Il viaggiare per profitto viene
incoraggiato; il viaggiare per
sopravvivenza viene condannato, con grande gioia dei trafficanti
di “immigrati illegali” e a dispetto di occasionali ed effimere ondate di orrore e indignazione provocate
dalla vista di
“emigranti economici”
finiti soffocati o annegati nel vano tentativo di raggiungere la terra in grado di
sfamarli.
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martedì 25 agosto 2020
sabato 25 novembre 2017
Giallo, Noir & Thriller/47
Titolo: Un
Grande Gelo
Autore:
Arnaldur Indriđason
Traduttore:
Cosimini Silvia
Editore:
Guanda – 2010
Cronologicamente
precedente a “Un Caso Archiviato” di cui ho parlato qualche
settimana fa, “Un Grande Gelo” è un ulteriore esempio
della capacità di Arnaldur Indriđason di elaborare una trama
profonda, partendo da idee, spunti non necessariamente del tutto
originali, riuscendo ad ampliare la tematica, i vari temi proposti e
di riproporli sotto la forma di vicende diverse, di trovare in
piccole storie, anche solo all'apparenza distanti, o al limite
parallele, agganci con la storia principale.
In
“Un Grande Gelo”, l’idea
centrale è
una forte denuncia della discriminazione, il tema principale è
l'intolleranza nei confronti del diverso, che può divenire violento
razzismo,
anacronistico e distorto attaccamento al sé, o a quello che ne
rimane, che porta alla chiusura verso l'altro.
Quello
che colpisce il lettore più duramente è come l'unica
vittima sia un bambino,
un delitto fra i più riprovevoli è il punto di partenza per un
viaggio dentro ed attraverso quella che con una espressione spesso
abusata, se non addirittura fraintesa, viene definita la “banalità
del male”. Si fanno ipotesi e congetture, si battono diverse piste,
che l'ormai conosciuto commissario Erlendur
Sveinsson,
protagonista della serie dei romanzi di indagine poliziesca di
Arnaldur Indriðason, non trascura insieme a Sigurður Óli e a
Elínborg.
Quello
che viene evidenziato è come in una nuova realtà sociale di forte
immigrazione, in Islanda
come negli altri paesi europei, affiori un forte razzismo
nei confronti degli stranieri. Pertanto l'indagine non è
esclusivamente su un delitto, di cui solo alla fine si scopre la
sconcertante e per certi tratti insospettabile drammaticità, ma
anche su una realtà
sociale ed economica,
con il pregio di non scadere nel banale o, peggio, nel didascalico.
Il
gelo del titolo non è meramente quello climatico della lontana
isola, ma anche quello che alberga nel cuore di chi legge, testimone
di un clima
sociale,
di un dramma familiare e culturale, di un crimine che potrebbe avere
molte motivazioni e che si scopre averne, materialmente, solo una, la
più, apparentemente, banale. Questo può fare male e fa divenire
questo romanzo un thriller non per i colpi di scena, la tensione
dettata da un killer o da una serie di delitti, ma per lo scenario
che presenta e che assomiglia così pericolosamente a quello delle
nostre città, delle nostre scuole e luoghi di lavoro, per
l'emarginazione e la povertà che viviamo, facendo nascere
inquietudine per ciò che potremmo vivere nei prossimi anni.
In una Reykjavík avvolta nella coltre di un
inverno che sembra il più freddo di sempre, l'agente Erlendur
Sveinsson affronta un caso che lo costringe a confrontarsi con i
fantasmi del passato. La morte di Elías, dieci anni, madre
thailandese e padre islandese, accoltellato in mezzo alla neve in un
giardino, lo tocca nel profondo. Non è solo l'ennesimo omicidio su
cui investigare, è una vicenda che alimenta in lui l'angoscia per
quel fratello perso da piccolo nel pieno di una bufera? Non c'è
tempo, però, di abbandonarsi ai ricordi dolorosi: il burbero
poliziotto e la sua squadra iniziano un delicato lavoro di indagine.
