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sabato 5 ottobre 2024

Sulla strada

 


Quando si viaggia in macchina attraverso gli Stati Uniti, inizialmente le distanze possono sembrare una cosa marginale, uno scomodo dato di fatto con cui fare i conti, al massimo la ragione per cui bisogna guidare parecchie ore per spostarsi da una città all’altra: a un certo punto però, un centinaio di chilometri dopo l’altro, una stazione di servizio dopo l’altra, queste grandi distanze cominciano ad acquisire un significato nuovo, e ci si chiede se l’America non sia soprattutto quello che sta in mezzo, tra un posto e l’altro.”

(Francesco Costa, “Questa è l'America”)


"Western Motel", Edward Hopper



martedì 4 giugno 2024

Uno schiavo, un negro

 



Dai loro padri avevano imparato come si tiene in riga uno schiavo, una brutale eredità trasmessa come una consuetudine di famiglia. Portarlo via dai suoi cari, frustarlo finché non ricorda altro che la frusta, incatenarlo perché non conosca altro che le catene. Un soggiorno dentro una scatola di ferro, a cuocersi il cervello sotto il sole, poteva far rinsavire un negro, e lo stesso valeva per una cella buia, una stanza sospesa nell’oscurità, fuori dal tempo.

(Colson Whitehead, “I ragazzi della Nickel” - trad. Silvia Pareschi)






lunedì 6 gennaio 2020

Citazioni Cinematografiche n.336

Deborah: Noodles, secondo te non è giusto fare dei progetti?
Noodles: Sì, certo, sì. Mai io ci sono nei tuoi progetti?
Deborah: Ah, Noodles, tu sei la sola persona che io ho mai...
Noodles: Che hai mai cosa? Vai avanti, che hai mai?
Deborah: Di cui mi sia importato. Ma tu mi terresti chiusa a chiave in una stanza e getteresti via la chiave, non è vero?
Noodles: Sì, credo di sì.
Deborah: Già, il guaio è che io ci starei anche volentieri.

(Deborah Gelly/Elizabeth McGovern e Noodles/Robert De Niro in "C'era una volta in America", di Sergio Leone - 1984) 


venerdì 15 febbraio 2019

Giallo, Noir & Thriller/64




Titolo: Orient
Autore: Christopher Bollen
Traduttore: Daniela Guglielmino
Editore: Bollati Boringhieri - 2018

Ci sono libri che riescono ad andare oltre il genere nel quale vengono inseriti per divenire letteratura a tutto tondo, guadagnandosi così un posto oltre le caselle e le classifiche e raggiungere lettori diversi e di gusti differenti.
Orient di Christopher Bollen rientra in questa casistica e quindi mi viene spontaneo segnalarlo come un romanzo che meriti di essere considerato come prossima lettura, valutandolo una buona alternativa ai gialli polizieschi, un degno competitore dei thriller d'azione e una valida opzione per chi desideri atmosfere dense di mistero, un po' di movimento e una buona dose di analisi dei personaggi e del contesto. Bollen riesce a fare una apprezzabile summa di tutto questo, aggiungendovi una mescolanza di gusto europeo e di carattere nordamericano, come in fondo sono i caratteri descritti e la zona in cui tutto si svolge. All'estrema punta dello stato di New York, nel Noth Folk di Long Island, vive ad Orient una comunità che vive da decenni affacciata sul braccio di mare che separa l'isola dal Connecticut.


Presso questa comunità, a suo modo esempio di una Nazione, giunge un estraneo, un “diverso”. In realtà non sarebbe l'unico, ma questo ragazzo funge, in qualche modo, da calamita e da catalizzatore, per le dinamiche e le vicende locali, che si dipanano come in un grande thriller, che sa essere al contempo un'opera letteraria dove vengono offerti introspezione, analisi sociale e psicologica, azione e suspense, in un equilibrio tanto raro quanto mirabile.

La scrittura è curata e regala momenti di acutezza letteraria e finezza di composizione, grazie anche ad una traduzione che riesce a rendere giustizia di uno stile e del suo esprimersi, di un'ambientazione che non è solo fisico-geografica ma anche psico-sociale ed emotiva. L'Oriente non esclusivamente come collocazione nello spazio, bensì allo stesso tempo l’est americano, l’esotico, così come l’orientamento temporale, l’orientamento sessuale a cui si aggiunge il disorientamento delle percezioni mentali. 

 

Descrivendo con estrema accuratezza paesaggio, personaggi e contesto, Bollen conquista il lettore e gli regala una grande opera in cui trovano spazio sia i temi classici dei giallo-thriller (violenza, morte e indagini comprese) che alcuni dei temi rilevanti della società americana odierna, quali la ricerca della realizzazione personale, l'arricchimento o la difesa del proprio status, la gentrificazione, l'arte, l'omosessualità e la paura del diverso e dello “straniero”, il matrimonio, il divorzio, la tutela ambientale, l'avidità. 


