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sabato 8 febbraio 2020

1917 (2019) di Sam Mendes



Ho visto il film e, secondo il mio gusto e la mia idea di Cinema, sono rimasto un po' perplesso. A mio parere manca, o quantomeno è carente l'elemento narrativo nell'opera. Cosa alquanto bizzarra, se non paradossale dal momento che l'intero film è stato ispirato dai racconti del nonno del regista. 
Devo dire che la componente circolare è apprezzabile, con le inquadrature iniziale e finale che si specchiano l'una nell'altra, dove il giovane caporale protagonista è appoggiato ad un albero sullo sfondo di un prato. Ma appunto questa circolarità rischia di essere solo estetica se per le due ore circa che separano l'inquadratura iniziale da quella finale manca una vera narrazione

Lontano da molti suoi illustri predecessori, Mendes sembra andare incontro all'immaginario estetico ed allo scarso interesse verso la narrativa proprio di buona parte degli spettatori odierni, piuttosto che allo slancio creativo e alla complessità tipica di Kubrick (Orizzonti di Gloria) o Milestone (All'ovest niente di nuovo), oppure Weir (Gli anni spezzati) per dire. In questo lui è figlio del suo tempo, o ci si adegua, e la sua opera si avvicina alla retorica, più visiva che appunto narrativa, delle attuali grosse produzioni hollywoodiane e dei film Marvel, ben poco inclini alla profondità e al “difficile”, maggiormente interessati a semplificare, annacquare e rendere alla portata di tutti ogni vicenda. Scegliendo questo orientamento e strategia di analisi diviene perciò quasi consequenziale cogliere i pochi lati positivi, ma purtroppo anche i limiti, di un’opera ambiziosa, grandiosa per spesa e impiego di tecnica, ma anche non pienamente convincente come "1917".



Candidato e dato per vincente in diverse categorie degli Oscar (nonché pluripremiato ai BAFTA), concordo con il positivo giudizio sulla fotografia, mirabile e in alcuni momenti sublime ed emozionante, meno sulla regia, che a mente fredda sembra risolversi in poco più di abilità, maestria e ardimento tecnico piuttosto che in reale padronanza dell'opera nel suo complesso e complessità. Si potrebbe forse dire che i molti premi ricevuti e quelli possibili costituiscono più un limite che una possibilità, dal momento che si caricano le aspettative e, di fatto, se ne rimane delusi. A cavallo fra cinema classico e sguardo verso il futuro Mendes perde su entrambi i fronti. Non si nota slancio e gusto per lo "scomodo", si perde il senso di un cinema che coinvolga e conquisti e non si riesce a rilevare la voglia di aprirsi a nuovi orizzonti e metodiche spettacolari e narrative (il giocare con i concetti di spazio e tempo di Dunkirk ad esempio). Alla fine dei conti sembra di avere di fronte un "bignami" del war movie, con tutti i cliché estetici e logistici, dialogici e caratteriali già ampiamente visti e utilizzati. Il che di base non sarebbe poi sbagliato, poiché come si dice dopo Omero e Shakespeare non si inventa più nulla, ma si sceglie come rappresentare il già scritto e come scrivere il già rappresentato. Il problema è che i dettagli, elementi, caratteri e appunto i già citati cliché qui sono mal utilizzati, come per svolgere un compito e via, si semplifica tutto e troppo e si perde molto del potenziale gusto che avrebbe potuto esserci.


Ho letto diversi paragoni con altri film (un po' l'ho appena fatto io), che non sempre fa bene compiere e qualche volta sono anche fuori luogo, ma quello che mi sembra più fuorviante è il volerci trovare una rappresentazione antimilitarista. Diversi film, anche di gran lunga migliori di questo, sono stati girati e offerti al pubblico con una evidente e ben rappresentata chiave “contro la guerra e ciò che rappresenta”, ma in questo caso mi sembra non ci sia. Dovremmo vedere il film per ciò che, in fondo, sembra essere più di tutto il resto, ovvero il racconto di un episodio personale e collettivo, nelle sue componenti e sfumature, una narrazione, una storia. A questo proposito “1917” ai miei occhi ed al mio gusto non convince totalmente. Forse non convince e basta.

lunedì 25 novembre 2019

Citazioni Cinematografiche n.330

Karen: Tu probabilmente non mi ami affatto!
Milton: E magari non ti amassi! Stavo molto meglio prima!
Karen: Cosicché, da quando stiamo insieme, ti senti infelice.
Milton: Non sono mai stato così infelice come da quando ti conosco.
Karen: E io nemmeno.
Milton: Ma non tornerei indietro.
Karen: E nemmeno io.

