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martedì 24 gennaio 2023

Leggere, Ascoltare, Viaggiare, Imparare

 


"Perché viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è sempre la via più utile e più breve per arrivare a se stessi."

(Jan Brokken, Anime baltiche - trad. Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo)





venerdì 5 agosto 2022

Incipit 84/100

 

Volge le spalle agli alberi bassi del bosco artificiale e guarda giù dalla montagna, verso il villaggio, che è azzurro nella notte d’agosto, e le pecore, simili a pietre nell’erba mossa dal vento. Più in là dorme il mare. Il fiordo di Vág è calmo, l’azzurro si confonde con quello del cielo sull’orizzonte dritto, teso tra le terre emerse, un filo su cui possono camminare solo creature mitiche e fantasmi.”

(Isola, di Siri Ranva Hjelm Jacobsen – trad. Maria Valeria D'Avino)




venerdì 15 luglio 2022

Incipit 81/100

 

Quando, nel 1975, soggiornai per la prima volta nella mia vita a Leningrado, erano trascorsi solo nove anni dal giorno in cui Anna Achmatova aveva esalato l'ultimo respiro. In città la sua influenza era ancora tangibile, ma per non rischiare problemi con le autorità era meglio evitare di nominarla in pubblico. Proprio proibite le sue opere non lo erano più, un leningradese su dieci – a occhio – sapeva recitare a memoria il suo ciclo di poesie Requiem, eppure il suo nome continuava a evocare un sospetto di protesta e dissidenza. La versione completa e non censurata di Requiem in Unione Sovietica non sarebbe apparsa che molti anni dopo, nel 1987; Anna Achmatova era ancora parzialmente sulla lista nera”.

(Bagliori a San Pietroburgo, di Jan Brokken – trad. Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo)







mercoledì 29 settembre 2021

Piovevano uccelli, di Jocelyne Saucier - Iperborea

 

Piovevano uccelli 

Titolo: Piovevano Uccelli

Autore: Jocelyne Saucier

Traduttore: Luciana Cisbani

Editore: Iperborea -2021

Romanzo che fa incontrare i temi della solitudine e dei rapporti umani, quelli della libertà e del fine vita, che pone domande su come si vive e come si vorrebbe morire.

Lo fa attraverso un "pugno" di personaggi originali e quantomai "vivi" che dalle pagine del libro catturano il lettore e lo ospitano nelle loro quotidianità, fatta di scelte fatte e che si rinnovano, di giornate apparentemente sempre uguali e di fatti prevedibili ed altri imprevedibili.

L'autrice canadese Jocelyne Saucier spinge chi legge in un viaggio fisico e dell'anima, dai boschi dell'Ontario ai vissuti di persone anziane che puntano alla libertà di essere e di scegliere, dalle parole che si scambiano al loro incontro con altri uomini e donne, che condividono o semplicemente accettano quello che hanno voluto.

Un presente con diversi squarci sul passato, con la narrazione che procede facendosi, delicatamente ma con decisione, largo fra memorie e grandi spazi e nel groviglio di quella che è l'autodeterminazione e la libertà. Quest'ultima, insieme ad un termine che si tende a non pronunciare, ovvero la vecchiaia, diviene parola chiave di tutto, forse anche un rifugio, che si presenta quale possibilità, per alcuni l'ultima, per altri addirittura la prima. 


Nella scrittura albergano sapienza, poesia, un pizzico di mestiere e parecchia originalità. Si mette in scena una storia che non esito a definire senza confini, né di età, né di latitudine, una storia che afferma con forza principi e diritti individuali e collettivi, dove per amore della libertà, propria ed altrui, si è disposti a difenderla ed accettarne le conseguenze. Una storia che ci può mostrare, forse insegnare, qualcosa anche sull’amore, che potrebbe giungere in modi e per sentieri imprevedibili. 



Tre ottantenni che amano la libertà hanno scelto di vivere gli ultimi anni a modo loro, quasi senza contatti con la società, ciascuno nella propria capanna di legno nel folto della foresta canadese dell'Ontario settentrionale: Charlie, che ha rifiutato un destino di cure ospedaliere, Tom, che ha voltato le spalle a una vita dissoluta tra alcolismo e assistenti sociali, e Boychuck, taciturno e dall'oscuro passato. Unico contatto con il mondo esterno sono due personaggi ai margini della società: Steve, gestore di un albergo fantasma nella foresta, e Bruno, intraprendente coltivatore di marijuana. La visita di una fotografa sulle tracce degli ultimi sopravvissuti ai Grandi Incendi che hanno devastato la regione quasi un secolo prima sembra solo una breve parentesi nel loro isolamento, ma quando un'altra donna, fuggita dall'ospedale psichiatrico, arriva in quell'angolo sperduto del mondo, niente sarà più come prima. (da ibs.it)

venerdì 18 ottobre 2019

Nella casa del pianista, di Jan Brokken

Titolo: Nella casa del pianista
Autore: Jan Brokken
Traduttore: Claudia Di Palermo
Editore: Iperborea - 2011


