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lunedì 27 gennaio 2025

Citazioni Cinematografiche n.600 - Giorno della Memoria

 

La scelta è tra fidarsi e non avere paura o non fidarsi e avere paura.

(Rosie/Scarlett Johansson in “Jo Jo Rabbit”, di Taika Waititi - 2019)






lunedì 25 settembre 2023

Citazioni Cinematografiche n.530

 

Ho vissuto molte vite ma non voglio più fuggire dal passato.
(Natasha Romanoff/Vedova Nera/Scarlett Johansson in “Black Widow”, di Cate Shortland - 2021)







lunedì 4 luglio 2022

Citazioni Cinematografiche n.466

Steve Rogers: Perché Loki si è lasciato arrestare? Da qui non può guidare eserciti.

Bruce Banner: Non credo che dovremmo concentrarci su Loki: ha un cervello completamente fuori fase, basta guardarlo per capire che è pazzo.

Thor: Modera le tue parole! Loki è incapace di ragionare, ma è un asgardiano, ed è mio fratello.

Natasha Romanoff/Vedova Nera: Ha ucciso 80 persone in 2 giorni!

Thor: È adottato.

(Steve Rogers/Chris Evans, Bruce Banner/Mark Ruffalo, Natasha Romanoff/Scarlet Johansson e Thor/Chris Hemsworth in “The Avengers”, di Joss Whedon - 2012)











lunedì 30 marzo 2020

Citazioni Cinematografiche n.348

La mia mente è umana, il mio corpo è costruito: sono la prima del mio genere, ma non sarò l'ultima. Ci aggrappiamo ai ricordi come se ci definissero, ma è quello che facciamo a definirci. Il mio ghost è sopravvissuto per ricordare a chi verrà dopo di noi che l'umanità è la nostra virtù. Io so chi sono e perché sono qui. 
(Maggiore Mira Killian/Scarlett Johansson in "Ghost in the Shell", di Rupert Sanders - 2017)




lunedì 10 febbraio 2020

Citazioni Cinematografiche n.341

Quello che amo di Nicole. Sa far sentire le persone a proprio agio anche in situazioni imbarazzanti. Ascolta davvero quando qualcuno le parla. A volte ascolta fin troppo e troppo a lungo. È una cittadina modello. Sa sempre cosa fare quando si tratta di rotture di coglioni familiari. Io faccio molto a modo mio e lei sa quando insistere e quando lasciarmi stare. Taglia i capelli a tutti noi. Prepara sempre inspiegabilmente una tazza di té che non beve mai. E per lei non è facile mettere a posto un calzino o chiudere un pensile o lavare un piatto, ma ci prova per me. Nicole è cresciuta a Los Angeles circondata da attori, registi, film e televisione, ed è molto legata a sua madre, Sandra, e a Cassie, sua sorella. Nicole fa dei regali fantastici. È una madre che gioca, gioca davvero. Non si tira mai indietro se c'è da giocare, né dice mai che è troppo. Ma dev'essere troppo, a volte... È competitiva. È bravissima ad aprire i barattoli grazie alle sue braccia muscolose che ho sempre trovato sexy. Lei tiene il frigo troppo pieno: nessuno soffre la fame a casa nostra. Sa usare il cambio manuale. Dopo quel film 'All over the girl', sarebbe potuta restare a Los Angeles e diventare una star del cinema ma ha rinunciato per fare teatro con me a New York. È coraggiosa. È un'ottima ballerina, contagiosa, vorrei saper ballare così. Lo ammette sempre se non sa qualcosa, se non ha letto un libro o non ha visto un film o uno spettacolo, mentre io fingo e dico "L'ho visto tanto tempo fa". Quando ho delle idee folli non vede l'ora di capire come metterle in scena. È la mia attrice preferita. (lettera di Charlie Barber a Nicole)

