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giovedì 22 ottobre 2020

Ritratto della giovane in fiamme (2019)


Si ha ancora bisogno di opere cinematografiche o letterarie che ci illustrino quanto fosse precluso alle donne un tempo, che ci invitino a riflettere su quanta strada sia tuttora necessario percorrere per una effettiva e concreta parità di genere in molti campi e situazioni, che evidenzino in modo serio l'urgenza di operare perché non vi siano discriminazioni in tema di orientamento ed abitudini sessuali?

Dopo aver visto “Ritratto della giovane in fiamme” la risposta sembra essere sì, in ogni caso. Altrimenti perché scrivere e girare un film come quello? Una storia d'amore senza la classica colonna sonora dei film d'amore. Un film in costume che non si risolve in una sfilata di moda del 700. Un'opera cinematografica che sembra fare a meno degli esterni, ridotti all'essenziale ed utilizzati con una rara sensibilità pittorica e grande attenzione alle luci ed ai colori. Una storia di sole donne, dove le uniche figure maschili, presenti o non presenti che siano, sono marginali e pressoché trascurabili.


Le due brave protagoniste mettono in scena una naturale sensualità, che non scade nell'esposizione triviale tanto meno nel volgare, mostrando con i loro volti, le loro espressioni ed i gesti un amore negato tra due donne, ma non solo. Vi sono anche la difficoltà e spesso l’impossibilità di essere artiste, creative, o anche semplicemente studiose e intellettuali.


Dal punto di vista prettamente cinematografico un bel po' del film assume i contorni del programmatico, con qualche sequenza per così dire “telefonata”, ma vi sono anche una sceneggiatura indovinata, felici intuizioni registiche e attenzione alla luce e a come questa incontra i volti, le mani e le emozioni delle protagoniste.

Una certa compostezza impedisce di vivere appieno le emozioni, che nello spettatore rimangono compresse, ma la regista Céline Sciamma ha così scelto, permettendo, d'altro canto, di godere di ciò che maggiormente funziona. Ovvero la teorica e pratica sovrapposizione degli sguardi della pittrice Marianne, della Sciamma stessa e della macchina da presa, con l’amoroso soffermarsi sugli occhi, sul volto, sulle mani della giovane promessa sposa Haenel/Héloïse.


In questo senso, dunque, “Ritratto della giovane in fiamme” si presenta e vale come dichiarazione d’amore, come testimonianza di quello che un tempo era negato alle donne e che oggi, alla luce del sole (non solo metaforicamente), le donne/artiste possono, o almeno potrebbero vivere.


1770. Marianne, pittrice di talento, viene ingaggiata per fare il ritratto di Héloise, una giovane donna che ha da poco lasciato il convento per sposare l’uomo a lei destinato. Héloise tenta di resistere al suo destino, rifiutando di posare. Su indicazione della madre, Mariane dovrà dipingerla di nascosto, fingendo di essere la sua dama di compagnia. Le due donne iniziano a frequentarsi e tra loro scatta un amore travolgente e inaspettato.



mercoledì 4 marzo 2020

Quando un film è finito

Quando un film è finito, è come la fine di una relazione. E poi qualcuno ti dice: «Beh, adesso ne farai un altro?», ed è una cosa offensiva, perché è un po' come chiedere: «Quand'è che ti innamorerai di nuovo?»

John Cassavetes 



venerdì 1 febbraio 2019

La scansione della narrazione ne "Il Cacciatore"


Riguardo a “Il Cacciatore” di Michael Cimino moltissimo è stato scritto, pertanto non ho la pretesa di trattare qualcosa di nuovo od insolito riguardo a quello che rimane, a quarant'anni di distanza, un grande film. Mi piace comunque, seguendo la mia personale idea di cinema, sottolineare la forza narrativa dell'opera, che risiede anche, ma forse soprattutto, nella scansione dei capitoli temporali e nel ferreo rigore che sublima, superandolo per certi versi ma allo stesso tempo esaltandolo, la componente maggiormente narrativa del film, così da portare in evidenza la portata romanzesca del racconto stesso.