Il fratellastro di Elías è scomparso: sarà implicato nella morte
del piccolo o teme per la propria vita? (da
guanda.it)
martedì 20 giugno 2017
Da qualche parte, oltre l'arcobaleno
“Un
posto dove non cacciarmi nei guai. Totò, credi che esista un posto
del genere? Ci deve pur essere.” chiunque si sia bevuto la
storiella raccontataci dallo sceneggiatore sulla superiorità della
“casa” rispetto al “lontano da casa”, e creda di conseguenza
che la morale del Mago di Oz sia leziosa come un centrino con
su ricamato “casa dolce casa”, farebbe bene ad ascoltare il tono
struggente di desiderio nella voce di Judy Garland, mentre rivolge il
suo faccino al cielo. Quello che ella esprime qui, ciò che
rappresenta con la purezza dell'archetipo, è infatti il sogno umano
del partire, un sogno che ha una forza perlomeno equivalente alla sua
controparte, ossia il sogno delle radici. Al fondo del Mago di Oz
c'è una grande tensione tra questi due sogni; ma nel momento in cui
la musica ha inizio e quella voce limpida e potente si innalza nel
desiderio angoscioso espresso dal canto, qualcuno potrebbe avere
dubbi su quale dei due messaggi sia il più forte? Nel suo momento
emotivo più potente, questo è senza ombra di dubbio un film sulla
gioia di partire, di lasciare il grigiore e fare ingresso nel colore,
di ricrearsi una nuova vita nel “luogo dove non ci sono guai”.
Over the Rainbow è, o dovrebbe essere, l'inno di tutti gli
emigranti del mondo, di tutti quelli che vanno alla ricerca del luogo
in cui “i sogni che osi sognare realmente si avverano”. È
una celebrazione della Fuga, un grande peana dell'Io Sradicato, un
inno – anzi l'inno – all'Altrove.
(Salman
Rushdie, da “Il Mago di Oz”, trad. Giuseppe Strazzeri)
sabato 5 dicembre 2015
Welcome - Immigrazione, Amore, Dolore e Vita
Durante le ultime settimane siamo tornati a vedere drammatiche immagini di dolore, sofferenza e speranza, ci siamo dati l’occasione di leggere di profughi, immigrazione, clandestini e difficile, forse reticente accoglienza. Nei giorni scorsi mi è tornato in mente ed ho ripensato ad un film del 2009 che di immigrazione, amore, ricerca e desiderio di una vita diversa, se non proprio migliore, fa il suo tema centrale.
“Welcome”, del francese Philippe Lioret, meriterebbe diversi passaggi televisivi e di essere proposto e riproposto all’attenzione di quanti, demagogicamente e magari con atteggiamento militante decisamente fuori luogo e fastidioso, inneggiano alla “linea dura” contro gli invasori o, di contro, dipingono come “fratello” o “liberatore” chi giunge nel nostro Paese, od in Europa, da paesi lontani non solo geograficamente.
Lontano da facili semplificazioni e pulsioni centrifughe e/o centripete, il regista ed il protagonista Vincent Lindon, che offre una intensa e drammaticamente contenuta e misurata recitazione, mettono in scena una coinvolgente storia d’amore e di vita, dove i sentimenti e la militanza sociale, quando non politica, si incontrano e rendono giustizia alla realtà di questi anni. Realtà che è piena di sfumature, complessa, difficile da vivere e da rappresentare.
Una narrazione lacerante ed istruttiva, che non nasconde le linee d’ombra e le responsabilità, le colpe persino, sia di chi arriva che di chi si trova nella scomoda posizione di accogliente. Uno dei meriti è rendere evidente come la xenofobia, o pur la sola intolleranza, sia anche la manifestazione della paura che molti di noi provano di fronte a chi è spinto da un’altra paura, se non proprio speculare quantomeno tragicamente simmetrica. Un altro merito è rendere giustizia a differenti posizioni e ragioni, di chi fugge e di chi si sente, a ragione o a torto, ma sempre individualmente, assediato o accerchiato, anche dai propri compatrioti, dai colleghi di lavoro, dai vicini di casa.
Pertanto rendere un dramma sociale, quale è l’immigrazione clandestina in Europa, all’interno di un dramma privato, mi sembra una scelta azzeccata ed efficace, poiché riesce a rappresentare le vicende e “la vicenda” senza esagerazioni o derive ideologico-utopistiche.
Lindon è istruttore, amico, confidente e alla fine “padre” di un ragazzo iracheno in fuga dal suo paese, giunto a Calais per raggiungere, nel Regno Unito, la ragazza che ama. E qui, grazie alla funzionale ed efficace proposta del tema sentimentale, si tratta un’altra questione, niente affatto secondaria. Gli immigrati lasciano il proprio Paese natale, ma rimangono legati ad abitudini, usi e costumi che rischiano di divenire pesante eredità, grave fardello che imprigiona e da cui sembra impossibile derogare. Una nuova vita che sembra troppo simile alla vecchia, nonostante migliori condizioni materiali.
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