrature ben studiate e “inusuali” nelle serie Bonelli, sono davvero mirabili, in grado di stregare!


Rimane il fatto che la sceneggiatura non mi ha entusiasmato, anche perché lascia solo parzialmente esaudita la voglia di “trame orizzontali”, ma se disegni e tavole di questo tipo continuassero a fare la loro comparsa su Dylan Dog e magari qualche altra testata italiana, ne sarei entusiasta!



giovedì 5 febbraio 2015

Dylan Dog e il Pop. #341 Al Servizio del Caos



Credo di non sostenere nulla di particolarmente originale scrivendo che Dylan Dog era parte della cultura pop negli anni 90. Contribuiva, in modo sostanziale e con qualche grado di sfrontatezza, a definire cosa rientrasse nel pop. È divenuto un fenomeno di costume, nel senso e nell’accezione più “nobile” dell’espressione. C’erano mode e invaghimenti vari, in campo fumettistico, letterario e culturale ad ampio raggio, ma Dylan Dog comunque rimaneva visibile e “vivo”, dettando in un certo modo “la linea”. Ero giovane e anche un po’ suggestionabile, ma avvertivo la potenza di quegli albi in modo discretamente lucido, non solo sulla base della diffusa consuetudine di acquistarne uscite originali e varie ristampe.



Era genuinamente pop e ci si occupava del fenomeno e dei suoi lettori in modo serio e puntuale, per cui si delineava come una componente imprescindibile per comprendere una parte della cultura, giovanile e non solo, di quegli anni. Riferimenti, ispirazioni, rimandi e citazioni erano a volte evidenti, talvolta nascosti o “sottili”, ma ogni storia assumeva la dignità di un’opera letteraria, artistica e di costume contemporanea.


Nel corso degli anni qualcosa è andato perduto, o solamente si è “diluito”, ma la testata Bonelli con quel nome insolito e riconoscibile è rimasta presente e ha continuato a far parlare di sé, anche se spesso con non troppa benevolenza.



Il sottoscritto già in altre occasioni ha tentato di scrivere del “nuovo corso”, inaugurato sulla “pelle” dell’Indagatore dell’Incubo. Ora, grazie alla lettura del n. 341, “Al Servizio del Caos”, tento di proporre una riflessione sul rapporto fra Dylan Dog e pop.
Da qualche mese le storie proposte, i disegni e le copertine degli albi sono tornate ad infarcirsi in modo massiccio ed evidente di rimandi e riferimenti al pop.
“Al Servizio del Caos” non solo non fa eccezione, ma potrebbe essere preso a modello per illustrare una tendenza, qualcosa che potremmo definire uno stile ed una modalità di gestione della testata e del personaggio.

Facciamo la conoscenza di John Ghost, nuova nemesi di Dylan. Chi pensava di trovarsi di fronte ad un novello Xabaras sarà sorpreso da questo personaggio, che ha tutte le caratteristiche per essere qualcosa di più di un elemento accessorio alla vita dell’inquilino di Craven Road 7. Per essere obiettivi, o almeno provarci, in quest’albo John Ghost risulta un po’ marginale. 

Dopo l’incisiva, sintetica presentazione dello stesso, nobilitata dai disegni di Stano, il personaggio rimane defilato e non sembra si sia riusciti, pur all’interno di una efficace sceneggiatura, a far passare in modo chiaro quale sia il suo ruolo e la portata delle sue azioni e “non azioni” nel corso della storia rappresentata. Anche il buon Dylan sembra più una pedina, soggetta a subire comportamenti, macchinazioni e decisioni di altri. Non si riesce a farsi bastare quello che si vede e si intravede. È un meccanismo, un artificio ormai ben acquisito e che è stato più volte proposto da tante (troppe?) serie TV e fiction, specialmente USA e più o meno recenti. 

Qui risiede il primo elemento degno di nota. Determinati schemi e modalità di gestione mutuati dalla TV hanno impatto e “catturano”, ma per quanto? Soprattutto la scelta di affidarvisi segnala che sono le serie TV, cultura pop evidentemente, ad influenzare Dylan Dog, che rischia di esservi omologato. Non farebbe cultura, quindi, ma, nella migliore delle ipotesi, ne utilizzerebbe, in modo un po’ pedissequo, un elemento.
Inoltre, sempre rimanendo sul n. 341, le diffuse citazioni e richiami al contemporaneo, ai suoi volti e situazioni fanno perdere distinzione e originalità al media fumetto.
Mi spiego: il fumetto non è radio, non è televisione, bensì qualcosa di diverso, vive nel mondo in cui vive il lettore, ma allo stesso tempo è un “luogo” dove viene creato un mondo “altro”, che vuole e può essere estraneo (totalmente o in parte) a quello in cui viviamo, persino “sospeso”, se ci intendiamo sul termine. Dylan Dog, invece, consapevolmente oppure no, sembra intenda abbattere questa  fragile e ideale barriera. Con una certa decisione, tra l’altro, altrimenti non si giustificherebbe l’impressione di essere ancora davanti alla TV mentre leggiamo “Al Servizio del Caos”.