Il Cacciatore” ha quello che si potrebbe definire un prologo, una presentazione, pare incredibile che sia della durata di un terzo dell'intero film, ma che tale rimane in tutto e per tutto. Con rapidi, potremmo definirli rapinosi movimenti di macchina, fluidi e spesso discendenti dall’alto, l’autore sceglie di costringere lo spettatore ad immergersi completamente in un luogo, in una realtà, che è assolutamente già data, per nulla “spiegata” e che scorre come un flusso continuo sotto i suoi occhi, un flusso che poi continua per l'intera durata, idealmente iniziato prima e finito dopo il film. Esemplare in tal senso è la presentazione dei protagonisti, cinque operai della cittadina di Clairton in Pennsylvania: Michael (Robert De Niro), Nick (Christopher Walken), Steve (John Savage), Stan (John Cazale) e Axel (Chuck Aspegren), colti nell’incipit del film al lavoro nella locale acciaieria. Seguono i caratteri e gli accadimenti che orbitano intorno a loro, ma a cui loro stessi orbitano attorno, in uno scambio di ruoli e funzioni che hanno il pregio di farci vedere tutto, senza bisogno di dialoghi o voci fuori campo che ci illustrino quanto osserviamo, che ci spieghino qualcosa. Il dopo lavoro al bar, la caccia in montagna, i preparativi per il matrimonio ed il matrimonio stesso, dove c'è una delle scene maggiormente significative e bella da vedere, ci raccontano di una realtà e di una serie di personaggi, uomini e donne (tra cui una ancora giovane e relativamente poco conosciuta Meryl Streep).



Ebbene, dopo quello che sembra quasi un film a sé stante, la cui lunghezza (più di un'ora) si rivela poi necessaria nel corso della visione del film e dell'intera narrazione, ancora di più una volta giunti all’epilogo, si passa ai successivi ideali capitoli. Cinque capitoli quindi, che hanno la peculiarità di una durata decrescente e di una contrazione del numero dei personaggi: la città di Clairton con i cinque amici, il Vietnam con solo tre di loro, il rientro a Clairton di Mike (da qui in avanti unico protagonista del film), il suo viaggio in Vietnam per cercare Nick, infine il ritorno a casa. Tutto si contrae progressivamente in Il Cacciatore: il tempo, i personaggi, i loro sogni. 

 

Non procedo oltre, anche solo per questa caratteristica il film dovrebbe essere visto. Poi ci sono i temi della perdita, della sconfitta personale e collettiva, del destino di ogni individuo e di una Nazione, della morte e del dolore, delle radici e dell'identità. Inoltre il film è un romanzo di formazione, di passaggio di età, di scoperta e ricerca di un'appartenenza, un messaggio al pubblico “di casa” ed un invito a quello “di fuori”. Ma sono altre storie, altre questioni, che ogni spettatore, vecchio o nuovo, merita di gustare totalmente.


domenica 30 settembre 2018

Artista e Tabù

La maggior parte degli artisti sono attratti da ciò che è tabù. Un artista serio non può accettare i tabù, qualcosa che non puoi guardare, pensare, toccare”.

(David Cronenberg)






sabato 17 febbraio 2018

Ida - 2013


Ho visto un film bellissimo!
Ida”, di Pawel Pawlikowski, che al di là del nome difficile da ricordare per molti, ha fatto davvero un gran bel film. Tanto da meritarsi il premio Oscar 2015 come miglior film straniero.



Mi è piaciuto per la rigorosa, vibrante interpretazione delle due sorprendenti protagoniste, una novizia che si appresta a prendere i voti nel convento dove è cresciuta, e la zia che incontra per la prima volta pochi giorni prima del grande passo.
Mi è piaciuto per la splendida fotografia, un bianco e nero pieno e sapido nella sua freddezza, che esplora tutti i toni di grigio illustrando e raccontando due viaggi a loro modo iniziatici, due modalità di fare i conti con il proprio io e la Storia.
Compostezza e rigore formale, ma allo stesso tempo vitalità che si affida alla musica, splendida quella originale composta per il film, ma anche John Coltrane, Mozart e Adriano Celentano, nonché Fred Buscaglione per lampi di luce e di vita.


Un percorso nella Memoria, nella Storia, nella Polonia anni 50 e 60, affidato ad una grande regia, che evita retorica e cadute nel patetico o nel già visto grazie a splendide e irresistibili inquadrature, dove primi piani e campi lunghi, particolari e immagini a tutto schermo parlano allo spettatore la lingua, comprensibile a tutti, del grande e puro cinema.
Inquadrature perfette, bianco e nero di una purezza disarmante, immortale e narrativo, splendida musica, dialoghi essenziali ed esaustivi, rigidità formale solo apparente che cede opportunamente il passo ad una vibrante cristallina narrazione. Quanto basta per definire “Ida” un film imperdibile!


Polonia, 1962. La 18enne Anna, un orfana cresciuta in convento, ha deciso di farsi suora. Tuttavia, poco prima di prendere i voti, scopre di avere una zia ancora in vita, Wanda, la sorella di sua madre. Insieme a lei la ragazza affronterà un viaggio alla scoperta di se stessa e del proprio passato: scopre, infatti, di avere origine ebraiche e che il suo vero nome è Ida; inoltre, sua zia è un ex pubblico ministero comunista, responsabile di numerose condanne a morte nei confronti di religiosi. Mentre Anna va alla ricerca della verità sulla sua famiglia, Wanda deve confrontarsi con le decisioni prese ai tempi della guerra e che ancora la perseguitano. (da cinematografo.it)

All'interno del film viene suonato questo immortale e fantastico pezzo di John Coltrane. Un'ottima occasione per ascoltarlo!

sabato 30 settembre 2017

La solitudine di chi corre

Dai Belle & Sebastian a Tony Richardson.
Da Gioventù Amore e Rabbia a The Loneliness Of The Middle Distance Runner.