Orient, sulla punta del North Fork di Long Island, affacciata sul braccio di mare che separa l’isola dal Connecticut. Meno famosa del South Fork, quella degli Hamptons, con relativi magnati dello show business newyorchese, attori e scrittori famosi. In questo paradiso marittimo dei falchi di mare, dei pescatori e delle fi oriture selvagge, abitato dalle stesse famiglie da molte generazioni, arriva un giorno da New York Mills, un «drifter», un vagabondo, ex tossicodipendente, ex bambino abbandonato, passato da un affido all’altro. Ospite, in cambio di lavoro, di un signore che possiede una bella casa di famiglia da sgombrare e ristrutturare dopo la morte della madre, Mills viene accolto da subito con molta diffidenza nella comunità locale, tanto più che, dopo il suo arrivo, uno per volta, si cominciano a rinvenire numerosi corpi senza vita. (da ibs.it)

martedì 4 dicembre 2018

Captain America, al cinema con la Marvel



Captain America all'interno del progetto in fasi della Marvel e del Marvel Cinematic Universe è giustamente uno dei personaggi principali. Compare in diversi film della serie, dando il suo contributo in termini di azione, pensiero e spettacolarità. Si intende con alcuni Avengers, con altri è spesso in disaccordo se non addirittura ne contrasta la funzione e le azioni.

Sono alla data attuale tre i film Marvel Cinematic Universe che portano il nome di Captain America nel titolo, pertanto sull'onda dell'entusiasmo di alcune recenti chiacchierate vado a parlarne sinteticamente senza far mancare il per me sempre divertente gioco dei voti.

 Captain America – Il Primo Vendicatore (2011): uscito nelle sale in occasione del 70° anniversario della prima commercializzazione del fumetto a lui ispirato, nonché dell'entrata in guerra degli USA nel secondo conflitto mondiale, quest'opera offre i pregi ed allo stesso tempo i difetti di tale operazione. Con l'idea (la pretesa?) di rimanere fedeli al personaggio cartaceo, sceneggiatori e regista rimangono un po' intrappolati nell'allineamento ai testi originali. Cosa non necessariamente negativa in linea di principio, ma poiché il buon Captain fu creato anche con intenti patriottici, se non proprio per sposare la causa interventista negli USA e con più di qualche risvolto necessariamente militarista se non peggio, probabilmente una maggiore attenzione alla caratterizzazione e conseguente attualizzazione del personaggio sarebbe stata opportuna. Punti di vista, certo, ma scene d'azione a ripetizione, anche se non proprio tutte coordinate ed anzi qualcuna troppo caotica e poco coreografata, uno scudo che vola verso lo spettatore e una serie di buoni sentimenti sparati quasi a caso senza efficace sceneggiatura, non nascondono la natura primigenia della creazione di Captain America, che odorava e anche qui odora di retorica militarista. Non troppo smaccata, ma comunque evidente. Va bene, Captian America è uno dei primissimi personaggi della Marvel, il soldato perfetto e mutante, il difensore degli oppressi contro la barbarie nazista e (anche) le sue deviazioni eugenetiche, per cui se ci si vuole mantenere sostanzialmente fedeli al fumetto, Joe Johnston alla regia ed i suoi collaboratori hanno avuto vita difficile nel riproporlo, di fatto evitando fin troppo la necessità o comunque la possibilità di aggiornarlo, ripulendolo magari della funzione di propaganda pre-bellica americana, allora tutta incentrata sull’arruolamento di giovani reclute deputate a sconfiggere Hitler.

Il cinema ed ancora prima la letteratura statunitense hanno avuto personaggi che minati nel fisico, se non proprio geneticamente tarati, si sono poi rivelati efficaci portatori dei principi fondativi degli USA, divenendo caratteri positivi in toto, al di là di patriottismi funzionali a strategie politico-militari o commerciali di sorta. John Steinbeck con “Uomini e Topi”, il Forrest Gump di Robert Zemeckis, oppure William Faulkner nel suo “L'Urlo e il Furore”, giusto per proporre degli esempi. Ma qui il mingherlino e poco allenato ragazzo di Brooklyn diviene un eroe grazie ad una mutazione genetica indotta, forse l'equivalente “post” di una eugenetica nazista (ho esagerato?), per cui si smarrisce quell'allure democratica e di sani principi. Detto questo ne esce un protagonista fin troppo piatto, ma alle prese con un antagonista direttamente equiparabile e proporzionale. Sul confronto fra i due la sceneggiatura avrebbe potuto insistere meglio e con maggiore cura, facendolo divenire non solo uno scontro fisico, ma anche di visioni, di principi, di valori, così da rendere il film più degno di essere visto. 