Quello che amo di Charlie. Charlie è indomito. Non permette che opinioni altrui o eventuali intoppi lo ostacolino in ciò che vuole fare. Charlie mangia come se volesse togliersi il pensiero e come se il cibo non fosse sufficiente per tutti: un panino dev'essere strangolato mentre viene divorato. Ma è incredibilmente preciso e mi affido a lui per tenere le cose in ordine. Risparmia l'energia elettrica. Non si guarda spesso allo specchio. Piange quando guarda i film. È autosufficiente: sa rammendare i calzini, preparare la cena e stirare una camicia. Non si dà mai per vinto, cosa che invece io faccio sempre. Charlie accetta sempre ogni mio umore, non si lascia coinvolgere e non mi fa sentire in colpa. Ha ottimo gusto nel vestire e non è mai imbarazzante, il che è difficile per un uomo. È molto competitivo. Ama fare il padre, ama tutte quelle cose che dovrebbe odiare, come i capricci e svegliarsi di notte. È quasi fastidioso quanto gli piaccia ma, alla fine, è dolce. Si perde nel suo mondo. Lui e Henry in questo si somigliano. Sa dire alle persone che hanno del cibo tra i denti o sul viso in un modo che non le fa sentire in imbarazzo. Charlie si è fatto da solo: i suoi genitori li ho incontrati solo una volta ma... mi ha detto che la sua infanzia è stata segnata da alcol e violenza. Si è trasferito a New York dall'Indiana senza nessun aggancio e adesso è più newyorkese di qualsiasi newyorkese. È bravissimo a creare una famiglia con le persone che lo circondano. Con tutta la compagnia crea un incantesimo per farli sentire inseriti. Nessuno, neanche uno stagista era insignificante, ricordava le battute scambiate con ogni persona. È estremamente organizzato e scrupoloso, è molto lucido su ciò che vuole. A differenza di me che non sempre lo sono... (lettera di Nicole Barber a Charlie)
(Charlie Barber/Adam Driver e Nicole Barber/Scarlett Johansson in "Storia di un matrimonio", di Noah Baumbach - 2019)




mercoledì 22 gennaio 2020

Storia di un matrimonio (2019)

Nella rosa di film candidati alla prossima assegnazione degli Oscar è presente uno che mi è molto piaciuto. Si tratta di “Storia di un matrimonio”, con protagonisti Scarlett Johansson e Adam Driver.
Riguardo alla prima, per quanto l'abbia apprezzata in alcune sue prove, mi permaneva l'idea che in fondo avesse una sola espressione modulata per intensità e durata a seconda delle necessità. Il secondo, invece, mi era noto solo per quanto mostrato all'interno della saga di Star Wars, con il suo Kylo Ren non sempre entusiasmante.
Mi sono trovato di fronte a due emozionanti e convincenti interpretazioni, a due attori che hanno messo in scena doti e caratteristiche degne di nota, dando vita ad una sceneggiatura mirabile e in diversi passaggi vicina alla perfezione. I loro personaggi, due coniugi che dopo anni di vita insieme decidono di divorziare, arrivano al pubblico ed al cuore dei caratteri messi in scena, con una attenta ed efficace regia che ne valorizza e stimola doti, visi, posture, voci e recitazione. Al loro fianco “vecchie volpi” del cinema statunitense che sanno svolgere il loro compito mettendosi al servizio della storia e dei protagonisti.

La sfida ingaggiata dal regista Noah Baumbach non era affatto facile, dal momento che i riferimenti diretti sono il bergmaniano “Scene da un matrimonio” e quel mirabile esempio di Cinema che è ancora oggi “Kramer vs Kramer”, con i “mostri sacri” Dustin Hoffman e Meryl Streep. Ebbene “Storia di un matrimonio” riesce ad essere ben più di una alternativa del primo ed un mero aggiornamento del secondo, dal momento che cerca ed efficacemente trova una sua dimensione ed una sua strada.

Tra elementi classici del genere e trovate originali con una inventiva di cui si ha un gran bisogno, Baumbach ha esaltato i suoi interpreti mostrando, con chiarezza ed incisività ma anche con occhio compassionevole, un matrimonio che finisce per una famiglia che rimane tale, due coniugi che si dicono addio per accogliersi come amici di una vita. Teatro nel Teatro, contrapposizioni reali e simboliche, metacomunicazione, inquadrature sorprendenti e suggestive, contrasti intelligenti nelle location e dicotomia interno-esterno mi hanno fatto innamorare di questo film, che scelgo fra i miei preferiti degli ultimi 10 anni.