La canzone dei Belle & Sebastian “The Loneliness of the Middle Distance Runner” è quasi omonima del film di Tony Richardson del 1962 “The Loneliness of the Long Distance Runner”, in italiano “Gioventù Amore e Rabbia”.



Il testo della band pop-rock scozzese è un po' triste, non possiede la carica di ribellione e rabbia propria del film, che si inseriva nel filone del battagliero “free cinema”, che negli anni cinquanta e sessanta smosse le acque della cultura britannica.
Più propriamente ne è uno dei prodotti più belli e riusciti, in grado di entrare di diritto a far parte di una sorta di nouvelle vague del Regno Unito, che aprì la strada alla swinging London dei Beatles e allo svecchiamento della cultura britannica in teatro, letteratura e cinema.

Fu effettivamente meno brillante e radicale sul piano delle forme di quanto non sarebbe stata quella francese, ma certamente più solida nel rifiuto del conformismo perbenista e classista. Ebbene Gioventù Amore e Rabbia ha origine da uno degli scrittori più attivi nel periodo, Alan Sillitoe, che riuscì a trasferire nella sceneggiatura il furore proprio del suo duro e acre romanzo (qualche anno fa riedito da Minimum Fax).


Il regista Tony Richardson, coadiuvato dall'intelligente e benemerito lavoro dell'operatore Walter Lassally, che mette in atto un servizio asciutto, senza compiacimenti di sorta per una fotografia sporca ed impastata, crea intorno al personaggio centrale della storia, un giovane delinquente interpretato da Tom Courtenay, un ambiente tetro e sordido al limite dell'immaginabile.

Courtenay è Colin Smith, vissuto soffrendo all'interno di una famiglia che gli è sempre sembrata distante, così come la scuola e le istituzioni in generale. Si ribella, come volevano ribellarsi, ad ogni costo, gli esponenti del “free cinema”. Finito in riformatorio, nel momento in cui si rende conto, prende consapevolezza, reale, della propria realtà, privata e pubblica, di come stia andando incontro al destino deciso dalla società, emblematicamente impersonata dal direttore della struttura in cui è stato inserito, mette in atto una paradossale ribellione, rinunciando ad una fallace ed ingannevole gloria personale.



Il film, per quanto ad una visione odierna potrebbe sembrare datato, forse anche poco equilibrato a causa di un lungo flashback centrale e troppo distante dalle condizioni e situazioni, nonché delle posizioni di molti ragazzi di oggi, si mostra come un racconto con rabbia dei giovani proletari e dei precari di quegli anni, quando era ancora la fabbrica a formare la loro cultura e a nutrire la loro rivolta. Ora invece si nota tra i ragazzi una certa scarsità di visione ed idee, per non per parlare di ideali, schiacciati come sono, come siamo, da incertezza, precarietà, struggente e dannoso individualismo che altro non è che solitudine. Come si nota nel testo della canzone dei Belle & Sebastian. Per cui a rivedere, a ripensare al film di Richardson, si vorrebbe avesse dei corrispettivi nel cinema dei nostri giorni, non sempre totalmente in grado di cogliere la situazione e magari innescare vera consapevolezza, autentica presa di posizione e sana rabbia.

sabato 11 giugno 2016

Donne con la macchina da presa


“L'uomo con la macchina da presa” è un film del 1929, diretto dal regista sovietico Dziga Vertov. Ci sono comunque diverse donne regista
Kathryn Bigelow
Di seguito propongo una breve selezione di opere a firma femminile. I generi sono diversi tra loro, così come gli stili di regia e le scelte in tema di soggetto, fotografia e montaggio.
Sally Potter
Se a qualcuno facesse piacere potremmo considerarlo un consiglio di visione, per scoprire e riscoprire film e le loro registe.