C'è da dire che la recitazione di Chris Evans nei panni del Captain non aiuta affatto, come se anche lui fosse rimasto intrappolato nell'operazione, senza riuscire a mettere del suo in un'opera che avrebbe potuto essere di più, non necessariamente migliore, ma con maggiore coraggio una cosa diversa e sicuramente più intrigante.
Voto: 5



Captain America – The Winter Soldier (2014): tre anni dopo la Marvel (con la Disney) ci riprova e per l'occasione cambia regista, scelta alla luce del risultato più che azzeccata, dal momento che i fratelli Russo riescono dove chi li ha preceduti ha fallito. Il nostro Captain, dopo l'avventura con gli Avengers, si ritrova a vivere nel 21° secolo, per cui la già auspicata attualizzazione del personaggio si rende quanto mai urgente e necessaria. Anthony e Joe se ne rendono conto e lo fanno a modo loro, ma anche bene, nonostante l'attore protagonista risenta ancora di una certa fissità e rigidità che in alcune scene depotenzia l'effetto complessivo. 


Al fine di non commettere lo stesso errore di Johnston, a dirla tutta un po' costretto dall'ambientazione anni 40 del primo film e dalla costruzione “solitaria” dell'eroe, i registi mettono ben a frutto la sceneggiatura, che prevede due validi supporti al Captain, molto più di comprimari, a cui donano spazio e complessità che loro ben introiettano e sfruttano. Natasha Romanoff (Vedova Nera) e Falcon donano possibilità e valide soluzioni all'azione come anche all'approfondimento, permettendo persino al Captain di essere meno monolitico (anche nell'espressione) e più complesso, con dubbi, riflessioni e domande che ne consentono una certa evoluzione e maturazione, sia come individuo che come membro degli Avengers. Il fatto poi che l'antagonista, il Soldato d'Inverno appunto, sia il suo più grande amico di gioventù, quella vera, e che ci sia del marcio nello SHIELD, dona ulteriore gusto a quello che risulta un buon thriller di spionaggio travestito da film di supereroi.

Gli effetti speciali, gli inseguimenti e le esplosioni sono ben coordinate e coreografate, si amalgamano bene non solo tra loro (efficaci le coppie simmetriche, tra cui una che vede coinvolto Fury/Samuel L. Jackson) ma anche con le parti meno fisiche e più dialogate, sebbene queste in alcuni punti rischino eccessiva verbosità. Il buon Captain si guarda allo specchio e riflesso in ciò che dicono e fanno alleati e nemici, dando così spazio ad una maggiore complessità, che permette di patire un po' meno la recitazione di Chris Evans. 
Quest'ultimo funziona meglio se supportato dalle acrobazie di una apprezzabile Scarlett Johansson e dall'ironia di Anthony Mackie, valore aggiunto di un'opera che, abbandonate le atmosfere da Stati Uniti baluardo della democrazia e della libertà (fin troppo superate dagli eventi degli ultimi 60 anni), fa tornare la voglia di vedere questi film, che troppo spesso si allontanano dall'essere cinema di qualità per limitarsi ad essere fra quelli che vengono, legittimamente, girati per divenire pop-corn movies da grande incasso.
Voto: 7,5



Captain America: Civil War (2016): terzo film con il nome del Capitano nel titolo, confermata la coppia alla regia e quella alla sceneggiatura, ma qualcosa scricchiola. Nulla di troppo grave, per carità, ci si diverte ed il mix di azione e spruzzata di thriller conferma la validità dell'opera, che però è fin troppo evidente quanto sia legata alla missione di collegare tra loro i film Marvel Cinematic, tirando la volata per i successivi sviluppi del gruppo dei Vendicatori ed i vari spin off che vengono periodicamente sfornati. Ad una prima parte che funziona più che bene, confermando quanto di buono goduto nel precedente, in questo film la seconda frazione diviene un'opera collettiva che a fatica i protagonisti ed i registi riescono a tenere unita, peggiorandone la qualità generale.

Proviamo a procedere con ordine: la base di partenza è il fumetto Civil War di Mark Millar, che prendeva la sua ragione di scontro e divisione fra i membri degli Avengers dagli anni post 11 settembre 2001 (il fumetto è del 2006), con tutto il contesto delle guerre in Afghanista ed Iraq, le conseguenze interne agli USA ed insomma una precisa fase storico-sociale e visione della storia americana (ma non solo, anche se il fumetto su quella si concentrava). Inevitabilmente, ed opportunamente a mio avviso, la versione cinematografica se ne discosta per il respiro più ampio, concedendo purtroppo qualcosa alla comunque possibile ambizione a livello concettuale e culturale. Declinando il tutto sul versante internazionale e non esclusivamente interno, si rinuncia a stringenti riferimenti alla cronaca ed all'attualità, perdendo di vista la Storia e riducendo quello che poteva avere un sapore ed un respiro epico-romantico ad uno scontro tra due primedonne. Due di cui una che lo desidera veramente e con evidente atteggiamento vanesio, ovvero Tony Stark/Iron Man, l'altra che si ritrova ad esserlo quasi suo malgrado, fedele agli ideali fondativi di una nazione e della sua personale missione e ragione di esistenza (o creazione?), quindi Steve Rogers/Captain America. Ma la pecca sta nel motivo e motore dello scontro, che nel corso della vicenda sembra divenire solo ed esclusivamente una storia di lealtà e amicizia da riconquistare: quella dello stesso Steve Rogers col Soldato d’Inverno Bucky Barnes, qui di nuovo col volto di Sebastian Stan, restringendo il dramma ad una pur onorevole motivazione. Così però si abbandona il resto e la visuale ne viene modificata, mettendo in secondo piano i livelli più alti sotto il profilo di ideali e riflessione su Democrazia, Potere e Responsabilità.