La storia di un uomo, quella di un artista, il racconto di un'amicizia, di amici e amanti, il ritratto di un'epoca e di un periodo, un viaggio attraverso i sentimenti, i pensieri, i dolori e le felicità di uomini e donne che hanno vissuto, conquistato qualcosa e perduto altro.
Tutto questo e probabilmente altro ancora il lettore scopre in “Nella casa del pianista” dell'olandese Jan Brokken, edito da Iperborea.
Lo scrittore si basa su ciò che ha vissuto in prima persona, su ciò che il pianista sovietico Youri Egorov, fuggito prima in Italia e poi giunto ad Amsterdam nella seconda metà degli anni 70, gli ha raccontato, confidato e trasmesso sotto ogni aspetto, attraverso la loro amicizia e le loro arti, lo scrivere, il narrare e la musica. Brokken è un grande conoscitore ed appassionato di musica che, tra l'altro, ha spesso affrontato il tratteggio e la descrizione di figure di primo piano in ambito letterario e artistico (come in Bagliori a San Pietroburgo ad esempio). Questo gli ha consentito di arricchire il proprio lavoro, rendendolo appassionante, intimo, coinvolgente, con qualche elemento cinematografico che rende ancora più viva l'esperienza della lettura.


Chi legge scopre Egorov sotto il profilo umano ed artistico, con i suoi pregi e le sue doti di grande esecutore ed interprete, ma viene posto di fronte anche ai suoi difetti, alle sue debolezze, ai suoi tratti peggiori. Empatia e rabbia, comprensione e repulsione si alternano nell'animo del lettore, che legge e “vive” le esperienze del pianista morto di AIDS nel 1988. Inoltre si viene a conoscenza di alcuni meccanismi e retroscena relativi al mondo dell'industria discografica, a come si organizzano festival musicali, al rapporto fra artisti ed impresari e fra gli artisti stessi.

La prosa è fluida e mai banale, rallenta e accelera il ritmo con intelligenza e rispetto verso i personaggi ritratti e chi legge. Si gode della sua ricchezza e solidità, che sa di precisione e cura dei dettagli, con pagine liriche che riescono a non perdere quella freschezza espressiva che invita a leggere e leggere ancora. Non si tema di trovarsi di fronte ad una “semplice” trasposizione, magari un po’ infiocchettata, di una storia vera, perché Egorov e Brokken ci offrono qualcosa che si fa forte non solo della sua autenticità, ma anche del rispetto ed affetto di un amico, nel suo voler essere omaggio, tributo ed emozionante lascito.

La sera del 30 gennaio 1980 Youri Egorov, astro nascente del pianoforte, dà uno dei suoi primi, memorabili concerti nell’Europa occidentale, interpretando gli studi di Chopin. Per Jan Brokken è una folgorazione e l’inizio di un legame profondo: dalle prime battute riconosce in lui il talento che ogni giorno sente esercitarsi nella casa vicina. Dalla nativa Kazan, dopo l’inizio di una promettente carriera, Youri Egorov aveva deciso, come Rudolf Nureyev, di fuggire, approdando finalmente ad Amsterdam dopo un rocambolesco rifugio in Italia. Al grande danzatore russo lo unisce anche l’omosessualità, tenuta segreta in Unione Sovietica, che ora può vivere liberamente in Olanda, dove non corre più il rischio di essere internato. In Occidente il successo non si fa attendere, così come le grandi tournée internazionali, le registrazioni, la consacrazione accanto ai più acclamati cantanti e direttori d’orchestra. Ma sotto il talento prodigioso cova la fragilità dell’uomo, esacerbata dalla perenne insoddisfazione e dall’amore disperato per la Madre Russia. Youri si aggrappa alla stretta cerchia di amici che orbita intorno alla sua casa di Amsterdam, una nuova calorosa «famiglia»: l’architetto Brouwer, suo compagno di vita, la «principessa» Tatjana e il gruppo di hippy, musicisti e creativi che lo sentiranno suonare le ultime tragiche note, prima della prematura morte per aids, a soli trentatré anni. (da iperborea.com)

martedì 2 luglio 2019

Autunno Tedesco, di Stig Dagerman - Iperborea

Titolo: Autunno Tedesco
Autore: Stig Dagerman
Traduttore: Massimo Ciaravolo
Editore: Iperborea - 2018


Un libro non semplice “Autunno Tedesco” di Stig Dagerman, edito da Iperborea.
Non semplice, a tratti addirittura difficile da leggere, per quanto dice e come lo dice, sebbene la scrittura sia brillante e curata, anche grazie alla efficace traduzione.

