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domenica 29 novembre 2020

Anche "I Cancelli del Cielo" ha 40 anni!

Il film di Michael Cimino "I Cancelli del Cielo" (Heaven's Gate il titolo originale) uscì 40 anni fa.


Spesso è stata raccontata la storia di quello che fu allo stesso tempo un disastro ed un capolavoro.

Un disastro all'epoca e poi, dopo diversi anni, rivalutato ed ora, giustamente, considerato un film bellissimo.

Probabilmente fra chi già allora intuì l'importanza dell'opera di Cimino ci fu Raymond Carver, o quantomeno ne fu stimolato, poiché nella sua raccolta "Racconti in forma di poesia" dedica uno scritto al regista e ad uno dei suoi personaggi.

Il Giocoliere de Le Porte del Paradiso

per Michael Cimino


Dietro il tavolino sporco dove Kristofferson sta facendo

colazione, c'è una finestra che si affaccia su una strada del secolo

scorso a Sweetwater, nel Wyoming. Un giocoliere

è alo lavoro, là fuori, in frac e cilindro,

un tipetto allampanato che tiene in aria

tre clave. Rifletteteci un attimo.

Su questo giocoliere. Sullo stupefacente atto mentale e manuale.

Uno che si guadagna da vivere facendo il giocoliere.

Tutti, una volta o l'altra, hanno incontrato un divo

o un pistolero. Ad ogni buon conto qualcuno un po'

prepotente. Ma un giocoliere! C'è fumo azzurrino nell'aria

di questo orribile locale e sopra quel tavolino sporco dove due

tipi grandi e grossi discutono del futuro di una donna. E di qualcosa

che ha a che fare con l'Associazione Allevatori.

Ma lo sguardo continua a tornare su quel giocoliere.

Quel minuscolo spettacolo. In questo istante, la condizione di Ella

o il fato degli emigranti

non sono così importanti quanto le acrobazie del giocoliere.

Ma come ha fatto a insinuarsi nell'azione? Che storia ha dietro?

È la sua storia che voglio conoscere. Tutti sono capaci

di portare una pistola e di fare gli spavaldi. Oppure di innamorarsi

di qualcuno che ama qualcun altro. Ma fare il giocoliere

per l'amor di Dio! Dedicare la vita a quell'arte.

Tirarci avanti. Facendo il giocoliere.


(trad. Riccardo Duranti)



venerdì 1 febbraio 2019

La scansione della narrazione ne "Il Cacciatore"


Riguardo a “Il Cacciatore” di Michael Cimino moltissimo è stato scritto, pertanto non ho la pretesa di trattare qualcosa di nuovo od insolito riguardo a quello che rimane, a quarant'anni di distanza, un grande film. Mi piace comunque, seguendo la mia personale idea di cinema, sottolineare la forza narrativa dell'opera, che risiede anche, ma forse soprattutto, nella scansione dei capitoli temporali e nel ferreo rigore che sublima, superandolo per certi versi ma allo stesso tempo esaltandolo, la componente maggiormente narrativa del film, così da portare in evidenza la portata romanzesca del racconto stesso.



Il Cacciatore” ha quello che si potrebbe definire un prologo, una presentazione, pare incredibile che sia della durata di un terzo dell'intero film, ma che tale rimane in tutto e per tutto. Con rapidi, potremmo definirli rapinosi movimenti di macchina, fluidi e spesso discendenti dall’alto, l’autore sceglie di costringere lo spettatore ad immergersi completamente in un luogo, in una realtà, che è assolutamente già data, per nulla “spiegata” e che scorre come un flusso continuo sotto i suoi occhi, un flusso che poi continua per l'intera durata, idealmente iniziato prima e finito dopo il film. Esemplare in tal senso è la presentazione dei protagonisti, cinque operai della cittadina di Clairton in Pennsylvania: Michael (Robert De Niro), Nick (Christopher Walken), Steve (John Savage), Stan (John Cazale) e Axel (Chuck Aspegren), colti nell’incipit del film al lavoro nella locale acciaieria. Seguono i caratteri e gli accadimenti che orbitano intorno a loro, ma a cui loro stessi orbitano attorno, in uno scambio di ruoli e funzioni che hanno il pregio di farci vedere tutto, senza bisogno di dialoghi o voci fuori campo che ci illustrino quanto osserviamo, che ci spieghino qualcosa. Il dopo lavoro al bar, la caccia in montagna, i preparativi per il matrimonio ed il matrimonio stesso, dove c'è una delle scene maggiormente significative e bella da vedere, ci raccontano di una realtà e di una serie di personaggi, uomini e donne (tra cui una ancora giovane e relativamente poco conosciuta Meryl Streep).



Ebbene, dopo quello che sembra quasi un film a sé stante, la cui lunghezza (più di un'ora) si rivela poi necessaria nel corso della visione del film e dell'intera narrazione, ancora di più una volta giunti all’epilogo, si passa ai successivi ideali capitoli. Cinque capitoli quindi, che hanno la peculiarità di una durata decrescente e di una contrazione del numero dei personaggi: la città di Clairton con i cinque amici, il Vietnam con solo tre di loro, il rientro a Clairton di Mike (da qui in avanti unico protagonista del film), il suo viaggio in Vietnam per cercare Nick, infine il ritorno a casa. Tutto si contrae progressivamente in Il Cacciatore: il tempo, i personaggi, i loro sogni. 