(Karen Holmes/Deborah Kerr e Milton Warden/Burt Lancaster in "Da qui all'eternità" di Fred Zinnemann - 1953) 




giovedì 28 dicembre 2017

Star Wars - Episodio VIII Gli Ultimi Jedi


La parola chiave riguardo a “Star Wars”, fin dal 1977, è sempre stata Equilibrio. Cercato ma non sempre raggiunto nella Trilogia originale, assurdamente evitato nella seconda trilogia i cui postumi mi fanno ancora male, perseguito nel fin troppo filologico “Il Risveglio della Forza” che inaugura la terza trilogia, l'equilibrio è tutto sommato avvicinato in questo Episodio VIII “Gli Ultimi Jedi”.

Al di là delle vicende dei vari protagonisti, fuggiti su una remota isola, a spasso nella galassia, concentrati sul proprio ombelico o nel far fuori chiunque ne critichi l'abbigliamento ed i copricapi scelti, persi in sottotrame non del tutto convincenti o nel pronunciare battute non proprio brillanti, l'Equilibrio viene cercato e sotto più di un aspetto raggiunto, anche se forse solo temporaneamente.
Equilibrio fra tradizione e novità, su due distinti versanti neanche solo immaginato nel film direttamente precedente e completamente snobbato nel doloroso “La Minaccia Fantasma”. Equilibrio fra computer grafica, nella quale era purtroppo affogato il padre nobile George Lucas, ed efficaci modellini animati, già sapientemente utilizzati da J. J. Abrams, anche se in quest'ultimo ci sono un po' troppi irritanti pupazzetti, comunque buoni per il merchandising, se non divorati da Chewbecca.
Equilibrio fra fantasy e fantascienza, che in verità era già tratto distintivo degli episodi IV-V-VI e dato per raggiunto, anche oltrepassato da una serie di buoni film, ma messo seriamente in crisi dagli episodi I-II-III.
Equilibrio fra maturità e gioventù, fra canone lucasiano e nuove strade perseguibili ed auspicabili per innovare e reiterare la classicità del canone stesso, fra storie di una galassia lontana lontana ed un robusto war movie (ed in questo caso Rogue One aveva già fatto gran parte del lavoro).
Equilibrio fra affascinante opera d'autore e blockbuster che tutto prendono, fagocitano e sputano? A questo punto entra in gioco la Disney, che con un inconsapevole (?) spunto autobiografico mette in scena la vicenda di un'entità cattiva, potente e ben attrezzata, che vuole sconfiggere i meno dotati finanziariamente e i più puri ribelli che si oppongono al Nuovo Ordine, di tipo Hollywoodiano.


Ogni film è in fondo figlio del suo tempo, sia che si inserisca in un filone, una tendenza od uno stile, sia che con irruenza sparigli le carte per mostrare una diversa e distinta visione. Così è per “Gli Ultimi Jedi”, che con budget più alto ed una qualitativamente migliore predisposizione assomiglia in modo inquietante ad un qualsiasi “Avengers” o ad un “Thor qualcosa”. Buono per conquistare il pubblico più giovane, che al cinema spende ed è pronto ad acquistare gadget e pupazzi. In fondo il marchio deve essere sfruttato, per cui non c'è nulla di male nell'inserire gag e trovate puerili, battute che dovrebbero far ridere e scene ridicole in un film che deve necessariamente incassare decine e decine di milioni, anche se non è Iron Man o Mary Poppins, quest'ultima omaggiata dal generale/principessa Leila/Leia Organa/Carrie Fisher, ancorché in modo grottesco e qui sicuramente inconsapevole.