Durante l'autunno del 1946 il giovane giornalista svedese Dagerman viene inviato dal suo giornale a compiere un viaggio nella Germania uscita da circa un anno dal conflitto. Ne viene fuori una serie di appassionati reportage, qui raccolti, che vanno oltre la semplice visione di uno straniero in viaggio di lavoro, superano stereotipi e frasi di circostanza, abbandonano facili semplificazioni per proporre una riflessione etico-umanistica sul dolore, la sofferenza, la fame ed il desiderio di un popolo, anzi di una serie di individui di ogni età e condizione, di tornare a vivere.

Poiché difficilmente si può considerare una vita degna di essere vissuta quella che costringe al freddo, all'oscurità, all'umidità di cantine e case distrutte. Una vita fatta di sacrifici e dolori, per qualche patata o solo le bucce di patate, quasi imposta come espiazione di una colpa collettiva. I tedeschi devono soffrire e pagare per quanto fatto durante il nazionalsocialismo e la guerra. Molti cronisti ed analisti abbracciano questa tesi, durante quel periodo. Dagerman va oltre. Il suo compito è visitare le città bombardate dagli alleati: Amburgo, Berlino, Hannover, Dusseldorf, Essen, Colonia, Francoforte, Heidelberg, Stoccarda, Monaco, Norimberga e Darmstad. Nel farlo non si risparmia e non risparmia al lettore pressoché nulla. Nell’immaginario collettivo è incredibile che qualcuno possa dire: “Si stava meglio quando c’era il nazismo”. Eppure, quando un cittadino qualunque è costretto a soffrire la fame, a non avere una casa, a non riuscire a mandare a scuola i figli, è davvero possibile stupirsi di fronte a questa affermazione? Dagerman con molta lucidità ribalta le convinzioni comuni dell’epoca. Il mondo non si divide in bianco e nero, e lo svedese riesce a dimostrarlo con una chiarezza disarmante, attraverso descrizioni e riflessioni chiare ed efficaci, che giungono come schiaffi sul viso del lettore, costretto a ragionare sul senso della Storia, sugli aspetti dell'umano e dei sentimenti. Chiari i riferimenti anche al Brecht de “L'opera da tre soldi”, in particolare sulla questione della fame e della pancia vuota, ma si procede ancora oltre, sempre di più ed implacabilmente, mettendo alle strette anche il lettore di questa prima parte di 21° secolo.

Inoltre in Autunno tedesco ci sono, implacabili, pagine dedicate alla farsa grottesca della denazificazione: solo a Stoccarda devono essere processate centoventimila persone.
“L’imputato ha sei testimoni pronti a sostenere la sua innocenza, testimoni che giurano di non averlo mai sentito esprimere opinioni naziste, testimoni che attestano di averlo visto ascoltare la radio straniera (tutti gli accusati l’hanno ascoltata) testimoni ebrei che l’hanno visto comportarsi umanamente con altri ebrei (tutti gli accusati hanno questo tipo di testimoni: costano circa duecento marchi l’uno)”.

L'ultima annotazione che propongo, ritenendola quantomai attuale, è sui valori su cui si fonda, o dovrebbe fondarsi, il nostro occidente, che, ricorda Dagerman,
“consistono nel rispetto della persona anche se questa persona si mostra indegna della nostra simpatia, e nella compassione, ovvero nella capacità di reagire di fronte al dolore, sia esso meritato o immeritato”.

