Visualizzazione post con etichetta Annemarie Schwarzenbach. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Annemarie Schwarzenbach. Mostra tutti i post

venerdì 5 febbraio 2021

Incipit 6/100

In Africa, alcune tribù della foresta equatoriale ritengono che quando un malato guarisce deve cambiare nome, e prenderne uno nuovo. La persona malata è morta, e quella che è riemersa è un'altra. Ciò perché al nome resta attaccata l'identità di prima, con tutto quel che ne consegue: sfortuna, destino e così via. La guida di Molanda le aveva assicurato che i bianchi non credono a certe superstizioni. E così, da quando era tornata in Europa, dopo tanti smarrimenti – risanata, o soltanto liberata – lei aveva ritrovato il nome che era sempre stato il suo: Annemarie.”

(Lei così amata, di Melania G. Mazzucco)



 

 

giovedì 7 settembre 2017

Vedere una donna

Egon Schiele. Due donne che si abbracciano, 1915. Museum of Fine Arts, Budapest

“Vedere una donna: solo per un secondo, solo nel breve spazio di uno sguardo, per poi perderla di nuovo, da qualche parte, nell'oscurità di un corridoio, dietro una porta che non ho il diritto di aprire -
ma vedere una donna, e sentire nello stesso istante che anche lei mi ha vista, che i suoi occhi si fissano su dime, interrogativi, come se dovessimo incontrarci sulla soglia dell'ignoto, questa frontiera oscura e malinconica della coscienza...
sì, sentire in questo secondo che anche lei si arresta, quasi dolorosamente interrotta nel flusso dei suoi pensieri, come se i suoi nervi si contraessero, sfiorati dai miei.
Suono, il boy dell'ascensore chiude la porta dietro di me, tengo la testa bassa mentre l'ascensore si ferma nella hall: per un istante la cabina è invasa dal calore e dal rumore, alzo gli occhi, di fronte a me c'è una donna, indossa un cappotto bianco, il suo viso è abbronzato sotto una capigliatura scura, pettinata all'indietro con rudezza maschile, rimango colpita dalla forza, bella e luminosa, del suo sguardo, e ora ci incontriamo, per lo spazio di un secondo, e provo l'irresistibile impulso di avvicinarmi a lei, un impulso ancora più aspro e doloroso di seguire l'immenso ignoto che si desta in me come un desiderio ardente e un invito -
Abbasso gli occhi e arretro di un passo. L'ascensore si ferma. Il boy apre la porta, la donna sconosciuta mi passa accanto con un cenno del capo appena percepibile - ”

(da “Ogni cosa è da lei illuminata”, di Annemarie Schwarzenbach – trad. Tina D'Agostini)



sabato 2 novembre 2013

Lei così amata


Annemarie Schwarzenbach è stata una scrittrice, fotografa e giornalista svizzera.
Viaggiò molto, fu una delle controverse protagoniste della vita culturale bohémien mitteleuropea tra la prima e la seconda guerra mondiale.

Diversi anni fa ho ammirato alcune delle foto da lei scattate durante i suoi viaggi negli Stati Uniti ed in Asia, ma solo pochi mesi fa ho letto la biografia romanzata che la brava Melania Mazzucco ha pubblicato, nell’edizione curata dall’editore Einaudi.

Non esito a definire “Lei così amata”, questo il titolo, uno dei libri che più ricordo con piacere e che mi ha donato momenti e pagine intense, emozioni ed un senso di soddisfazione e pienezza.

Annemarie Schwarzenbach viene raccontata con dovizia di particolari, con cura e rispetto per lei, la sua figura, i suoi sentimenti, la vita che ha scelto o si è trovata a vivere. Splendide descrizioni si accompagnano ad una precisa e coinvolgente ricostruzione storico-antropologica.

Sono molte le pagine che mi sono care e che mi hanno spinto a recuperare ulteriori informazioni su questa giovane donna e sulle opere da lei scritte.

Riporto alcune riflessioni presenti nell’opera su temi importanti come la famiglia, i figli, l’amore e l’amicizia, attraverso alcuni passaggi, intensi e che ogni tanto, ancora adesso mi piace rileggere.

“Forse solo i genitori possono essere felici in famiglia. Solo chi ha fondato e mantiene la famiglia può conservare la propria autonomia e il proprio spazio vitale al suo interno, con la soddisfazione illusoria di avere costruito un edificio solido, capace di reggere l’urto della crescita degli individui e degli eventi della vita. Ai figli spetta solo il dispiacere di raccontare bugie, il senso di colpa che nasce dalla certezza del tradimento e il desiderio di ripartire al più presto, per riguadagnare la sospirata libertà ed essere finalmente se stessi.”

“Quand’è che gli amici che si incontrarono giovani cominciano a trovarsi cambiati? Quand’è che la politica, i problemi economici, il dolore, l’impotenza, la distanza cominciano a corrodere i rapporti più saldi, insinuando tra la tenerezza e il desiderio il dubbio e la diffidenza? Sono gli anni che passano, o le esperienze, i nuovi incontri? È la fretta, l’insuccesso, la droga, che portano a imboccare sentieri divergenti, che non s’incontrano più? Oppure è la follia, e la muta paura dell’incomprensibile – che li separa?”


“Claude non aveva mai pensato di prendere in considerazione la richiesta di Annemarie. Anche se il loro progetto era fallito, e non avevano saputo vivere l’uno accanto all’altra, non voleva concederle il divorzio. Perché proprio adesso? Non riusciva neanche a immaginare che questi sarebbero stati i loro ultimi giorni, e che partita Annemarie lui sarebbe rimasto per sempre a maneggiare scartoffie in un ufficio vuoto – ad aspettare il futuro, senza neanche la speranza di rivederla. Non voleva rinunciare a lei. L’aveva scelta, Annemarie, ed era vero quello che dicevano i suoi, che avrebbe trovato decine di donne che gli sarebbero state più fedeli e avrebbero avuto più pazienza e più rispetto, per lui. E anche con le quali gli sarebbe stato più semplice provare comprensione e rispetto. Ma loro, anche se non si erano mai capiti, si erano scelti – al primo incontro, e questo è un miracolo che raramente si ripete, nella vita. Perciò fra tutte le donne era stata l’unica che avesse voluto accanto. A nessun’altra aveva mai concesso questo privilegio, né lo avrebbe concesso in futuro.”


“Annemarie non guardava niente e non riusciva a interessarsi a ciò che aveva intorno. Era stanca di viaggiare e non voleva cercare di scoprire l’ennesimo paese sconosciuto. Alla fin fine, il passato del mondo era solo un’immensa rovina da cui si levavano echi sempre più flebili, il presente andava diventando identico ovunque e tutto si rivelava stranamente, spiacevolmente simile.”

“I figli dipendono da noi – assorbono ogni nostro gesto, ogni nostra parola, ogni elogio e ogni divieto. Siamo il loro esempio, e ciò che odiano di più. Siamo responsabili dei nostri figli. Essi diventano ciò che siamo e a volte non sappiamo neanche di essere. Sono le nostre intenzioni. Il peggio e il meglio di noi.”