Lo sviluppo subisce una cesura dopo una prima promettente frazione, in cui il Soldato d'Inverno svolge al meglio il suo ruolo di motore drammaturgico, a cui segue una fase più collettiva ma allo stesso tempo più caotica e motivo di confusione. Arrivano in modo non propriamente in linea con la drammaturgia Peter Parker/Spider Man e Ant Man, che bruscamente trasformano il film, che stava funzionando bene ma che in seguito mostra qualche limite. Si perde il già accennato sapore epico, vengono mandate alle ortiche varie suggestioni interessanti e si nota come i due registi siano forse maggiormente a loro agio con la declinazione delle gesta superumane su un piano terreno, ovvero interno agli ingranaggi di un potere invisibile e pervasivo (come ottimamente nel film precedente), mentre abbiano difficoltà a dosare gli elementi autoironici e quella audace leggerezza di tocco forse necessari per gestire quella componente smitizzante, parte integrante delle opere Marvel. Facendolo divenire un costoso crossover i fratelli Russo fanno perdere incisività al film, che senza mordente non trova più utili meccanismi di creazione della tensione, smarrisce le sue migliori qualità e si trova costretto a puntare pressoché tutto sul processo di normalizzazione e dilatazione delle scene d'azione, prima fra tutte lo scontro collettivo fra supereroi, di cui disturba non solo la ingiustificata lunghezza ma anche l'ironia poco apprezzabile e fuori contesto (i già citati Spider Man e Ant Man ne sono le principali cause).  
Allora in seguito si privatizza lo scontro, lo si fa divenire un “confronto a due”, per riuscire a far quadrare il cerchio, a recuperare la narrazione che deve continuare per i prossimi sviluppi nei futuri film ed allo stesso tempo chiudersi per quanto riguarda questo episodio/non episodio. L'elemento di disunità che si notava viene sfumato, con un certo mestiere va riconosciuto, ma se il tuo film dura 2 ore e 20 minuti non puoi aspettarti che il pubblico non dia segnale di averlo avvertito.
Voto: 6,5





giovedì 6 settembre 2018

A History of Violence (2005)


Tom Stall diventa un eroe dopo aver sventato una rapina nel suo diner uccidendo due criminali per legittima difesa. La sua vita viene stravolta dal circo mediatico che lo spinge sotto l’occhio di tutti, anche di due malavitosi capitanati dallo sfregiato Carl Fogarty. Questi è convinto che Tom sia in realtà Joey, un uomo dal passato criminale. Fogarty inizia a insidiare la moglie e i figli di Tom, che dovrà proteggere la sua famiglia dalla sua stessa, reale identità.

David Cronenberg è tuttora noto per le mutazioni che i personaggi dei suoi film subiscono o vivono sui loro corpi. In varie occasioni le storie da lui create e realizzate sul grande schermo hanno visto protagonisti che cambiavano radicalmente nel fisico, o che sullo stesso fisico basavano le proprie vicissitudini o avventure. “La Mosca”, “Crash” e “Videodrome” sono solo alcuni titoli esempio, ma l'intera carriera del regista canadese è un'esplorazione delle mutazioni del corpo e della carne. Cronenberg nella sua carriera ha saputo studiare le devianze e le ossessioni di ogni genere, dirigendo film tanto belli quanto (talvolta) ripugnanti, per metterci di fronte alla mutazione, al cambiamento, alla transizione dell'essere umano nel e sul proprio corpo, sulla carne.



In “A History of Violence”, invece, la metamorfosi, il cambiamento non è primariamente carnale, centrata sul corpo, sebbene esso stesso e la carne ne siano coinvolti, questa volta attraverso modalità più “classiche”. Il protagonista Tom Stall, un Viggo Mortensen in gran forma che anche grazie a questo film si liberò delle scorie da eroe tolkieniano, vive un cambiamento che è di personalità, attraverso gesti, parole e atteggiamenti. Da mite padre di famiglia a killer freddo e lucido, allenato e abituato alla violenza. Per cui una metamorfosi “intra” che è figlia di un'altra precedente che lo spettatore non ha visto e che è portato ad immaginare, attraverso quanto osserva sullo schermo. Un cambiamento che di fatto è un ritorno ad un qualcosa che si era abbandonato, ma che si conclude con un altro tentativo di ritorno a ciò che si era creato. Una velleità che però è solo illusione, poiché tutto il suo mondo privato ne è rimasto segnato e radicalmente mutato.