 

Nel 1946 furono molti i cronisti che accorsero in Germania per raccontare quel che restava del Reich finalmente sconfitto, ma dal coro di voci si distinse quella di uno scrittore svedese di ventitré anni, intellettuale anarchico e narratore dotato di una sensibilità fuori dal comune, inviato dall’Expressen per realizzare una serie di reportage poi raccolti in un libro che è considerato ancora oggi una lezione di giornalismo letterario. (da iperborea.com)

giovedì 2 maggio 2019

Bagliori a San Pietroburgo, di Jan Brokken

Titolo: Bagliori a San Pietroburgo
Autore: Jan Brokken
Traduttore: Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo
Editore: Iperborea - 2017

 

In questo prezioso e affascinante libro leggiamo quanto scrive Nabokov nelle sue memorie: “Con pochissime eccezioni, tutte le energie creative di orientamento liberale – poeti, narratori, critici, storici, filosofi e così via – avevano lasciato la Russia di Lenin e di Stalin. A Berlino e a Parigi i russi formavano una colonia compatta. (…) Ma andarsene da San Pietroburgo per molti significava: non essere più a casa da nessuna parte”.
Proprio ad una città che periodicamente nel corso della sua storia ha cambiato nome, la meno russa delle città russe, Jan Brokken dedica questa sua opera. “Bagliori a San Pietroburgo” vive di storia e di presente, di storia dell'autore, che torna lungo la Neva quaranta anni dopo la prima volta, nel 1975, facendo inevitabili e a volte dolorosi confronti, e storia di una impressionante serie di scrittori, artisti, musicisti e compositori che a San Pietroburgo sono nati, hanno vissuto, hanno amato e lavorato ed in molti casi hanno abbandonato durante l'era sovietica.


Ci si potrebbe avvicinare al libro quasi fosse un reportage su un angolo di Europa, dimenticato e dimenticata, simbolo e crocevia di storia e cultura, ma vi è molto di più nelle pagine che il lettore non può fare a meno di godere e assaporare, continuamente stimolato ed invitato a seguire i passi dell'autore, il suo pellegrinaggio a San Pietroburgo che, dice, “se non fosse esistita, avrei inventato io questa città che sonnecchia sul fiume, come uno stato d’animo che mi corrisponde per sempre.”

Leggendo viene la voglia di recuperare poesie, romanzi, composizioni musicali, opere pittoriche o architettoniche, dal momento che nei brevi capitoli si alternano nomi come Anna Achmatova (un suo ritratto è sulla copertina), Nina Berberova, Dostojevskij e Turgenev, ma anche Solzhenitsyn e Nabokov, Esenin e musicisti quali Rachmaninov e Šostakovič, Rimskij Korsakov e Stravinskij e la pianista Marija Judina, e molti altri ovviamente.
I loro amori, le loro pulsioni, la loro arte, così come vizi, virtù, paure, debolezze, storie personali che si intrecciano con la Storia russa/sovietica ed europea. Jan Brokken segue i loro passi, ci porta nelle loro case, nei luoghi in cui hanno mostrato la loro grandezza o subito ingiustizie ed arresti, ammira la statua dell’uno o dell’altra, il ritratto che lascia indovinare il carattere, ci racconta un qualche dettaglio della loro vita. Cita versi che vanno dritti al cuore del lettore, che ce li fanno ricordare, che ci invogliano a scoprire altro su di loro. Jan Brokken non indulge con le sue storie, non ci lascia mai veramente sazi, quasi ci invitasse a scoprire altro su di loro e su questa città, che in questi ultimi venticinque anni molto ha smarrito ma altrettanto ha conservato, fosse solo ancora per poco.

È il 1975 quando Jan Brokken rimane folgorato da San Pietroburgo, l’allora Leningrado, patria splendente e malinconica di poeti e dissidenti, folli e geni, disperati e amanti, culla della ribellione agli zar e poi al regime sovietico in nome della libertà dell’arte e dello spirito. In occasione del centenario della Rivoluzione d’Ottobre, Brokken ci accompagna nelle sue passeggiate fra presente e passato attraverso strade, teatri, case e musei sulle tracce dei personaggi che hanno reso Pietroburgo una capitale mitica della cultura europea. (da iperborea.it)


giovedì 18 aprile 2019

Isola, di Siri Ranva Hjelm Jacobsen - Iperborea

Titolo: Isola
Autore: Siri Ranva Hjelm Jacobsen
Traduttore: Maria Valeria D'Avino
Editore: Iperborea - 2018


Ci si può innamorare di un libro? Oltre la sua materialità e l'odore che la sua carta emana? Nel caso di “Isola” di Siri Ranva Hjelm Jacobsen la risposta è affermativa.
È affermativa per la scrittura elegante ed evocativa per quanto accessibile, per le immagini che offre audacemente al lettore, per il viaggio fra memoria e presente, per l'amore rivolto ad una terra lontana che viene narrato e cantato pagina dopo pagina attraverso un racconto di ispirazione autobiografica che riesce a trascendere il particolare per farsi universale.