Ovviamente perplessità e rammarico di sorta valgono se si guarda all'episodio VIII nel contesto e nell'affetto per una saga, al momento l'unica vera saga degna di questa definizione. Se invece ci si accosta a “Gli Ultimi Jedi” come ad un film qualsiasi, slegato da un complesso narrativo e immaginifico, si può giustamente rimanerne affascinati. Fin dall'incipit, che ne segna il tenore e la spettacolarità, proseguendo per i molti combattimenti e scontri.


Un'esperienza cromatica che si rinnova in più scene, una di seguito all'altra, per una fotografia che valorizza in pieno contest e scenari, armi, armature e armati, prepara ad una ennesima resa dei conti che non sfigura e ne richiama altre precedenti senza farle rimpiangere. Due ore e mezza che scorrono, a volte a scatti, con qualche pausa che non convince, ma che in fondo non danno tregua allo spettatore, con una parte di nuovo che è vecchio ma nuovo per i più giovani, che se non sono smaliziati a volte si rivelano sprovveduti di fronte alle furbizie di un grande marchio che sa che bisogna uccidere i padri impadronendosi di quello che funziona. I padri vengono uccisi anche fisicamente in Star Wars, lo sappiamo, per cui la Disney si libera di quanto di lucasiano risulta ingombrante e si tiene stretto invece quanto produce fatturato sicuro. Il regista Rian Johnson recepisce gli ordini e li esegue con buone capacità e occhio attento a calibrare personalità e disciplina. Per cui si sopportano le mancanze logico-narrative e le evidenti cadute nel comico-grottesco. Queste sì che testimoniano una mancanza di equilibrio nel continuum ironico-drammatico, favorendo la spettacolarità che per fortuna non risulta fine a se stessa, ma godibile nel vedere almeno una certa maturazione in due, forse tre, personaggi tra i nuovi, dato che i “vecchi” ormai hanno dato o sono stati eliminati dalla sceneggiatura.


Altri caratteri risultano penalizzati, o di contro mal utilizzati, ma poiché sappiamo che fra due anni ci troveremo a parlare dell'episodio IX non si può mai dire cosa sia definitivo e cosa transitorio.


Durante la visione si perde una parte della propria infanzia-giovinezza, si sente venire meno quello slancio fanciullesco a cavallo fra anni 70 ed anni 80. Bisogna farci i conti, sono passati gli anni, per noi e non solo, il Cinema ora è così, in buona parte, pertanto si può scegliere se rimanere attaccati a quanto è legato agli anni giovanili o accettare quanto di comunque buono alberga nei film di questi anni. C'era l'ideologico, in seguito il post ideologico, ora il post-post ideologico che in fondo è esso stesso ideologico, solo che l'idea è diversa dalla nostra, per quanto possa importare ad una Major, per la quale pecunia non olet, anche se chi spende non è convinto, purché spenda.




lunedì 12 giugno 2017

Citazioni Cinematografiche n.203

Oggi 20 settembre 1942 un giovane pastore degli Urali è arrivato nella città di Stalingrado sulle rive del Volga, il suo nome è Vassili Zaitsev e come migliaia prima di lui è venuto per rispondere all'appello del compagno Stalin. Armato soltanto di un fucile ha fatto capire subito all'invasore nazista che sarebbe stato punito per ogni passo in avanti fatto nella nostra patria. Che sarebbe potuto solo tornare indietro d'ora in poi. 
(Danilov/Joseph Fiennes in "Il Nemico alle Porte", di Jean-Jacques Annaud - 2001)





giovedì 14 marzo 2013

Film di Guerra. 4 di 4



Ultimo appuntamento per le mie scelte in tema di film che trattano di guerra. Di seguito una breve rassegna in tema di conflitti in giro per il mondo.



GUERRE VARIE DAL MONDO


Sangue e morte in giro per il mondo in tempi recenti e lontani, in film capaci di parlare di drammatici capitoli della nostra storia e di rendere conto di quanto l'uomo perseveri e persevererà in errori sempre tragicamente uguali.