Quindi “A History of Violence” può essere definita la storia di un uomo e della sua metamorfosi (come detto, tema caro all’autore) che avviene tutta, senza trucchi o effetti speciali, davanti agli occhi dello spettatore. Avviene di fronte ed all'interno della sua famiglia, qui vista come fondamentale cardine della società e della rispettabilità della stessa oltre che del singolo, con la violenza che è innanzitutto quella di mettere a nudo un uomo di fronte ai suoi affetti, ai suoi figli, a ciò che ha costruito. C'è molto di mito fondativo americano in questo approccio. Mito che allo stesso tempo viene omaggiato e desacralizzato, con bugie, urla, inganni, sesso consumato sui gradini e, appunto, violenza. All'inizio sembra violenza giustificata e giustificabile, poiché esercitata nei confronti di chi insidia e attacca l'armonia individuale e comunitaria, poi viene mostrata come insita nell'uomo. Violenza che viene mostrata come trasmissibile ai propri figli. Tom che poi è Joey l'ha probabilmente imparata/ricevuta da un padre/fratello ed a sua volta la trasmette ai componenti della sua famiglia. La narrazione è colma di tensione e lo spettatore vive il dubbio su quanto sta osservando. Cronenberg incentiva l’esibizione della metamorfosi a vista del personaggio, quasi fosse qualcosa che non ha una reale profondità, psicanalitica, edipica, remota, ma qualcosa che avviene tutta nel presente, sull’epidermide e sul volto mutevole (Viggo Mortensen di fatto passa dall’essere Tom a Joey anche nella stessa scena) del protagonista, così come su quelli della moglie e del figlio maggiore.



Grazie anche alla grande prova del già citato Mortensen, di Ed Harris, di William Hurt e di una sorprendente Maria Bello nel ruolo della moglie del protagonista, questo film risulta di gran lunga uno dei migliori di Cronenberg. Drammatico e monolitico nella sua classicità, a cavallo fra western e noir, con caratteri e stilemi narrativo-rappresentativi di entrambi i generi, “A History of Violence” ci racconta anche di una mitologia nordamericana che viene trattata in modo audace e raffinato, con gli archetipi del focolare domestico, della libertà individuale, del viaggio, della difesa della proprietà privata e dei propri valori. Magistralmente proposti attualizzandoli con un occhio rivolto al classico. Ma qui non c'è eroismo, solo la fredda, abbagliante drammatizzazione del sogno/incubo nordamericano, con parecchia violenza, anche dove non si vede carne o sangue.





martedì 4 settembre 2018

Marx: Economia e Politica


Quanti abbiano avuto la pazienza, il tempo, una corretta predisposizione alla lettura ed all'interpretazione, nonché una certa dose di “onestà” critico-storiografica, sono consapevoli che Karl Marx e Friedrich Engels abbiano affermato, nei loro scritti, la necessità che l'Economia fosse predominante rispetto alla Politica.
Fu una loro geniale intuizione, probabilmente la maggiore scoperta da loro operata. Il primato dell'Economia rispetto alla Politica.
Messa così sembra un gran favore, un inconsapevole assist ai capitalisti, ai padroni, alle multinazionali.
Non è proprio così, Economia e Politica avrebbero dovuto dialogare (il materialismo dialettico non è solo questo ovviamente), ma vi prego di farmi scrivere ancora qualcosa su Marx, Engels e quelle che si sono dichiarate incarnazioni politiche e pratiche del loro pensiero, per poi tornare al punto di cui sopra.

Ebbene, partendo da Lenin (immagino non ci sia bisogno di presentarlo), si è assistito e si è vissuta l'autonomizzazione della Politica rispetto all'Economia, operata essenzialmente dai comunisti/socialisti, forse per troppa fretta, forse per una non del tutto corretta interpretazione degli scritti marxiani. La Politica considerata autonoma e superiore all'Economia. Pertanto i comunisti/socialisti, definitesi marxisti, rinunciarono a servirsi di quella che probabilmente fu la più geniale scoperta di Marx.
Quello che nei loro scritti il buon Marx ed il suo sodale Engels prefiguravano, sognavano, era un Eden laico, punto di arrivo del massimo livello di sviluppo economico possibile del capitalismo. Il prodotto di una società ricca, economicamente progredita e stabile, che nel comunismo avrebbe dovuto trovare il mezzo per diventarlo ancora di più, dove il benessere e l'agiatezza sarebbero stati a portata di tutti. Una società egualitaria, giusta, ma anche opulenta, dato che Marx mai auspicò l'eguaglianza nella povertà e nell'indigenza, tanto meno teorizzava una società repressiva, violenta o liberticida. Ruolo centrale aveva ed avrebbe dovuto avere l'Economia, in un contesto più giusto ed equo. Ovvero “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni”.
Come si arrivò, invece, nella storia del '900, a società e stati comunisti ove i concetti vennero ribaltati e traditi, è appassionante materia, almeno, ma non solo, storiografica.