Lezioni di piano di Jane Campion (1993)
“Il giardino delle vergini suicide” di Sofia Coppola (1999)
Un angelo alla mia tavola” di Jane Campion (1990)
The Hurt Locker di Kathryn Bigelow (2009)
“17 ragazze” di Delphine Coulin e Muriel Coulin (2011)
“Caramel” di Nadine Labaki (2007)
“Donne senza uomini” di Shirin Neshat (2009)
“Un gelido inverno” di Debra Granik (2010)
“Mignon è partita” di Francesca Archibugi (1988)
“Lezioni di Tango” di Sally Potter (1997)
Julie & Julia di Nora Ephron (2009)
“Persepolis” di Marjane Satrapi (2007)
“Autunno” di Nina Di Majo (1999)








Nadine Labaki

giovedì 8 ottobre 2015

Cinema anni 90


Negli anni 90 la mia personale biografia si è molto arricchita: sono passato dalle scuole medie alle superiori (peggiorando notevolmente il mio rapporto con lo studio), ho miseramente interrotto la mia comunque non promettente carriera di sportivo, sono andato in vacanza senza genitori o educatori vari, mi sono iscritto all'università in una cittadina marchigiana che si fa definire “ducale” e di conseguenza mi sono allontanato dalla famiglia. Durante quel decennio ho vissuto un sacco di esperienze, di cui ancora porto i segni sul fisico e nell'anima, ma ne sono uscito vivo, tutto sommato combinando meno disastri di quelli di cui mi sarei reso protagonista nei periodi successivi.

Piccole cose, forse, se paragonate a quanto accaduto in quegli anni nel mondo. In fondo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Guerra del Golfo, Nelson Mandela presidente, il repentino aumento del numero di stati europei, la nascita di Google, la nazionale italiana di calcio che abbandona ai rigori i propri sogni di gloria in tre mondiali consecutivi, sono senza dubbio eventi maggiormente degni di essere ricordati rispetto alle vicissitudini del sottoscritto.

Fra quanto ho potuto sperimentare un posto importante lo occupa la mia frequentazione di sale cinematografiche. Abbandonata in quegli anni, anche se con un pizzico di rammarico, la grande stanza che fungeva da cinema parrocchiale, quel ragazzo ancora imberbe che ero si è fatto ammaliare dal cinema ancora più di prima. Volete mettere quanta emozione nello scegliere il film da vedere e poter selezionare in quale cinema andare? All'inizio degli anni 90 c’erano ancora poche multisala e comunque non vicine a dove vivevo, perciò il gusto era controllare, su un quotidiano o affidandosi alle attualmente ormai vetuste locandine, quali film erano in programmazione, in quali sale e a che ora (rigorosamente proiezione unica dal martedì al venerdì, doppia il sabato sera e pomeridiana solo la domenica). A dire il vero non cambiò nulla per quasi tutto il decennio, almeno per quanto riguarda le mie personali abitudini, poiché, come accennato, spesi i miei anni universitari in una città che non poteva che accogliere piccoli cinema, limitando la mia frequentazione di sale più grandi e dotate di multiprogrammazione alle sporadiche visite ad amici che frequentavano atenei in più prestigiose e grandi città.

Insomma gli anni 90 sono stati per me molto intriganti ed “attivi”. Il cinema non lo è stato da meno, anzi ha aggiunto sapore a quanto vivevo. Penso di poter dire che in quegli anni abbia saputo rinnovarsi, sperimentare ed esprimere la sua potenzialità, riuscendo a rappresentare un periodo e le sue peculiarità storiche e sociali, regalando una serie di film che è corretto definire “cult”.

Film di cui i nati fra i 70 e gli 80 citano ancora le battute a memoria, di cui hanno preso a modello acconciature, abiti o gesti, con i più temerari che ci si basavano sopra tesi di laurea o possibili futuri lavorativi, e che ancora rimpiangono quando scorrono sullo smartphone i titoli ora in programmazione. 

Non posso ricordarli tutti, tantomeno posso aver visto la totalità di quelli usciti nel periodo (vi erano comunque anche parecchie schifezze), quindi ne propongo due per anno, (vale quello di produzione) dal 1990 al 1999, con particolare riguardo al gusto personale e a questioni autobiografiche.

Si parte!

1990
Quei Bravi Ragazzi (Goodfellas) di Martin Scorsese
La Stazione di Sergio Rubini 

1991
Il Silenzio degli Innocenti (The Silence of the Lambs) di Jonathan Demme
Lanterne Rosse di di Zhāng Yìmóu

1992
Malcolm X di Spike Lee
La Moglie del Soldato (The Crying Game) di Neil Jordan

1993
Tre Colori - Film Rosso/Blu/Bianco (trilogia) di Krzysztof Kieslowski
Lezioni di Piano (The Piano) di Jane Campion

1994
Pulp Fiction di Quentin Tarantino
Hong Kong Express di Wong Kar-wai

1995
I Soliti Sospetti (The Usual Suspects) di Bryan Singer
Seven di David Fincher

1996
Trainspotting di Danny Boyle
Il Paziente Inglese (The English Patient) di Anthony Minghella

1997
La Vita è Bella di Roberto Benigni
Febbre a 90° (Fever Pitch) di David Evans

1998
Il Grande Lebowski (The Big Lebowski) di Joel e Ethan Coen
Hana–Bi - Fiori di Fuoco di Takeshi Kitano

1999
Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick
Tutto su mia Madre (Todo sobre mi madre) di Pedro Almodóvar