No man’s land (2001) di Danis Tanovic - Guerra serbo-bosniaca.
Teatro della crudeltà, ironia amara e sferzante, dialoghi coinvolgenti e spiazzanti. Da un tema già ampiamente sfruttato, ovvero il ruolo dei media nei conflitti armati, un film eccezionale per densità e spessore. Ce n’è per tutti: serbi e bosniaci che si attribuiscono colpe l’un l’altro, immobilismo dei caschi blu (i Puffi), politici interessati all’immagine più che alla sostanza (una neutralità da rispettare), Unione Europea inesistente ma evocata nel peggiore dei modi (sulla mina è scritto “Made in EU”).

Hotel Rwanda (2004)  di Terry George - Guerra Civile nel Rwanda.
Una follia che tutti noi guardavamo al Tg mentre si cenava, dopo aver assistito da lontano a violenze etniche molto più vicine. Questo film evita di essere didascalico e manicheo, cosa già lodevole, per divenire esempio di vero cinema, con una storia personale e vera che riesce a rievocare, con precisione, l'intreccio di complicità e indifferenza che portò al genocidio nel paese africano. Non mancano accuse all’ONU ed all’Occidente, ma non è un semplice film di denuncia, permettendosi anche di condannare le selvaggerie tribali e stringere il cerchio sull'acme della mattanza, sul ruolo svolto dall'informazione, sulla mutevolezza degli equilibri e dei caratteri etnici. Ambientare gran parte della vicenda in uno spazio circoscritto, un Hotel dunque, è allo stesso tempo scelta evocativa e di stile, da applauso.

Glory-Uomini di gloria (1989) di Edward Zwick - Guerra di Secessione Americana.
Le scene delle battaglie sono di grande effetto ed illustrative, ma non solo questo mi fa scegliere il film. Personaggi coinvolgenti e descrizione accurata di un periodo storico, degli uomini e dei loro vizi e virtù. È presente qualche ingenuità narrativa, forse inevitabile per un’opera che voleva essere di “consumo”, ma ci vedo anche una buona rappresentazione di ciò che si intende con “carne da cannone” e gli interpreti sono da apprezzare.

Valzer con Bashir (2008) di Ari Folman - Guerra in Libano.
Un documentario sotto forma di film d’animazione. I limiti sono nella sua componente documentaristica, che limita in parte le possibilità date dal film d’animazione, mentre la forza, dirompente, risiede nella lucidità della messa in scena degli eventi. Ripercorrendo con estrema crudezza e drammaticità i conflitti che coinvolsero il Libano nei primi anni ottanta e il massacro di Sabra e Shatila del 1982, il regista israeliano fa sia autobiografia che un’operazione paragonabile a quella di Coppola con Apocalypse now. Ho reso l’idea?



Underground (1995) di Emir Kusturica - Conflitto in Ex-Jugoslavia.
Componenti immaginifiche ed oniriche, tratti surreali e perciò più diretti del reale, per un film sulla Jugoslavia, dalla Seconda guerra mondiale alla guerra civile. A patto di non prendersela troppo per le manie e le ambiguità del regista, un’opera da vedere e gustare. Necessario è sospendere, almeno per un po’, il giudizio e nascono riflessioni e domande, con qualche risposta, sulle azioni e motivazioni degli uomini (e delle donne) a combattersi e a farsi del male a vicenda. Nonostante la prima parte sia quella più riuscita e la seconda zoppichi un po’, rimane la violenza di una tragedia storica, presentata senza preoccuparsi dei tempi, degli equilibri drammaturgici, delle omissioni e delle ripetizioni.

Un fotogramma da "Glory"

lunedì 11 marzo 2013

Film di Guerra. 3 di 4



Terzo appuntamento con i film di guerra che ho scelto!
Si arriva al Vietnam…

GUERRA DEL VIETNAM

Una ferita rimasta aperta per anni nella cuore della cultura e del patriottismo statunitense. La disfatta in sud-est asiatico ha rappresentato per anni l’occasione di portare al cinema l’assurdità di tale conflitto e della guerra in generale, momento di annientamento di qualsiasi umanità. I film sul Vietnam sono di due tipi: quelli prettamente bellici, con azioni di guerra in mezzo all’inospitale giungla, e quelli più di denuncia che oltre alla battaglia, o anche tralasciandola, mostrano il ritorno dei soldati e il lascito della guerra. Dopo il Vietnam cambia, infatti, la visione della guerra sul grande schermo, luogo non più adibito tanto alla rappresentazione realista dei combattimenti, ma quanto alla narrazione delle vicende umane e delle reazioni dei protagonisti. Io ho scelto quest’ultima via, ed ulteriori elementi di mio gusto, con quello che di seguito propongo.