 

Non procedo oltre, anche solo per questa caratteristica il film dovrebbe essere visto. Poi ci sono i temi della perdita, della sconfitta personale e collettiva, del destino di ogni individuo e di una Nazione, della morte e del dolore, delle radici e dell'identità. Inoltre il film è un romanzo di formazione, di passaggio di età, di scoperta e ricerca di un'appartenenza, un messaggio al pubblico “di casa” ed un invito a quello “di fuori”. Ma sono altre storie, altre questioni, che ogni spettatore, vecchio o nuovo, merita di gustare totalmente.


venerdì 17 marzo 2017

lunedì 13 giugno 2016

Citazioni Cinematografiche n. 152

Nick: Cristo Mike, Steven si sposa fra un paio d'ore, fra qualche giorno partiamo per il fronte e noi pensiamo ad andare a caccia. Mi sembra... pazzesco.
Michael: No, uccidere o morire in montagna o nel Vietnam è esattamente la stessa cosa, ma deve succedere lealmente.
Nick: Come? Un colpo solo?
Michael: Un colpo solo.
Nick: Io non ci credo più tanto a questa storia del colpo solo, Mike.
Michael: Tu devi contare su un colpo solo, hai soltanto un colpo, il cervo non ha il fucile, deve essere preso con un colpo solo. Altrimenti non è leale. 

(Nick Chevotarevich/Christopher Walken e Michael Vronsky/Robert de Niro in “Il Cacciatore”, di Michael Cimino - 1978)




lunedì 11 marzo 2013

Film di Guerra. 3 di 4



Terzo appuntamento con i film di guerra che ho scelto!
Si arriva al Vietnam…

GUERRA DEL VIETNAM

Una ferita rimasta aperta per anni nella cuore della cultura e del patriottismo statunitense. La disfatta in sud-est asiatico ha rappresentato per anni l’occasione di portare al cinema l’assurdità di tale conflitto e della guerra in generale, momento di annientamento di qualsiasi umanità. I film sul Vietnam sono di due tipi: quelli prettamente bellici, con azioni di guerra in mezzo all’inospitale giungla, e quelli più di denuncia che oltre alla battaglia, o anche tralasciandola, mostrano il ritorno dei soldati e il lascito della guerra. Dopo il Vietnam cambia, infatti, la visione della guerra sul grande schermo, luogo non più adibito tanto alla rappresentazione realista dei combattimenti, ma quanto alla narrazione delle vicende umane e delle reazioni dei protagonisti. Io ho scelto quest’ultima via, ed ulteriori elementi di mio gusto, con quello che di seguito propongo.

Urla del silenzio (1984) di Roland Joffé.
Cruda e toccante rievocazione dei giorni che vissero le popolazioni della Cambogia dopo l'evacuazione degli statunitensi del 1975. Film eccezionale per il coraggio dei temi trattati con intelligenza e sensibilità, la maestria tecnica e recitativa che non indulgono su sentimentalismi ma espongono lucidamente la crudeltà e gli opportunismi di quegli anni.

Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola.
Cosa si può aggiungere a quanto già scritto e detto, a proposito di una delle opere più imponenti che il cinema abbia mai prodotto? Da tutti i punti di vista un capolavoro, inciso nell’immaginario collettivo (musiche, immagini, riprese, citazioni) e che viene tuttora preso come metro di giudizio per il genere bellico. Preziosa, anche se notevolmente più lunga, la visione della versione Redux.


Il cacciatore (1978) di Michael Cimino.
Un film in tre parti, prima/durante e dopo la guerra e le conseguenze su chi è partito ed è tornato a casa, su chi non è tornato e su chi è rimasto ad aspettare. Non si racconta la guerra, esperienza incomprensibile per chi non l’ha vissuta e incomunicabile per chi ha combattuto, ma ci viene proposto il ritratto di una sconfitta collettiva, e al tempo stesso la rappresentazione non ideologica del vitalismo di un popolo e di una cultura, quella statunitense della provincia composta da immigrati di seconda generazione. Un film che parlava all’opinione pubblica interna e che trasmette ancora un messaggio forte e diretto.

Full Metal Jacket (1987) di Stanley Kubrick.
Divisa in due parti (addestramento e fronte), l’opera di Kubrick va al di là del Vietnam, presentato in forma nettamente diversa dall’iconografia classica (città invece della giungla), per prendere a bersaglio l'atrocità del secolo, l’aspetto sporco della Storia. Prosa asciutta, quasi sciatta, di una secchezza fertile, tagliente umor nero sulla violenza dell'istituzione militare e sulla disumanizzazione di chi ne viene a contatto.

Rambo (1982) di Ted Kotcheff.
Dramma del ritorno, dell’impossibilità di una vita normale. La guerra è evocata, ricordata attraverso il dolore e l’incredibile vicenda di un reduce. Un film d’azione che non è solo questo, un uomo solo contro tutti che, suo malgrado, si fa portatore di un messaggio di denuncia contro l’ostilità ed i pregiudizi di chi non capisce le ferite intime e psicologiche di chi ha vissuto l’orrore, alfiere di un chiaro senso dell’onore e della lealtà. Probabilmente il suo iniziale successo è dovuto ad altro, ma a distanza di tempo rimane la sensazione di un lavoro che propone significati più profondi ed importanti.
Martin Sheen in Apocalypse Now
 Fra tre giorni la quarta ed ultima parte! Non perdetela!

Leggi anche le altre parti:
1,
2,
4