John Ghost va a cena da Gordon Ramsey, Dylan incontra Alan Moore che vive nella casa dove ha passato l’infanzia James Bond, il sistema operativo del telefono protagonista richiama un recente film di Spike Jonze. Attualizzazione del personaggio e del contesto in cui vive, si dice da circa due anni. Ma che Dylan abbia visto “Skyfall” e ne sia anche entusiasta stona un po’ con il suo carattere. Insomma elementi nuovi ed “originali”, ma che potrebbero risultare difficili da gestire nel lungo periodo, ammesso che Dylan Dog possa continuare ad essere una testata seriale classica e non “a stagioni”, come accade, con buoni ed intriganti effetti, con altre storie e “caratteri”.

Dylan Dog, al momento, contiene cultura pop, non la sta facendo. Le frasi più incisive pronunciate da John Ghost sono quelle di Joker ne “Il Cavaliere Oscuro” e anche il nostro Old Boy abbandona, nel suo eloquio, determinate peculiarità proprie e “riconoscibili” che lo rendevano differente e distinto dai personaggi reali.

Un ultimo appunto: “Al Servizio del Caos” rischia di non trovare un equilibrio interno, sia preso singolarmente che all’interno di una serie. Risulta un albo impegnato su temi sociali e filosofici e la critica verso il capitalismo è evidente. Trova spazio il tema della pervasiva diffusione della tecnologia, tale da rendere schiavo chi ne fa uso quotidianamente. Si condanna l’edonismo ed il consumismo, possibile grazie allo sfruttamento di intere popolazioni, viene evidenziato il controllo costante di ogni singolo dato che passa attraverso gli smarthpone. Quasi una storia a tema, con un certo sapore di già visto, al limite della scarsa incisività. Rimane comunque il dubbio che autori e curatori ci stiano ancora prendendo le misure, come si dice, ma avverto la sensazione che si sia alla ricerca di un pubblico “nuovo”, a cui certi meccanismi e strategie vanno maggiormente congeniali rispetto a chi ha cominciato ad acquistare Dylan Dog pagando in lire e lo leggeva durante le ore di latino.


Per le cose che mi sono piaciute mi riservo un altro post.

venerdì 31 ottobre 2014

Dylan Dog #338 - Mai più, Ispettore Bloch


Esempio di metanarrazione nell’ultimo albo di Dylan Dog.

Il numero 338 della serie, “Mai più, Ispettore Bloch”, presenta la prima, grande rivoluzione nell’universo narrativo dell’inquilino di Craven Road. Il pensionamento dell’Ispettore Bloch, mentore dell’old boy Dylan, è occasione per far tornare in scena la Morte e rompere un equilibrio, narrativo e “ambientale”, sul quale buona parte del microcosmo della serie si basava.

L’ispettore raggiunge la tanto agognata, invocata e rimandata pensione. Come prima di lui, tanti personaggi cinematografici e letterari erano ritratti alle soglie di questo traguardo, spesso “giocandoci sopra” ed utilizzando tale condizione per creare situazioni e gag ad arte, o anche solo semplicemente come elemento caratterizzante di un “tipo” o, appunto, di un “carattere”.
Qui l’occasione del ritiro di Bloch dal lavoro è utilizzata per presentare una efficace e convincente metafora, sufficientemente chiara ma non banale e a mio avviso ben sviluppata. Ovvero la pensione come simbolo della perdita di status dell’ispettore, che, smettendo di lavorare e di essere quell’informale superiore di Dylan Dog, rischia di “morire” come figura dell’universo narrativo presentato, di non essere più un importante ed adeguato comprimario, alla pari ed in contrapposizione a Groucho, ed esposto quindi all’azione della Morte, che in effetti nelle pagine dell’albo vediamo affiancarlo ed accompagnarlo.

Persino la Morte sembra andare in pensione ed è qui che metafora e metanarrazione si incontrano, nelle intenzioni della brava sceneggiatrice Paola Barbato, per regalare al lettore una vicenda con tratti surreali e gag divertenti, in grado di intrattenere, far sorridere e invitare a conoscere meglio il buon ispettore, anche attraverso le debolezze sue ed i timori di Dylan.

Il tratto realistico di Bruno Brindisi (pressoché una garanzia) sostiene il tutto e rende ancora più gradevole la lettura, grazie alla cura della fisionomia dei protagonisti e degli elementi scenografici. Angelo Stano è all’altezza della situazione anche quando realizza una copertina “omaggio”, per cui lunga vita a Dylan Dog e all’ormai ex ispettore Bloch.



L’aveva attesa, invocata e desiderata da una vita la pensione, Bloch… e finalmente l’ora è scoccata. L’ex-ispettore svuota l’ufficio dalle sue cose e lascia dietro sé Scotland Yard, ma non Dylan Dog, la cui amicizia continuerà con l’affetto e la stima di sempre. Nel frattempo, l’Indagatore dell’Incubo è alle prese con il paradossale caso di Nora, una ragazza che è stata uccisa senza che sia morta. (da sergiobonelli.it)