Urla del silenzio (1984) di Roland Joffé.
Cruda e toccante rievocazione dei giorni che vissero le popolazioni della Cambogia dopo l'evacuazione degli statunitensi del 1975. Film eccezionale per il coraggio dei temi trattati con intelligenza e sensibilità, la maestria tecnica e recitativa che non indulgono su sentimentalismi ma espongono lucidamente la crudeltà e gli opportunismi di quegli anni.

Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola.
Cosa si può aggiungere a quanto già scritto e detto, a proposito di una delle opere più imponenti che il cinema abbia mai prodotto? Da tutti i punti di vista un capolavoro, inciso nell’immaginario collettivo (musiche, immagini, riprese, citazioni) e che viene tuttora preso come metro di giudizio per il genere bellico. Preziosa, anche se notevolmente più lunga, la visione della versione Redux.


Il cacciatore (1978) di Michael Cimino.
Un film in tre parti, prima/durante e dopo la guerra e le conseguenze su chi è partito ed è tornato a casa, su chi non è tornato e su chi è rimasto ad aspettare. Non si racconta la guerra, esperienza incomprensibile per chi non l’ha vissuta e incomunicabile per chi ha combattuto, ma ci viene proposto il ritratto di una sconfitta collettiva, e al tempo stesso la rappresentazione non ideologica del vitalismo di un popolo e di una cultura, quella statunitense della provincia composta da immigrati di seconda generazione. Un film che parlava all’opinione pubblica interna e che trasmette ancora un messaggio forte e diretto.

Full Metal Jacket (1987) di Stanley Kubrick.
Divisa in due parti (addestramento e fronte), l’opera di Kubrick va al di là del Vietnam, presentato in forma nettamente diversa dall’iconografia classica (città invece della giungla), per prendere a bersaglio l'atrocità del secolo, l’aspetto sporco della Storia. Prosa asciutta, quasi sciatta, di una secchezza fertile, tagliente umor nero sulla violenza dell'istituzione militare e sulla disumanizzazione di chi ne viene a contatto.

Rambo (1982) di Ted Kotcheff.
Dramma del ritorno, dell’impossibilità di una vita normale. La guerra è evocata, ricordata attraverso il dolore e l’incredibile vicenda di un reduce. Un film d’azione che non è solo questo, un uomo solo contro tutti che, suo malgrado, si fa portatore di un messaggio di denuncia contro l’ostilità ed i pregiudizi di chi non capisce le ferite intime e psicologiche di chi ha vissuto l’orrore, alfiere di un chiaro senso dell’onore e della lealtà. Probabilmente il suo iniziale successo è dovuto ad altro, ma a distanza di tempo rimane la sensazione di un lavoro che propone significati più profondi ed importanti.
Martin Sheen in Apocalypse Now
 Fra tre giorni la quarta ed ultima parte! Non perdetela!

Leggi anche le altre parti:
1,
2,
4

venerdì 8 marzo 2013

Film di Guerra. 2 di 4


Seconda puntata con la mia selezione di Film di Guerra. Tocca a quello che viene definito il secondo conflitto mondiale.

SECONDA GUERRA MONDIALE

Una guerra lunga, dove gli episodi che si possono trasferire sul grande schermo sono molti, collocabili praticamente in ogni scenario (città e regioni europee, mari ed oceani, deserti, monti e pianure, in Asia ed in Africa). Lo sviluppo dell’industria e della tecnologia permise di renderla una guerra “spettacolare”, adatta ad essere poi rappresentata al cinema. Segnalo film molto diversi tra loro, ma che hanno in comune un’attenzione più o meno preponderante sull’aspetto “intimo” o “particolare” di un’esperienza tragica.