Lo spettatore può godersi dialoghi attenti che passano dal brillante al drammatico, dall'introspettivo al comico che si aggiungono a piani sequenza coinvolgenti e intensi (almeno uno per protagonista), con più di un rimando a situazioni tipiche del genere ed alcune trovate alla Woody Allen, sempre comunque rivisitate e riscritte per offrire qualcosa di nuovo e diverso. Dimostrazione, questa, che anche se si parte da canovacci e situazioni note al limite del cliché, si può fare un grande film quando ci sono inventiva, talento ed amore per la scrittura e la riscrittura.

mercoledì 31 luglio 2019

Ghost in the Shell (2017)


Mi sono avvicinato a “Ghost in the Shell”, il film del 2017 di Rupert Sanders, con cautela e un po' di titubanza, come si fa, o comunque sono solito fare, nel momento in cui scelgo di vedere ciò che si presenta come un remake, o quasi, di qualcosa che ho molto amato. In effetti il film è molto vicino all'omonimo anime datato 1995 per la regia di Mamoru Oshii, a sua volta basato sul manga di Masamune Shirow.

Ne avevo letto parecchie critiche negative, a volte spietate, basate su più aspetti e considerazioni, per cui ho dovuto impegnarmi maggiormente per poterlo guardare con la migliore predisposizione possibile. Credo che il film non sia affatto male, a patto di evitare almeno in parte il diretto confronto con l'anime anni 90. In caso contrario la lotta è decisamente impari, sebbene permanga qualche elemento positivo.

Dunque così ho cercato fare e la mia considerazione è che “Ghost in the Shell” di Sanders meriti attenzione ed una possibilità anche da parte dei fan dell'animazione giapponese.
Se la prima parte si risolve in poco più di una emulazione di quanto visto vent'anni prima, con scene talmente identiche da poter sovrapporre i fotogrammi dell'una e dell'altra opera, nel prosieguo della visione il film acquista una sua dimensione e prende una sua strada. Spinge sull'action movie e vira la riflessione e le vicende della protagonista sul versante della ricerca della propria identità, del proprio passato. Ovvero inserisce elementi tutto sommato conosciuti, quasi classici, su un impianto fantascientifico che guarda al cyberpunk, dove elementi thriller e polizieschi rendono il tutto maggiormente alla portata del grande pubblico. Il cyberpunk oggi è poco conosciuto e paga una carente diffusione, tra i più giovani in particolare. Pertanto averlo riproposto e portato in scena in grande stile e con vasta diffusione ritengo sia un'ottima cosa, pur con le semplificazioni stilistiche e drammaturgiche del caso.

I puristi ne rimangono inorriditi, ma un fetta non trascurabile del pubblico può farsi coinvolgere e magari (ri)avvicinarsi al genere. La fantascienza ed il cyberpunk hanno ancora molto da dire. Inoltre le critiche alla scelta come protagonista di Scarlett Johansson, con annesse accuse di whitewashing, dal momento che nel manga originale la protagonista, Motoko Kusanagi, è di etnia asiatica, mi sembrano ingenerose. Innanzitutto per gran parte del film non viene usato il nome Motoko, e quando si comincia a farlo è per inserire una deviazione narrativa e drammaturgica precisa, con molte e fondate giustificazioni e motivazioni. Inoltre l'attrice statunitense si è molto ben destreggiata nel ruolo, con buone prove nelle scene d'azione e tipicamente da science fiction thriller così come in quelle maggiormente dialogate e narrative (in fondo è pur sempre un membro degli Avengers, no?). Al limite la sua statura, non propriamente notevole, ha un po' penalizzato la resa scenica nei momenti in cui la si vede fianco a fianco con i protagonisti maschili. Infine anche nell'anime, così come nel manga, le fattezze del maggiore da lei interpretato non sono così spiccatamente asiatiche, come poi accade in molti altri esempi di opere cinematografiche o fumettistiche (anime e manga spesso hanno personaggi con viso e fattezze occidentali, secondo la tradizione produttiva).


In buona sostanza, se si guarda al film con il cuore e gli occhi all'anime, quest'ultimo vince nettamente e con facilità soprattutto per la profondità di riflessione e l'impianto narrativo-scenico, viceversa se si offre un'opportunità a Sanders, alla Johansson, a Takeshi Kitano ed agli altri attori coinvolti, non si rimane del tutto delusi e viene la voglia di chiedere altre opere di fantascienza con elementi filosofici, che possano raggiungere il pubblico ed anche solo intrattenerlo con discreta qualità.