Dalla Rivoluzione d'Ottobre con il movimento comunista, nello specifico seguendo il pensiero marxista-leninista, l'Economia fu messa in secondo piano rispetto alla Politica. Si potrebbe dire che in Lenin prevalse l'ambizione di essere un costruttore di Storia, giungendo così a forzare i tempi di un percorso invece lungo, con un parto prematuro, quindi la costruzione del Socialismo in un Paese economicamente e socialmente arretrato, come lo era la Russia zarista. Medesimo errore fu poi commesso da altri, ragione per cui fu legittimo e lo è tuttora, considerare Lenin traditore del pensiero marxiano ed engelsiano, in quanto affidò alla Politica anche i compiti che sarebbero toccati all'Economia. Una sorta di comunismo “asiatico”, che tragicamente aprì la strada a Stalin ed ai suoi epigoni.
Marx ed Engels mai avrebbero voluto la supremazia della Politica rispetto all'Economia, ma neanche che quest'ultima fosse totalmente libera e priva del supporto e dell'opera di verifica da parte della prima. Come detto la Rivoluzione Russa fu il trionfo della Politica sull'Economia, tutta la successiva costruzione del comunismo fu colpevolmente fondata sulla prima che si appropriò dei compiti specifici della seconda, nella aberrante forma della dittatura. Tale costruzione andò incontro alla disfatta, con il movimento comunista mondiale che cercava l'egemonia essenzialmente attraverso la forza, mentre i paesi capitalistici la ottennero sul terreno dell'economia. Vi dice qualcosa il “Piano Marshall”? Gli Stati Uniti se ne servirono per consolidare (alcuni dicono creare) il loro predominio, operando con maggiore forza e convinzione in Europa, arrivando a vincere il confronto planetario con l'Unione Sovietica grazie alla loro superiorità economica, costringendo lo storico avversario ad abdicare (non sconfiggendolo, sia chiaro). Insomma riuscivano a produrre maggiore ricchezza, al di là di come e dove fosse distribuita.
I cari Marx ed Engels, un secolo prima, avevano già capito il problema. Per poter rappresentare una fondamentale (definitiva?) tappa nel cammino dell'umanità sulla strada del progresso, era necessario che il modello di produzione “comunistico” si rivelasse in grado di produrre più benessere rispetto a quello capitalistico.
Quindi non condizioni di vita uguali ma misere, bensì “ricchezza” collettiva, risultato della fatica dell'uomo e base di ogni progresso sociale ed economico, grazie alla quale l'uomo stesso sarebbe divenuto veramente libero.

Ora, per non farla troppo lunga, tuttora si rischia di dover pagare l'errore, commesso anche da parte dei partiti comunisti occidentali, che hanno dimostrato di aver letto e vissuto Marx attraverso l'interpretazione leninista, pur con qualche opportuno aggiustamento e in virtù delle vicende storiche vissute. Va da sé che il Piano Marshall era essenziale per ricostruire un'economia ed un Paese, giacché come marxianamente se ne rese conto Palmiro Togliatti in Italia, per risollevare il Paese era necessario evitare la catastrofe di una bancarotta di Stato, che forse avrebbe portato ad una non proprio auspicabile rivoluzione, pericolosa da gestire e quasi sicuramente destinata a fallire e portare ulteriori lutti e sciagure. In Italia quindi, ma il resto dell'Europa occidentale non se ne differenziò troppo, opportunamente i partiti marxisti scelsero di spingere per una politica di lavoro, quindi di creazione di ricchezza, evitando una strategia di sussidi. Allo stesso tempo, però, a sinistra si è continuato a credere nella possibilità della Politica di riuscire ad esercitare ugualmente l'egemonia sull'Economia, lasciata in toto all'iniziativa capitalistica. Ovvero i partiti e le organizzazioni di sinistra, un tempo comuniste-socialiste, giacché non giunsero ad instaurare la nota “dittatura del proletariato” tanto meno si trovarono ad operare in Stati assolutistici e tirannici, bensì compiute democrazie rappresentative, riversarono forze, energie e risorse intellettuali nella sfera politica ed in quello culturale come creazione e diffusione di cultura, lasciando che gli strumenti della “creazione di ricchezza” rimanessero nella mani dei capitalisti. Capitalisti che, per definizione, puntano e pensano solo alla creazione di capitale, prevalentemente per sé stessi, solo per sé, fregandosene di eventuali regole che non siano a loro esclusivo e totale vantaggio. Quando il Capitale ha dialogato con la Politica lo ha fatto per corromperla a proprio vantaggio, con il Partito Socialista craxiano fulgido esempio di tale manifestazione.