Lettere da Iwo Jima (2006) di Clint Eastwood.
Speculare e di gran lunga superiore al parallelo “Flags of Our Fathers” dello stesso Eastwood. La guerra, una battaglia dal punto di vista del nemico (operazione in realtà non nuova), resa al meglio, con rara sensibilità, lucidità narrativa, onestà intellettuale. Su tutto giganteggia la figura del generale Kuribayashi (Ken Watanabe), che ci accompagna durante il film che presenta i soldati giapponesi, uomini (non più “musi gialli”) con tutti i loro sentimenti e i doveri, i dubbi, i conflitti, ammirevolmente orchestrati in un racconto corale tanto asciutto quanto libero nella struttura drammaturgica. Siamo lontani da ogni retorica, da intenti agiografici e da roboanti mitografie (intesi mister Spielberg?).

Il giorno più lungo (1962) di Registi vari.
Film tutto sommato sobrio e realistico, che segnalo più per affetto ed omaggio ad un’infanzia di cinema vissuta insieme a mio padre. Frammentarietà stilistica (4 registi) e taglio cronachistico tolgono tensione alla rappresentazione di un evento epocale (sbarco in Normandia), ma ne sono anche un pregio, poiché si evita spettacolarizzazione e retorica a beneficio di una piccola lezione di storia. Comunque da non disprezzare la parata di “stelle del cinema” coinvolte.

Europa Europa (1991) di Agnieszka Holland.
Non un film bellissimo, ma utile nel senso più positivo dell’espressione. Da una storia vera, un’opera che alterna momenti di grande spessore, passaggi grotteschi ed ironici e pagine un po’ troppo teatrali, quando non trascurabili. La personale epopea, attraverso la guerra, di un giovane ragazzo ebreo, che riesce a farsi passare, alternativamente, da appassionato bolscevico e da puro rappresentante della razza ariana. Opera che sa farsi portatrice di un messaggio di cui la nostra epoca, con i suoi pericolosi rigurgiti di razzismo, mostra di aver bisogno.

Tutti a casa ( 1960) di Luigi Comencini.
Uno dei più importanti film italiani. Ironico, grottesco, drammatico e pietas si incontrano e fondono insieme per una storia tutto sommato corale con Alberto Sordi più misurato del solito. Una pagina fondamentale della recente storia italiana, l’8 settembre 1943 ed i mesi che seguirono, presentata attraverso il viaggio, fisico, metaforico ed insieme metastorico di un militare che passa da mediocre comprimario a protagonista partecipe degli eventi, con conseguente assunzione di responsabilità e di oneri.

La Grande Fuga (1963) di John Sturges.
Basato su una storia vera (americanamente modificata), la più grande fuga da un campo di prigionia tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale. Un film eccitante e coinvolgente, senza pause o passaggi a vuoto, onesto ed illustrativo quanto basta, ma da godere fino in fondo. Ottimi attori e buona sceneggiatura. Indimenticabile Steve McQueen, sfrontato, simpatico e coraggioso come sapeva essere.

Steve McQueen ne "La Grande Fuga"

Vi aspetto per la terza parte!

martedì 5 marzo 2013

Film di Guerra. 1 di 4




Il genere bellico rappresenta ancora oggi una porzione importante, preponderante, della produzione cinematografica mondiale, statunitense in particolare. I War Movies (espressione che non amo ma che si è imposta) possono essere occasione di propaganda oppure di denuncia, di ostentazione nazionalistica ma anche di accusa, di esaltazione di eroi o di riflessione sulla barbarie e sulla condizione umana. I film di guerra sono stati girati ed interpretati in modi molto vari e differenti, con tecniche e fini diversi, i messaggi veicolati, od anche solo le storie proposte spaziano molto. Ogni epoca, all’interno dell’arte del cinema, ha avuto la sua guerra, in linea con la Storia, i gusti o le esigenze contingenti ma ritengo non ci sia stato un momento in cui il genere bellico sia caduto nel dimenticatoio di registi, sceneggiatori e produttori.
Di seguito ed in prossimi post propongo una serie di film che preferisco in tema di guerra. Sono divisi per “guerra”: Prima Guerra Mondiale; Seconda Guerra Mondiale; Guerra del Vietnam; Guerre Varie dal mondo. Saranno 5 film per ogni categoria.