La scrittrice ha il passo sospeso fra prosa ordinaria e sobria ma stupefacente potenza evocativa, con un che dal sapore da saghe nordiche a cui evidentemente è debitrice, riuscendo allo stesso tempo a donare tra personaggi, panorami, parole e ambientazioni qualcosa che va oltre un “semplice” canto alle Faroe. Ovvero un viaggio nella memoria e nel tempo, con il rimpianto che si fa motore di un racconto su emigrazione, sul ruolo di affetti e legami familiari e amicali, sul bisogno di identità e di appartenere ad un luogo, un'isola, una Itaca anche solo dell'anima, la struggente necessità di radici e di un pugno di terra che si possa chiamare casa. In “Isola” questo è espresso anche attraverso la lingua, le lingue che i personaggi usano in famiglia e con “gli altri”, mediante i gesti quotidiani, i racconti e le canzoni per i giorni importanti, la natura in cui si vive ed altro ancora che è appagante scoprire.
La casa editrice Iperborea mi ha regalato una lettura emozionante e piena, da cui mi staccavo con riluttanza ma anche con il lieto pensiero di potervi presto tornare.
Le isole più piccole possono nascere in una notte, e sparire in una notte. Laggiù, sotto il mare, tutte le terre emerse s'incontrano.”

Una giovane ragazza danese ha nostalgia di un’isola verde e impervia battuta dai venti del Nord, un’isola delle Faroe dove non ha mai vissuto ma che ha sempre sentito chiamare «casa», perché da lì emigrò la sua famiglia negli anni Trenta. Comincia così, dall’urgenza di riappropriarsi delle sue origini e di una cultura che ha ereditato ma non le appartiene, il suo viaggio di ritorno a Suðuroy, da cui nonno Fritz, pescatore dell’Artico, partì alla ricerca di un destino migliore, e nonna Marita, sognatrice irrequieta, fuggì verso il mondo e la modernità. (da iperborea.com)

martedì 19 marzo 2019

1947 di Elisabeth Åsbrink - Iperborea

Titolo: 1947
Autore: Elisabeth Åsbrink
Traduttore: Alessandro Borini
Editore: Iperborea - 2018
«C'è solo questo anno, il 1947, in cui tutto si muove in modo vibrante, senza stabilità e senza meta, perchè ogni possibilità è ancora aperta.»

Il 1947 è l'anno di nascita di mio padre, ma è anche il curioso titolo di un libro edito da Iperborea.
Non è un romanzo, tantomeno un saggio storico od un “semplice” annuario, resoconto del secondo anno di dopoguerra, bensì un affascinante e riuscito ibrido letterario. L'autrice, la svedese Elisabeth Åsbrink , offre al lettore le sue ricerche, il suo interesse per un periodo, per un anno che solo superficialmente potrebbe sembrarci uno dei tanti, apparentemente non tanto diverso da quello precedente e da quelli che seguiranno.

Ci troviamo a leggere una prosa accattivante ed elegante nella sua immediatezza, che ci accoglie in un anno, il 1947 appunto, che ci cala nei destini di personaggi d’eccezione e persone comuni, per comporre un racconto poetico e documentatissimo, nel quale la Åsbrink ricompone il puzzle di un anno emblematico per la sua identità personale e per quella collettiva. Si legge di gerarchi nazisti in fuga, con la complicità di fascisti europei che si stanno riorganizzando e la cecità più o meno manifesta dei Paesi occidentali che ora hanno nell'Unione Sovietica il nuovo nemico. Ci si appassiona della lotta, portata avanti da un solo uomo, affinché si riconosca il reato di genocidio, mentre Christian Dior presenta al mondo la sua idea di moda. Si seguono le vicissitudini di migliaia di profughi, ebrei ma non solo, nell'Europa ferita a morte dal conflitto. Viene stimolata la curiosità su tanti temi, pubblici e privati. Il tutto per illustrare e far vivere porzioni di storie e di Storia.

Si passa dagli Stati Uniti del Piano Marshall e dei primi avvistamenti di Ufo alla Palestina degli ultimi mesi di presenza britannica, dall'Italia di Primo Levi che tenta invano di farsi pubblicare all'India che sta per divenire indipendente, dai paesi scandinavi patria sia della socialdemocrazia che della riorganizzazione fascista all'Egitto dove si comincia a parlare di jihad, dall'Ungheria socialista a remote isole nel mare del nord passando per la Germania occupata. Non solo storia ma anche cinema, musica, moda e letteratura, temi sociali e religiosi, amore e rivalità, odi e rancori, speranze e rinascite.
Un piccolo capolavoro, in grado di toccare una serie di eventi, presentare un'infinità di passaggi importanti che hanno condizionato il futuro, gli anni a venire, fino a condurci al giorno d’oggi.