Esiste un capitalismo responsabile? Un capitalismo illuminato? No, solo Adriano Olivetti e chi a lui ha guardato, ha potuto ipotizzare e realizzare il concetto che il profitto aziendale debba essere reinvestito a beneficio della comunità. Le multinazionali, il privato imprenditore ed altri elementi del genere non lo hanno fatto, non lo fanno e mai lo faranno.
La Sinistra, la Politica sociale in generale sta sempre più perdendo il confronto. Avendo creduto nel primato della Politica sull'Economia, illudendosi che la prima potesse disgiungersi dalla seconda, lasciata totalmente in mano al Capitale, ha favorito la vittoria di quest'ultimo. Il Capitalismo, l'economia che esso incarna, aberrazione stessa del più sano concetto di Economia quale sistema di interazioni per soddisfare i bisogni individuali e collettivi, nel rispetto degli elementi che tale sistema vanno a comporre, è nemico della collettività.
La Politica ora dovrebbe riguadagnare terreno, nell'ottica di reale interazione con l'Economia, non per annullarne il primato, poiché in un sistema globalizzato tale prospettiva è irrealizzabile, ma bensì per contenerne e indirizzarne le energie e le inevitabili derive.
A livello di singoli stati ciò è difficile, ma in un'ottica di politica europea è francamente non solo auspicabile, ma imprescindibile, giacché Marx stesso ebbe a scrivere che “tutta la storia dell'industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a un livello di profonda degradazione”.


lunedì 7 maggio 2018

Citazioni Cinematografiche n.249

Henri Kissinger: La storia di sicuro la tratterà meglio dei suoi contemporanei.
Richard Nixon: Già, questo dipende da chi la scriverà, Henry
.

 (Henry Kissinger/Paul Sorvino e Richard Nixon/Anthony Hopkins in "Gli Intrighi del Potere - Nixon", di Oliver Stone - 1995)



sabato 2 dicembre 2017

Selma - La strada per la Libertà (2014)

Un film nel segno dell'America di Obama, da vedere negli anni dell'America di Trump.


Martin Luther King Jr. non aveva ancora avuto un'opera cinematografica a lui dedicata. Malcolm X era stato omaggiato da Spike Lee con il controverso e discusso film del 1992, mentre il pastore di Atlanta, autentica icona della non violenza ha in pratica dovuto attendere fino al 2014, quando, sull'onda e nel segno dell'America Obamiana, la regista Ava DuVernay ha diretto e proposto al pubblico il suo “Selma – La Strada per la Libertà”.




 






I fatti sono quelli legati alla nota marcia, quando nel 1965 un gruppo di coraggiosi manifestanti, guidati appunto da Martin Luther King Jr., per tre volte tentò di portare a termine una marcia pacifica in Alabama, da Selma a Montgomery (capitale dello Stato), con l'obiettivo di rendere veramente attivo il diritto umano al voto per i negri, come ancora allora venivano indicati. Infatti nonostante sulla carta il diritto al voto fosse garantito dalla legge, la realtà, specie negli Stati del sud dell'Unione, era ben diversa, come ci viene drammaticamente mostrato nel film. Gli scontri scioccanti e la trionfante marcia finale portarono infine il Presidente Lyndon B. Johnson a firmare, il 6 agosto di quell'anno, lo storico Voting Rights Act.

Scongiurato con intelligenza il rischio di un'opera meramente agiografica, “Selma – La Strada per la Libertà”, si fa vedere ed apprezzare, oltre che per la ricostruzione di un clima politico-sociale, della cronaca di quei giorni e degli avvenimenti in sé, anche per la scelta di presentare il dottor King come un uomo, con le sue debolezze, i suoi timori ed incertezze, alla pari con le sue straordinarie qualità di oratore, guida di un movimento e nel ruolo di pastore protestante.



Allo stesso tempo, con onestà storica e narrativa, il movimento da lui condotto non viene mostrato come monolitico e omogeneo, bensì ne vengono mostrate le diverse anime, i vari volti che insieme a King hanno reso possibile la conquista e l'affermarsi di diritti civili, ai nostri occhi basilari ed imprescindibili per una democrazia veramente degna di tale nome, ma negli Stati Uniti degli anni 60 ancora tutti da conquistare e difendere, specie per le minoranze come gli afroamericani, termine che noi, ora, utilizziamo. Un film forse non propriamente collettivo, comunque non un “one man show”, che forse anche per questo risulta poco coinvolgente a livello emotivo, con una recitazione composta e corretta che limita i vari bravi e apprezzabili attori e li sacrifica in nome di uno stile registico e compositivo che punta alla sobria ricostruzione ed alla celebrazione di un periodo, autocelebrandosi appunto in quanto creato e proposto quasi interamente da neri.



Diversi i momenti melodrammatici, così come varie sono le scene “opportunamente furbe”, che vanno incontro allo spettatore per arruffianarsene il consenso, ma la regista DuVernay qua e là dimostra di saperci fare, in particolare nella ricostruzione dei fatti legati, emblematicamente, al ponte che conduce a Selma, teatro dei pestaggi più duri perpetrati dalle forze dell'ordine a danno dei manifestanti, massacrati senza ritegno.


Mi permetto di esprimere un nota di disappunto per la scelta, verso la conclusione del film, di presentare efficaci e coinvolgenti scene di repertorio, poiché a quel punto, fatalmente, data la già citata scelta registica e di recitazione, la realtà surclassa la ricostruzione e l'opera perde qualche punto in materia puramente cinematografica.