In linea con i miei gusti, sensibilità, visione in tema di cinema e di riflessione sulle cose umane, non ci sono esclusivamente film con grandiose scene di massa, eroi invincibili o epiche battaglie ritratte con intenti celebrativi. Ho visto film di questo genere, alcuni me li sono anche goduti, ma mi hanno lasciato meno, perciò quelli che propongo sono invece opere che mi sono rimaste più nel cuore e che ho volentieri rivisto, di cui ho ricordato con più passione scene e dialoghi e di cui, in alcuni casi, ho condiviso la visione con grande piacere. Alcuni di questi film trattano più “il dopo” che “il durante”, oppure vicende per così dire più ai margini rispetto al cuore di un conflitto, e questo mi sembra un punto di forza!

PRIMA GUERRA MONDIALE

Il primo conflitto mondiale si svolse pochi anni dopo la nascita del cinema, ma da subito attirò l’interesse della Settima Arte, più spesso con adattamenti di opere letterarie contemporanee, meno con storie originali. Fu prevalentemente una guerra di posizione e di logoramento e quindi in realtà poco “spettacolare”, poco adatta a ritrarre epiche imprese o scene a forte impatto visivo, nei termini che si imporranno successivamente. La Prima Guerra Mondiale offre l’occasione per un’indagine profonda e toccante dell’animo umano.


All'ovest niente di nuovo (1930) di Lewis Milestone.
Uno dei film di guerra più intelligenti e toccanti mai realizzati. Tratto dal libro di Erich Maria Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, è una storia di vincitori e vinti intensa e colma di emozioni, nonché una netta denuncia delle atrocità della guerra. I personaggi ci comunicano molto su di loro e su un’epoca, con immediatezza e rara sensibilità.

Gli anni spezzati (1981) di Peter Weir.
Stupenda fotografia, buona interpretazione dei protagonisti (persino del giovane Mel Gibson), per un film che ci mostra il valore della vita ed il dramma di giovani vite stroncate dall'ottusa ferocia della guerra. Da vedere, anche perché tratta uno scenario di guerra ed una battaglia, quella di Gallipoli, colpevolmente trascurati nelle nostre scuole.

La grande guerra (1959) di Mario Monicelli.
Dal punto di vista della ricostruzione storica veramente meritorio. Commedia all’italiana, tratti neorealisti, linguaggio romantico si fondono e vengono esaltati dalla bravura degli interpreti, per proporci il punto di vista italiano sull'assurdità e la violenza del conflitto, le condizioni di vita miserevoli della gente e dei militari. Chiara la critica alle istituzioni ed alte gerarchie militari, responsabili di un massacro.

Orizzonti di gloria (1957) di Stanley Kubrick.
Il nemico è evocato, non si vede, ma proporre come protagonista un solo esercito non toglie potenza e valore a quest’opera, che mostra la miseria ed il peggio dell’essere umano. In guerra conta solo il cinismo ed il processo di disumanizzazione che avvia è inevitabile, perché così siamo. Non è propriamente un film pacifista, anche se ne ha qualche aspetto, quasi conta più il conflitto di classe, il contrasto fra la condizione e la logica degli alti ufficiali e quella della truppa. Intenso Kirk Douglas, comandante con senso della giustizia ed uomo di saldi principi, inadatto a faccende militari, fuori luogo in una guerra.

Lawrence d'Arabia (1962) di David Lean.
Ne ho già parlato a proposito del cinema di Lean. Ritorno su questo film in questa sede per evidenziarne l’aspetto storico, benché romanzato, sottolineandone l’ambientazione (deserto arabo ed Impero Ottomano), i protagonisti (Inglesi, Arabi, Beduini, Turchi) e le tematiche affrontate (spartizione dei resti di un impero senza tener in nessun conto popoli e geografia). La prima guerra mondiale in Asia con compromessi all'europea.
Kirk Douglas in "Orizzonti di Gloria"
Alle prossime puntate! Stay tuned!

Vedi anche:
 

lunedì 4 marzo 2013

Parliamo di Film di Guerra. Da domani!



Da domani una serie di post sui film di guerra che mi piacciono di più.
Non perdeteli!

 Stay Tuned!!
Sean Penn in "La Sottile Linea Rossa"