Un film obamiano, che forse risulterà maggiormente godibile (utile?) negli anni dell'America di Donald Trump, del revanscismo e dell'oltranzismo razzista di una parte non secondaria dei suoi sostenitori ed elettori.

sabato 10 giugno 2017

Giallo, Noir & Thriller/41


Titolo: Le Ragazze Silenziose
Autore: Eric Rickstad

Traduttore: Massimiliano Borelli
Editore:Newton Compton


Probabilmente non è un “grande thriller” come viene indicato sulla copertina, ma “Le Ragazze Silenziose” di Eric Rickstad è comunque un buon romanzo, che dosa indagine, approfondimento, colpi di scena, attenzione al protagonista ed interessante analisi dell'ambientazione (il Nord Est degli USA).

Le caratteristiche del thriller ci sono e vengono ben messe in campo, ma si sente la mancanza di un certo pathos, che invece spesso il lettore cerca e che l'autore in questo caso tende a trascurare, concentrandosi sulla vita del protagonista, Frank Rath, che attraverso i capitoli si impara a conoscere, con varie dosi di approfondimenti e caratterizzazione di usi, abitudini e vicende private. Il tema del fondamentalismo cristiano e delle aberrazioni legate all'oltranzismo antiabortista si incontra con le riflessioni legate alle difficoltà di comunicazione in famiglia e fra adolescenti ed adulti, a cui si aggiunge una non banale analisi su ambiente e “progresso”.

L'indagine centrale della vicenda, che coinvolge appunto una serie di ragazze misteriosamente scomparse ed anche Rachel la figlia adottiva del protagonista, è appassionante ma purtroppo tende a risolversi quasi più per un colpo di fortuna che per acume e intuizione di chi indaga. Inoltre il finale aperto rischia di lasciare un po' perplessi, anche se, a vederla in senso più positivo, promette di reincontrare Frank Rath e Rachel in un prossimo romanzo.


Dal giorno in cui aveva riconsegnato il distintivo, Frank Rath pensava che non si sarebbe più occupato di un omicidio: l’idea era quella di diventare un detective privato e dedicarsi a sua nipote rimasta orfana. Ma il dipartimento della remota contea di Canaan ritrova una Chevrolet Monte Carlo dell’89 abbandonata al lato della strada, e la sua proprietaria, una bella ragazza poco più che adolescente, risulta sparita senza aver lasciato dietro di sé neanche una traccia… Rath tornerà così, suo malgrado, a occuparsi di un caso di cronaca nera, affrontando i peggiori abomini dell’animo umano. Non solo le conseguenze del suo violento e doloroso passato verranno a tormentarlo, ma Frank scoprirà che perfino nella più sperduta e quieta cittadina degli Stati Uniti può annidarsi il male. Il tempo stringe e Frank ne ha pochissimo per capire chi si nasconde dietro la scomparsa di altre povere ragazze… (da newtoncompton.com)

venerdì 8 maggio 2015

Giallo, Noir & Thriller/22


Titolo: L’Assassino che è in me
Autore: Jim Thompson
Traduttore: Anna Martini
Editore: Fanucci - 2005

È sufficiente scrivere un noir in prima persona per coinvolgere il lettore e fargli perdere punti di riferimento e certezze? Sicuramente no, ma cosa accade quando riesci, consapevolmente, a descrivere la parabola criminale di un uomo, a far compiere a chi legge un viaggio nella sua mente e a fargli vivere estreme pulsioni? Cosa raggiungi quando il “cattivo” è il vice-sceriffo di una cittadina texana, ovvero quello che dovrebbe garantire ordine, legalità e giustizia, mentre è un personaggio lucidamente violento come pochi altri prima e “modello” per future imprese letterarie?

Sei di fronte ad un capolavoro!

L’autore è Jim Thompson, che in questo romanzo, come in altri successivamente letti, esprime un genuino nichilismo, solo appena sfumato da una vena satirica, da un umorismo nero, sagace e a tratti spiazzante.

Ti viene da immedesimarti in questo ragazzo, forse un po’ strano, ma di cui sei portato a fidarti. Vorresti quasi fare il tifo per lui, magari garantirgli impunità ed una via di fuga. Insomma ti viene da sentirti suo amico, anche se, in fondo, sai che sarebbe pronto a far fuori anche te, se pensasse che sia necessario.

"Cercai di spingerla via. Dovevo uscire di lì. Sapevo cosa sarebbe successo se non fossi uscito, e sapevo di non potermi permettere che accadesse. Avrei potuto ucciderla. Avrei potuto far tornare la malattia. E anche se non l'avessi fatto e non fosse successo, per me sarebbe finita. Lei avrebbe parlato. Avrebbe strillato fino a sgolarsi. E la gente avrebbe cominciato a pensare, a pensare e a chiedersi di quella volta...".

Precisione ed asciutta immediatezza nel presentare e descrivere la follia del protagonista, un approfondimento di stampo clinico rispetto alla psicosi del vice-sceriffo. Un uomo, di fatto frustrato (come molti personaggi di Thompson), alle prese con ambizioni e desideri non alla sua portata.


“Se il buon Dio ha commesso un errore, con noi esseri umani, è quello di farci desiderare di vivere anche quando abbiamo ben poche scuse per farlo...”.